Nell’economia di mercato si lavora, non per rifornire l’umanità con la gamma dei beni di consumo di cui ha bisogno, bensì per guadagnare soldi. Questa finalità economica di acquisire proprietà in forma di denaro accomuna tutti i membri della società borghese, al di là di ogni differenza di classe o estrazione sociale. Per tutti vale senza eccezione che la soddisfazione dei bisogni non dipende solo dalla presenza di cose utili, bensì dal diritto esclusivo di disporre di esse, cioè dalla proprietà privata. Perché è nella forma di proprietà privata – come oggetti che tramite il diritto privato di disporre su di essi sono preliminarmente sottratti ai bisogni materiali – che i prodotti del lavoro vengono al mondo.
Per i membri di questa società egalitaria del guadagnare soldi fa una differenza economica decisiva se dispongono già di denaro o se devono ancora guadagnarselo. Chi deve lavorare per acquisire un quantum di proprietà, perché la ricchezza della società è nella proprietà di altri, ha bisogno di qualcuno che abbia soldi e che lo paghi per il suo lavoro. Di conseguenza è confrontato con l’esperienza che il suo lavoro è solo limitatamente il mezzo idoneo per venire in possesso di denaro proprio e ben meritato. Per rendere questo servizio, il suo lavoro deve assolutamente dimostrarsi un buon mezzo per il datore di denaro – che ha lo stesso identico scopo. Chi lavora in cambio di denaro serve la proprietà privata doppiamente: la sua e quella altrui. E viceversa. Chi nell’economia di mercato dispone di sufficiente denaro è in grado di creare un reddito monetario in mani altrui e al contempo, con i servizi comprati, di accrescere la sua proprietà.
Entrambe le parti vengono annoverate nell’egalitarismo inossidabile dell’economia di mercato tra la “popolazione attiva”. Tuttavia ognuno è ben consapevole della differente performance del lavoro che gli uni “danno” e gli altri “prestano”. Il lavoro crea proprietà che accresce quella che c’è già; al lavoratore procura del denaro che mai lo farà diventare proprietario in quel senso. Dove si lavora per denaro non è il denaro a servire al lavoro come un espediente utile, bensì il lavoro al denaro come sua fonte. Il destino del lavoro nell’economia di mercato dipende esclusivamente dall’uso che la proprietà, agendo da capitale, ne fa.
1. La disuguaglianza tra utile e proprietà: il potere privato del denaro come principio della divisione del lavoro nella società.
Se la vita economica delle nazioni fosse incentrata sulla necessità di rifornire gli uomini dell’occorrente facendo la minima fatica possibile si individuerebbero i bisogni e si organizzerebbe una divisione del lavoro che è funzionale all’approntamento dei beni necessari o desiderati. Tutti i problemi economici sarebbero di natura tecnica attinente all’organizzazione del lavoro, alle tecnologie adeguate e al trasporto efficiente dei beni. Persone intelligenti che, nella vigente economia di mercato, devono progettare e realizzare le più assurde e complicate “strategie di produzione e vendita” avrebbero da risolvere solo il problema, relativamente semplice, di come produrre la ricchezza sociale nel rispetto della salute umana e come metterla a disposizione di tutti. A nessuno verrebbe in mente di chiedere se ciò sia generalmente “fattibile” perché lo scopo stabilito dalla società sarebbe già la risposta.1)
L’economia di mercato funziona diversamente – e nessuno, del resto, si chiede “se è fattibile”, e meno ancora si fa sentire una qualche perplessità circa il vigente obiettivo sociale che tutti stanno perseguendo, soltanto per il fatto che per molte persone non si avvera neanche minimamente. L’obiettivo è non solo guadagnare denaro, ma il più possibile. Questo obiettivo unisce tutti i cittadini della società borghese, su questo si intendono alla perfezione. Quelli “a basso reddito” e quelli “ad alto reddito”, il ceto medio e i sindacalisti, capitalisti e dipendenti della pubblica amministrazione concordano e considerano la cosa più naturale al mondo che si lavori e si faccia economia, si produca e si prestino servizi per riscuotere un salario, un guadagno, un onorario, uno stipendio – in breve: per riscuotere denaro.2) Cosa riescono poi ad avere in cambio di questo denaro sta esclusivamente nella loro discrezione. Perché con il denaro dispongono di un pezzo di libertà reale: dispongono del mezzo di accesso a un mondo infinito di merci. Questo è il lato positivo, che tutti stimano, del guadagno di denaro.
