IV. Lavorare sotto il sistema creditizio: sempre di più, sempre più redditizio, fino allo stremo.

IV. Lavorare sotto il sistema creditizio: sempre di più, sempre più redditizio, fino allo stremo.

Per rendere più efficiente il loro mezzo di concorrenza, il lavoro, i datori di lavoro non impiegano solo i propri ricavi commerciali, bensì anche i debiti. Con denaro prestato si procurano la libertà di continuare la produzione ininterrottamente oltre la portata del proprio patrimonio e dei ricavi realizzati, di potenziarla e di aumentarne la redditività. Reso indipendente come settore commerciale, il credito dà agli imprenditori la facoltà di praticare enormi investimenti all’interno della loro concorrenza per quote di mercato e a di superare gli ostacoli che incontrano. Certamente, così l’accesso al capitale finanziario diventa una condizione commerciale necessaria per tutti. Il profitto diventa il mezzo che permette di accedere alla proprietà finanziaria altrui, in quanto permette di adempiere al dovere di pagare al creditore il tributo legato alla disposizione della sua proprietà finanziaria. Quindi, l’affidabilità creditizia diventa criterio ossia scopo dell’operazione commerciale.

Il settore, che si inserisce nelle attività commerciali in questa maniera determinante e promotrice, finanzia, da parte sua, i suoi vari servizi con i debiti, cioè con il patrimonio monetario altrui che utilizza pagando degli interessi; dal punto di vista dell’ingegneria finanziaria, con i soldi della società trasformati, su tutto il territorio, in crediti e nelle passività finanziarie e nelle voci di bilancio. Le banche concentrano il potere privato dei soldi nelle proprie mani, lo mettono a disposizione della crescita capitalistica e si arricchiscono degli interessi, quindi tramite la relazione di diritto che il creditore stipula con il debitore. Nelle transazioni commerciali tra di loro e con i proprietari di denaro, le banche fanno di questo modo di incrementare il patrimonio monetario nella forma di strumenti finanziari di varia specie una merce negoziabile. Con questa commercializzazione di debiti come capitale finanziario, dividono con tutto il mondo i ricavi che gli spettano, ma anche i rischi che corrono quando trattano gli obblighi di pagamento delle imprese accreditate come un titolo patrimoniale destinato a crescere. Così, il settore realizza per se stesso l’ideale capitalistico che vuole che ad ogni somma di denaro sia insito il diritto all’incremento. Alle imprese accreditate conferisce il potere di superare la dipendenza del comando sul lavoro e sui mezzi di produzione dal rendimento del lavoro, dimostrando praticamente che è solo la grandezza del denaro anticipato a rendere redditizio il lavoro, che, insomma, è il capitale incorporante legalmente il lavoro a rendere produttivo il lavoro stesso.

Tuttavia, la liberazione di questa forza produttiva tramite il credito ha il suo prezzo: acuisce la concorrenza tra le imprese per le somme di denaro frutto del crescente capitale anticipato che riescono a ricavare dal loro fattore di produzione lavoro. Il credito rafforza tanto i capitali vincenti quanto aiuta altri a passare periodi di debolezza se non proprio sconfitta. Alla fine è la speculazione degli istituti finanziari e degli investitori a decidere sull’esito delle lotte competitive tra le imprese finanziate. In virtù della crescita finanziata con il credito di tutti i competitori, questa decisione si fa sentire periodicamente su tutti, arrecando quindi danno anche al settore finanziario stesso. La contraddizione politico-economica di base – tra l’interesse del capitale per la massima valorizzazione del denaro anticipato e il mezzo impiegato a questo scopo, cioè la riduzione delle spese per il lavoro tramite il dispendioso accrescimento della produttività del lavoro – si fa valere come sproporzione tra l’ammontare del credito speso nella e per la competizione capitalistica nel suo insieme e la crescita effettivamente realizzata: le risorse finanziarie che il settore finanziario crea e fa circolare si rivelano non essere quel capitale monetario che figura nella contabilità delle banche e quindi si rivelano ingiustificate. L’emancipazione del capitale dai limiti per l’aumento di proprietà tramite il lavoro umano – limiti che il capitale stesso restringe impiegando i metodi dell’accrescimento di produttività – produce ogni volta lo stesso paradossale risultato che di capitale ce n’è troppo al mondo per far sì che il suo utilizzo sia redditizio e possa generare ulteriore crescita.

La conseguente svalutazione della ricchezza, la classe dei proprietari, che viene chiamata semplicemente “l’economia”, la scarica su l’altra classe, il “fattore lavoro”, che si è rivelato non essere sufficientemente redditizio e quindi il suo uso ultimativo e adeguato sta nel suo inutilizzo. Così si presenta sempre di nuovo il noto scenario della crisi: una “immediata coesistenza” di un enorme patrimonio finanziario in eccedenza e una eccedenza enorme di umanità globale priva del salario da cui dipende.

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La vita commerciale, lo sanno tutti, non si svolge solo sui mercati dove datori di lavoro con spirito imprenditoriale convertono proficuamente in denaro la merce che fanno produrre. Le sezioni più impressionanti dell’attività capitalistica sono di casa nelle Borse dove il pubblico televisivo può assistere a come i brokers producono le loro curve a zig zag; oppure questa attività si consuma elettronicamente nei portentosi computer che nel giro di nano-secondi spostano centinaia di miliardi di soldi da un angolo del mondo all’altro. I guadagni più rapidi e i patrimoni più ingenti si fanno lì dove i ricchi o i loro agenti sono tra di loro e lo fanno con titoli sui quali sono annotate nient’altro che promesse speculative di successo.
Tutto questo, per quanto si ritenga astratto dalla semplice produzione e circolazione di merci, non è senza legami con le sezioni dell’economia capitalistica che, in compenso, si chiamano “economia reale”. Quando una banca crolla a causa di speculazioni fallite o, all’inverso, quando la quotazione di un’azione fa un balzo imprevisto, ciascuno s’aspetta che abbia degli effetti materiali su industria e commercio, anche se non è per niente chiaro quali possano essere. Viceversa, la “piena occupazione”, che intanto si intende raggiunta con un tasso di disoccupazione a una cifra, può deprimere l’indice delle azioni perché si temono, a causa della piena occupazione, l’aumento dei salari, a causa dei salari un aumento dell’inflazione, a causa dell’inflazione una crescita degli interessi e a causa degli interessi un ribasso delle quotazioni delle azioni – e non importa un fico secco quanto sballata sia qualsiasi di queste “cause”. Un licenziamento collettivo invece può far balzare le quotazioni in alto dal momento che un operatore di borsa vi riconosce un segnale per maggiore spietatezza dei profittatori, volutamente ignorando la differenza tra misura e tornaconto. E via dicendo.

Quindi, che il mondo della speculazione autonoma con titoli fruttiferi di interessi e roba del genere abbia a che fare con il mondo del lavoro, è dato per scontato. Luogo comune è anche la cognizione che questo rapporto sia di natura strana, impenetrabile e non di rado caratterizzato da un cinismo sorprendentemente franco. Assai meno noto è che, e fino a che punto, il regime capitalistico della proprietà sul lavoro trovi la sua piena realizzazione.

