Le tre ragioni della guerra in Ucraina

La guerra in Ucraina è condotta da tre parti: la Russia come aggressore sotto il titolo di “operazione militare speciale”; l’autorità statale aggredita di Kiev con il comando su un esercito addestrato ed equipaggiato dagli Stati Uniti e dalla NATO; l’Occidente, cioè gli Stati Uniti e la NATO in una nuova unità insieme all”Unione Europea, non direttamente come parte belligerante, ma doppiamente: come finanziatore dello Stato ucraino, come organizzatore della sua potenza militare, come direttore del suo dispiegamento e, ancora una volta in modo diretto, con una guerra economica degna di questo nome, perché mira alla distruzione della base capitalistica del potere statale russo. Ciascuna parte ha le proprie ragioni per la guerra – al di là di tutte le buone ragioni che, come in ogni guerra, non mancano mai a nessuna delle parti.

1. Russia

La Russia sta passando all’offensiva militare per due scopi difensivi che nel resultato sono congruenti.

Da un lato, difende i suoi molteplici interessi nel grande Paese vicino, emerso come nuovo Stato nazionale sovrano dalla disgregazione dell’ex Unione Sovietica in una “Comunità di Stati Indipendenti”. Il governo russo è interessato al consolidamento di un rapporto speciale che non solo riguarda le relazioni commerciali e politiche come con qualsiasi altro Stato estero e i vantaggi che ne derivano per il proprio Paese, ma che riguarda anche i residui ancora persistenti dell’epoca in cui l’Ucraina era, come Repubblica Socialista Sovietica, uno Stato di una Unione governata da Mosca e apparteneva a un’area economica con un proprio sistema di divisione del lavoro non capitalista. Dal punto di vista russo, ciò che in realtà caratterizza tutte le repubbliche ex-sovietiche come “vicine a Mosca”, e l’Ucraina in particolare, è questo: una parte significativa della popolazione di lingua russa, la cui lealtà tende a orientarsi verso la Russia; un’economia, in gran parte rovinata a causa della sua separazione dal contesto della precedente economia pianificata, la cui esistenza dipende ancora, almeno in parte, dal suo legame con la Russia; una posizione corrispondentemente forte delle fazioni filo-russe nella disputa interna – in questo caso, nel partito ucraino. La presenza e l’efficacia del proprio potere politico ed economico nel grande “Paese fratello”, divenuto nazione indipendente, e il diritto al suo corrispondente orientamento politico fondamentale e alla sua allocazione strategica sono massicciamente e sempre più efficacemente contestati alla Federazione Russa: da parte della NATO e della sua leadership americana, attraverso la progressiva integrazione politica e militare dell’Ucraina nell’acquis strategico dell’Europa orientale; da parte dell’Unione Europea, con il suo allineamento al regime economico e giuridico dell’Unione attraverso riforme, che non fanno per niente bene all’Ucraina, ma che in ogni caso diminuiscono l’influenza russa. Da un decennio Mosca difende, prevalentemente sul lato militare, i suoi interessi e la sua pretesa giuridica di una co-determinazione decisiva sull’Ucraina, con l’instaurazione di un controllo diretto o indiretto su alcune parti del Paese: la Crimea, la cui annessione è contestata politicamente senza compromessi, e due parti del Paese a est che sono diventate repubbliche e la cui esistenza è contrastata militarmente. Una delle ragioni del governo russo per la sua “operazione speciale” è questa: la salvaguardia e l’espansione ovvero: la salvaguardia attraverso l’espansione di queste posizioni raggiunte, una revisione dei progressi della pressione occidentale, nella miglior ipotesi un’inversione fondamentale dell’orientamento filo-occidentale dell’Ucraina .