Del rovescio della medaglia, i cittadini attivi, almeno la stragrande maggioranza, fanno ben presto la conoscenza. Quando la somma di denaro è spesa, anche il libero accesso ai beni è arrivato al termine. Ci sono tuttora i beni desiderati e necessari, però non sono più disponibili. La possibilità della soddisfazione dei bisogni, insita nel denaro, è ben lungi dall’essere la soddisfazione reale di uno solo di essi.
Questa differenza ha un aspetto quantitativo e segue un principio. Si fa valere come limitatezza della somma di denaro disponibile, di modo che tutti i problemi si risolvono in uno solo: guadagnare più soldi. Ciò che si fa valere in questa necessità generale e cardinale dell’esistenza in una economia di mercato è la penosa peculiarità di questo sistema di produzione che tutti i beni di cui l’uomo ha bisogno vengono prodotti, però non sono disponibili. Sono di qualcuno. È la proprietà privata che separa i prodotti da coloro che ne hanno bisogno. Che appartengano a commercianti che non hanno né bisogno di essi né voglia di consumarli e che chi ne abbia bisogno ne sia privato – questo è la loro ragion d’essere. Solo così si effettua dappertutto l’operazione economica che ha dato il nome all’economia di mercato: il denaro deve passare da un proprietario all’altro per far pervenire la merce nelle mani di chi ne ha bisogno. Nessuno l’ha ideato, foss’anche come metodo raffinato di distribuzione merci. L’opposto è vero: ciò che si produce è proprietà privata. Il bene d’uso è assegnato alla disposizione esclusiva della persona privata; un potere dispositivo che non vuole rimanere attaccato all’oggetto, ma separarsi da esso e diventare potere di accesso astratto, accesso a qualsiasi ricchezza: puro potere privato che ha nel denaro la sua materializzazione e la sua realtà quantitativamente misurabile. Per questo motivo, l’oggetto prodotto non può essere “distribuito” a chi ne ha bisogno se non per mezzo della vendita. È solo la vendita a realizzare definitivamente lo scopo della produzione nonostante il prodotto sia materialmente realizzato da lungo tempo. Però questa sua forma materiale non importa, o meglio importa solo come mezzo per raggiungere lo scopo. Ciò che è prodotto più propriamente in questa forma è il denaro che si riscuote: il valore che la cosa ha per il suo proprietario. Per questo motivo, la cosa non finisce con la produzione dei beni che soddisfa la società, perché la arricchisce di qualche oggetto di produzione e consumo, ma è instaurata la necessità generale di guadagnare denaro, come e con qualunque mezzo si voglia, per poter appropriarsi dei prodotti. Senza acquisto niente uso.
Tutto questo è talmente famigliare agli indigeni dell’economia di mercato e l’interesse a riscuotere, da un lato, più denaro possibile per le cose in vendita e a pagare, dall’altro, il meno possibile per l’occorrente passa talmente in primo piano in tutti i ragionamenti economici che la peculiarità di questa condizione e la sua ragione non sono degnate di alcun pensiero oggettivo. Per cui si vuole ricordare qui espressamente che la proprietà denomina un rapporto giuridico, l’assegnazione di una cosa come appartenente a qualcuno. Il potere sovrano definisce tutti come proprietari privati instaurando un rapporto di volontà tra soggetti giuridici in relazione a oggetti di qualsiasi genere. Impone e concede alla persona il potere dispositivo sulla “sua cosa” rendendo ogni lavoro un lavoro privato che fonda il diritto di disposizione esclusiva del produttore sul prodotto del suo lavoro.3)
Nell’economia di mercato, questo rapporto giuridico è la decisiva determinazione economica di tutti i prodotti. Non è un semplice accessorio con il quale il potere pubblico assicura al produttore l’uso materiale dei suoi prodotti, bensì la cosa essenziale. Si producono beni d’uso come oggetti di scambio; importante è che il diritto di disporre insito in essi si stacchi dall’oggetto prodotto e perciò ʽproprio’ e che si trasformi in diritto di accesso a un determinato quantum di altri prodotti. Nel prodotto esiste questa sua propria finalità economica in forma di prezzo; essa si realizza nella corrispettiva somma di denaro. L’ammontare di denaro rappresenta la proprietà che entra in essere con la produzione di una merce, separatamente da questo bene e secondo le unità di misura del denaro. A nient’altro mira la produzione di merci che a questo potere di appropriazione privato incorporato nel denaro. Il denaro è, nell’economia di mercato, il vero prodotto economico del lavoro umano.
