La forza produttiva del lavoro è del proprietario dei mezzi di produzione che lo paga e lo fa eseguire. Sono quindi suoi i diritti che definiscono questa forza produttiva del lavoro. Non coincide con il fatto banale che delle persone, con l’uso di mezzi appropriati, si dividono il lavoro producendo cose utili in quantità ben superiore di quanto possano consumare per sé e per agevolare il loro lavoro. Secondo la sua determinazione economica, la forza produttiva consiste nel fatto che si crei, sotto il comando del capitale, con i suoi mezzi, quindi anche secondo le sue direttive e calcoli, più proprietà aziendale – misurata in denaro – di quanto ammonta il salario che si deve pagare per il lavoro.
Di conseguenza, non conta il lavoro svolto, cioè il tempo e le fatiche di una persona, ma il costo del lavoro, il salario che il capitale deve spendere per far lavorare. Il provento del lavoro non si misura nei bisogni soddisfatti, ma in ciò che si ricava dalla vendita della merce prodotta. Come rendimento del lavoro non conta il rapporto tra lavoro eseguito e prodotto, ma il valore della merce nel suo rapporto con il corrispettivo salario speso. La produttività del lavoro non è quindi un concetto tecnico, ma è definita dal successo commerciale.
Così il capitale si appropria della produttività del lavoro come sorgente del proprio accrescimento. Pone se stesso come sorgente del denaro ricavato per il quale fa lavorare i suoi salariati e misura il successo commerciale tramite il rapporto tra capitale investito e il surplus di denaro generato con esso, quindi nella produttività del capitale.
1. Il lavoro sotto il regime della proprietà altrui
Quando gli operai arrivano presto agli sgoccioli con il loro stipendio, ciò non è dovuto al fatto che il loro lavoro non abbia reso più di quanto hanno strettamente bisogno e che consumano abitualmente. I “negozi strapieni” di cui si vanta l’economia di mercato testimoniano con tutta evidenza il contrario; specie quelli le cui offerte non entrano quasi mai nella gamma dei prodotti che l’umanità salariata può permettersi; e tutto questo è solo una minima parte dell’abbondanza di prodotti utili che i membri attivi della società sono capaci di produrre. E non c’è da meravigliarsi. Se gli uomini impiegano il cervello e le loro forze in maniera razionale dividendosi il lavoro, allora non fabbricano solo mezzi di produzione e sostentamento, ma anche qualche progresso tecnico; e se lavorano su un livello tecnico ormai raggiunto, allora pure la fabbricazione di prodotti complessi è una questione di minuti di lavoro. Da questo punto di vista, per gli operai di oggi, arricchire se stessi, oltre a quelli che sono impossibilitati a lavorare, di oggetti d’uso di ogni genere, non presenterebbe nessun problema, e non costerebbe neanche troppa fatica – se si trattasse di questo.
Che la questione si risolva in maniera mirata e del tutto diversa è dovuto alle pretese sociali e ai diritti vigenti ai quali il lavoro salariato è soggetto. Nell’economia di mercato vige da una parte che il lavoro umano incorporato nel prodotto costituisce la proprietà di esso, cioè “crea“ un valore monetario spettante al produttore – e dall’altra parte vige che il valore della merce prodotta dal lavoro salariato a priori non appartiene a coloro che svolgono questo lavoro ma all’imprenditore che paga il salario.1) Perché col salario acquista il diritto di disporre dell’impiego del suo personale e con ciò anche della proprietà dei beni prodotti da esso.
Il potere, gli imprenditori ce l’hanno perché i mezzi di produzione di cui necessita un moderna produzione di merci appartengono a loro; di conseguenza, anche l’organizzazione del processo produttivo, all’interno del quale i singoli lavoratori devono svolgere le loro funzioni parziali, è di loro esclusiva competenza. I ʻdipendentiʼ – giustamente così detti – non possono prendere nessuna iniziativa autonoma; al di là della loro forza e disponibilità a lavorare non hanno niente da offrire. Ciò che possono offrire al loro “datore di lavoro” è esattamente quella cosa che importa in questo modo di produzione, cioè la capacità di “creare” nuova proprietà privata in termini di soldi; ma questa capacità non vale niente finché non è messa in pratica – ma non appena attuata non appartiene più a loro ma all’azienda. In pratica, naturalmente, i lavoratori continuano a portare la loro forza di lavoro e il loro tempo vitale nel processo produttivo – cose che non si possono scindere come un pezzo di proprietà di cui il proprietario dispone liberamente. Tutto ciò che succede nell’azienda capitalistica è sempre la loro attività, anche se avviene sotto il comando dell’imprenditore. Pure su questo però si applica, nell’economia di mercato, la categoria giuridica della proprietà. E questa categoria giustifica la separabilità formale del lavoro dal soggetto che lo esegue. L’attività stessa che crea soldi diventa alienabile passando legalmente alla proprietà dell’imprenditore che lo incorpora nel suo processo produttivo pagando un salario. Con ciò è deciso di chi è la proprietà cui il lavoro dà origine.