Per Mosca ciò coincide con la necessità di una difesa strategica di ben altra portata: con la progressiva appropriazione dell’Ucraina da parte della NATO, che definisce e tratta con sempre maggiore determinazione e coerenza lo Stato russo come il suo avversario principale, la Russia vede la propria sicurezza in pericolo. Dopo tutto, con l’annessione dell’Ucraina alla NATO – sia ufficialmente che “solo” di fatto – l’Occidente persegue l’obbiettivo di perfezionare sia l’accerchiamento militare sempre più stretto della Russia con forze convenzionali, sia la costruzione di un arsenale nucleare sempre più vicino al centro del potere statale russo; quest’ultimo scopo nell’ambito dell’obiettivo generale degli Stati Uniti di controllare qualsiasi corso di guerra, e in ultima analisi anche e soprattutto l’escalation di uno scambio di attacchi nucleari con la Russia, creando l’impressione di praticabilità e aumentando così l’efficacia di una sua minaccia. Per la Russia sono in gioco posizioni strategiche e militari essenziali: la sicurezza del confine sud-occidentale contro un nemico sempre più potente, la libertà d’azione sul Mar Nero. Soprattutto, però, e questo va ben oltre l’opzione militare, teme per la sua capacità di poter affrontare una guerra nucleare, cioè una escalation della guerra che sia perlomeno incalcolabile per l’America, nel senso di un rischio prevedibilmente inaccettabile, quindi di un’opzione impraticabile. Si parla della famigerata “dottrina” della Mutually Assured Destruction (distruzione reciproca assicurata), secondo la quale le grandi potenze nucleari, quando preparano la guerra e si armano per essa, si impegnano a non scatenarla a causa del già eccessivo potere distruttivo delle armi del nemico. Se l’Ucraina dovesse diventare una base di lancio per i missili americani, la Russia correrebbe il rischio, e in ogni caso, considerando le variabili strategiche – come i tempi di preavviso e le possibilità di reazione in uno scambio di colpi calcolato – il governo vede in questo un’intensificazione intollerabile del pericolo di trovarsi con il suo enorme arsenale di armi nucleari all’ultimo stadio dell’autodifesa strategica, che una volta il presidente russo ha formulato chiaramente in questo modo : una guerra nucleare “sarà una catastrofe globale per il pianeta. Ma come cittadino russo e come presidente russo, chiedo: perché abbiamo bisogno di un mondo in cui non c’è la Russia?”. (Focus Online, 8.3.18) La capacità nucleare della Russia, costretta da un’attacco all’ultima difesa, potrebbe in ogni caso essere sufficiente per la distruzione del resto del mondo, compresi gli Stati Uniti. La Russia è però più di questo e vuole restare di più che l’ultima nazione a lasciare il campo di battaglia nucleare. Questa nazione rivendica la propria sicurezza in quanto potenza mondiale che, a differenza di tutti gli altri Stati, decide autonomamente sulla portata delle proprie ambizioni e sulla sicurezza del proprio potere; che determina in modo decisivo l’equilibrio di potere tra le nazioni e al loro interno “alla pari” con la superpotenza statunitense, cioè ad un livello che nessun altro Stato ha mai raggiunto; e che è una potenza mondiale veramente in grado di imporsi. Questo status si basa sulla capacità di deterrenza militare, che assicura al Paese il rispetto incondizionato da parte del suo grande avversario, incrinando efficacemente la sua pretesa monopolistica di controllo dei rapporti di forza nel mondo. Proprio questo status è messo in pericolo – non per la prima volta, ma in modo definitivo – dall’avanzata della NATO in Ucraina. Il governo russo percepisce in questo l’intenzione, che viene gradualmente messa in pratica, di contestare offensivamente la pretesa e il diritto della sua nazione a garanzie di sicurezza dello stesso livello di quelle che l’Occidente rivendica per sé in Europa e sa procurarsi, cioè garanzie per la sua esistenza come potenza mondiale. In questo senso, la Russia protesta diplomaticamente da molto tempo, dai tempi della ricostruzione di un solido monopolio statale dopo l’era Eltsin, contro la violazione di tutte le promesse della NATO di non espandersi, o solo in misura limitata verso est, geograficamente e in termini di forze. Si riferisce a promesse che erano state fatte nel corso della liquidazione del blocco di potere sovietico. In conformità con l’avvertimento trasmesso con queste denunce, la Russia dichiara anche che i continui attacchi politici e le incursioni militari sul suo acquis nell’est e nel sud dell’Ucraina costituiscono un’emergenza strategica. Per lei, è qui che si deciderà fino a che punto, gli Stati Uniti e i loro alleati alla fine sono ancora disposti a rispettare la Russia come potenza autonoma che definisce ed è in grado di far rispettare le proprie esigenze di sicurezza allo stesso livello della controparte.