Non c’è nessuno, nel mondo della proprietà privata e della produzione per la vendita, che stabilisca come norma vincolante quanto è grande il potere d’acquisto; emerge dalla concorrenza degli offerenti e degli interessati all’acquisto di cui si parlerà dettagliatamente più avanti. Decisivo a questo punto è, per ora, che la proprietà prodotta in forma materiale viene trasferita al mercato, tramite l’atto di vendita, nella forma di potere d’accesso generale e quantificata in unità di denaro.
Il lavoro produttivo stesso è così definito come fonte di ricchezza nella forma astratta di un tale diritto di accesso oggettivato e misurato nel denaro. Esso conta, in maniera del tutto astratta, come lavoro in genere, senza alcuna relazione materiale con il suo prodotto – appunto come attività remunerata che procaccia solo con i soldi guadagnati il diritto d’accesso ai beni d’uso occorrenti. La proprietà scinde, in modo sostanziale e radicale, la relazione scopo/mezzo, da una parte tra la produzione di ricchezza e la disposizione sui beni d’uso prodotti e, dall’altra, tra i beni d’uso e il loro uso. Sia nei confronti del lavoro che nei confronti del consumo, il denaro si impone come elemento decisivo ridefinendo l’utilità di ambedue in modo fondamentale. In primo luogo separa il lavoro produttivo dal suo risultato utile in forma di mezzi di produzione e consumo definendo se stesso l’utilità decisiva di tutto il lavoro: si lavora per guadagnare denaro. La proprietà, in secondo luogo, divide tra utilità e bisogno inserendosi essa stessa tra i beni d’uso e il loro consumo. Facendo così si pone come quintessenza di tutte le utilità. Perché la condizione e il mezzo di qualsiasi uso è il potere, quantificato nel denaro, di impossessarsi della proprietà altrui tramite l’acquisto. Oramai questo fatto è considerato la prima ovvietà della razionalità economica che non merita alcuna spiegazione.
Con l’equazione di utilità e proprietà si impone una particolare logica sulle attività economiche della società subordinata. In primo luogo riguarda la gerarchia dei bisogni che risulta dal fatto che è il possesso privato di denaro a decidere sul loro soddisfacimento. Formalmente si sceglie solo sulla base delle preferenze personali. Certo, all’interno dei limiti della proprietà guadagnata, ma come poi uno la distribuisce è una sua faccenda privata.4)
Materialmente, ogni bisogno diventa la variabile dipendente della capacità d’acquisto privata e finché questo modo di produrre esiste ci sarà sempre di nuovo da stupirsi per “la coesistenza immediata di ricchezza e miseria” su scale differenti. E, in secondo luogo, per quello che si chiama “divisione del lavoro nella società” vale la stessa cosa: senza dubbio si produce nell’economia di mercato in maniera “sociale”; le merci prodotte non sono destinate all’autoapprovvigionamento, ma alla vendita e in quanto tali al fabbisogno generale. La coesione necessaria dei diversi settori produttivi non segue però la relazione oggettiva nella quale entrano come lavori parziali della società, bensì risulta dal rapporto negativo di proprietari privati che si negano reciprocamente ogni cooperazione pianificata nonostante abbiano bisogno ognuno degli altri, come clienti paganti. È allora il potere privato del denaro a provvedere per il nesso sociale necessario; dopo che questo ha fatto il suo effetto, tutto sembra proprio un ingegnoso gioco di squadra degli operatori di mercato produttivi.5)
E in terzo luogo, dalla finalità di qualsiasi attività nell’economia di mercato di servire all’acquisto di denaro consegue un rapporto col lavoro alquanto perverso: quest’ultimo, nell’economia di mercato, non è valutato né per la fatica che è e che rimane né per il dispendio di forze che si cerca di ridurre il più possibile, ma diventa esso stesso un fine, nella misura in cui si dà e in cui il suo prodotto frutta denaro. La sua utilità non si misura in relazione al prodotto utile che riesce a realizzare, ma in relazione al denaro guadagnato e quindi su tutte le scale di reddito in relazione alla quantità di lavoro. Se la produzione di ricchezza reale e disponibile per tutti fosse il suo scopo, una società basata su una ripartizione razionale del lavoro sbrigherebbe ben presto il suo compito, dato il livello di produttività raggiunto da tempo. Il lavoro salariato invece per principio non finisce mai. L’interesse che esso avvenga è insaziabile. 6 Il “punto di vista” che le persone che devono eseguire la produzione non riescono ad aggirare, cioè che lavorando si logorano sacrificando il tempo della loro vita, non svolge alcun ruolo nella logica del lavoro salariato; è già un primo segno che queste persone non sono comunque i beneficiari dell’economia di mercato e che la proprietà non costituisce il fine del lavoro per fare loro un favore.
