I capitalisti ottengono la libertà per fare affari transfrontalieri tramite accordi tra stati nazionali che percepiscono la territorialità degli affari che essi seguono come una limitazione. Gli Stati che obbligano la società a lavorare per la crescita del capitale fondano la propria esistenza economica sul fatto che si procurano i mezzi finanziari dal giro d’affari e dai redditi dei cittadini. Il loro interesse a quante più attività economiche possibili nel proprio paese include l’utilizzo di fonti monetarie esterne. Fa parte delle esigenze degli uomini d’affari ampliare la produzione e il commercio utilizzando la ricchezza esterna.
L’internazionalizzazione delle fonti di ricchezza delle nazioni fa della loro ricchezza, della loro moneta, l’oggetto della concorrenza tra di loro. Con la decisione della convertibilità delle monete nazionali, d’obbligo in vista del commercio estero, concedono a queste, in via di principio, la qualità di essere denaro mondiale. D’altra parte relativizzano l’equazione: proprio mezzo di pagamento locale uguale a moneta universale. In base ai tassi di scambio e ai loro bilanci scoprono poi quanto denaro mondiale ha fruttato la concorrenza dei capitalisti. E nella stabilità del supremo bene nazionale, che definiscono attraverso la sua idoneità a tutti gli usi capitalistici, sta il successo che intendono difendere contro tutti gli altri.
In primo luogo, il patriottismo della moneta fa perciò sempre parte del programma. L’assistenza statale alle attività commerciali ha il suo criterio di successo nell’obiettivo di far sì che la nazione guadagni bene nei rapporti con il resto del mondo promuovendo così la propria moneta a mezzo affaristico richiesto anche fuori dai suoi confini, e quindi a moneta buona. In conformità a quest’obiettivo, la politica si dà da fare affinché il lavoro nazionale corrisponda all’imperativo della redditività globale. In secondo luogo, in merito a questo servizio della politica, cioè al fatto che la classe operaia svolga i suoi servigi, si solleva sempre un gran polverone se e quando i bilanci e le prestazioni dei capitalisti non rendono – più – il servizio per il quale lo Stato li asseconda. In questo caso, la leadership nazionale integra la sua politica promotrice del sito nazionale con misure che mirano a ripristinare l’attrattiva del proprio paese come condizione concorrenziale.
Questo clamore non giova al lavoro, proprio perché incentrato expressis verbis su di esso, purché redditizio, si capisce. La spiccata volontà riformatrice che poi si attua prende sì apertamente l’estero di mira ma poi interviene nei rapporti sociali interni. Fin a qui, la leadership politica accetta il giudizio che l’imprenditoria internazionale ha pronunciato sulla popolazione attiva: nella comparazione globale, non si è dimostrato sufficientemente efficace per prezzo e prestazione. Con commisurata prepotenza nei confronti della classe salariata, lo Stato di diritto approfitta del suo controllo sui livelli nazionali dei salari al fine di prevenire altri danni a scapito del suo popolo e di ripristinare la redditività del lavoro che ormai è la fonte della ricchezza della nazione.
1. Dall’obiettivo nazionale “piena occupazione” alla concorrenza delle nazioni per il lavoro redditizio del mondo
“Occupazione”, e soprattutto “piena”, fa parte del programma economico-sociale di ogni governo responsabile per la sede nazionale del capitale. La realizzazione di questo compito, inteso come servizio al benessere della nazione in genere, al popolo salariato in particolare, sta a cuore a tutte le forze politiche nello Stato sociale democratico. Tacitamente inclusa e data per scontato però c’è una riserva di rilevanza incisiva: con tutto l’interesse del sovrano all’“occupazione”, possibilmente piena, e a un lavoro per chiunque abbia bisogno di guadagnare soldi e possa rendersi utile per un datore di lavoro, lo Stato condivide, al contempo, la stima, condizionata e sprezzante, del “fattore lavoro” così com’è praticata dagli imprenditori quando usano questo fattore.
Da una parte lo Stato è serissimo quando vuole che si lavori per soldi, tutti quanti e su tutto il territorio. In fin dei conti, lo Stato governa ricorrendo ai soldi che i suoi cittadini guadagnano. Dai loro redditi sottrae le tasse che gli servono per finanziare il suo regime.1 Sul contrasto tra le fonti di reddito glissa generosamente, tutt’al più tiene conto delle attività differenti nelle tecniche e nel volume dell’espropriazione fiscale.2 Vive dell’importo totale nel quale misura le prestazioni della sua società. Inoltre lo Stato sostiene il suo budget attraverso i prestiti. Che questi siano improduttivi in termini capitalistici – comunque utili perché dispensano “l’economia” da imposte e tasse per investimenti delle autorità pubbliche atti a promuovere la crescita semmai solo indirettamente – non importa granché, anzi, alimenta il settore finanziario con capitale monetario garantito dal potere sovrano e perciò reputato particolarmente sicuro. Questo però a condizione che la società nel suo insieme guadagni abbastanza e crei una crescita abbastanza grande da giustificare il credito che il settore bancario emette approvvigionandone sia la sua clientela capitalistica sia lo Stato stesso. Questo è necessario, affinché il potere statale che ha da offrire né più né meno che il comando su una società attivacontinui a meritare il credito degli investitori critici. Lo Stato ha quindi un forte interesse a far sì che sotto il suo comando si lavori tanto e si “facciano” soldi.