Con la sua “operazione speciale” il governo russo confronta l’Occidente con la risolutezza di non lasciarsi sottrarre il suo potere di deterrenza. E sta usando il suo potere di deterrenza avvertendo ripetutamente gli Stati Uniti e la NATO di non interferire su una scala tale da portare a un’escalation verso una guerra mondiale. Certo, questo è già molto difensivo in linea di principio: gli interventi da cui l’Occidente dovrebbe astenersi, in modo da soddisfare il diritto della Russia ad una sicurezza assoluta e al rispetto della “linea rossa” che la Russia demarca con l’Ucraina, sono con l’armamento e l’appropriazione de facto del Paese da parte dell’Occidente già una realtà irreversibile; ecco perché la Russia si vede costretta alla sua drastica “operazione speciale” difensiva. Questa è la risposta al fatto che la negazione pratica del rispetto occidentale per le rivendicazioni di sicurezza russe ha già fatto molta strada. Non si tratta quindi di una vera soluzione, ma del risultato di un impaccio insolubile: per la Russia, il successo dipende in realtà dalla possibilità di bloccare almeno a questo punto lo spostamento strategico delle forze, cioè di garantire la credibilità del proprio potere di deterrenza senza utilizzarlo – l’operazione non è espressamente intesa come una guerra contro la NATO, né tantomeno come l’inizio di una terza guerra mondiale. Anche nel caso – sempre più dubbio – di un suo successo, la Russia non raggiungerebbe l’obbiettivo di costringere così l’Occidente a rispettare il suo potere di deterrenza. Spetta esclusivamente agli Stati Uniti e alle potenze della NATO decidere se e in che senso accettare l’intervento della Russia nel Paese confinante, esplicitamente dichiarato come una semplice “operazione speciale”, come un serio avvertimento a se stessi e alla loro politica offensiva nei confronti di Mosca e di conseguenza di astenersi, almeno in Ucraina, dal continuare a contestare la pretesa della Russia di riconoscimento del suo ruolo come potenza mondiale. In un certo senso, la Russia sta conducendo quasi una guerra per procura combattendo contro una forza militare che fa da ‘sostituto’ per il vero nemico; anche in caso di successo locale, la Russia non colpisce il nemico previsto. In questa costellazione asimmetrica, l’Occidente conserva tutta la libertà di decidere fino a che punto vuole immischiarsi nella guerra – oppure non immischiarsi o solo in misura limitata – e di guidarla “da dietro”, senza dipendere realmente dal successo del suo sostituto ucraino. In ogni caso, non si può certo dire che la NATO e gli Stati Uniti siano stati dissuasi dalla loro linea generale di ostilità offensiva nei confronti della Russia. Da parte loro, lo rendono molto chiaro quando ora spingono avanti la lotta dell’Ucraina, per la quale hanno preparato il Paese per anni, fino a quando non sarà vinta – in qualsiasi forma e con qualsiasi devastazione immaginabile – e allo stesso tempo insistono sul fatto che, come alleanza di guerra del Nord Atlantico, non sono parte in causa nella guerra e neanche – non ancora – sotto attacco. In questo modo, stanno praticamente rendendo inefficace la strategia dei russi. Naturalmente, gli Stati Uniti e la NATO devono anche registrare che non hanno dissuaso i russi dall’attaccare l’Ucraina. Ma che cosa significa? Non hanno nemmeno minacciato una terza guerra mondiale; la riservano al caso in cui la Russia decida di lanciare un atto di sfida diretta – o qualcosa che vorrebbero considerare tale.