L’equazione generale e vincolante per tutti che esiste tra utilità e proprietà si risolve quindi in maniera generale e vincolante per tutti solo nel senso negativo cioè che ciascuna utilità dipende dalla proprietà acquisita. Per risolverla positivamente, cioè per garantire che la proprietà acquisita si traduca in un’utilità vera, la quantità del patrimonio disponibile deve aver raggiunto una certa qualità.
2. I due lati del lavoro salariato: creare con il proprio lavoro proprietà altrui – accrescere con il lavoro altrui la propria proprietà
In una società dove si lavora per guadagnare soldi, dove le attività produttive che generano la ricchezza della società non hanno nulla a che fare con i rispettivi prodotti, perché tutto gira unicamente intorno a quell’unico prodotto che è il guadagno di denaro, dove questa finalità è diventata così scontata che inversamente ogni attività che porta soldi viene chiamata “lavoro” – e, di conseguenza, non solo quelli che hanno scelto il mestiere di “lavoratore”, ma anche ministri, artisti e agenti di borsa eseguono “un lavoro” – e nessuno vuole più vederci le differenze fondamentali; in questo mondo conta senza eccezioni una sola differenza: se uno possiede già del denaro oppure no.
Chi – in un mondo dove tutti i prodotti d’uso sono proprietà di qualcuno – non dispone di una proprietà in misura adeguata, non può nemmeno mettersi di iniziativa propria all’opera per procurarsela. Gli mancano i mezzi necessari, che sono anch’essi proprietà privata. Per non rovinarsi a causa dell’equazione tra utilità e proprietà il non proprietario ha bisogno di un proprietario che dispone di mezzi di produzione e che lo paga perché, adoperandoli, si renda utile – utile per il proprietario naturalmente, per quale altro motivo dovrebbe spendere del denaro, altrimenti? Anche per il proprietario conta unicamente il fare denaro, non certo il donarlo. Soddisfare questo interesse è la condizione per guadagnare soldi propri, quando uno non dispone di proprietà e quindi dipende da un lavoro salariato. Con il suo lavoro deve creare proprietà aggiuntiva al suo ʻdatoreʼ di denaro e di lavoro – proprietà complementare a quella che quest’ultimo possiede già – per essere pagato dalle tasche di colui. La finalità puramente privata del lavoratore, di procurare a se stesso del denaro non cambia per questo fatto, si evidenzia però che cosa significa guadagnare soldi senza possederne già a sufficienza. Allora il lavoro diventa doppia fonte di denaro: per chi lo presta diventa fonte di salario a condizione che arricchisca l’altra parte, meglio attrezzata, che dispone di denaro e fa lavorare gli altri per sé. Le due prestazioni del lavoro, quindi, non sono del tutto equivalenti. Per le persone che vogliono partecipare all’economia di mercato, ma sono prive di proprietà, il lavoro è sì l’unico mezzo di acquisto di cui dispongono, ma, a ben guardare, non è il loro mezzo; lo diventa unicamente in quanto il proprietario di un’azienda riesce a farlo rendere per sé stesso, come il suo mezzo di reddito. Queste persone stanno producendo proprietà – e precisamente, al contrario del senso letterale della parola – proprietà altrui.