D’altra parte, conosce e pratica necessariamente e logicamente una differenza tra i generi di reddito che è ben diversa da quella puramente tecnica e quantitativa delle imposte sui redditi; il suo interesse nel fatto che tutti i dipendenti trovino un’”occupazione” è legato alla condizione che svela la finalità dei posti desiderati: il lavoro salariato deve essere redditizio. Anzitutto perché esso altrimenti non ha luogo – almeno non per tanto tempo. Questa legge fondamentale dell’ordine economico, lo Stato la rispetta, anche quando esegue la sua “politica occupazionale”, dopotutto l’ha creata e la protegge lui. E poi perché il lavoro salariato è utile per le esigenze finanziarie dello Stato solo a patto che renda produttivo il capitale investito e solo nella misura in cui fa crescere questo tipo di ricchezza. Lo Stato vuole infatti un crescente surplus in quanto fonte delle sue entrate e ne ha bisogno anche per convalidare il valore delle obbligazioni con le quali finanzia il bilancio e rifinanzia i propri debiti. Così facendo, lo Stato anticipa una futura crescita, creando così la base della sua affidabilità creditizia.
Per volontà dello Stato, di tale lavoro redditizio ce ne deve essere, in linea di massima per tutte le forze lavoro disponibili, quanto più possibile. E con questo nasce un conflitto tra finalità diverse. Per le imprese, il lavoro redditizio è il loro mezzo concorrenziale, perciò l’aumento della produttività del lavoro – in proporzione adeguata alla maggiore spesa di capitale – è un imperativo imposto dalla “realtà”. Lo Stato ne tiene conto considerandolo un progresso di cui ha bisogno, perciò supporta le strategie concorrenziali delle imprese, finanziando la scienza e la tecnica con soldi propri o con credito per innovazioni significative, e asseconda con le leggi la concorrenza come mezzo per spingere in avanti l’efficacia dell’economia nazionale. Per le aziende, lo stimolo e la necessità del “progresso tecnico” come lo intendono loro stanno nel risparmio dei costi salariali, “a unità”, e questo in una misura in cui gli garantisce un vantaggio in termini di costi unitari rispetto ai loro concorrenti. In questo modo abbassano la quantità di lavoro che crea ricchezza in via redditizia. E lo Stato si vede sfidato, in termini squisitamente pratici, dalla contraddizione della concorrenza capitalistica, cioè che il suo strumento decisivo, l’aumento della produttività del lavoro, manda a spasso una parte della fonte del surplus nazionale. I successi dei concorrenti non si sommano: ci sono perdenti che riducono i loro affari sulla base del lavoro remunerato o li abbandonano completamente. L’accumulazione dei capitali, in concorrenza tra di loro, limita a saldo la crescita, alla quale lo Stato tiene tanto, ed esonera le forze lavoro anziché utilizzare il potenziale umano della nazione per intero.
Al fine del superamento di questo contrasto tra produttività e piena occupazione, la politica conosce una “via maestra”: i successi concorrenziali dell’industria nazionale oltre i confini del paese. L’ industria nazionale deve riuscire a conquistare i mercati esteri con costi unitari del lavoro imbattibili e sempre più bassi, su ampia scala. Così si riesce a generare una crescita che compensa la decrescita dovuta ai metodi della realizzazione, una crescita che riequilibra le perdite di posti di lavoro dovute al successo della razionalizzazione e che tende idealmente a garantire lo sfruttamento dell’intera forza lavoro nazionale sulla base di redditività massimale. In questo senso, il potere statale fa dei successi dell’imprenditoria nazionale nella concorrenza commerciale transfrontaliera una causa propria. Non si presenta, come negli affari interni, al di sopra delle parti riguardo alla concorrenza delle imprese, bensì come parte concorrenziale in azione. Completa il sostegno del progresso capitalistico nel proprio paese con una politica estera che punta all’”apertura” dei paesi esteri – di tutti! – al “libero commercio”.3
A questo scopo è dedicato tutto il potere contrattuale della nazione. Ovviamente, la concorrenza tra le nazioni significa accollare alle controparti la contraddizione tra produttività e quantità del lavoro nazionale. Con i loro rapporti economici esteri, le nazioni capitaliste costituiscono un rapporto d’uso reciproco contrastante. Competono per l’utilizzo commerciale del globo raccogliendo sotto la propria sovranità quanto più possibile del lavoro sfruttato efficacemente su scala mondiale.4 Il rovescio inevitabile della concorrenza scatenata globalmente – masse di lavoratori inattivi – non deve aver luogo nel proprio territorio ma all’estero. Le nazioni capitaliste non tengono in nessun conto la “divisione del lavoro internazionale”! Gli stati autorevoli si combattono perseguendo il successo nella “competizione” globale – e quelli irrilevanti non cercano (e soprattutto non trovano) alcuna possibilità alternativa agli sforzi di buttarsi negli affari globali, con tutto ciò che hanno o che sono capaci di produrre. Tutti lottano per guadagnare soldi nei rapporti con gli altri.
La domanda è: soldi di quale divisa? La risposta a questa domanda è un affare sui generis e comporta una ridda di conseguenze che fanno fare al “fattore lavoro” definitivamente una brutta figura.
2. Politica di localizzazione (I): la concorrenza degli stati per il valore della moneta nazionale
Il bene supremo dell’economia di mercato è, ed è risaputo, una grandezza relativa. Ciò che all’interno della società circola come la quintessenza della ricchezza deve la sua validità al potere statale che – dopo aver fatto dell’acquisto di proprietà privata la condizione generale di sopravvivenza – dota, con le unità del mezzo di pagamento avente corso legale, la proprietà della sua misura, garantendo alle somme acquistate la loro generale usabilità come mezzo d’accesso a tutto il comprabile. Il potere della moneta è così limitato alla giurisdizione dello Stato che emana le leggi.