1. Dalla concorrenza delle imprese con il credito per il lavoro più proficuo all’utilizzo del lavoro proficuo nella concorrenza delle imprese per il credito

Nella la sua attività economica, ogni imprenditore raggiunge i suoi limiti. Con l’impiego dei soldi disponibili per la concorrenza, il suo patrimonio si rivela essere troppo limitato. Non serva molto il fatto che cresca: appena è investito è fermo e indisponibile per una “reazione flessibile” alla situazione competitiva. Manca per misure di razionalizzazione, eventualmente inevitabili, perché dettate dalla concorrenza. E investimenti che permettono un successo strepitoso costano, di norma, molto più di quanto sia possibile attingere dalle entrate correnti. Il ricorso al credito non è solo dovuto al fatto che alle imprese capitalistiche piace comunque guadagnare di più e che di conseguenza “intraprendono” di più a questo scopo. La loro proprietà non è mai la condizione concorrenziale ottimale che dovrebbe essere, causa la sua quantità relativa, al confronto di quella dei concorrenti.
Il credito aiuta a superare questo ostacolo:

– produttori e commercianti capitalistici che entrano in affari tra di loro sono soliti pagare con promesse di pagamento. Mediatori sono le banche che accreditano l’importo sul conto dell’uno e lo addebitano sul conto dell’altro conteggiandogli degli interessi fino al pagamento avvenuto. Così, il venditore dispone del valore monetario della sua merce, ritrova il suo capitale anticipato tra le mani e potrà continuare la sua attività produttiva o commerciale prima che il valore della merce sia realizzato in denaro. Il capitale sostenuto non è più congelato per la durata della commercializzazione del prodotto, anzi, è fin da subito riutilizzabile per la produzione di nuova proprietà appena il prodotto ha lasciato l’officina: un contributo enorme alla produttività del capitale dalla quale in fin dei conti dipende tutto.

  • Ma la cosa non si limita al fatto che il valore della merce è trasformato tempestivamente in ‘liquidità’ dalle banche che contabilizzano i debiti di un compratore. Il settore finanziario provvede anche a dotare le imprese con capitale addizionale, cioè a ipotecare il valore di una merce che deve essere ancora generata con gli affari accreditati. È con i debiti e quindi con la costituzione in garanzia dei futuri ricavi, che le imprese si mettono in possesso dei mezzi di cui hanno bisogno per potenziare il fatturato ovunque si aprano nuovi sbocchi per la merce; per investire nell’aumento della produttività del lavoro utilizzato; per accedere a nuovi campi economici o, nella prospettiva di maggiori rendite, per cambiare settore economico, ecc. Di questi mezzi addizionali, ne hanno bisogno tutti nell’interesse di un arricchimento accelerato, un interesse che si ripercuote come necessità sulle imprese perché tutte lo perseguono in concorrenza l’uno contro l’altro. Il credito procura alle aziende la libertà di staccarsi dalle condizioni limitative dell’andamento affaristico e di adattare il capitale alle opportunità di crescita accelerata e alle esigenze della lotta per le quote di mercato.
  • Certamente, questa libertà ha il suo prezzo. Costa il pagamento d’interessi o oneri di pagamento diversamente stabiliti, quindi denaro sottratto dai proventi ottenuti dall’anticipo di capitale maggiorato di debiti; nel caso migliore solo una parte dell’aumento dei proventi. Ad ogni modo, l’impresa deve, con il suo profitto, rendere produttivo anche il capitale finanziario del creditore. Questo dovere, fissato giuridicamente, significa per l’affare accreditato più di una semplice trattenuta dal ricavo. L’adempimento di questo dovere prevale giuridicamente sull’esigenza economica, che l’impresa cerca di risolvere con il suo indebitamento, e pure sul successo economico. Su tutto prevale il servizio al successo economico del creditore. Il provento reale dell’azienda deve giustificare il suo anticipo creditizio, deve quindi generare l’aumento anticipato nei diritti creditizi assicurando che la somma di denaro prestata funzioni efficacemente come capitale finanziario per il creditore. Il fatto che con ciò entra un nuovo criterio di successo nel mondo degli affari non si fa sentire solo a posteriori, cioè quando si avvicina il momento della ridistribuzione della ricchezza addizionale ricavata dal lavoro utilizzato. Fin dall’inizio, l’impresa deve solleticare l’interesse del mondo finanziario per la sua crescita convincendolo della dimensione e sicurezza dei futuri proventi che intende ottenere con il capitale prestatole. Per sostenere la concorrenza con il credito, deve far vagliare e valutare le prospettive di vincita da parte di banche e investitori – e fare confronto con altri investimenti finanziari e con le opportunità affaristiche dei concorrenti. Per la concorrenza con il credito deve sostenere la concorrenza per il credito. Deve dimostrare la sua affidabilità creditizia.

Con l’emancipazione dalle restrizioni della proprietà già prodotta, all’interesse proprio dell’impresa, che grazie alla concorrenza si fa sentire “imperativo” a perseguire il successo, si aggiunge il secondo “imperativo”: integrare il proprio successo con il successo del prestatore di liquidità o investitore. Con la simbiosi che finanziere e impresa accreditata contraggono, non si mettono semplicemente d’accordo due anime gemelle nell’unire le loro potenze per un’opera comune. Lì dove proprietà propria e altrui sono combinate a formare un unico comando maggiorato su lavoro e mezzi di produzione, la proprietà come potenza esclusiva è ancora valida, il contrasto degli interessi dei proprietari non viene meno.1 Il connubio produce una contraddizione per tutt’e due le parti: tra libertà e costrizione per il debitore, tra prerogativa e dipendenza da successi altrui per il creditore. Si manifesta in una serie di conflitti intorno ai costi e le condizioni dell’affare creditizio. Una parte discute il prezzo della libertà ottenuta con il capitale accresciuto, l’altra la sicurezza del capitale monetario e il rendimento dovuto dalla controparte. Lo scopo capitalistico è modificato in un unico senso: aumenta il livello di ambizione riguardo alla produttività di capitale la cui massimizzazione è comunque il fulcro di tutto.

Il personale che viene mobilitato e reso responsabile, sia con il suo lavoro che con lo stipendio, per una rendita che soddisfi questo livello di ambizione, è messo a confronto col fatto che dietro il comando sulle sue attività produttive c’è ora più della proprietà di singoli proprietari. In primo luogo, la simbiosi di questa proprietà privata con il credito che aumenta il suo potere e diritto al rendimento. Dietro a questo credito, nell’economia di mercato moderna, non ci sono solo l’uno o l’altro proprietario cui avanza un po’ di soldi. Nella veste di banche e altri istituti finanziari, la relazione creditizia è talmente professionalizzata che fa sentire in modo concentrato la ricchezza dell’intera classe che vive del possesso di denaro. Il settore di competenza raccoglie i patrimoni privati di tutti gli operatori potenti – e ormai anche il potere privato di tutto il denaro che si guadagna e si mette in circolazione – combinandoli sistematicamente a un potere che, nonostante tutte le interne contraddizioni, contrasti d’interesse e dipendenze, rappresenta una cosa assai diversa dalla pura addizione di somme di denaro. Il “fattore lavoro” se la deve vedere con la contraddizione mostruosa di una vera socializzazione della proprietà privata.

2. La peculiarità politico-economica della finanza
e la sua prestazione: sviluppo della crescita economica
tramite socializzazione del potere privato del denaro

Rendendosi utile per la concorrenza e le strategie di crescita delle aziende, il settore finanziario promuove la sua impresa operativa e la sua crescita. E questo funziona in maniera peculiare.2

a) Il settore finanziario realizza la fabbrica-soldi come diritto inerente a qualsiasi somma di denaro

Quando gli istituti finanziari prestano soldi, creano un credito esigibile da parte loro: un diritto cartolarizzato all’incremento di denaro. Il denaro si trova nelle mani di altri; nelle loro mani invece nasce capitale finanziario nella forma di un titolo legale che rappresenta l’incremento della somma prestata per via del pagamento d’interessi concordati. Le imprese produttive fanno produrre ricchezza in forma monetaria, mettono l’eccedenza inclusa nella somma originaria in relazione al proprio anticipo come fonte, misurando così il rendimento del proprio patrimonio. Così facendo rendono denaro fonte di denaro. Questa potenza del denaro esiste nelle mani del capitale finanziario come diritto scisso da qualsiasi processo di valorizzazione fisico, indipendente dal reale uso della somma prestata. Lo scopo della ricchezza nell’economia di mercato, cioè essere usata come capitale e perciò aumentare, diventa diritto del creditore all’incremento di denaro e in questa forma la sua fonte di reddito.3

Per le loro operazioni di prestito, le banche si servono del denaro che i clienti hanno depositato. Nei loro confronti contraggono passività basando la loro posizione di creditori sul proprio indebitamento. Si assicurano il potere di disporre del denaro altrui pagando degli interessi e quindi rendendo gli investitori partecipi della trasformazione di denaro in capitale; e, giustamente, in misura progressiva a seconda del tempo in cui possono disporre dei depositi come massa di manovra per i loro affari creditizi.4 La differenza tra i proventi economici dei rapporti giuridici duplici, come debitore di tutti i depositanti e come creditore di tutti i beneficiari di crediti, fa crescere il capitale anticipato dalle stesse banche.