E viceversa. Chi dispone di proprietà sufficiente, può renderla il suo mezzo di reddito investendola in un’impresa e concedendo un reddito a gente che ne ha bisogno – a patto che ci lavorino e producano qualcosa di vendibile: merce che appartiene al primo per diritto e che, una volta venduta, accresce il suo patrimonio in denaro. Attraverso questo uso della loro proprietà, i proprietari guadagnano denaro senza doverlo creare essi stessi: fanno produrre proprietà, e cioè la loro proprietà. In questo modo si realizza, per i proprietari intraprendenti, l’equazione tra proprietà privata e l’utilità. Se viene applicata in modo corretto, la proprietà si afferma come mezzo sufficiente per aumentare se stessa tramite il lavoro altrui, imponendosi quindi come rapporto sociale di produzione. In questo senso funge da capitale.
Anche la gente che presta il lavoro ottiene quello che voleva e di cui ha bisogno: i propri soldi in mano. Solo che questo tipo di proprietà è – per la sua limitata quantità – una faccenda alquanto instabile. Appena guadagnata, bisogna rispenderla per i viveri necessari e in gran parte rifluisce quindi agli imprenditori capitalistici che così realizzano il valore della loro merce in denaro. In questo modo la partecipazione dei percettori di salario al processo di produzione riproduce continuamente illoropunto di partenza: la mancanza di proprietà privata che li costringe a vendersi nuovamente per l’accrescimento di proprietà altrui. Per loro la proprietà privata rimane quindi solo la condizione negativa del loro obbiettivo, alla quale si devono assoggettare per poter (sopra)vivere; e adattandosi a questa condizione riproducono e aumentano la ricchezza, che rappresenta il potere discrezionale altrui sul loro lavoro.
Non è inutile osservare che si tratta della stessa identificazioneeconomica di denaro e soddisfazione dei bisogni, utilità e proprietà privata che si risolve in maniera così opposta per le due parti coinvolte. Là dove si lavora per denaro – altrimenti non si lavora! – non si ha l’obbiettivo di rifornire tutti di beni concreti, di ricchezza concreta. Invece tutto gira intorno alla ricchezza astratta. Allora non sono gli operai a disporre dei prodotti del loro lavoro, ma è il potere privato inerente al denaro che comanda il lavoro e i lavoratori. Allora non è la gente priva di proprietà a disporre di un comodo meccanismo di distribuzione quando riceve come frutto del suo lavoro un salario in contanti oppure un bonifico in banca. Ciò che si produce è sin dal principio nient’altro che proprietà privata e cioè ricchezza alla condizione vincolante che non appartiene a quelli che la producono. In che cos’altro potrebbero mai consistere le prestazioni economiche di denaro e proprietà? Il fatto che i mezzi di produzione sono assoggettati unicamente alla disposizione privata non contribuisce per nulla alla loro produttività. Il loro carattere di proprietà privata ha un unico effetto, ma determinante: separa l’uso materialmente produttivo di questi mezzi e cioè il lavoro e quelli che lo prestano dal potere di disposizione sul processo di produzione con tutti i suoi prodotti; impedisce quindi che sia i mezzi di produzione sia i prodotti siano disponibili per le persone che usano i primi e necessitano dei secondi. D’altronde, considerata dal punto di vista della proprietà e del sistema dell’economia di mercato, tutta la produttività dei mezzi di produzione tecnicamente necessari è riconducibile al solo fatto che sonodi proprietà privata di un’impresa. La loro utilità materiale, il fatto che sono necessari per una produzione effettiva, ha nell’economia di mercato un senso e una funzionesoloperchéil lavoro svolto con questi mezzi dall’inizio alla fine non crea proprietà per la parte che lo esegue, ma per la parte che possiede i mezzi di produzione e ottiene pertanto lo status giuridico di vero soggetto della produzione. La proprietà usata in modo imprenditoriale separa il lavoro dai suoi mezzi ed determina così in conformità con la legge l’appropriazione del prodotto, quindi del ricavato pecuniario cercato ed ottenuto, da parte dell’impresa che per questo scopo si compra i servizi del suo personale.