Per aprire all’imprenditoria i mercati e le fonti di ricchezza oltre i confini nazionali, gli stati hanno concordato di riconoscere le monete nazionali come principalmente equivalenti rappresentanti dello stesso bene, cioè il potere d’accesso della e alla proprietà per eccellenza, dichiarandole interscambiabili cioè convertibili. La limitazione della ricchezza monetaria alla giurisdizione del guardiano nazionale è quindi superata e una nuova relatività accende l’interesse: la proporzione secondo cui le monete nazionali sono considerate equivalenti. Le nazioni capitalistiche rilevanti affidano, già da molto tempo, agli operatori monetari la soluzione di questo problema d’uguaglianza. Questi concorrono con domanda e offerta nelle diverse valute, risolvendo, con il loro raziocinio pratico da intenditori dell’economia di mercato, le equazioni tra le monete nazionali, per altro teoricamente irrisolvibili. Con il loro commercio fanno un bilancio comparativo di successi e insuccessi concorrenziali raggiunti dalle nazioni nel commercio mondiale, come illustrato nel capitolo V. Con i risultati continuamente aggiornati pongono le condizioni essenziali per il proseguimento degli affari concorrenziali internazionali: per il commercio transfrontaliero con merci di tutti i tipi ma, in misura molto più ampia, con la merce per eccellenza che sul mercato mondiale conta di più, cioè il potere d’accesso della proprietà stessa, il credito. Sui loro mercati fatti di soldi prestati e ricavi di capitale promessi, gli operatori monetari misurano e valutano non solo che cosa le nazioni guadagnano o perdono nel commercio estero, ma anche e soprattutto, alla fine, l’accoglienza che un’economia nazionale, con la sua azione economica e i suoi tassi di crescita, trova presso gli investitori e i creditori di tutto il mondo – quindi presso se stessi e i loro consimili. Con la loro concorrenza per l’affare creditizio migliore gli operatori monetari organizzano e decidono, sempre di nuovo, la concorrenza delle imprese e delle nazioni, dove queste hanno la sede, per il capitale destinato alla loro lotta concorrenziale.
Ai poteri supremi deriva da questi sviluppi del loro commercio mondiale pacifico un compito economico-politico nuovo e decisivo. Dall’interesse dei mercati finanziari internazionali per gli investimenti nella loro nazione dipende la quantità di capitale disponibile per gestire la forza lavoro e le risorse del paese; quindi, direttamente, il potere concorrenziale dell’imprenditoria nazionale e, tramite questa, la libertà dello Stato stesso di procurarsi i mezzi finanziari per la propria azione governativa e in particolar modo per l’assistenza alle attività economiche. Viceversa, i successi del capitale nazionale nella concorrenza forniscono alla finanza i motivi per interessarsi del paese; un circolo che ha bisogno della meticolosa assistenza da parte delle autorità competenti. Queste sfidano, in concomitanza con il loro bisogno di credito, gli investitori di tutto il mondo a dare una prova comparata di fiducia nell’affidabilità creditizia del loro paese e cioè nell’efficacia delle imprese nazionali e anche nella loro capacità di gestire il paese in modo produttivo.
La risposta, sintetica e conforme all’economia di mercato, viene data nella forma di una valutazione comparata della propria moneta. Viene valutato il potere d’acquisto della moneta nazionale rispetto alle fonti di ricchezza del mondo seguendo il criterio della stabilità. Questa “caratteristica” – molto relativa – indica la sicurezza speculativa della finanza rispetto al fatto che il credito della nazione e quindi i suoi mezzi circolanti, la moneta avente corso legale, meritino la loro fiducia. E questo è importante; perché a fondare il potere finanziario dello Stato, è l’interesse robusto degli investitori per il credito della nazione, espresso dall’apprezzamento del mezzo nazionale di pagamento come rappresentante della ricchezza capitalistica, utilizzabile in qualsiasi momento; questo interesse fonda la sua capacità di finanziare il proprio potere a seconda delle sue necessità e a proprio giudizio. La qualità della moneta nazionale, risultato e condizione dell’affidabilità creditizia in generale e del potere finanziario dello Stato in particolare, è perciò per le potenze economiche mondiali, e per tutti quelli che ambiscono a diventare tali, l’obiettivo politico-economico primario: per questo si fanno la concorrenza gli uni contro gli altri.
Tutto questo non è senza conseguenze per il trattamento che la politica riserva alla sua base economica. Questi stati calcolano, sin dall’inizio, il lavoro salariato e il capitale come parte dell’accumulazione di capitale su scala mondiale, cioè come indice e leva per il loro riparto. Gli affari internazionali non sono solo una fonte accessoria di profitto della loro macchina fabbrica-soldi, bensì la sfera in cui la nazione persegue, con il proprio denaro, la sua crescita. Per quest’utilizzo del globo come fonte di ricchezza, la patria deve mettere a disposizione i mezzi. A queste esigenze devono corrispondere – e perciò in modo differente – il lavoro e il capitale in un paese di potenza economica mondiale.