Con la sua “operazione militare speciale”, la Russia non può sfuggire all’imbarazzo strategico di volersi difendere dalla sua già avanzata estromissione dalle decisioni fondamentali sulla pace europea e globale e dal sempre maggiore disinteresse per i suoi autodefiniti interessi di sicurezza, senza aprire un confronto diretto con l’alleanza bellica occidentale. E questo non è dovuto semplicemente a un diseguale equilibrio di potere militare tra l’alleanza bellica occidentale e il suo potenziale offensivo americano, da un lato, e la Russia, assediata su vari fronti, dall’altro. Il fatto che la lotta asimmetrica del governo russo contro l’Ucraina non risolva il suo problema fondamentale di sicurezza è dovuto alla circostanza che la Russia, con la sua pretesa di ottenere un riconoscimento garantito e il dovuto rispetto come potenza mondiale, si scontra con un mondo organizzato imperialisticamente in tutti i suoi momenti che non lascia alcun spazio a qualsiasi alternativa.

Il principio dominante dell’ordine in questo mondo consiste nella libera concorrenza delle nazioni per la ricchezza capitalistica e i mezzi per il suo incremento, legalmente installata in istituzioni come il FMI e la Banca Mondiale, l’OMC e diverse sotto-organizzazioni dell’ONU, aperte in linea di principio a tutti gli Stati che fanno dell’arricchimento capitalistico la loro fonte di potere. La nuova Russia post-sovietica non sfugge a questo sistema di concorrenza. Con i suoi considerevoli mezzi di produzione, anche se antiquati, e le sue buone relazioni con l’estero, vuole parteciparvi. Si afferma come nazione commerciale e centro finanziario, come fonte di beni d’esportazione ricercati e indirizzo per l’esportazione di capitali e viene coinvolta negli affari internazionali di sfruttamento e di ricatto del capitalismo globale e ne risente delle sue difficoltà come ogni altro stato capitalista. Allo stesso tempo, però, il Paese deve fare i conti con le obiezioni e le ostruzioni di Washington e con le riserve delle potenze economiche mondiali alleate dell’America, che rendono – ovvero dovrebbero rendere – difficile il consolidamento e l’aumento del suo potere politico.I politici trasformisti al potere a Mosca hanno classificato queste resistenze come un’offesa di fronte alle loro buone intenzioni e alla collaborazione che hanno dimostrato quando liquidarono l’economia pianificata socialista e aprirono il loro mercato nazionale al libero commercio capitalista: nonostante ciò non hanno abbandonato la linea generale dell’arricchimento privato e statale attraverso la concorrenza capitalista.

In realtà, gli autorevoli responsabili politici del mondo imprenditoriale hanno affermato che la partecipazione al mercato libero capitalistico non è gratuita. Ciò che viene richiesto è la sottomissione a un insieme di regole procedurali che rendono gli interessi degli Stati fondamentalmente dipendenti da certe condizioni e pongono limiti alla loro autodeterminazione , che solo per le potenze leader non rappresentano limiti, ma piuttosto opportunità. Tutti gli altri, e questo vale anche per la grande Federazione Russa, si espongono con la loro partecipazione, interessata e conforme al sistema, al potere ricattatorio dell’Occidente che non deriva da successi competitivi o dal loro potere economico, ma che consiste in un regime assoluto sulle modalità della concorrenza tra le nazioni. Ciò non dipende proprio dalla qualità delle istituzioni di diritto internazionale, che rappresentano l’ordine globale degli affari e sono determinate in modo decisivo nella loro politica di regolamentazione dagli Stati Uniti, in parte come il maggiore azionista, ma in ogni caso anche come il membro più importante. Il regime consiste in ultima istanza nell’impiego del dollaro USA come moneta mondiale decisiva e di riferimento, per il cui incremento competono i capitalisti, per il cui prospero uso nazionale competono gli Stati capitalisti del mondo moderno; consiste nel mercato finanziario americano come fonte decisiva di credito con cui i capitalisti del mondo finanziano l’aumento della loro ricchezza, gli Stati la loro crescita nazionale; consiste nella liquidità creata e garantita dalla banca centrale USA che fa andare avanti tutto. Sono questi prodotti e servizi degli Stati Uniti, in produttiva combinazione con alcuni rivali alleati in Europa e Asia, a stabilire una dipendenza fondamentale dei mercati mondiali capitalistici e dei loro attori privati e politici dall’unica potenza economica mondiale che ha monopolizzato l’accesso imperialista al mondo. Non sono i vincoli della concorrenza capitalistica in quanto tale, né i risultati – a loro volta distribuiti in modo molto unilaterale – della concorrenza che si svolge sui mercati mondiali, ma è questa dipendenza che permette agli Stati Uniti, grazie al loro potere di creazione del denaro e del credito nell’economia mondiale, di esercitare un regime sui partecipanti al capitalismo globale che equivale al potere di ammettere o escludere intere nazioni e che dà forza a tutte le decisioni restrittive intermedie. Questo è il potere con cui il grande successore capitalista dell’Unione Sovietica deve fare i conti: con una politica occidentale, soprattutto americana, che garantisce che la supremazia delle nazioni monetarie mondiali sul mondo capitalista degli Stati è incompatibile con una Russia che si sta trasformando in una grande potenza autonoma.