Tuttavia, i soldi che finiscono in questo modo nelle mani dei dipendenti, permettono anche a loro l’accesso a una porzione – sì molto ristretta, ma scelta liberamente – del grande mondo delle merci. Però si rivela un vantaggio apprezzabile solo in base all’ovvietà che di tutti questi prodotti essi non usufruiscono, perché sono appunto venuti al mondo in veste di proprietà altrui. Il fatto che con il lavoro si possa guadagnare denaro, che per di più si esaurisce continuamente molto presto, a che cosa dovrebbe servire, se non a un rapporto in cui gli operai principalmente non ottengono quello che producono, ma lo ottengono gli altri, quelli che pagano i soldi per la forza lavoro? Sarebbero delle modalità assurde e delle complicanze grottesche, se si trattasse solo di produrre valori d’uso e di distribuirli fra la gente in modo razionale. Quindi non sarà questo il senso profondo e lo scopo del denaro, della proprietà e del lavoro retribuito. Il loro senso starà in quello che prestano veramente: l’equivalenza tra utilità e proprietà in modo tale che necessariamente si costituiscono le due classi sociali complementari.7)
Lontani dalla realtà sono perciò tutti i concetti che propongono di non toccare la sussunzione del lavoro sotto la proprietà privata, perché intanto non cambierà mai o addirittura perché ogni cambiamento a questo riguardo sarebbe contro-producente, mentre le conseguenze del dominio del denaro così negative le si potrebbero curare a parte. Al meglio le curerebbe lo Stato, avendo il dovere di provvedere al benessere di tutti e dovendo rimediare ai contrasti eccessivi con il suo potere. Non sono lontani dalla realtà nel senso che concetti del genere non sarebbero conosciuti nel mondo borghese – al contrario: proprio così l’economia di mercato vuole essere intesa, come economia politica provvista di una raffinata e pure liberale strategia di distribuzione, dalla quale si possono facilmente astrarre le conseguenze meschine; e infatti lo Stato sociale si propone come istanza intesa a rimediare a queste brutte conseguenze. Peccato che non è la verità; e proprio quando la fiducia nell’armonia tra economia di mercato e democrazia insiste nel sostenere che “dovrebbe essere così”, viene ammesso che di fatto non è così.
Nel mondo reale il potere dello Stato borghese, prima di occuparsi di qualsiasi problema, mette sistematicamente in atto la sussunzione del lavoro sotto il guadagno di denaro e il potere della proprietà privata. La mette in atto proteggendo la proprietà privata legalmente e corredandola con il diritto di far lavorare per essa. E il capitale fa tutto quello che può fare: s’impadronisce del lavoro ovvero della sua forza produttiva come la sua fonte (II); lo sfrutta per l’aumento del surplus in relazione ai mezzi finanziari che ha investito nel lavoro, cioè per il suo saggio di profitto (III); lo rende responsabile per la gestione e il mantenimento di un sistema creditizio che da una parte non vuole sapere dei suoi stessi presupposti che ha nella produzione di profitto e che dall’altra promuove (IV); lo usa come arma nella concorrenza internazionale (V), il che chiama in azione lo Stato in quanto soggetto che ha delle sue pretese riguardo al successo del lavoro (VI); e, infine, lo usa, anche questo con il sostegno dello Stato, come tappabuchi nelle ripetute crisi auto-generate (IV e VI).
1Il dubbio espresso nella domanda sulla “fattibilità” di un’economia pianificata non si riferisce mai seriamente ai mezzi necessari per tale progetto, ma nega il progetto col pretesto che si fa fatica a immaginarsi la sua messa in pratica. Infatti riesce difficile immaginarselo, se non ci sono neanche le relazioni sociali che permettono di stabilire e realizzare un piano razionale, se non c’è alcun consiglio organizzato per una deliberazione priva di “condizionamenti economici” e se tacitamente è presupposta l’economia di mercato con tutti i suoi scopi reificati e comportamenti affermatisi incluse le relative maschere umane come quello scenario nel quale dovrebbe essere introdotta l’economia pianificata. Ora non è necessario condividere il progetto di una libera e razionale organizzazione dei bisogni e della loro soddisfazione, ma la si smetta di fingere di essere ardentemente a favore se solo i comunisti non mancassero di presentare le “ricette” e i “modelli” praticabili – quelli sono la parte più facile se una classe operaia sveglia ha capito che cosa vuole.