Certamente, questa prestazione delle banche si basa sul processo di produzione con il quale la società sopperisce al suo ricambio materiale; le banche non fanno altro che rendere fine a sé stessa una caratteristica che è fondamentale per questo processo. La realizzazione della natura del capitale, che avviene quando si prestano i soldi, presuppone che si crei, con i servizi delle banche per il mondo imprenditoriale, incessantemente un’eccedenza di proprietà privata che viene poi realizzato in denaro. Questo suo presupposto, il mondo creditizio lo conosce solo come una serie di rischi buoni e meno buoni – per l’evenienza che le pretese giuridiche all’incremento della somma prestata saranno soddisfatte come d’accordo; e questo, nella prassi, vuol dire che li traduce in una serie di ragioni differenziate per un sovrapprezzo sugli interessi minimi che mette in conto ai debitori commerciali, a seconda della loro affidabilità creditizia, oppure nella forma di tassi ai quali compra e vende le loro obbligazioni. Il rischio, il carattere speculativo del credito, riceve una forma di prezzo diventando così mezzo dell’affare bancario. In questo modo le banche si avvalgono della loro base, il mondo imprenditoriale, che a sua volta si serve del lavoro dei dipendenti per la sua crescita, applicando i propri interessi commerciali e i propri criteri di crescita.

b) Il settore finanziario potenzia le sue attività creditizie tramite affari tra gli agenti finanziari rendendo i suoi rischi una sostenibile, resistente, potente fonte di entrate.

Certamente, ogni istituto di credito corre dei rischi. Con qualsiasi finanziamento, si assumono obblighi di pagamento che sono “coperti” solo dalla sicurezza che i debitori finanziati paghino tempestivamente, giustificando con ciò la contabilizzazione del denaro prestato come capitale monetario. Dalla massa e dall’andamento dei finanziamenti, la banca attinge la potenza e i mezzi per servire le passività contratte e contrarne altre. Con il volume dei suoi affari moltiplica quindi le sue sicurezze moltiplicando i suoi debitori fruttiferi. Al contempo però moltiplica anche i rischi (di mancato pagamento).

Per sviluppare questo spericolato modo di arricchimento promuovendolo a principio di una intera sfera affaristica, gli istituti di finanza fanno ricorso l’uno all’altro. Tutti gli istituti di finanza fanno la stessa cosa, ma non finisce qui. Danno e prendono prestiti anche tra di loro e quindi non si trovano soli con il loro modo di arricchirsi, ma si dividono i rischi, guadagnano l’uno dall’altro rendendosi dipendenti dal successo dei concorrenti. E non si limitano a prestarsi soldi reciprocamente, dilazionare pagamenti, accreditare promesse di pagamenti come pagamenti effettuati etc. Procacciano per sé stessi e per i loro migliori clienti bisognosi liquidità, trasformando le partecipazioni nei proventi da affari futuri in svariati tipi di titoli e diritti che commerciano comprando e vendendo tra di loro e a detentori di denaro interessati. Creano un mercato finanziario che appunto non si distingue per lo scambio di equivalenti ma per una prestazione sui generis. L’investitore compra un valore mobiliare che rappresenta un diritto all’incremento della somma investita. Ciò che “compra” è la trasformazione del “prezzo” pagato in capitale monetario promettente crescita. La commercializzazione riuscita del valore mobiliare procura il riconoscimento di quest’ultimo come rappresentante reale dell’incremento del patrimonio monetario legalmente garantito che l’emittente promette. Oltre alla clientela impegnata nell’”economia reale”, gli istituti finanziari mettono in scena un enorme ciclo di ri-finanziamento nel quale sono attivi come emittenti, compratori, intermediari, mediatori, designer di investimenti. Ciò che compiono è la reciproca certificazione economica dei rischi come capitale monetario, rendendosi mutua fonte di entrate e nuova sfera di crescita. Di pari passo instaurano una generale dipendenza del loro potere finanziario dal successo dei partner finanziario-capitalistici, quindi dalla sostenibilità della fiducia fruttifera della comunità nella rendita dei titoli, fiducia confermata nel commercio.5

Inutile raccontare alle banche che con l’ampliamento degli affari aumentano anche i rischi. Da molto hanno elaborato professionalmente i rischi insiti nel loro modo di arricchirsi: prestiti e interessi possono essere assicurati contro il mancato pagamento e il valore di titoli contro il suo deprezzamento – e guadagnano anche in questo modo. Trasformando i diritti e i doveri derivati da tali accordi in prodotti di commercio e creando appositi mercati per questi prodotti hanno trovato un altro ampio settore di attività. E questo, da parte sua, è la base di una speculazione che si distacca dallo scopo vero e proprio dell’assicurazione per rendere la pura valutazione dei rischi come tale un oggetto di affari. Questi somigliano a una scommessa, ma anche in questo caso, gli esperti del settore finanziario sono riusciti a svilupparli al punto di farne una seria fonte di ricchezza e campo per gli investimenti.

Le tecniche e i miliardi fatturati in questo settore – a volte screditato come “gioco d’azzardo” – meravigliano il pubblico. Meno stupore suscita la sua prestazione politico-economica. A torto però, perché con questa speculazione completamente autoreferenziale si perfeziona ciò che ha avuto inizio con gli affari creditizi tra le banche: il settore socializza i rischi che corre e che moltiplica. Con lo scambio di prestiti tra le banche, con il commercio dei valori mobiliari, l’assicurazione e la speculazione con i derivati – e tutti gli altri tipi di affari – il settore collettivizza l’audace equazione tra prestito e capitale monetario che serve a tutti gli istituti di credito come fonte di ricchezza. Con ciò il settore stesso ingenera la sicurezza di cui ha bisogno per il suo funzionamento.

Certo, gli attori della finanza non eliminano i contrasti tra gli interessi economici dei partecipanti e nemmeno il rischio che i valori mobiliari economicamente non mantengano quanto hanno promesso sulla carta, oppure la certezza che con le scommesse finanziarie c’è sempre uno che perde. Ciò che riescono a creare è il paradosso della comunitarizzazione economica di proprietari privati. Ci riescono in virtù della concorrenza dei singoli attori per l’investimento più sicuro e redditizio. Come creditori e debitori, come emittenti di titoli e investitori etc., smaniosi di partecipare agli affari altrui quanto scettici riguardo alla sicurezza di quest’ultimi, concorrono in tanti modi confermandosi a vicenda che il loro impegno creditizio rappresenta vero capitale. Legati negli affari come concorrenti, le aziende del settore si autorizzano reciprocamente a generare dai rischi un sempre maggiore patrimonio destinato a un giro d’affari sempre più ampio. Così fondano il potere del quale partecipano tutte: il potere del capitale finanziario sociale di adoperarsi come artefice, quasi autonomo e motivato solo dal proprio calcolo, e distributore degli anticipi travasati nelle attività capitalistiche.

c) Il settore finanziario fa del credito il punto di partenza e di arrivo di tutte le attività commerciali realizzando così in pieno il disprezzo che il capitale pratica nei confronti del lavoro usato come fonte del proprio arricchimento.