Dalla ricchezza produttiva, uno Stato che bada a una moneta stabile si “aspetta” soprattutto una dimensione che fa delle imprese nazionali dei seri concorrenti rispetto agli imprenditori di qualsiasi paese straniero. Pertanto munisce le imprese importanti con diritti e, all’occorrenza, con mezzi finanziari che le fanno crescere a “multinazionali”. In settori chiave alleva “campioni nazionali”. Altrettanto importanti per lui sono le imprese finanziarie che sono sufficientemente potenti o saranno rese potenti per svolgere più di un compito: devono munire le imprese importanti e quelle che potrebbero diventarlo di credito in misura sufficiente affinché riescano a imporsi nella concorrenza globale; devono accompagnare e gestire gli impegni transfrontalieri delle imprese locali, quindi anche loro stessi devono essere presenti a livello mondiale; devono investire il credito anche nelle imprese straniere partecipando alla loro crescita e inserendosi nell’indebitamento degli stati stranieri al fine di affermare la moneta della propria nazione come mezzo affaristico di tutto il mondo; al contempo devono fungere da sportello per investitori di tutto il mondo, emettere obbligazioni nazionali sui mercati mondiali e creare investimenti attrattivi nella valuta locale… Siccome gli enti creditizi, in vista di una crescita che le abiliti a questi complessi servizi nazionali, non solo devono vendere una certa quantità di rischi ma anche accumularne parecchi, una potenza economica moderna assiste il settore finanziario con le garanzie di sicurezza nonché con una banca centrale che mette a disposizione la liquidità che occorre per ogni situazione economica.
Accanto a una cospicua grandezza di capitale e credito disponibile, del potere concorrenziale di un’economia nazionale fa parte uno sviluppo industriale che garantisce alle multinazionali locali un ruolo da leader rispetto a prodotti e tecniche produttive. Questo ancora costa soldi. Per questo motivo le autorità pubbliche promuovono o sostengono investimenti in scienza e tecnologia che garantiscono un vantaggio concorrenziale; meglio se in “settori del futuro” che gli altri paesi non si possono permettere. In compenso, una nazione con successo economico mondiale si astiene dall’intervento in quei rami dell’economia che non ce la fanno a giustificare anche i più bassi salari locali con la produttività del lavoro pagato e quindi ad affermarsi nella competizione per i bassi costi unitari di lavoro. Perciò, del generale progresso capitalistico fanno sempre parte anche le industrie “morenti”.
In maniera analoga, uno Stato di successo si prende cura della forza lavoro nazionale, cioè il fattore remunerativo “capitale umano” alias “prestazione umana”. Da una parte offre al personale specializzato della nazione, e specie alle nuove leve, l’opportunità di dimostrare la propria validità come fattore soggettivo di una produttività di capitale superiore ai concorrenti mondiali: laddove l’industria per il suo vantaggio tecnico e le multinazionali della nazione per il loro potere sui mercati hanno bisogno di esperti e personale istruito in gran numero, le autorità pubbliche pagano per un sistema d’istruzione e formazione che va dall’istruzione popolare universale al sostegno di talenti “eccellenti” prevenendo o correggendo, su tutti i gradi della gerarchia professionale, le carenze di manodopera.5 D’altra parte, un paese di forte potenza economica è disposto a bloccare interi rami d’industria gettando i lavoratori sul lastrico, a buttare via le qualificazioni richieste e ad amministrare le esistenze di povertà derivanti dall’esubero capitalistico.
Tra le due realtà, il lavoro di “qualità elevata” e quello “semplice” non più remunerativo, si apre nel capitalismo moderno una gerarchia di professioni con una voluta disparità stipendiale che però non deve degenerare in un innalzamento nocivo del livello generale delle retribuzioni. Questo pericolo la politica lo sventa con diversi metodi. Negli ultimi decenni sono state scoperte e assunte le donne come “riserve di lavoro inutilizzate”; con il doppio effetto che la loro “offerta” sminuisce la domanda di forze lavoro e che il reddito di cui le famiglie campano è ora composto da due stipendi. Inoltre il potere statale integra l’internazionalismo della comparazione di redditività, al quale assoggetta il lavoro nazionale, con l’internazionalizzazione dello stesso “fattore lavoro” che entra in servizio in patria: le potenze economiche mondiali non solo permettono ma favoriscono, all’occorrenza, l’immigrazione di lavoratori nella cui qualificazione hanno investito altre nazioni; ciò rafforza la posizione dei datori di lavoro sul mercato del lavoro e giova alla produttività del capitale.6 Quanto di disoccupazione si crea, dall’altra parte, nei settori “morenti” e complessivamente a causa dell’aumento della produttività del lavoro, viene assistito sul piano sociale tanto da far crescere la pressione sugli stipendi. Gli interessati si vedono costretti a congedarsi da ambizioni professionali e a lavorare a condizioni peggiori e per meno soldi. Per quanto riguarda la retribuzione delle persone (ancora) non colpite che continuano a lavorare con i vecchi contratti, i politici non hanno le mani legate, neanche in società libere con l’autonomia contrattuale legalmente riconosciuta. In fin dei conti, sono loro a stabilire diritti e doveri dei partner industriali e a prendere le decisioni preliminari più importanti circa il rapporto di forza quando le parti litigano sui costi del lavoro. Inoltre esortano alla “moderazione salariale” in cooperazione costruttiva con la “società civile”, ossia con un pubblico libero che con responsabile faziosità in favore della crescita nazionale – anche senza disposizioni linguistiche prestabilite – è solito mettere in guardia da salari irresponsabilmente alti; soprattutto però con sindacati che come partner degli imprenditori con ancora maggiore senso di responsabilità riconoscono il loro punto di vista pubblicamente approvato e politicamente sostenuto, prendendolo come presupposto economico inevitabile.