La Russia non ha nulla di simile da opporre a questo rapporto di dominio imperialista civile, perché il denaro e il credito americano non sono mezzi intercambiabili del capitalismo globale e il regime basato su di essi non è una manovra con cui l’America debba di continuo riaffermarsi. Nel corso dei decenni della sua validità, al di là di ogni considerazione politica e di pianificazione strategica, il potere del dollaro sull’economia mondiale si è solidificato, in un intero sistema di rapporti di supremazia e sottomissione, che detta a tutti i liberi concorrenti le loro condizioni economiche di esistenza come se fossero una situazione oggettiva. Dai risultati della concorrenza è emersa una completa gerarchia e una tipologia di Stati capitalistici, che nessun potere statale ha inventato o preso di propria scelta. Il loro status in questa gerarchia, d’altra parte, definisce la ragion di stato delle nazioni e le opzioni e la libertà d’azione dei dirigenti politici quando si accingono a reinventare ancora una volta il loro Paese. Naturalmente esistono creatori di denaro statali rivali, valute alternative, concorrenti degli Stati Uniti che hanno avuto successo in molti campi; esiste di per sé l’ambizione di potenti potenze economiche mondiali di emanciparsi dal dollaro e dal mercato finanziario statunitense; esistono anche partenariati internazionali nell’ambito di una concorrenza furiosa, persino alleanze economiche tendenzialmente o esplicitamente anti-americane come l’Unione Europea o la Cina con la sua Nuova Via della Seta. Ma persino questi sono – per il momento – ben lontani dal superare il ruolo esclusivo della potenza economica americana. E per la Russia, sia come membro dell’alleanza BRICS sia con le sue offerte di avvicinamento ai “Paesi vicini”, questo vale in misura ancor maggiore: le relazioni estere del Paese non si avvicinano a nulla di simile a un’alternativa al consolidato sistema imperialista di sovrani economicamente funzionalizzati. Con la sua ambizione di generare dal suo patrimonio socialista una crescita capitalistica sul mercato mondiale, la Russia sta in sostanza lottando per un posto – naturalmente eccellente – in questo sistema mondiale.