Il servizio che il settore svolge per il funzionamento dell’economia di mercato è apprezzato dai professionisti con il termine “creazione di credito” e riconosciuto come “sistemico”. L’apprezzamento tiene conto della circostanza che il settore bancario moderno non funge solo come servizio di assistenza alla crescita degli altri campi commerciali, ma libera tutti gli altri campi economici, che si trovano riassunti sotto il termine “economia reale”, dalla limitazione che i profitti finora guadagnati pongono all’andamento degli affari e della crescita, rendendosi motore dell’accumulazione di capitale e condizionando quest’ultima alla sua capacità e disponibilità di mettere a disposizione mezzi di crescita.6 Con il suo credito, il settore finanziario si trova all’inizio e con il suo diritto all’esito positivo della speculazione alla fine della produzione di ricchezza, intorno alla quale verte l’economia di mercato: l’incremento del patrimonio pecuniario privato. Grazie ai suoi servizi interessati, il credito non solo funge come anticipo accessorio di capitale, ma l’anticipo di capitale funge come investimento finanziario. Il settore finanziario moderno fa del mondo della produzione capitalistica una sfera di investimenti. Con ciò rende effettiva l’equazione: capitale uguale credito.

Questa equazione non sospende i contrasti di interesse tra i creditori e i debitori. Capitale finanziario e “economia reale” non solo sono e rimangono settori separati, ma perseguono interessi opposti – anche se in relazione allo stesso mezzo di affare: specie perché il credito è per una parte il suo affare e per l’altra la risorsa indispensabile, le due parti litigano senza fine sulle condizioni della loro simbiosi. Questa lite non solo dimostra la principale identità d’interessi tra i due tipi di capitale, ma anche l’assoggettamento della produzione capitalistica al credito. Pertanto da tempo, tra gli industriali e commercianti, ha attecchito il punto di vista della finanza che vede nell’”economia reale” nient’altro che un insieme di investimenti concorrenziali. Anche per i rappresentanti del commercio e dell’industria, la propria impresa è un investimento che deve essere sufficientemente redditizio per reggere il confronto con investimenti alternativi. Le società per azioni distinguono espressamente e con effetto giuridico tra proprietari e amministrazione affinché questa provveda alla crescita del patrimonio degli azionisti nella sua qualità d’investimento quotato in borsa. E gli “autonomi” che si fanno chiamare “ceto medio” danno per scontato che il loro patrimonio abbia un diritto particolare a una remunerazione decente e che il loro impegno all’interno dell’azienda volto a realizzare una bella rendita meriti, oltre a questa, una ricompensa imprenditoriale. Così, il calcolo stesso dei datori di lavoro impegnati nel commercio e nella produzione rispecchia il punto di vista e il potere dei loro creditori, cioè il punto di vista che è il credito a procurare al denaro il suo diritto di valorizzarsi come capitale, e il potere di “far lavorare” il denaro cioè metterlo in circolazione come fonte d’incremento. Il lavoro, già vincolato dai datori alla prestazione di generare proprietà pecuniaria, che con il suo rendimento che l’azienda ha comprato deve farsi carico della auto-valorizzazione della proprietà capitalistica, e che entra in azione solo come strumento per la produttività del capitale, funge, in ultima istanza, come variabile dipendente di un investimento che un investitore contabilizza sin dall’inizio come il suo patrimonio crescente.
In questa qualità, il “fattore lavoro” partecipa, in maniera conforme al sistema, all’altalena congiunturale che il regime del capitale finanziario imprime al processo vitale della società tesa al fare soldi.

3. Il danno collaterale della crescita economica realizzata
dal credito è inevitabile: dopo il boom la crisi.

Le imprese perseguono i loro obiettivi di crescita in concorrenza tra di loro, adoperando i prestiti, le une contro le altre, nella lotta per le quote di mercato. I ricavi che il settore finanziario pretende dai suoi debitori e sui quali basa il suo affare creditizio e la propria crescita, non si sommano semplicemente. Sono ottenuti sempre a spese di altre aziende. In “periodi favorevoli” – che per questo si chiamano così – si realizza lo stesso una crescita generale; dopotutto, con le loro ambizioni di crescita, le singole imprese si danno da guadagnare a vicenda, in modo diretto ma anche indiretto tramite gli stipendi che pagano. Non cambia nulla della necessità che qualche ”investimento rischioso”, anche se finanziato con prudenza, finisca in fallimento e la banca interessata si veda costretta a decidere o di prolungare i crediti insicuri e magari di doverli addirittura aumentare nella speranza di un possibile successo oppure di sottrarre i mezzi finanziari necessari provocando il fallimento e realizzando una propria perdita per evitare danni maggiori. Ma anche queste evenienze, è possibile assorbirle fino a un certo punto, se il bilancio di crescita – della banca colpita e anche in generale – nel suo insieme è positivo.7

Tuttavia, che a volte la cosa finisca del tutto diversamente fa altresì parte dell’esperienza di vita nell’economia di mercato. Essa conosce congiunture, il su e giù del solito fare soldi; e ci sono anche fasi, dove non c’è crescita, i fallimenti aumentano, i crediti non sono serviti e per questo non vengono più dati o viceversa; quando i valori di borsa delle aziende sono in declino, “le quotazioni crollano” e con loro gli istituti finanziari. Allora c’è la crisi. Di ogni ben utile ce n’è troppo: troppi beni d’uso di tutti i tipi la cui vendita non è più redditizia, che rimangono invenduti, non usati e alla fine buttati. Troppi mezzi di produzione che non sono più utilizzabili per affari redditizi e perciò svenduti o abbandonati. E spesso troppe case che non permettono più di fare soldi e che perciò rimangono sfitte, anche se dall’altra parte non mancano degli interessati che però non possono permettersi né l’affitto richiesto né il mutuo. E in genere ci sono, in tempi di “crescita debole”, troppe persone che potrebbero farsene qualcosa con i mezzi di produzione inutilizzati e che avrebbero bisogno dell’eccesso dei beni prodotti. Persone, per la cui forza lavoro non c’è nessun interesse capitalistico. La bravura dell’economia di mercato nello strumentalizzare tutto il processo sociale di produzione e vita per la crescita della proprietà capitalistica e nell’assoggettarla al successo di quest’ultima porta qui alla conseguenza assurda che l’abbondanza accumulata non è un bel successo e meno ancora il preludio di una più confortevole organizzazione dell’economia, ma al contrario un danno; e quindi deve andare a rotoli prima che e affinché tutto “riparta”.

Gli esperti economici annoverano questa follia evidente, senza prenderla troppo sul serio, nell’ambito degli incidenti e dei casi accidentali incalcolabili, dei passi falsi evitabili e degli sviluppi errati dovuti a circostanze particolari – in netto contrasto con l’esperienza che questa follia si manifesti periodicamente, il che comunque testimonia di una necessità sistemica. La regola che ogni crisi è preceduta da una fase di crescita, spesso addirittura di affari febbrili, è traslata nell’idea che quella crescita sarebbe stata in qualche modo una crescita sbagliata, forse solo finta. Del paradosso per cui un arricchimento rapido si rivela essere controproducente per la continuazione dell’arricchimento si viene teoricamente a capo con la metafora del “surriscaldamento”. In verità è la crescita capitalistica stessa la causa per cui essa impatta con violenza contro i suoi limiti. Grazie all’eccedenza, che ogni azienda cerca di realizzare impiegando il lavoro salariato in concorrenza con altre aziende, e che è misurata in proporzione alla spesa complessiva, grazie ai mezzi e ai metodi che tutti i concorrenti utilizzano – riduzione dei costi di produzione aumentando la produttività del lavoro con relativo risparmio dei costi di lavoro –, il mondo imprenditoriale stesso produce continuamente i limiti della sua crescita. Perché con i proventi delle vendite in ribasso aumenta la pretesa di profitto da realizzare con le merci competitive; o, detto in altre parole, nell’interesse della porzione di utile contenuto nel valore delle merci prodotte, i concorrenti riducono, insieme ai costi unitari di lavoro, anche i prezzi di mercato che riescono a realizzare sul mercato e che sono la base per il calcolo dell’utile. Con la spesa di sempre più capitale al fine di beneficiare della maggiore competitività che si ottiene dalla produzione più economica, gli imprenditori si fanno concorrenza per realizzare, vendendo più merci, una crescente massa di profitto, anche se praticano degli sconti sul margine di utile; così lottano per la rendita più alta possibile del capitale investito, con il risultato che i virtuosi non aumentano la produttività del capitale maggiorato o solo di poco o forse la abbassano addirittura, mentre i meno virtuosi rimangono tagliati fuori. Così, il metodo applicato nella concorrenza cozza con l’effetto desiderato – una contraddizione la cui ultima ragione è già stata spiegata nel capitolo precedente: il capitale, in virtù del suo potere sul processo produttivo, si appropria di ciò che sotto il regime della proprietà costituisce l’utilità di tutta la produzione, cioè la proprietà del prodotto che si tramuta in soldi una volta venduto. Nel tentativo di sottrarre da questa somma il meno possibile per pagare i lavoratori il cui lavoro procura all’impresa la crescita della sua proprietà – provvedendo inoltre che il capitale d’esercizio ricompaia nella merce commerciabile e torni al suo proprietario in forma pecuniaria – l’impresa diminuisce la quantità di lavoro impegnato nel processo produttivo per creare la nuova proprietà e quindi il valore di cui vuole tenere per se stesso una proporzione sempre maggiore.