Il fatto che il lavoro, appena ha luogo, non è più da attribuire a coloro che dispiegano intelligenza, forza e tempo per produrre cose utili sortisce effetti determinanti nel processo produttivo organizzato in maniera capitalistica. La base del lavoro salariato, cioè il fatto che i mezzi di produzione siano di proprietà privata di un imprenditore, fa sì che il nesso funzionale tra i lavori parziali e l’uso razionale di macchinari e apparecchi – quindi proprio la natura non privata del lavoro senza la quale non sarebbe produttivo – non si trova in mano ai lavoratori, ma entra nella discrezionalità esclusiva dell’imprenditore. Spetta a lui e al potere della sua proprietà assegnare ai singoli il posto nell’insieme del processo lavorativo collettivo e la relativo funzione di manovrare i mezzi tecnici della produzione. In pratica stacca l’esecuzione del lavoro dalla sua produttività materiale; il macchinario, che sostituisce il lavoro umano moltiplicando l’efficacia, e la cooperazione del personale, che mette e mantiene in moto il processo produttivo, questi due elementi sono, nelle mani dell’imprenditore, lo strumento per ridurre l’attività del personale a quella misura che sortisce il desiderato effetto per la proprietà di creare non valore d’uso ma valore monetario: riduce l’attività a lavoro astratto e precisamente a un massimo di operosità, di prestazione nel senso primitivo di “servizio pro tempore”.2)
Il lavoro è produttivo in senso materiale perché gli uomini cooperano maneggiando strumenti idonei. Resta così anche nel capitalismo. Solo che qui la produttività sociale del lavoro esiste come proprietà privata dell’imprenditore, non solo separata dai soggetti operosi, ma come strumento di comando sulla loro attività in conformità con il conto spese e rendite della proprietà capitalistica.
2. L’apprezzamento molto relativo e l’utilizzo estremamente esigente del lavoro da parte del datore di lavoro
Quando le imprese capitalistiche accrescono la loro proprietà, approfittano della produttività del lavoro. Ma lo fanno in modo da riconoscere come prestazione produttiva solo ciò che produce degli effetti sulla loro proprietà. E questa prestazione la attribuiscono a se stessi, perché la attribuiscono al capitale impiegato. Non tanto sul piano ideologico, perché i dirigenti d’impresa ben istruiti nelle faccende del management sanno quanto sia importante lodare la produttività dei propri “collaboratori”, quanto sul piano pratico: quello che la produttività del lavoro rende, si realizza nel bilancio del capitale.
In questo bilancio alla voce ʻoneriʼ non si trova alcun accenno alla prestazione che gli impiegati devono dare. Infatti, nella logica autorevole dell’economia di mercato il dispendio di capitale è a carico esclusivamente dell’impresa: l’immissione di soldi che la ditta deve apprestare affinché via sia produzione. Si tratta di due grandi spese.
Una spesa riguarda “i posti di lavoro”: l’equipaggiare l’azienda con il macchinario, il procurare di materie prime, energia e tutto ciò che serve per poter produrre e vendere la merce. Quello che si spende in questo campo annullerà la sua specifica qualità materiale nel processo produttivo, viene assorbito, logorato, trasformato – insomma: consumato in un modo o nell’altro. Ma proprio la “caratteristica” con la quale i mezzi di produzione entrano a far parte nella contabilità della ditta, cioè il loro valore quantificato nel prezzo d’acquisto, non si logora e non cambia minimamente. Questa spesa riappare, dopo essere stata estrapolata per ogni singolo prodotto, nel prezzo calcolato della merce finita. Sì che l’imprenditore deve tuttavia realizzare questo prezzo per ritrovarsi i soldi investiti in tasca; della sua proprietà però non perde mai nulla, né per, né durante il processo di produzione. Il fatto che tutto ciò gli appartiene, rimane inalterato.