In questo modo si realizzano gli effetti a lungo termine del principio della libera concorrenza che la potenza economica mondiale americana ha imposto al mondo degli Stati come offerta per l’arricchimento privato e nazionale; un’offerta che nessuno poteva rifiutare perché l’unica alternativa, il sistema di stampo sovietico del socialismo reale, è stata efficacemente combattuta e alla fine, anche con l’arma economica della corsa agli armamenti, mandata in fallimento. L’altra faccia di questa offerta senza alternative è – ed è stata fin dall’inizio – l’impegno degli Stati sovrani di portare avanti i loro sforzi per affermare i propri interessi contro gli altri, di usare e funzionalizzare le altre nazioni solo in questo modo, cioè in accordo con l’ordine commerciale americano per la concorrenza capitalistica così vantaggioso per la crescita del denaro, del credito e del capitale americano; un divieto dell’uso della forza che non va confuso con la non-violenza, se non altro perché gli USA l’hanno fatto accettare come norma dagli sconfitti e i partner della seconda guerra mondiale solo su base della loro potenza capitalista come vincitori della guerra. Contro l’Unione Sovietica, con il suo sistema effettivamente alternativo che comprendeva mezzo mondo di Stati, hanno combattuto guerre per procura e guerre proprie, e preparato inoltre guerre nucleari. Dopo la sua liquidazione, hanno ulteriormente continuato con la ben nota combinazione di deterrenza e lotta esemplare contro ogni tipo di violenza, ovunque “l’unica superpotenza rimasta” interferisse con i propri interessi. Il fatto che questo regime venga scambiato per l’ordine di pace del mondo moderno non è né un idealismo fuori luogo né un mero cinismo, ma riflette piuttosto il fatto che la sottomissione del mondo degli Stati al diktat americano di competerel’uno contro l’altro in modo capitalistico ha assunto la forma fissa di un sistema imperialista. Allo stesso tempo, l’enfasi sulla pace chiarisce che le regole della concorrenza, applicate in tutto il mondo, non solo regolano le transazioni commerciali dei capitalisti e forniscono ai responsabili delle politiche economiche mezzi di estorsione puramente civili, ma devono anche essere rispettate come precetto per l’uso della forza da parte dei sovrani, come divieto dell’uso arbitrario della forza.

Questo è il punto decisivo in cui la Russia si scontra con il sistema mondiale imperialista realmente esistente e con la sua potenza protettrice. Con i mezzi commerciali che possiede e con gli strumenti di persuasione politico-economici di cui dispone, assume nella nomenclatura dell’imperialismo lo status e il rango gerarchico di un Paese emergente particolarmente potente e compete per la ricchezza e l’aumento della sua influenza – e, nella misura in cui gli è consentito, viene riconosciuto come concorrente capitalista o addirittura apprezzato come fornitore e partner affidabile. In questa lotta per l’esistenza del tutto conforme al sistema la Russia si trova ripetutamente ostacolata, persino emarginata, dagli amministratori dell’intero sistema e fa così la conoscenza del duro, inconciliabile lato politico-pacifico del comandamento della concorrenza: il divieto americano dell’uso della potenza militare. Questo non perché inizi costantemente guerre, o lo faccia più spesso di altre potenze scontente del globo, ma perché la sua capacità di impiego della forza militare all’interno degli Stati e tra di essi, di supervisionarlo o addirittura di iniziarlo, è di una qualità diversa rispetto alla militanza di altre potenze. La Russia è proprio l’unica potenza in grado non solo di mettere in dubbio localmente la garanzia globale di pace dell’America, ma anche di respingerla, e quindi di negarla in modo generale e fondamentale a livello di deterrenza strategica finale. Non solo ne è capace, ma ne trae la sua speciale pretesa di sicurezza; più precisamente: di riconoscimento della sua libertà di garantire la sua sicurezza al massimo livello secondo i propri calcoli. E nemmeno solo la propria. Il Paese colloca programmaticamente la sua rivendicazione di auto-emancipazione e di sicurezza autonomamente definita, rispettata da tutte le parti, compreso e soprattutto dall’Occidente, in un contesto politico globale che rende chiara la direzione della sua spinta e dovrebbe renderla chiara anche al mondo degli Stati. La Russia si offre come partner di alleanza a tutte le nazioni i cui interessi, a proprio parere, vengono trascurati nel mondo dominato dall’America – a volte persino al latente anti-americanismo europeo – e allo stesso tempo sollecita il sostegno di se stessa come potenza regolatrice indipendente, rispettabile e rispettata. La Russia vuole essere percepita, in particolare essere utilizzata e riconosciuta come una potenza statale pronta e capace di fornire assistenza contro l’arbitrio occidentale ogniqualvolta le sovranità nazionali, a causa dei loro interessi di sicurezza nazionale interni ed esterni, si trovino sotto pressione di forze ostili americane o sponsorizzate dagli Stati Uniti. E non solo in casi speciali di particolare importanza per gli interessi russi. In generale, la Russia vuole lavorare per un ordine mondiale alternativo, cioè multipolare, che dia a tutti gli Stati la libertà di plasmare le proprie condizioni interne e le proprie relazioni estere in modo autodeterminato, cioè senza riserve anti-russe e senza il paternalismo occidentale. Certo, le sue iniziative rilevanti dimostrano che la Russia si trova di fronte a un’ordine mondiale del tutto stabile, sia nei dettagli che in generale, che non si rovescia nemmeno in caso di singoli successi. Ma questo non cambia nulla. La pace mondiale imperialista è incompatibile con il principio di questa politica: cioè con la pretesa incondizionata di essere padrone della definizione e dell’applicazione dei propri diritti nel mondo come potenza mondiale con capacità di deterrenza nucleare. Questa è la violazione fondamentale della proposta monopolistica, in particolare dell’esigenza esclusiva degli Stati Uniti, con la loro potenza militare globalmente superiore, di assegnare a tutte le potenze sovrane del mondo la loro sicurezza, cioè il grado di sicurezza e di libertà d’azione militare che le spettano secondo il giudizio americano.