Più o meno così praticano tutte le potenze commerciali il loro sovrano patriottismo monetario presso la propria sede economica, lanciando un attacco a tutte le nazioni con cui hanno a che fare sul mercato mondiale. Queste dovrebbero far guadagnare alla loro controparte soldi e rafforzarne la moneta. I costi dei successi affaristici, cioè la diminuzione della sorgente della ricchezza capitalistica legata alla crescente produttività di capitale, dovrebbero ricadere sugli altri, vale a dire nella forma di forze lavoro “esuberate” o nemmeno utilizzate altrove. Ciò è possibile ma non risolve la contraddizione della crescita capitalista, bensì la diffonde realmente nell’economia mondiale: una potenza economica virtuosa ha bisogno della crescita globale annullandola contemporaneamente nelle nazioni più deboli. Per accumulare capitale, investire credito e far funzionare la moneta sul piano mondiale, i paesi leader capitalistici hanno sempre di nuovo bisogno di nuovi campi di attività per le proprie aziende industriali, commerciali e finanziarie: ulteriori mercati e sorgenti di ricchezza utili al superamento delle barriere che il loro progresso nell’uso sempre più remunerativo del lavoro pone all’ulteriore crescita. È in questo modo ed è per questa finalità che un potere statale che vuole procurare alla propria moneta il rango incontrastato di moneta mondiale deve regolare il mondo.7
I paesi “leader” occidentali dell’economia mondiale hanno raggiunto – ultimamente con la sconfitta della grande eccezione “realsocialista” e l’apertura capitalistica della Cina – rispettabili successi. Sono riusciti anche a creare nuovi “settori del futuro”. Strada facendo sono riusciti a produrre, una volta di più, una sovra-accumulazione della ricchezza, specificamente nella forma di mucchi di debiti privati e pubblici di autofinanziamento, come il mondo non li ha mai visti. La cosa non è proprio nuova, dimensione e durata della crisi e della sua gestione invece lo sono.
3. Politica di localizzazione (II): come gli stati superano i loro crucci concorrenziali e le loro crisi a scapito del lavoro
Gli stati sono in corsa per il massimo di lavoro redditizio nel proprio paese. Implicitamente ciò significa anche che si adoperano a scaricare su altre sedi nazionali il danno immancabile di posti di lavoro persi, perché resi superflui. Così si mettono necessariamente in difficoltà reciprocamente, con la conseguenza che la maggioranza delle nazioni non riesce a conquistare sui mercati importanti, con un’eccellente produttività di capitale, quote degli affari mondiali, anzi, deve lottare per evitare perdite di attività economiche utili per la nazione o per compensarle. Le autorità competenti si vedono costrette a conservare o recuperare posti di lavoro in cui il loro popolo può rendersi utile, quindi mantenersi e approvvigionare i suoi padroni politici dei mezzi finanziari. Più pressante è questa necessità, più difficile è superarla. Quando in un paese c’è mancanza di “occupazione”, allora allo Stato mancano anche i mezzi per abilitare la sua imprenditoria a una produttività di capitale che gli permetta di imporsi negli affari mondiali. Più scarsi i mezzi di cui dispone e più pressante la necessità di creare alle masse popolari un’occasione di guadagnare soldi, cioè provvedere al suo utilizzo produttivo, tanto più lo Stato dipenderà dall’arrivo di imprese straniere che si serviranno della forza lavoro nazionale per affari remunerativi.
Almeno in questa direzione, un potere statale sa fare parecchio, anche quando scarseggiano i propri mezzi destinati all’incentivazione della crescita economica. Quando, con il monopolio sull’uso della forza, ha la popolazione sotto controllo, dispone anche del mezzo che gli permette di abbassare il prezzo del lavoro nel proprio paese; nel caso migliore abbassarlo fino a un livello che faccia tornare i conti degli investitori stranieri e, laddove esistenti, dei locali possessori di patrimoni. La ricetta tutti i responsabili politici non solo la conoscono ma la applicano anche: dove la produttività del lavoro nazionale è debole, organizzano una povertà che rende il loro popolo desideroso di lavoro e competitivo in quanto elemento di costo del capitale.
In diversa misura, questa ricetta fa sempre e ovunque parte del programma. Anche nazioni economicamente efficaci non sono al riparo da sconfitte nella concorrenza globale; fosse anche solo perché loro stessi, con il loro progresso capitalistico, aumentano i parametri di riferimento per il lavoro redditizio rendendo l’utilizzo del proprio popolo attivo sempre più dispendioso. Una certa pressione sui costi dei posti di lavoro così cari è comunque doverosa. Tanto più, quando le imprese competitive, con la loro ricchezza e il loro progresso tecnico, sciamano in tutto il mondo per assumere manodopera a basso costo presso i loro impianti produttivi tecnicamente perfezionati: allora, la manodopera specializzata dei “paesi a elevato livello salariale” subisce il confronto diretto con il basso costo del lavoro estero e il potere statale non può esimersi dal criticare il livello salariale nazionale al fine di evitare danni per la patria. In più, quando si cancellano le industrie non redditizie dal registro di una potenza economica affermata, si fa presto a oltrepassare il confine tra un’”occupazione” migliore e quella mancante della manodopera in esubero; e quindi, lo strumento opportuno per rendere gli interessati di nuovo utili, è l’impoverimento. Quando capi di governo, viziati dal successo, rinfacciano ai concorrenti emergenti il “dumping” salariale o altro, di solito è il preludio all’intenzione di introdurre nel proprio paese tutto ciò che si vuole vietare agli altri, causa violazione delle regole internazionali di correttezza ed equità.