Da menzionare, in questo contesto, un’ironia amara della storia. Il grande tentativo storico di una economia pianificata socialista – ritirato dagli organizzatori stessi come tentativo fallito – ha messo in pratica proprio l’errore di supporre l’assetto capitalistico dell’economia, dalla paga oraria al credito, come “realtà economica” e, anziché scorgere in essa lo scopo capitalistico, sviluppare un modello di come si potrebbe usarla più workerfriendly. Certo, col potere statale sono possibili tante cose; persino il capitalismo vero e proprio. Come se loro stessi non si fossero mai liberati completamente del dubbio se un’economia essenzialmente diversa sia “fattibile”; i socialisti al governo del blocco orientale hanno appiccicato alla loro creatura il titolo d’onore “reale” praticando un socialismo nel quale tutti i condizionamenti del capitalismo venivano adoperati come “leve economiche” per la sofisticata gestione dell’“apparato” economico. Al confronto dell’originale capitalistico il successo fu modesto, almeno per quanto riguarda la ricchezza a disposizione dello Stato.
2La società borghese conosce naturalmente anche una critica fondamentale della “mercificazione di tutti i settori della vita”. Una variante prende di mira la mentalità della gente che deve dare buona prova di sé in questo sistema del guadagnare soldi e per lo più fallisce. Questa critica pretende che si professino massime di vita più nobili del materialismo pecuniario vigente – anche se questo è tuttora riconosciuto come “principio d’ ordine”. Il rifiuto del “Dio denaro” vuole integrare il commercio con un gesto moralistico con il quale il singolo dimostra di non essere il suo “schiavo” – le peripezie di una esistenza all’interno dell’economia di mercato offrono tante occasioni per dimostrare la solidità di questa condotta onorevole. Non c’è da meravigliarsi che questa “critica del capitalismo” si rivolga non tanto ai ricchi che possono sì permettersi di sciorinare una mentalità di ispirazione nobile, ma piuttosto – parola d’ordine “invidia sociale” – a persone che devono trasfigurare le loro ristrettezze nella virtù della rinuncia. Nell’altra variante, la critica del “potere assoluto dei soldi” vuol individuare delle sfere che, causa la loro rilevanza ideale o materiale, dovrebbero essere sottratte al “puro commercio”. Gli uni vedono in dio e amore, in arte e musica, nelle offerte sul campo della edificazione morale e della profondità del pensiero ozioso una cosa troppo preziosa per trascinarla nella “palude” del guadagno di denaro. Altri avvertono che vanno a rotoli necessità elementari se valori come la sanità pubblica o il rifornimento di acqua e corrente elettrica vengono trasformati in merci. Verrebbe quasi voglia di chiedere quale bene è sufficientemente irrilevante per assoggettarlo al principio del guadagno di denaro. Ciascuna di queste arringhe testimonia quanto totalizzante sia il sistema del guadagno di denaro a cui l’intero processo della vita sociale è soggetta.
3Nel capitalismo compiuto, il nesso tra lavoro produttivo e proprietà del prodotto del lavoro è scomparso dalla esperienza dei lavoratori attivi; nel calcolo dei datori di lavoro non è neanche presente; gli esperti scientifici non lo tematizzano – e se mai viene piuttosto negato. Per motivi da illustrare più avanti, il proprietario del processo di produzione è, nel caso di default dell’economia di mercato, il “produttore” e quindi il proprietario legale dei beni, non il produttore immediato che esegue il lavoro in fabbrica.
È curioso che il lavoro produttivo ha la facoltà di fondare la proprietà della persona giuridica proprio in materia di proprietà “intellettuale” dove il prodotto, secondo il suo valore d’uso, non può essere un oggetto ad esclusiva disposizione: conoscenze possono essere seguite col pensiero senza doversene impossessare materialmente; non si “usurano” per il solo fatto che altri le ripercorrono idealmente e quindi se ne appropriano – Marx perciò chiama la loro produzione “lavoro generale”. Proprio per questo motivo, nel diritto si fissa il carattere esclusivo di questo lavoro generale con un processo macchinoso affinché il diritto di disposizione esclusiva mantenga la sua validità anche nel caso in cui la cosa alla quale si riferisce è entrata da tempo e irrevocabilmente nell’uso generale. Tramite normative di diritto d’autore, lo Stato protegge l’effetto di proprietà dell’attività intellettuale e quindi la sua commercializzazione fondando così – tramite brevetti e licenze – in un mondo di proprietari un interesse pecuniario alla produzione di sapere e al tempo stesso regola l’accesso del denaro ai risultati di ricerca e sviluppo.