Con le sue altre spese aziendali – i salari – l’imprenditore crea, da parte sua, proprietà nelle mani altrui; e quando è dell’umore giusto, spaccia tutto ciò in tutta serietà come atto di grande generosità, cosa che ai suoi occhi non viene mai apprezzato abbastanza. In cambio però ottiene niente di meno che il comando sulla forza lavoro del suo personale, in modo che possa decidere liberamente sul suo impiego produttivo. È la paga stessa a funzionare come mezzo di comando, un fatto economico che scompare ovviamente completamente dietro la forma di un rapporto contrattuale giuridicamente impeccabile, dietro lo scambio denaro contro prestazione lavorativa. Lo stipendio per la forza lavoro disponibile viene elargito, guarda caso, come prezzo di lavoro, per ore di lavoro prestate, oppure, ancora più strettamente legato alle finalità della paga, conformemente a scadenze rispettate, non rispettate o superate per il disbrigo di determinati compiti o addirittura di intere fasi di produzione. Su questa forma di retribuzione dei lavoratori si basa – non solo sul piano legale e pratico, ma anche sul piano ideologico – l’apparenza che gli operai siano pagati il giusto, ottenendo esattamente la parte che il loro lavoro contribuisce al prodotto ovvero il suo valore – nel calcolo capitalistico la stessa cosa –; e per questo verrebbe retribuito il loro valore.
Se fosse questa la verità, i bilanci capitalistici non tornerebbero. Che cosa rimarrebbe al proprietario se il lavoro fosse pagato con la proprietà privata che quest’ultimo ha prodotto?! Ma anche se non si trattasse di tutta la nuova proprietà creata, come si distinguerebbe la prestazione del lavoro in termini di “aliquota” dal fatto che “l’altra aliquota” viene formata dai mezzi di produzione in mano al proprietario?! Nessun capitalista ha mai fatto un calcolo del genere; altrimenti non avrebbe iniziato la sua impresa.
In realtà, la cosa e il calcolo funzionano in modo ben diverso. Quello che viene dichiarato e pagato come prezzo di lavoro è – cosa che peraltro tutti sanno e che ogni negoziazione tariffaria dimostra – determinato da nient’altro che dalla controversia tra le due parti contraenti con i loro contrastanti interessi pecuniari riguardo a questo prezzo. Per gli uni la paga deve fungere da fonte di reddito, per gli altri deve garantire la redditività del lavoro. Che cosa risulta da questa lite come “adeguato” prezzo del lavoro, non si conteggia con nessuna calcolatrice. È semplicemente una questione di potere. Anche i calcoli presentati di solito dai sindacalisti, secondo i quali il lavoro è diventato ancora una volta più produttivo e per cui si merita ”conformemente” una retribuzione più alta, hanno un peso solo nella misura in cui gli operai esercitano una pressione reale sui datori di lavoro. Una pressione che tra l’altro non è mai tanto forte, quando viene legittimata da un calcolo del genere, perché riconosce esplicitamente l’interesse dell’altra parte al profitto; sostiene che la retribuzione è conciliabile con l’interesse al profitto. Con questo calcolo gli operai e i sindacati, quando lottano per il loro salario, smorzano già da parte loro l’antagonismo che dovrebbero invece assumere come punto di partenza.
Come prezzo del lavoro prestato vengono considerati i salari negoziati, perché anche in questo caso la forma giuridica del contratto stipulato tra due parti formalmente equivalenti riguardo a prestazione e controprestazione definisce lo Stato di cose – ma anche perché gli imprenditori calcolano proprio in questo modo, cioè convertono le paghe nel costo del prodotto, facendole riapparire nel prezzo stimato di quest’ultimo, proprio come fanno con i costi per i mezzi di produzione e cioè con la proprietà impegnata dall’azienda. Calcolano i costi salariali come una parte del prezzo che il mercato gli deve remunerare; e con la presunta evidenza di questo calcolo contabilizzano la loro spesa di denaro per il “fattore lavoro” come una fonte del loro incremento di ricchezza, accanto alla seconda fonte che è la loro spesa per il “fattore capitale”, spesa che considerano ugualmente come onere nonostante il fatto che in questo caso non danno via niente della loro proprietà, ma trasformano una parte del loro patrimonio in mezzi produttivi.