Gli stati, e soprattutto quelli vincitori che non devono lottare quasi mai per la sopravvivenza economica, conoscono inoltre ben altri tormenti concorrenziali, specificamente quelli che risultano dal fatidico corso della congiuntura capitalistica: dal ribaltamento dei “tempi buoni”, quando l’economia mondiale cresce e la concorrenza verte intorno alla sproporzionata partecipazione all’accumulazione generale della ricchezza capitalistica, alla “decrescita” e “recessione”, dove non cresce più nulla e men che meno per tutti i partecipanti agli affari mondiali. Anche le nazioni leader devono poi combattere la disoccupazione di massa, anziché competere, come avanguardia del progresso capitalistico, per i posti di lavoro più redditizi. E questo non perché manchino gli investimenti, come presso i soliti perdenti della concorrenza oppure presso i newcomer “sottosviluppati” del mercato mondiale, – al contrario: gli stati e le imprese devono vedersela con una conseguenza della loro stessa stupenda crescita capitalistica. Le stesse ricette di successo che fino a ieri hanno fatto scrivere positivi bilanci nazionali non funzionano più; peggio ancora: stanno generando insuccessi. Il credito che le banche creano con il loro potere finanziario genera una crescita che non paga, crea capitale monetario che non rende e che di conseguenza non vale niente, producendo quindi, anziché ricchezza vera, solo “bolle” – il che, stupidamente, si capisce solo a posteriori. Il credito che lo Stato con la sua potenza finanziaria mette in circolazione non partorisce una storia di successi conteggiabili positivamente, bensì funge da aiuto d’urgenza destinato alla salvezza o all’analgesica liquidazione di affari falliti; quindi non rafforza l’affidabilità creditizia dello Stato, ma la diminuisce mettendo a rischio, alla fine, i soldi investiti in maniera così improduttiva. Il progresso tecnico con cui l’industria si procura nuovi ricavi non garantisce più il rendimento che era nelle mire degli investimenti necessitati. Questi si rivelano essere – prima di tutto nelle borse, dove sono commercializzati nella forma di speculative promesse di rendimento – investimenti sbagliati.8 E i paesi stranieri – in cui le nazioni più progredite si sono inserite con il loro potere concorrenziale superiore e il loro credito usandoli come mercati e sfere d’investimento – in parte si rovinano e falliscono nella loro funzione di tappabuchi per gli affari delle superpotenze capitalistiche in affanno, in parte riescono a svilupparsi diventando concorrenti sui quali non è più possibile scaricare le contraddizioni della crescita.
Anziché successi, si accumulano nelle nazioni economiche mondiali solo imbarazzi aventi tutti quanti lo stesso contenuto economico: se un dispiego di capitale maggiore rispetto a quanto impiegato finora non rende il capitale investito più produttivo, se un anticipo maggiorato aumenta solo le perdite, se il credito disponibile non trova più un investimento affidabile, allora è stato accumulato troppo capitale, emesso troppo credito nella circolazione, avviata troppa valorizzazione di quanto poteva essere realizzato in termini di affari remunerativi.
Per i politici responsabili che fino a quel momento potevano contabilizzare un aumento di potere economico e che hanno potenziato il credito anticipando la futura crescita, questo è un caso di emergenza politico-economico: non una qualsiasi ristrettezza concorrenziale, bensì una perdita di ricchezza nazionale che loro considerano un loro stato patrimoniale, una diminuzione del potere economico la cui moltiplicazione reputano un loro diritto. Perciò, con la crisi iniziano a livello mondiale tempi politici duri: gli stati si comportano come forza di protezione dei loro interessi danneggiati testando i loro specifici strumenti di ricatto. Registrano però che qualcosa non va troppo bene anche nel proprio territorio; certamente non registrano la causa del loro imbarazzo, la sovraccumulazione della ricchezza capitalistica, ma il fatto che l’economia nazionale lascia molto a desiderare in termini di crescita necessaria e debita; e questo non perché manchino il credito e gli strumenti materiali e men che meno le volenterose forze di lavoro, bensì perché la ricchezza tuttora esistente non fa più il suo servizio, cioè non cresce. Il motivo di ciò, la politica lo desume dalla conclusione che l’industria stessa trae dall’improduttività del suo impiego di capitale: se questa, prima di tutto, lesina sugli stipendi riducendo l’organico, se non vuole e non può più permettersi la spesa per il lavoro, allora la volontà riformatrice dello Stato deve partire da qui. Pertanto anche il potere statale rende il “fattore lavoro” e il suo prezzo responsabile per l’emergenza nazionale facendo di tutto al fine di abbassare questo prezzo; e lo fa finché il capitale non torni a impegnarsi su scala nazionale e a creare redditizi posti di lavoro. E lì, dove è riuscito a sviluppare il territorio per decenni a nazione economica leader nel mondo assistendo la popolazione attiva in modo congruo, può attivare tante leve. Qui di seguito un elenco – per rammentare cose che tutti conoscono:
– politici del welfare negli ordinati “paesi ad elevato livello salariale” creano, ove mancassero, i presupposti legali, all’occorrenza anche gli stimoli per i datori di lavoro e la coercizione per i lavoratori, al fine di costituire un settore a bassa retribuzione: libertà per l’uso di lavoro temporaneo mal retribuito, la forma giuridica dell’”occupazione minore” e occupazione priva di “assicurazione pensionistica obbligatoria”, i “voucher”, uno spazio libero per il lavoro salariato a costo zero sotto il titolo di “stage” ecc. Gli stipendi sono, di fatto e in parte anche dichiaratamente, esonerati dalla pretesa di dover bastare, grazie alla ridistribuzione legalmente ordinata, per tutta la vita lavorativa, quindi anche per il periodo della pensione e per fasi di disoccupazione. L’”integrazione” degli stipendi bassi che non fanno più campare una persona che lavora a “tempo pieno” con aiuti statali per raggiungere il “minimo di sussistenza” locale combina povertà e lavoro su un livello nuovo.