La contraddizione fondamentale della Russia è che è e vuole essere allo stesso tempo un partecipante attivo nel sistema mondiale dominante della concorrenza capitalistica, una parte pro- minente dell’ordine mondiale che è nato sotto il diktat del regime americano e che con i suoi imperativi quasi universalmente rispettati – almeno per il momento – funziona. In questo mondo organizzato in modo imperialistico, la Russia non è semplicemente una deviazione, ma la vera contraddizione esistente: tra se stessa come potenza capitalista, che lotta per la crescita capitalistica della sua economia secondo le regole procedurali dominanti e con i mezzi d’affari creati e controllati dall’America, e la sua esistenza come potenza militare con armi nucleari, che si fa garante autonoma della sua sicurezza e che di conseguenza vuole essere riconosciuta come potenza strategica mondiale. Per il governo russo, ovviamente, questa contraddizione non esiste. Il fatto che l’Occidente lo stia affrontando sempre più duramente – in parte sfruttandolo come partecipante del mercato mondiale capitalista, in parte frenandolo, preferibilmente tutt’e due fianco a fianco; e d’altra parte riconoscendolo sempre meno come potenza capace di una guerra mondiale, combattendolo sempre più offensivamente – è qualcosa che il governo russo trova sempre più difficile da accettare.

La Russia non è in grado di risolvere la situazione in cui è stata messa dai suoi avversari imperialisti. Si sta opponendo a questa situazione, facendo dell’occupazione dell’Ucraina da parte della NATO e degli USA un caso programmatico e un palcoscenico per la sua resistenza. Ecco la ragione della Russia per questa guerra.