Da questo modo di fare i calcoli, non solo assolutamente legittimo ma addirittura dovuto, consegue un effetto ideologico ed alcuni fondamentali effetti pratici. Nella visuale dell’economia di mercato si parte dal presupposto che esiste un salario giusto e cioè la somma equivalente al contributo che il lavoratore ha dato per arrivare al prezzo di vendita dei prodotti della azienda; per calcolare questo contributo ci si basa sui costi del lavoro per unità di prodotto. Il salario contrattato di volta in volta viene giustificato banalmente con l’esatto contrario di quello che l’imprenditore mette in atto. E se un imprenditore licenzia i suoi operai, perché non vende più i suoi prodotti con profitto, allora questo è la prova innegabile che la spesa per il lavoro era più alta del reale contributo di quest’ultimo al valore realizzabile del prodotto.3)
Nella pratica questo marchingegno di misurare e pagare il salario rispetto alla quantità di lavoro eseguito – e quindi per principio in termini di tempo e all’occorrenza anche in termini di densità di rendimento – rappresenta l’esatto contrario di una suddivisione netta tra fatica e ricavato fra gli esecutori e i datori di lavoro cioè assicura proprio quel comando utile all’azienda che si smentisce tramite la forma del pagamento salariale. Somministrato come prezzo di lavoro, il salario induce la coercizione continua delle persone impiegate a soddisfare le aspettative che l’azienda avanza in modo del tutto unilaterale e calcolate unicamente in base alle sue esigenze imprenditoriali. Il salario impone alle persone l’interesse di guadagnarsi (ovvero di meritarsi) questo prezzo, ora per ora, e dando la prestazione richiesta. Elimina così l’ostacolo per l’uso produttivo del lavoro, che consiste nel fatto che ciò di cui l’impresa si appropria è comunque l’attività di soggetti estranei, e garantisce che la manodopera, partendo dal proprio interesse e cioè dall’interesse alla paga, si sottometta alle pretese dell’impresa riguardo alla durata e l’intensità del lavoro. Anche la flessibilità, lo straordinario, il lavoro notturno e il lavoro a turno e anche l’accettazione di condizioni di lavoro molto nocive alla salute possono essere rivendicati in questa maniera senza problemi; e qui esiste una regola molto utile per l’imprenditore: più basso è lo stipendio, più facilmente il lavoratore acconsente. In questo modo del tutto umano, e cioè nella forma di ricatto che usa la volontà dei lavoratori, l’impresa capitalistica si appropria, fino all’ultima ora, e fino all’ultimo impiego utile per l’azienda, della produttività del lavoro.
Il prodotto generato entra nel conto economico dell’azienda come ʻricavoʼ: come pura somma del valore. Questa astrazione ha il suo lato pratico nell’economia di mercato. Se la si usasse, in base alla divisione del lavoro, per misurare il contributo alla soddisfazione del suddetto rapporto del fabbisogno dell’intera società, sarebbe del tutto inutile. Ma nell’economia è pratica perché sintetizza in modo logico e definitivo l’unica cosa che conta nel lavoro, permettendo così di paragonarla alla voce ʻspesaʼ. Questo paragone è decisivo per capire se l’azienda “ha fatto i soldi” – cosa che non è solo un’espressione colloquiale per il successo aziendale, ma che descrive il fatto in modo preciso. Il prodotto di cui si tratta è, quantificato in soldi, l’eccedenza di ricavo sulla spesa, il profitto in relazione alla somma di denaro impiegata – una relazione che rende l’impiego di capitale redditizio. La vera fonte del patrimonio monetario appena creato, il lavoro, rimane del tutto celato in questo calcolo. Al posto del lavoro appare qui la sua retribuzione, il costo impiegato per lavoro, accanto e insieme alle spese per i mezzi di lavoro, e appare in questo calcolo come grandezza di riferimento e come origine di quella parte del valore del prodotto che deve essere impiegata in maniera giusta dall’imprenditore. Quella parte del valore del prodotto aumenta come profitto il patrimonio dell’azienda: quindi, nell’atto di produrre, tutto ruota attorno a questo profitto.4)
La forza produttiva del lavoro ottiene con ciò un contenuto molto definito, e questo contenuto è allo stesso tempo criterio per misurare se il lavoro è stato in genere produttivo o se è stato non-produttivo, nonostante tutti i prodotti che ha creato. Non basta che crei proprietà in generale al servizio del suo acquirente e quindi per il suo soggetto giuridico. Produttivo è il lavoro soltanto se e quando è redditizio. Il suo prezzo deve stare in una relazione conveniente al suo effetto e non solo. Questa relazione, e quindi il fatto che crei un plusvalore patrimoniale rispetto a quello che costa il suo impiego, misurato in denaro e realizzato in questa forma sul mercato, deve stare per l’azienda in una proporzione soddisfacente alla grandezza del capitale complessivo che il lavoro mette in movimento. O si afferma come fonte non solo di profitto in generale, ma di una adeguata rendita in relazione al capitale totale, o non ha nessun valore. In questo contesto però non è dato che il lavoro possa di per sé garantire il risultato richiesto senza compromesso e senza condizione. Non può creare di più che un prodotto, il quale, fosse pianificato per questo scopo, potrebbe essere per saldo un contributo utile all’approvvigionamento della collettività. La questione se il prodotto abbia anche un valore che arricchisca l’impresa è tutt’altra cosa. Quanto denaro si riesce a guadagnare con questo prodotto, non si decide nel mondo del lavoro, ma sul mercato dove l’azienda offre il suo prodotto. E se il ricavato rende proficuo l’impiego del capitale si decide in base alla spesa di capitale dei datori di lavoro e le loro pretese di rendita. Il rapporto tra prezzo ed effetto del lavoro si deve affermare in confronto al ricavato che rende in media l’investimento di capitale, in un paragonabile ordine di grandezza. Il criterio per l’impiego del lavoro è la produttività del capitale.