– Il personale per questo settore a bassa retribuzione lo fornisce in alcuni paesi direttamente il “mercato del lavoro” con la sua offerta eccessiva di lavoratori licenziati o mai assunti. In altri paesi sono gli enti competenti per la disoccupazione a pensarci, passando da una specie di assicurazione, che mantiene parti delle popolazioni in esubero come “esercito di riserva” per un eventuale futuro utilizzo capitalistico, all’assistenza sociale vincolata dalla condizione che i beneficiari accettino qualsiasi “occupazione” per qualsiasi retribuzione. Questo tipo di obbligo di servizio diminuisce al contempo i costi che derivano dalla sollecitudine dello Stato sociale moderno che non abbandona i suoi disoccupati.
– Il settore a bassa retribuzione e la disoccupazione hanno un effetto di compressione del salario del “lavoro regolare” che diventa per i dipendenti, con ogni inasprimento della situazione concorrenziale e con ogni crisi, sempre di più un bene di lusso. Anche questo non succede quasi “da sé”, perché gli interessati fanno della necessità di massimo adattamento una virtù. Nei paesi con regolari contratti collettivi, la politica ha una voce importante in capitolo. Dà man forte ai datori di lavoro con contratti esemplari nel pubblico impiego e accenni alla “moderazione salariale” mettendo in guardia da eventuali pretese sindacali, fossero anche modeste, e rafforzando le richieste di riduzione dei salari da parte degli imprenditori. Altresì appoggia gli stessi sindacati nella loro “lotta per i posti di lavoro” che non si può combattere, almeno nelle società civili non è combattuta senza l’offerta di accettare il peggioramento di retribuzione e condizioni di lavoro in cambio della conservazione dei posti di lavoro ai quali gli imprenditori non vogliono comunque rinunciare e che saranno garantiti finché gli imprenditori si aspettano di ricavarne un profitto.
– Dopotutto, i governi delle nazioni capitalistiche blasonate dispongono di considerevoli parti dei salari nazionali, cioè le tasse e i contributi accumulati nelle casse pubbliche e sociali. Quando questa massa di manovra scende perché, insieme al livello salariale nazionale, scende anche l’ammontare assoluto dei salari, per i politici riformatori del welfare non è solo l’occasione per tagliare tutti i diritti alle prestazioni ma si vedono addirittura costretti ad andare subito oltre evitando di confiscare non ai dipendenti elementi dello stipendio ma ai datori di lavoro parti delle retribuzioni nazionalizzate; magari suggerendo alle parti sociali di compensare la riduzione delle detrazioni con qualche percentuale di stipendio. Ciò di cui i “dipendenti” hanno bisogno come prevenzione pensionistica, un gruzzolo di riserva e spese sanitarie, non grava né sulle pubbliche casse né sul livello salariale nazionale ma solo sul salario netto, quindi sul tenore di vita privato – anche questo un contributo alla salvezza e al ripristino della produttività di capitale.9
Quando devono applicare questa ricetta nella lotta per i posti di lavoro, per i responsabili dell’economia nazionale non fa differenza se le sofferenze sotto il profilo della concorrenza siano la conseguenza di perdite nazionali nel mercato mondiale dovute a successi di concorrenti stranieri o se il capitale che accumula in tutto il mondo si sia cacciato nel suo insieme in una crisi e ora le nazioni si dibattano per la spartizione delle perdite. Anche quando il capitale investito globalmente eccede la misura in cui il suo utilizzo possa trovare un suo tornaconto, quando gli affari crollano, i diritti a rendite da capitale sono svalorizzati ecc., i politici economici delle varie nazioni registrano una sola cosa, questo però con sempre maggiore scontentezza: nella loro area di competenza manca la crescita. E quando questa viene meno non è stato il capitale a vivere al disopra delle proprie possibilità ma il fattore lavoro; allora il personale deve scendere di prezzo per portare la nazione sulla “strada della crescita”.
In verità, non riescono ad annullare la sovraccumulazione e la svalutazione. Però questo non li preoccupa molto fintantoché sono soprattutto le controparti a subire le perdite. Perciò i leader nazionali sono attaccati inesorabilmente alla ricetta di risanamento, anche quando è il settore finanziario stesso ad annullare le sconfinate quantità di credito con cui si sono gonfiati i mercati finanziari globali e gli stati hanno tenuto in movimento gli affari mondiali capitalistici pur passando attraverso alcune “recessioni”. Alla decisione di bloccare il dovuto crollo del settore finanziario con illimitate quantità di nuovo denaro statale a credito fanno seguire l’”obbligo” unanimemente deciso di attuare delle riforme per salvare gli stessi debiti dello Stato oramai messi in pericolo dal loro eccesso e la moneta che rappresenta questi debiti. Il contenuto di queste riforma è sempre lo stesso: riduzione dei costi del lavoro. Abbassare ancora il lavoro nazionale già ridotto di prezzo affinché si possa, con quel poco di produttività di capitale in più che è ancora ricavabile, annullare la crisi caratterizzata dalla svalutazione del capitale, è impossibile. Lo squilibrio tra il beneficio dell’impoverimento aggravato, eventualmente realizzabile, e il grandioso effetto economico che gli stati si augurano di realizzare, è per loro soltanto lo sprone per non farsi superare da nessun’altra nazione concorrenziale nell’abbassare i costi del lavoro. Agli interessati offrono, insieme alla prospettiva d’impoverimento che è priva di alternative, la promessa – come “luce in fondo al tunnel” – che almeno un attore abbia così una bella chance: la nazione nella concorrenza internazionale.
Allora sarà così.