4Nel suo cinismo imperturbabile, la scienza economica, richiamando questa specie di libertà, ha enunciato il dogma che sostanzialmente ciascun soggetto economicamente attivo non si occupa di altro che della ottimizzazione del suo beneficio e ne ha derivato modelli matematici dei processi di mercato che dimostrano, tutti, quanto bene è servito ciascun soggetto economico dal momento che anche la somma più minuscola di denaro realizza una preferenza d’uso. Il prezzo che uno paga rappresenta il massimo di beneficio che il bene comprato rende al suo compratore – altrimenti non lo pagherebbe! Ben peggio di queste costruzioni teoriche circolari però è l’abitudine degli stessi “operatori di mercato” di vedere nell’arte di fare economia la libertà realizzata sviluppando addirittura un orgoglio perverso se si è riusciti a sbarcare il lunario con parsimonia e offerte speciali e nonostante i pochi soldi. L’economia pianificata, questi eroi della libertà privata se la possono immaginare solo come il contrario, cioè come angheria nella miseria.
5Anche i beni di prima necessità non vengono prodotti se manca la solvenza, perfino distrutti se serve al guadagno di soldi. Per il potere pubblico, che con la garanzia della proprietà privata mette in vigore il sistema di mercato, si presentano un sacco di necessità per intervenire con finalità compensative. Che tutta la baracca vada avanti, anche se il potere pubblico non lo dirige con qualche piano, ha impressionato non poco i primi apologeti del sistema e suscitato la loro ammirazione; ne hanno dedotto il mirabile maneggio di una “invisible hand” “dietro le spalle” degli operatori che erano programmati unicamente al fare soldi. La verità è meno pietosa: tutto il nesso materiale della società che c’è nell’economia di mercato è l’effetto per niente pianificato del generale affannarsi per il denaro altrui – e infatti così si presenta: tutto ciò che non è adatto al guadagnare denaro viene eliminato.
6La scienza borghese dell’economia, con le sue decisioni sull’andamento del mercato fondate su modelli, capovolge la faccenda postulando l’insaziabilità delle pulsioni umane, alle quali la produzione capitalistica darebbe, tramite una limitazione sensata, la misura di soddisfacimento ottimale, massimale e concepibilmente equilibrata. Agli uomini attribuisce l’innato materialismo senza limiti, che nonostante tutta la varietà d’interessi storicamente acquistata, in realtà è impossibile da soddisfare. Tutto ciò per giustificare l’economia della proprietà privata, che pone come punto di partenza del mondo di lavoro l’esclusione da tutte le merci necessarie e non elimina mai la scarsità così creata con il lavoro che organizza, come un’unica lotta contro “la scarsità”.
7Esistono certamente anche altre risoluzioni. Lʼeconomia di mercato conosce vari tipi di lavoratori autonomi o liberi professionisti, a partire dal mondo agricolo fino alla professione medica, che hanno in comune il fatto di tirare avanti con lʼimpiego sia della proprietà quantitativamente occorrente per il loro mestiere sia con quello del propriolavoro. Nelle diverse composizioni di questi due elementi i lavoratori autonomi rappresentano in una persona sola l’antagonismo tra proprietà privata e lavoro, cosa che non lo rende certo più morbido. Inoltre c’è lo Stato come datore di lavoro che gioca questo ruolo con soldi che vengono espropriati tramite le tasse, senza far creare dai suoi impiegati proprietà; in tutta la sua sovranità sulle classi sociali rispetta quindi anch’esso l’autocrazia del denaro sul lavoro. È un’autocrazia che installa esso stesso, pagando i suoi dipendenti pubblici e calcolandone la retribuzione, nel seguente modo: più bassa è ritenuta l’attività svolta, più meticolosamente viene calcolata secondo i criteri dell’economia privata. Non bisogna mistificare i vari settori della società produttiva, visto che nemmeno le istituzioni statali si prendono la briga di importunare i cittadini con classificazioni economiche inequivocabili per riscuotere le tasse o per installare il sistema del servizio sociale. Per il resto, questo come consiglio di metodo, i principi dell’economia politica del capitalismo non sono dei cassetti, la cui veridicità si dimostrerebbe attraverso la loro utilità per classificare l’umanità e risulterebbe compromessa in caso di dubbio.