Per garantire che quest’ultima sia giusta, gli imprenditori fanno delle grandi cose con il lavoro comprato. L’appropriazione della produttività caratteristica del lavoro da parte della proprietà privata impiegata in modo imprenditoriale è solo l’inizio – della carriera del lavoro da fonte di tutta la ricchezza dell’economia di mercato a mezzo della crescita capitalistica.
1Non è solo una casualità storica che la produzione di beni utili per il “mercato” dominante dappertutto, cioè al fine del valore monetario, vada di pari passo con la strumentalizzazione del lavoro produttivo da parte dei proprietari capitalisti. Che i beni di consumo e i generi di necessità sono prodotti per essere venduti procacciando al venditore accesso ai prodotti del lavoro altrui, ha il suo fondamento oggettivo in una relazione contraddittoria. Da una parte, qualsiasi produzione di beni è finalizzata a ben più del bisogno individuale del singolo produttore e viene svolta secondo la logica della divisione del lavoro e con mezzi di produzione più potenti del semplice strumento, cioè in processi produttivi quasi completamente automatizzati all’interno dei quali i singoli lavoratori adempiono alle funzioni particolari. Dall’altra parte esiste tutto ciò, sia la cooperazione di collettivi di lavoratori sia l’uso di mezzi di produzione che sono il risultato d’innovazione tecnica, pianificazione, lavoro di costruzione collettivo, in breve, tutte conquiste sociali, solo perché avviene sotto la regia di un potente soggetto privato, l’impresa capitalistica; e funge come il suo mezzo per la produzione non di beni per il bisogno sociale ma di merci per la fornitura dei mercati nei quali non conta altro che il potere privato dei soldi. La produttività del lavoro generata socialmente che supera notevolmente la portata di ogni forza lavorativa individuale deve la sua attuazione esclusivamente alla proprietà privata di un imprenditore, quale strumento della proprietà privata il cui titolare impiega il lavoro altrui come se fosse il proprio. Questo è il motivo per cui del lavoro svolto nell’economia di mercato conta una sola cosa: crea merce commerciabile, proprietà in termini di denaro. In breve: “l’economia di mercato” si dà solo nelle condizioni di sfruttamento.
2Ciò che conta rispetto a questo peculiare raddoppiamento del lavoro in attività produttiva del personale e processo generativo di valore che è dell’azienda, non è, del resto, un segreto per i soggetti interessati: ogni operaio conosce il suo lavoro come job al quale, in fin dei conti, non lo lega nient’altro che la decisione dell’azienda di assegnargli proprio quel posto, di attrezzare questo posto conformemente al calcolo dell’azienda tra spese e rendita e di pagare uno stipendio. L’avveniristico colpo di genio del management di “coinvolgere” i lavoratori nella “formazione” del “loro” posto di lavoro non ribalta questa relazione, ma reagisce alla limitatezza tangibile del lavoro invitando l’appendice vivente e pensante del processo produttivo a impegnarsi per le condizioni del proprio funzionamento.