La concorrenza, con la quale le imprese dell’”economia reale” mettono in pratica questa contraddizione, non solo è aggravata dal regime del settore finanziario, ma portata a un nuovo livello. Il credito supera la limitazione della crescita alla grandezza dell’utile realizzato, quindi anche la limitazione dovuta all’effetto controproducente della spesa di capitale per le razionalizzazioni praticate al fine di conquistare il mercato; il fatto che, con gli sforzi finalizzati a incrementare l’efficacia del capitale investito, i proventi scendono tendenzialmente, non necessariamente deve impedire ai perdenti della concorrenza la continuazione o addirittura l’espansione delle attività; tanto essi stanno già agendo con denaro prestato cagionando ai creditori, con i loro insuccessi, il – già menzionato – imbarazzo della scelta se continuare a puntare su futuri successi o decretare la sospensione della partita. Di conseguenza, la contraddizione nella concorrenza per rendita e crescita non si consuma semplicemente nella lotta tra i produttori per le quote di mercato, ma nel conflitto tra settore finanziario – che approvvigiona le imprese, nell’interesse di approfittarsene, con il necessario per le loro rovinose lotte per vendita e profitto – e le imprese che rendono la realizzazione di una sufficiente rendita di capitale sempre di nuovo e tendenzialmente sempre più difficile, prima una contro l’altra e alla fine contro sé stesse. È il mestiere delle banche e degli investitori di puntare, con la creazione di credito e investimenti monetari, sulla crescita nel mondo delle imprese o di costatare una sproporzione tra le proprie anticipazioni e la contropartita troppo esigua delle aziende alle quali, con i loro investimenti, hanno accollato il dovere di avere successo e di provare che il denaro prestato è vero capitale monetario. E sono le banche e gli investitori a determinare con i loro giudizi e le loro decisioni le congiunture dell’economia di mercato. Come prima il rilancio, il settore finanziario con le sue pratiche mette ora in atto anche l’inversione di tendenza, trascinando la crescita spinta dal credito verso la recessione e la crisi: con le strette sulle condizioni di finanziamento e le massicce cancellazioni di credito decreta l’emergenza di un generale declino economico.

Con ciò si avvisa “l’economia reale” che, secondo il giudizio autorevole dei mercati finanziari, la produttività del capitale è soddisfacente solo in via eccezionale, globalmente però è troppo bassa, quindi non idonea né a giustificare il credito già creato e concesso, né a meritarsi nuovi crediti – insomma, che è accaduta una cosa che né le banche né i clienti commerciali delle banche, per non parlare di speculatori ed esperti, vogliono sapere: spinto dalla creazione di credito, che ora si rivela essere eccessiva, il mondo imprenditoriale è riuscito a produrre più attese di crescita della proprietà capitalistica di quanto fosse possibile realizzare vendendo le merci che dovrebbero contenere questo più di ricchezza su un mercato sempre più conteso. La creazione di ricchezza monetaria è rimasta globalmente e clamorosamente sotto il livello sul quale le imprese hanno prodotto con le loro razionalizzazioni finalizzate all’incremento e i creditori hanno prestato l’anticipo consumato per quest’ultimo bilanciandolo come capitale monetario. Gli istituti finanziari impartiscono questo verdetto in modo pratico, nella forma di una stretta creditizia. E, paralizzando ciò che loro stessi hanno posto come essenziale determinazione della ricchezza monetaria, cioè la trasformazione in capitale monetario, inducono, con l’aggravio delle condizioni creditizie, con l’interruzione delle relazioni creditizie e con la riduzione del commercio con i titoli, ciò da cui vogliono salvare i loro soldi: la sua inutilità.

In questo ribaltone da boom economico in crisi, i professionisti della finanza agiscono – nonostante la libertà di ogni singolo manager finanziario – come collettivo, concorrendo tra di loro per assicurarsi gli investimenti più proficui e più sicuri; “comportamento del gregge” lo chiamano gli psicologi volgari dei mercati finanziari; interpreti eruditi parlano anche di “comportamento d’investimento prociclico”. Come potrebbe esser diverso: un investimento che promette bene è un’opportunità che nessun investitore deve farsi scappare. E ancora di più, nessun vero banchiere può sottrarsi al rilancio degli affari in uno o in tutti i settori. Con il boom scatenato si accumulano nei suoi libri anche i rischi, uno sviluppo che pone il problema della tempestiva uscita dalla concorrenza per finanziare una concorrenza sempre più accesa: non troppo presto, ma soprattutto non troppo tardi bisogna ritirare i soldi ponendoli in salvo o addirittura investendoli nella speculazione su fallimenti e perdite. Corrisponde completamente alla logica del loro affare il fatto che gli istituti di finanza, agendo in questa maniera, provocano ciò su cui puntano. Perché quest’affare non è altro che dedurre dalle relazioni creditizie con il resto delle imprese e tra di loro il potere di contrarre nuovi impegni, almeno per quanto giudichino sicure le attività correnti e promettenti quelle future, e parteciparvi coinvolgendosi reciprocamente in vista dei rischi. Così funziona la crescita in questo settore. E proprio così, per l’effetto a catena, si sviluppano i suoi affari quando le relazioni creditizie vengono cancellate e le attività sui mercati finanziari sospese. Infatti, di pari passo con la sicurezza, viene meno la disponibilità di protrarre i “rischi” e contrarne dei nuovi; e con l’interesse di impegnarsi presso la concorrenza e sui diversi mercati finanziari, viene meno il potere – basato su questa maniera di socializzazione della ricchezza capitalistica – di espandere le attività o semplicemente mantenerle.
Ed è la regola e, dal punto di vista del sistema, è anche corretto che, come il rilancio, così anche la crisi di crescita scoppi laddove gli istituti di credito fanno commercio tra di loro con i propri prodotti; di norma la crisi avviene nella forma di un crollo delle borse dove continuamente si valutano le aziende di tutti i tipi in un’ottica e secondo i criteri del settore finanziario, cioè come “rischi”. Si capisce da sé che i problemi che le aziende dell’”economia reale” hanno con la concorrenza sono sempre nel mirino. Si decide nelle relazioni commerciali e creditizie fra gli stessi attori finanziari se nelle crescenti difficoltà di mercato sia il caso di puntare sulla sospensione delle relazioni commerciali, di modo che diventi una battuta d’arresto generale per la crescita di capitale. È crisi quando queste relazioni subiscono un arresto; quando le imprese finanziarie mettono in dubbio reciprocamente il principio del proprio commercio: la validità dell’equazione che soldi prestati sono capitale monetario. Pure il crollo di un intero settore industriale diventa crisi economica soltanto perché – e nella misura in cui – i creditori si negano reciprocamente il mutuo riconoscimento dei debiti come patrimonio finanziario e si rifiutano di esporre il loro denaro al rischio che è inscindibilmente legato al suo utilizzo come credito.8 Dalle sommità di questo commercio finanziario parte il messaggio, nella forma di una stretta creditizia che mette in sofferenza lo stesso settore finanziario, diretto al mondo dello sfruttamento del lavoro produttivo, che i metodi usati per aumentare la produttività del capitale tramite l’aumento della produttività del lavoro sono entrati in contrasto con il risultato; un contrasto che porta alla massiccia distruzione di ricchezza materiale e all’annullamento di titoli patrimoniali.