1Il carattere astratto della ricchezza che il potere statale, con la proprietà privata, rende obbligatorio ne garantisce l’utilità politica in maniera immediata: lo Stato ha nella moneta il potere d’accesso – secondo le regole del fare economia che lui stesso ha stabilito – a tutto ciò che serve per governare, in una forma universalmente utilizzabile.
2Ricorrendo anche ai salariati come contribuenti, lo Stato gli fa pagare i costi del regime politico che impone con la proprietà privata. Lo stipendio lordo che gli imprenditori pagano per l’accesso alla loro fonte di soldi finisce sui conti correnti della classe sfruttata, solo dopo che è Stato ripulito dei costi del potere.
3Riguardo all’affermarsi di questo principio, le nazioni capitaliste non scherzano: perché, nell’ultimo secolo, il blocco degli stati socialisti ha rifiutato questo principio sottraendo una parte del mondo al libero commercio, si è visto osteggiato dall’ostilità generale dell’occidente.
4Ad ogni passo in avanti nella „globalizzazione”, le nazioni hanno moltiplicato notevolmente gli oggetti di conflitto tra di loro – per le condizioni e i limiti d’accesso ai mercati, per licenze e confini della libera circolazione del capitale, ecc. Il commercio – spesso e volentieri osannato come la contropartita pacifica ai rapporti bellici tra gli stati – genera in verità un sacco d’interessi contraddittori che sfidano il potere monopolistico dello Stato raddoppiando i suoi bisogni con strumenti atti alla “proiezione di potere”. Gli ultimi sviluppi sotto il governo Trump hanno tolto di mezzo alcune illusioni in proposito. Non stupisce che la concorrenza capitalista promuova anche il progresso negli armamenti. E il settore bancario guadagna bene con i finanziamenti del relativo fabbisogno.
5La Repubblica Federale Tedesca, “campione esportatore” multiplo, si è compiaciuta per un certo periodo di autodefinirsi “paese povero di materie prime” il cui mezzo concorrenziale preferito era la “materia prima istruzione”. Un cancelliere socialdemocratico disse addirittura che il futuro della nazione era l’”esportazione di modelli”. Era l’ideologia che accompagnava il potenziamento del sistema universitario nell’era “social-liberale”. Dello spirito dell’”offensiva di formazione” di ampio respiro di allora che doveva rendere superfluo lo sporco lavoro dei proletari e appianare le barriere classiste, non è rimasto nulla nella retorica sulla “Repubblica Formativa Tedesca” dei nostri tempi. Quest’ultima indica una politica che, tramite una profonda differenziazione e la svalutazione di titoli di studio, di fianco a una “iniziativa volta all’eccellenza” per far nascere un élite, persegue l’inasprimento della concorrenza a tutti i livelli e non è più la bugiarda promessa di una volta, ma l’avviso che al di sotto di una certa qualificazione è vano farsi delle speranza per un lavoro che permetta di vivere. In Italia neanche la laurea garantisce un lavoro, cosicché tantissimi giovani italiani o marciscono in patria con o senza titolo di studio o si danno alla “fuga dei cervelli”.
6Nei rari periodi di „piena occupazione“, uno Stato provvede con l’assunzione di persone attive dai paesi con tanto “materiale umano” capitalisticamente inutile persino a un eccesso di offerta di lavoro per “mansioni semplici” che tiene sotto controllo la necessità di pagarlo: i “migranti” importano il loro livello salariale come base di riferimento.
7Le prestazioni globali degli stati che sono impegnati maggiormente in questo campo, l’autorevole attuazione di ripercussioni sulle sedi locali e il loro sviluppo in strumenti della concorrenza mondiale, tutto ciò è giustificato, nelle numerose varianti dell’ideologia che va sotto il nome “globalizzazione”, come un confronto politicamente problematico, ma soprattutto necessario, come “vincoli oggettivi” che si sottraggono alla sovrana discrezionalità dei leader ma che nondimeno devono essere “gestiti”.
8Al posto di conquiste veramente remunerative del servizievole spirito scientifico, in fasi congiunturali di questo tipo subentra spesso l’ideale di un’arma miracolosa che aprirebbe prospettive del tutto nuove al guadagnare soldi – una “fantasia” che presso le borse del mondo è buona per un po’ di “ripresa” e quindi per la prossima “bolla”.
9Da sempre, questi elementi retributivi non rappresentano per i datori di lavoro una detrazione dalla sussistenza dei dipendenti ma un’aggiunta al prezzo del lavoro in senso stretto e vanno combattuti opportunamente. I responsabili della politica sociale possono solo acconsentire a questo punto di vista, specie in tempi di crisi e di crescenti difficoltà nella concorrenza. Logicamente, il margine per gli sgravi dei costi da parte degli imprenditori è tanto più grande, quanto più intensamente una nazione economica potente si occupa dell’assistenza alla classe operaia confiscando elementi salariali per destinarli a questo compito. Con i “tagli”, quindi, uno Stato sociale ben strutturato può dare buona prova della sua idoneità alla concorrenza. Dalla grande crisi del 2008, il governo tedesco si vanta delle misure specifiche che i suoi predecessori hanno imposto in questo campo per superare la penultima o l’ultima crisi – riforma dei sussidi, le cosiddette leggi “Hartz I – IV”. Ci si presenta come modello e campione per tracciare la via da imboccare dai loro partner, sconfitti dalla Germania con la combinazione tra potenza capitalistica e livello salariale, per uscire dalla crisi del debito sovrano. I governi interpellati non sanno fare meglio che impoverire il popolo adoperandosi semmai a scaricare la responsabilità su governi esteri.
