Tutti hanno bisogno di lavoro – molti non lo trovano. Uno può – trovandosi poi in buona compagnia – considerare questo fatto un problema sociale e credere che la “promozione dell’occupazione” sia la risposta adeguata, con misure del governo per la creazione di posti di lavoro e un abbassamento dell’ampiezza del cuneo fiscale, con maggiore pressione sui disoccupati, i cassintegrati e gli assistiti da altri provvedimenti dello Stato sociale, con uno stralcio dell’imposta patrimoniale e una ridistribuzione del “raro bene” lavoro attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, con la “creazione di nuovi posti di lavoro” attraverso forme di lavoro precario o come si vuole. Se si segue questo pensiero bisogna ignorare pero un elemento di assurdità: se non c’è più così tanto da fare, se meno persone devono sbrigare il lavoro necessario – perché allora ciascuno ha bisogno di lavoro e persino di tante ore di lavoro intensivo per poter vivere? Meno lavoro uguale a fatica risparmiata: perché non vale questa equazione?
Il fatto che così tanta gente ha bisogno di lavoro, ma non lo trova è dovuto a un problema economico, e anche questo tutti lo sanno. Il lavoro non ha luogo quando non è redditizio, cioè quando non rende abbastanza all’azienda all’interno della quale e per la quale viene eseguito, quando non frutta un sufficiente provento per reggere la competizione, quella “globale”. Ma se il lavoro viene eseguito unicamente se e finché è redditizio, allora avviene anche solo per questa ragione – perché frutta un utile all’impresa: redditività è la finalità economica per la quale avviene. Occorre lavorare per nessun altro motivo se non per il fatto che il lavoro rende; coll’unico obiettivo, mai definitivamente esauribile, di essere redditizio e di fruttare soldi. Pertanto, più lavoro c’è e meglio è – si vorrebbe rifornire tutto il mondo di lavoro, costruire metropolitane per i cinesi e dotare gli Emirati di impianti di climatizzazione, per monopolizzare con il lavoro svolto il potere d’acquisto dell’umanità. Lavoro, perché rende soldi: questo imperativo categorico ha un potere così totale sulla realtà che tutti lo devono seguire per poter vivere e tutti devono trovarsi un posto di lavoro – non importa quale. E d’altra parte il lavoro non avviene per nessun altro motivo tranne quello di non essere abbastanza redditizio; cosa che succede sempre più spesso e ovviamente in seguito ai progressi di redditività nell’impiego del lavoro. L’obbiettivo economico, che nella cosiddetta economia di mercato è totalmente e esclusivamente determinante, richiede ovviamente al contempo sia la “piena occupazione” che la “disoccupazione strutturale”. Di lavoro non ce n’è mai abbastanza, perché il lavoro arricchisce le imprese e contemporaneamente le imprese provvedono affinché sempre meno lavoro soddisfi questa condizione.
Pare che tutto il mondo si sia assuefatto a questa follia trovandola normale; ovviamente neanche i più avveduti esperti e i più potenti amministratori di questo sistema sembrano turbarsi quando espongono quelle che non sono altro che spiegazioni contraddittorie: si lavora troppo poco quando qualche milione di disoccupati nel bel paese, alcuni decine di milioni nella UE e innumerevoli milioni sul globo sono a spasso; e si continua a lavorare troppo così che la pura “ragione economica“ richiede la chiusura degli ultimi cantieri navali sul mare del nord e nel mediterraneo se questi sopravvivono solo grazie a miliardi di sovvenzioni. Difatti pare che entrambe le cose sussistano: troppo poco, perché lavorare fa girare sempre più denaro e perciò non basta mai quel che si fa; troppo, perché il lavoro serve per un accrescimento sempre maggiore di denaro e di fronte a questo obbiettivo sempre più lavoro, che fino a poco tempo addietro rendeva bene, risulta ora obsoleto. Non porta molto lontano dire che “è così, non c’è nulla da fare” – è un po’ contraddittorio, questo sistema del lavoro redditizio.
Non c’è dubbio: lo Stato e le imprese ci convivono alla grande – dopotutto sono loro a organizzare il lavoro in questa maniera e ad approfittarsi della sua redditività. La contraddizione sistemica che 1) bisogna lavorare sempre e comunque e pertanto 2) solo a certe condizioni, essi la trasformano in un problema di chi, in quanto appartenente al personale esecutore, ha bisogno di lavoro e spesso non lo trova; per poi ridefinire i problemi materiali che la gente ha come problemi sociali che loro hanno con la gente bisognosa.
Non si dovrebbe fare l’errore di seguire questa trasformazione effettiva nella prassi approvandola anche sul piano teorico e, commossi dall’indigenza, confondere la menzogna dei problemi sociali con la realtà – per poi eventualmente lamentarsene e cercare i colpevoli per il fatto che non si viene mai a capo di questo “problema” nonostante i vari “patti per il lavoro” discussi, attuati e poi abbandonati. Tanto meno è consigliabile accettare il criterio della redditività come quintessenza della razionalità economica e scoprire le criticità solo quando l’opinione pubblica si accinge a prendere atto dei suoi “lati oscuri”. L’assurdità del sistema, la ragione della sua nocività per la massa degli abitanti non sta nel fatto che il lavoro non c’è quando non è redditizio, ma che c’è perché ne va della redditività. La meschinità sociale di questo sistema non comincia col fatto che le persone che hanno bisogno di lavoro spesso non ne trovano; sta già nel fatto che hanno bisogno di lavoro; il fatto che non possono essere neanche sicuri di trovarne uno ne consegue automaticamente.
Le condizioni alle quali l’economia di mercato sottomette il lavoro contengono tutte le determinazioni cardinali di questo modo di produzione. Chiarirsele non crea sicuramente nessun posto di lavoro. Da parte nostra quindi qualche incoraggiamento in merito.