4. Il disprezzo del credito per la sua base, il lavoro salariato – la risposta degli interessati è conforme al sistema: richieste impotenti di occupazione.

Proprio in tempi di crisi – quando i lavoratori sono colpiti, in misura straordinaria, dai progressi degli affari capitalistici per via di licenziamenti, riduzioni di salari o comunque dall’escalation d’insicurezza esistenziale – la democratica società di classe fa vedere che stupefacente conquista ha maturato: la solidarietà di questi lavoratori con i “loro” datori di lavoro, perlomeno con quelli “onesti” e “caserecci”, contro il capitale finanziario. Quando piccole e grandi imprese dell’”economia reale” soffrono del carente afflusso di proprietà altrui, per via della generale stretta creditizia o addirittura del crollo dell’intero sistema creditizio, quando le sono negate le solite condizioni di finanziamento o quelle tanto più necessarie, viste le difficoltà di mercato dovute alla crisi, quando incombe addirittura la chiusura, allora anche i dipendenti accusano i “giocatori” della borsa che si sono discreditati con il crack clamoroso della loro ”bolla speculativa”, almeno fino a nuovo avviso. La presa d’atto della circostanza che tutta la produzione della ricchezza nell’economia di mercato, quindi anche il loro sostentamento, dipende dalle congiunture del commercio finanziario-capitalistico, fa nascere nei lavoratori una ferma parzialità – motivata da nient’altro che dal proprio interesse per il lavoro salariato – in favore del gruppo produttivo degli imprenditori e contro la combriccola dei giocolieri della finanza. Questi sono accusati di avere dilapidato o essersi pappati i miliardi per pura “avidità di lucro” e “mentalità da casinò” o comunque per irresponsabilità egoistica, soldi di cui ora privano i produttori di merci, quindi in fin dei conti i loro stessi dipendenti. Quest’accusa non lascia dubbi su chi è responsabile per la loro difficoltà e chi non lo è. Il fatto che sono i loro datori di lavoro a cassare, in un modo o l’altro, massicciamente il loro abituale sostentamento non è interpretato da parte dei lavoratori come la dichiarazione d’incompatibilità da parte dell’intero sistema capitalistico quale essa è, ma come la conseguenza di una situazione difficile in cui la propria ditta è incappata soltanto a causa del malaffare degli speculatori che tanto non avevano mai altro in mente che fare soldi e che non sapevano mai apprezzare la “creazione di valore” tramite il lavoro onesto.

Questa sorta di critica del capitale finanziario vive una fioritura periodica nei duri tempi della crisi, ma esiste, con le dovute modificazioni, in tutte le fasi della congiuntura. Dal semplice operaio al sindacalista fino dentro la scienza e i partiti politici, dappertutto si trova chi muove l’accusa ai capitalisti finanziari di non contribuire all’”occupazione”, nonostante muovano ingenti somme di denaro; di badare a fare soldi con le speculazioni, anziché “creare posti di lavoro” con le somme lì investite.

Queste denunce hanno un che di perverso perché prescindono, nel nome dei lavoratori, completamente dal carattere ricattatorio delle “condizioni di vita” in cui ”l’occupazione” – in parole povere, il lavoro secondo le esigenze del capitale – diventa una necessità per i lavoratori. Inoltre sono fuori luogo per il semplice motivo che “l’occupazione” non è mai un obiettivo capitalistico. Anche gli onesti produttori di merci, che danno lavoro a un sacco di gente, assumono i lavoratori come mezzi per un fine che dividono con tutti gli speculatori e il cui utilizzo include sia licenziamenti sia un lavoro in una forma talmente compressa – e solo tale – che nessuno, a meno di esserci costretto, possa augurarsi una tale “occupazione”.

L’accusa è anche ingiusta. Perché qualsiasi cosa i datori di lavoro creino in termini di posti, ci riescono solamente con le inesauribili risorse di quel mestiere che trasforma i profitti sperati in una massa finanziaria finalizzata all’acquisto dei “fattori di produzione” necessari. Vale anche e in modo particolare per i “tempi buoni”, quando i portafogli di commesse delle aziende sono pieni e il mercato del lavoro, in confronto alla crisi, è relativamente vuoto. Quando gli affari – incluso il fallimento di singoli concorrenti per il quale poi si penalizza i loro dipendenti – generalmente fioriscono, gli imprenditori, nell’ambito dell’espansione produttiva, magari devono pagare un salario più alto per poter usufruire del lavoro, e allora tutti quanti, in fin dei conti, devono il loro “rilancio” alla generale riuscita degli affari finanziari. È con capitale di prestito che i produttori di merci combattono la loro concorrenza ambiziosa per i costi salariali unitari minori – il che “rende sicuri” solo quei “posti di lavoro” che sono ancora necessari e anche questo soltanto fino a quando rendono redditizia l’impresa, costi creditizi inclusi; in ogni modo, altri posti di lavoro non sono in offerta da parte dei datori di lavoro capitalistici. Le opportunità di mercato che gli imprenditori riescono a attivare in tempi di boom, vale a dire, occasioni per la realizzazione del loro interesse principalmente insaziabile di far svolgere, sotto il proprio comando, la maggior quantità di lavoro possibile – a scapito della concorrenza, si capisce, il che non porta all’aumento del numero totale degli occupati… – le devono all’industria finanziaria che li approvvigiona con la libertà di poter agire indipendentemente dal mercato permettendogli di apprestare il mercato come il loro campo di battaglia.

Il settore creditizio sa fare ancora di più: non solo fa delle offerte ai produttori di merci finalizzate all’aumento vigoroso della produzione di profitto, che nessuno di quanti vogliono rimanere sul mercato può rifiutare, ma gli impone anche l’uso incondizionato di sempre più lavoro, reso più economico e quindi più produttivo, come condizione della loro affidabilità creditizia. È vero che non si occupa della differenza tra la ricchezza materiale della società e di chi ne è il proprietario, per non parlare del nesso tra il lavoro creante proprietà e il denaro che questo lavoro costa e rende. Ma il capitale monetario fa ben presente ai debitori che il suo patrimonio auto-incrementato consiste in diritti che le imprese sono obbligate a osservare, pena la loro propria rovina. Lavoro salariato, del tipo proficuo e al contempo in quantità tale da rendere redditizia l’impresa e con essa anche una montagna di credito, titoli mobiliari che speculano sullo sviluppo dell’azienda oppure sulla crescita di diverse aziende o ancora sui risultati dell’indice per la performance di determinate aziende … Tutto questo i manager del credito lo impongono, nel modo più efficace possibile, dandolo semplicemente per scontato e mandando a rotoli, per mancanza di credito, tutte le imprese che non soddisfino il loro criteri.