3Neanche le scienze economiche borghesi hanno mai spiegato quale prezzo pagherebbe il valore del lavoro. Nonostante ciò diffondono ferme e disinvolte l’ideologia che con lo stipendio venga pagato esattamente quello che il lavoro avrebbe contribuito – a differenza dell’altro “fattore produttivo”, il capitale, – al valore del prodotto, appellandosi, con la dialettica disarmante che caratterizza questa scienza, al risultato: quale contributo hanno dato gli uni e gli altri lo si capisce semplicemente guardando che parte del ricavato complessivo hanno ricevuto gli operai e che parte si sono tenuta gli imprenditori. La prova è che altrimenti non lo avrebbero ricevuto!
Questa “teoria” del “costo dei fattori” diventa plausibile proprio per via dell’altra parte del suddetto rapporto, quella tecnica, che riguarda il valore d’uso in causa: senza “capitale”, nel senso del patrimonio aziendale materiale composto dai macchinari e il materiale da lavoro, che viene adoperato dagli operai, questi sarebbero tanto improduttivi quanto lo è lo stesso “capitale” se il personale non lo usa. Per la produzione di cose utili sono indispensabili in ugual misura sia prodotti naturali in forma grezza o elaborata e strumenti che rispetto all’applicazione tecnologica contengono un bagaglio d’esperienza e parecchia scienza, sia le abilità umane e il loro impiego.
Un analisi di questo rapporto non porterebbe mai all’idea di voler suddividere i contributi omogenei, solo quantitativamente distinti, di due fattori del prodotto complessivo e ancor meno di dare una cifra a questi contributi. Quest’ultimo atteggiamento deriva dal sistema di calcolo dell’economia di mercato che usa mettere in conto tutto quel che occorre per produrre una merce in base al suo prezzo, e quindi come entità omogenea, distinta solo in modo quantitativo. Entità che sono oggettivamente incommensurabili vengono sussunte sotto le categorie della proprietà, e così diventano omogenee entità pecuniarie. Ma anche partendo da questo punto di vista, è ancor meno giustificato parlare di una suddivisione oggettivamente necessaria del ricavato monetario su lavoro e capitale come due fattori equivalenti. Che il prodotto conti come valore patrimoniale ha la sua base giuridica nel fatto che è il risultato di un attività produttiva di un soggetto giuridico; e quindi l’intero valore della merce è un prodotto del lavoro umano. Visto che questo lavoro viene pagato dall’impresa e quindi le appartiene, di conseguenza anche tutto il valore della merce è proprietà dell’impresa; ai lavoratori non appartiene nulla di tutto ciò; cosa spetta loro sia sul piano materiale che giuridico è il salario contrattato. Pagandolo l’impresa si appropria dell’intera prestazione lavorativa, creatrice di proprietà.
Il concetto del costo dei fattori si deve all’idea di una giustizia automatica riguardo alla suddivisione della ricchezza, alla creazione della quale i proprietari del denaro e i non-proprietari contribuiscono in maniera tanto disuguale quanto differente è il beneficio che ne traggono. È il bisogno ideologico che garantisce la durevolezza di questa concezione del mondo.
Nell’interesse di dare un senso più profondo a questo rapporto le scienze economiche hanno scoperto la possibilità di attribuire ai datori di capitale e a quelli che “ricevono il lavoro” una prestazione equivalente che sarebbe già insita nel prezzo del prodotto o, dall’altra parte, che potrebbe essere pagato da questo prezzo: entrambi i contraenti rinunciano per un certo periodo ad una parte della loro proprietà – gli uni al loro diritto di disporre del loro tempo e gli altri alla libertà di usare la loro proprietà per scopi diversi. La rinuncia sarebbe quindi, in due vesti diverse, la fonte della ricchezza dell’economia di mercato; e che cosa ottiene ciascuna delle parti dipende da quanto dura sia per ciascuna questa rinuncia. La prova: se il compenso non equivalesse alla rinuncia, ognuno di loro si sarebbe tenuto ciò che ha …
4Questo modo di calcolare contiene una contraddizione che porta nella concorrenza delle imprese ad una conseguenza molto decisiva: nel mondo dell’economia di mercato in cui si lavora per guadagnare soldi, nel quale quindi il lavoro funge come fonte di proprietà, non si arriva mai al punto in cui si è lavorato abbastanza. Ma nello stesso mondo dell’economia di mercato, nel quale il lavoro viene impiegato dai datori di lavoro come fonte di proprietà e il suo effetto corrispondente viene messo in relazione alla spesa di costi necessari per ottenere questo effetto, la spesa deve essere ridotta il più possibile; per chi punta all’eccedenza è quindi indispensabile fare massima parsimonia con l’impiego del lavoro pagato. Come si sviluppi questa contraddizione e le sue conseguenze è il tema del seguente capitolo III.