E infine l’accusa mossa nel nome degli operai, che i capitalisti finanziari mancherebbero d’impegno per l’occupazione, minimizza anche i fatti. Perché sono gli istituti di credito a promuovere con i loro crediti soprattutto la contraddizione che sempre meno lavoro deve rendere redditizio sempre più capitale secondo criteri sempre più esigenti. Promuovono la concorrenza dei capitalisti produttivi in qualsivoglia misura pretendendo successi; e, con gli strumenti per l’aumento della produttività del lavoro, stabiliscono anche il parametro per la redditività da realizzare. Così stabiliscono sia lo standard al quale il lavoro deve corrispondere per meritare ancora la retribuzione sia la misura in cui si possa fare a meno dei lavoratori. Perché nel solo interesse della sicurezza dei loro affari speculativi, le loro pretese sono così elevate che sempre meno lavoro si dimostra essere all’altezza – in senso duplice:

Il lavoro può essere proficuo solo se la parte salariale del valore di merce creato tende allo zero – con tutte le conseguenze menzionate nel precedente capitolo e comunque note: per l’alleggerimento del lavoro; per il rapporto tra ricchezza prodotta e le necessità vitali dei lavoratori assolte con il salario; inoltre per il numero di tutti quelli che nel bel mezzo del “dominio della necessità” sono costretti di procacciarsi il vivere lavorando per altri e che ora sono “messi in mobilità”. Per via delle sue prestazioni, il credito vi aggiunge anche un’altra conseguenza: non solo finanziando il “progresso tecnico” che provvede al taglio di posti lavoro, lavoratori inclusi, ma anche all’ampio uso del lavoro presso i posti nuovi – finché non emerge che questi falliscono globalmente come mezzi di concorrenza, perché nell’insieme si svolge troppo lavoro in relazione a ciò che si riesce a vendere. L’istanza che matura questo riconoscimento pratico è ancora il settore creditizio; prende le sue decisioni riguardo l’affidabilità creditizia delle imprese concorrenziali costringendole al necessario “taglio dell’occupazione” o alla rovina – evidenziando quindi che tutti i posti di lavoro non si basano su altro che sulla speculazione di questo settore creditizio e che questa speculazione temporaneamente non va in porto. Il risultato è l’incremento a ondate della disoccupazione che compromette ancora di più la liquidità della società utilizzabile ai fini capitalistici, con la conseguenza, che ancora più lavoro finora svolto risulta superfluo. Pertanto, le “recessioni” hanno la nota caratteristica spiacevole di “intensificarsi”. La ripresa, inevitabile a un certo punto, si svolge sulla base di un’attività imprenditoriale ridotta dai tagli e, ovviamente, sulla base di tecniche produttive più avanzate; così le imprese tornano a crescere e a produrre utili che meritino il credito. L’esercito di disoccupati stenta però a scendere di numero o non scende affatto. Che serva meno lavoro per rendere proficuo maggior capitale possibile, questo è l’irremovibile risultato dell’ultima crisi. Così, con la potenza del capitale di auto-incrementarsi nella forma di successi commerciali anticipati e di utilizzare il lavoro sotto il comando del capitale per l’affidabilità dell’auto-incremento, cresce d’altra parte il peculiare “fenomeno” dell’“esercito industriale di riserva” per il quale non si prevede alcun utilizzo. All’eccedenza di attività commerciale, finanziata con il credito e annullata periodicamente, corrisponde una sovrappopolazione il cui esubero si fonda esclusivamente sul fatto di non soddisfare i criteri di redditività – altrimenti non ci sarebbe nessun impedimento per i lavoratori a procurarsi l’occorrente per una vita decorosa. Tuttavia, i mezzi di produzione ci sarebbero ancora, anche se disattivati durante l’ultima crisi.

Coloro che fanno parte degli esuberi e tutti gli altri che sono consapevoli di poterne far parte in qualsiasi momento si vedono costretti alla preoccupazione per il lavoro; una preoccupazione molto stucchevole perché chi ce l’ha non ha i mezzi adatti per venirne a capo. La situazione si fa addirittura deprimente appena se ne occupano gli avvocati della causa operaia che trasformano la necessità – che i capitalisti hanno creato e perciò non intendono certamente abolire – in una richiesta che invoca “lavoro”. La brutta esperienza per cui l’andamento degli affari capitalistici, oltre allo sfruttamento della produttività del lavoro, prevede anche la disattivazione di tanti lavoratori, è evocata sì – ma non per screditare, presso i dipendenti, quest’andamento come condizione di vita inadatta, ma per imporglielo come il loro stesso interesse. Che si faccia del lavoro un uso capitalistico è la richiesta – solamente e proprio perché i capitalisti, che non vogliono altro che questo, pongono al contempo, per ragioni di effetti economici, delle condizioni molto esigenti.9 Della necessità, che anche gli operai da parte loro avrebbero da porre qualche condizione per il loro utilizzo a favore altrui, non rimane nessuna traccia nella richiesta di lavoro – o solo in negativo: pretese di questo tipo sono obsolete, “per amor di posti di lavoro”.

E questo vale ancora più se i lavoratori moderni – sotto la guida dei sindacati e assistiti dalla politica e dal pubblico – si fanno coinvolgere in una “lotta per i posti di lavoro”. Sono tenuti a considerare nemici – cioè quelli che mettono a rischio i loro posti di lavoro – non gli imprenditori che minacciano di licenziarli, ma i posti di lavoro altrove. Che questi siano più redditizi dei “propri” è presentata come la circostanza decisiva che va cambiata. Quando, all’interno di un’impresa, si prendono delle decisioni riguardo all’assegnazione di capacità produttive a singoli impianti, quando si discute su chiusure imminenti o quando un intero gruppo deve essere “ristrutturato”; quando la competizione tra le imprese sta per diventare una vera “guerra dei prezzi” ai fini di eliminazione; quando la dipendenza della macchina fabbrica-soldi dalle decisioni del capitale finanziario si risolve nella rivendicazione di tagli radicali dei dipendenti: ecco che questi ultimi sono tenuti a ritenere inevitabile e logico il dover offrire ai datori di lavoro termini speciali di disponibilità ed economicità – a questo scopo si ricorre all’aiuto di sindacati e comitati aziendali – per salvare i “nostri” posti di lavoro, fino alla prossima minaccia. Del fatto che questa manovra concorrenziale, appena ne consegue un successo secondo i criteri di redditività, comunque li si voglia definire, provochi la disoccupazione di colleghi altrove, a volte se ne prende atto con qualche imbarazzo rievocando la “solidarietà di tutti i lavoratori”. Con tanta meno solidarietà però, quanto più la lotta per i “nostri” posti di lavoro prende di mira economie, aziende e lavoratori all’estero…

1E vale pure nei casi in cui succede proprio questo: proprietari mettono insieme i loro soldi per finanziare un’impresa comune che rende loro in proporzione alla loro quota in termini di azioni. Il contrasto d’interesse tra investitore e investimento assume qui la forma evoluta per la quale l’impresa con le sue lotte concorrenziali funge come base per l’interesse affaristico degli azionisti di arricchirsi dei dividendi e soprattutto delle plusvalenze dei titoli, un interesse promosso normalmente da professionisti. Opportunamente, le due parti si ricompattano nelle premure dei dirigenti di assolvere questa funzione potenziando l’azienda sul mercato e servendo così i shareholder.

2Una spiegazione sistematica e approfondita di questa impresa si trova nei numeri 3-08, 2-09, 1-10 e 1-11 della rivista Gegenstandpunkt e sarà oggetto di una futura traduzione.

3L’equazione che il denaro non è solo equivalente generale, ma rappresenta, quando si trova nelle mani del settore finanziario, il proprio incremento è una conseguenza logica dell’economia politica che parte dal fatto che tutti i beni e servizi dell’economia di mercato sono merci: si produce per lo scambio nel quale il rapporto giuridico della proprietà, cioè l’esclusione di tutti gli interessati dall’uso del bene prodotto, si rivela essere il mezzo adatto per l’appropriazione di proprietà altrui. Nel denaro, lo scopo del produrre inerente al sistema di mercato diventa indipendente e autonomo. In esso, il potere di appropriazione sul quale è incentrata la merce si separa dal prodotto: potere d’appropriazione generale come oggetto. Con l’uso del denaro come capitale, lo scopo del guadagnare soldi diventa principio del processo di produzione sociale nel senso che non si tratta più di creare nuova proprietà in assoluto, ma che il proprietario dei mezzi di produzione, come soggetto giuridico del lavoro eseguito, ricavi più denaro dalla vendita delle merci di quanto abbia investito nei mezzi di produzione e pagato per i lavoratori. Il fatto che il lavoro che produce nuova proprietà coincida completamente con il suo pagamento e il capitale anticipato diventi ragione del proprio aumento, quest’assurdità assume nelle attività creditizie una forma autonoma: in quanto diritto a un più di denaro, la produttività del capitale diventa qualità propria di qualsiasi somma di denaro appena si trova nelle mani del settore finanziario.

4In più, le banche si approfittano a giusto titolo dei servizi per i pagamenti che si effettuano nella società: tutti i soldi guadagnati all’interno della società confluiscono nelle banche e casse di risparmio e sono contabilizzati come avere bancario, quindi sostituiti da promesse di pagamento degli istituti. Le disposizioni che i titolari dei conti adottano riguardo il loro patrimonio non cambiano per niente la natura di questa trasformazione di denaro in passività delle banche: i pagamenti sono effettuati all’interno e tra gli istituti finanziari tramite trasferimenti dei depositi e sfociano nella compensazione e nello scambio di crediti tra le banche. Cosi facendo, il settore si conquista la libertà di trattare quasi tutte le entrate pecuniarie della società – inclusi i pagamenti che i debitori effettuano con i soldi prestati creando quindi altrove un’entrata pecuniaria – come quantità finanziaria messagli a disposizione per prestiti, entro certi limiti legali. I mezzi di pagamento, con i quali gli imprenditori mettono in atto il fatturato e gli abitanti dell’economia di mercato sopperiscono al vivere, consistono quindi – a meno che non si parli di contanti – in moneta scritturale ed elettronica che denomina né più né meno le attività creditizie che la banca emittente riesce a combinare. Il mezzo di circolazione in linea con i tempi dell’economia di mercato è un segno creditizio.

5Gli esperti economici si compiacciono di interpretare questi fatti in una luce moralistica o psicologica ricorrendo alla radice latina della parola “credito”, cioè che le belle prestazioni del settore creditizio siano basate sulla fiducia che gli agenti nutrono reciprocamente o di cui godono sui mercati finanziari creati da loro – una interpretazione alquanto banale del potere che gli agenti del settore finanziario ricavano dagli affari di (ri)-finanziamento. Ciò di cui si fidano, ora di più, ora di meno, è l’efficienza dell’accesso che gli agenti del credito hanno su tutte le attività economiche della società che trasformano in mezzi per incrementare la loro ricchezza. Dietro questo accesso non c’è nessuna questione di fiducia, ma il potere statale con i suoi organi giuridici.

6Le libertà che le banche si prendono sono evidenziate dalle restrizioni che si pongono, o meglio, che il controllo statale pone: quando vengono in scadenza dei pagamenti causa crediti dati o presi e devono essere effettivamente eseguiti dopo le dovute compensazioni tra passività e crediti, un istituto di finanza serio deve essere in grado di pagare; vuol dire che deve poter disporre di riserve che garantiscono, presso i suoi consimili, cioè i suoi partner concorrenziali, affidabilità creditizia. Con la sua liquidità, il singolo istituto si fa garante della solvibilità che crea dalla parte dei suoi clienti – e il settore nel suo insieme si fa garante della liquidità di tutta la società capitalistica.

7Che il settore finanziario crei nel complesso più solvibilità e la metta in circolazione come capitale anticipato di quanto poi realmente è trasformata in crescita, cioè avvalorata come ricchezza capitalistica, è la regola nell’economia moderna. Inoltre è il bilancio pubblico stesso, per quanto finanziato con i crediti, a rafforzare la divergenza tra espansione del credito e la sua giustificazione economica. Una delle conseguenze è nota come inflazione: come deprezzamento del mezzo di pagamento avente corso legale, espresso in percentuali. L’effetto può farsi sentire in tutte le fasi congiunturali, trattate in seguito, e rappresenta però sproporzioni tra credito e eccedenza che si differenziano per ragioni ed effetti. Nelle fasi calde di un boom, il settore finanziario, sulla base speculativa di una eventuale rapidissima crescita e una congrua valorizzazione degli investimenti, precorre l’incremento della proprietà pecuniaria, che il capitale foraggiato con mezzi di crescita riesce veramente a realizzare. Finché il capitale anticipato torna incrementato, non si leva nessun lamento contro l’aumento del mezzo di circolazione che si fa sentire nel generale aumento dei prezzi delle merci. In questo caso, il rincaro s’innesta solo sul bel successo complessivo del capitale e va a scapito solo di chi non fa i prezzi, ma li deve pagare con il suo stipendio. Nella recessione, il capitale accreditato non dà la dovuta rendita che potrebbe giustificare a posteriori i crediti concessi; allora i prezzi in crescita segnalano i tentativi compensativi degli enti competenti del credito – dietro i quali c’è sempre il potere statale – di rianimare l’economia o tenerla in vita con il rafforzamento del potere d’acquisto, che economicamente non è più o non ancora giustificato; e poi ci sono sempre da soddisfare le esigenze dello stato. I salariati possono desumere dalla quota di deprezzamento la velocità del loro impoverimento. Senza questi tentativi compensativi da parte della politica, può essere facilmente che nella recessione accada il danno economico maggiore della deflazione, una tendenza dei prezzi verso il basso. Significa che il credito, che sarebbe necessario per finanziare la crescita o solo la riproduzione del capitale, non è stato creato o accettato o efficientemente messo in circolazione. La svalutazione del capitale inutilizzato si traduce in un crollo dei prezzi dei prodotti e dei mezzi di produzione cui fanno parte anche i dipendenti in esubero e quindi non più pagati.

8Perciò non deve sorprendere se la sfiducia degli istituti finanziari che scatena la crisi non si verifichi, nel capitalismo più progredito, nei feedback dal mondo dell’”economia reale” finanziata con crediti, ma prenda l’avvio dalle perdite dei derivati. Così è successo nella crisi mondiale finanziaria, economica e monetaria e del debito pubblico che ormai va avanti dal 2007.

9Motivo per cui la richiesta di “occupazione”, per quanto servile, stona oggettivamente con il sistema del lavoro salariato. Proprio perché il lavoro è in primo luogo l’interesse dei capitalisti – e solo per questo motivo condizione vitale per tutti gli altri – sta nella loro discrezione definire i criteri per il suo utilizzo. Ancora più contraria al sistema è la richiesta di un “diritto al lavoro”, magari legalmente esercitabile; e che con la fine storica dell’alternativa al sistema capitalistico è quasi scomparsa. Quando oggi si fanno sentire richieste di occupazione, non hanno niente a che fare con una messa in discussione ideologica o addirittura pratica dell’interesse esistente di derivare capitale dal lavoro altrui nelle forme adatte a questo scopo e buttarlo dopo l’uso. Richieste di questo tipo si schierano direttamente dalla parte di questo interesse, nel nome dei disoccupati: “sociale è ciò che crea lavoro.” Che possa trattarsi solo di lavoro redditizio e che quindi le circostanze vitali dei dipendenti dal lavoro dipendano completamente dalla redditività del loro lavoro, è talmente scontato che nessuno sente il bisogno di dirlo expressis verbis. Anzi, imprenditori, politici economici e ideologhi snocciolano il catalogo delle cose che loro, e in fin dei conti anche i lavoratori, possono e devono fare affinché il capitale riesca a realizzare l’exploit – creazione, protezione o salvataggio di posti di lavoro: devono stralciare tutti i diritti tradizionali in termini di livelli salariali, tempo libero, calcolabilità e compatibilità di questi posti di lavoro. Perché, a ben vedere, si tratta di nient’altro che di “ostacoli all’occupazione” che in realtà sarebbero la vera causa dello scandalo sociale dei nostri giorni: sono “le rigidità del mercato del lavoro”, la “burocrazia” e altre diavolerie di questo tipo che impediscono a una marea di gente di trovare un’”occupazione”. Questa occorre non imporla ai datori di lavoro – intanto sarebbe impossibile – ma organizzarla insieme tra le parti sociali.

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