  1. L’Occidente

– La NATO, sotto la forte guida degli Stati Uniti, in alleanza con l’Unione Europea e ancora una volta come G7, non lascia dubbi sul fatto che la lotta dell’esercito ucraino contro le truppe russe sia la sua guerra. Non solo le dichiarazioni politiche appena al di sotto di una vera e propria dichiarazione di guerra, ma anche e soprattutto la pratica: la partecipazione attiva, che ha trasformato l'”operazione speciale” russa in una guerra regolare, rappresenta molto di più di un azione di polizia mondiale in Paesi terzi, come le potenze impegnate hanno già sovente messo e stanno mettendo in atto. E una guerra economica esplicitamente annunciata come tale, la stanno comunque conducendo contro la Federazione Russa. Per giustificarla, invocano il sacro diritto di autodifesa dell’Ucraina. Il loro motivo di guerra non è di natura così difensiva come quello russo.
Ciò che l’Occidente sta realmente difendendo in Ucraina è, in un primo approccio teorico, l’ordine di pace europeo. La Russia ha violato quest’ordine non solo con l’invasione dell’Ucraina, sostenendo i separatisti filorussi nell’est del Paese e annettendo la Crimea, ma anche con un’invasione politica più generale. In sostanza Mosca pecca contro quest’ordine non accettando la progressiva dissoluzione dell’ex sfera di potere “governata dal Cremlino” nell’Europa orientale e nell’Asia centrale, ma opponendosi – diplomaticamente, con pressioni politiche e tentativi di ricatto economico, anche con aiuti militari per forze simpatizzanti e contro forze militanti antirusse – all’incorporazione, una dopo l’altra, delle nuove entità nazionali sotto il dominio della NATO e nella sfera di competenza dell’UE. Il favoreggiamento (decisamente bellicoso) dell’Ucraina contro l’invasione russa, segue la linea generale di una risoluta espansione della NATO e dell’UE che va oltre l’integrazione attuale degli Stati dell’Europa orientale dell’ex Patto di Varsavia e delle repubbliche baltiche, rivolgendosi verso i territori e/o i loro governi che la Russia rivendica come sua sfera d’influenza e cordone di sicurezza che l’Occidente le deve concedere. Di conseguenza, ciò che l’Occidente difende come ordine di pace dell’Europa non è solo la conservazione dei confini tradizionali – ironia della sorte, confini tracciati dall’ingiusto regime ex sovietico – e l’astensione da operazioni militari non autorizzate. Ciò che l’Occidente intende è un’indiscutibile rivendicazione della sua libertà d’azione politica, economica e militare, compreso lo stazionamento di armi per una guerra mondiale, almeno fino ai confini della Federazione Russa. L’identificazione di questo obbiettivo con la pace qualifica il suo mancato riconoscimento da parte della Russia come un atto non pacifico, che da parte sua esonera l’Occidente dall’obbligo di comportarsi in modo non bellico. La Russia, con i suoi interessi politici di sicurezza nei confronti della sua periferia occidentale, viene così definita a priori un piantagrane che non ha il diritto di partecipare alla formazione del mondo degli Stati europei, cioè alla definizione delle loro relazioni interstatali e delle loro condizioni interne; deve quindi essere respinta, estromessa dalla legittima competizione delle potenze che invadono il vecchio continente. Facendo della guerra in Ucraina il proprio business, l’Occidente sta portando avanti questa decisione di incompatibilità, che in realtà è stata presa molto tempo fa.
Il Presidente degli Stati Uniti colloca questa intolleranza nei confronti del potere russo in un contesto strategico molto ampio: nell’Ucraina vuole dare alla Russia una punizione esemplare, ovvero la risoluzione di un conflitto mondiale generale tra il regime democratico e quello autocratico che non ammette alcun compromesso. Per quanto vaga sia l’etichettatura politico-morale, la sua distinzione è sufficientemente chiara per la pratica (geo)politica mondiale, sia per quanto riguarda la questione di quanti e quali regimi appartengano definitivamente alla parte nemica, sia per la severità con cui in questo caso viene non solo annunciata, ma aperta una posizione frontale che obbliga tutti i sovrani che non vogliono essere classificati come – almeno tendenzialmente – ostili, a schierarsi contro la Russia. Con quali conseguenze pratiche non deve essere deciso in ciascun caso immediatamente. Per l’Europa e soprattutto per i partner americani della NATO, le conseguenze sono ovvie: l’alleanza di guerra deve dimostrare fin dall’inizio di essere all’altezza della situazione. La prima cosa necessaria è l’unità incondizionata sotto la guida americana. Che cosa significa in termini militari lo mostra l’escalation della guerra; la guerra economica procede con straordinaria spietatezza, anche per quanto riguarda i costi propri da sostenere. In entrambi i casi, il fattore decisivo è che l’impegno deve diventare permanentemente efficace e deve essere di lunga durata.
In questo senso, la ragione dell’Occidente per la guerra è chiara: con l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha esagerato nel difendersi dal suo sempre più stretto accerchiamento strategico-militare da parte dell’Occidente e dalla sua progressiva estromissione da qualsiasi influenza sul regime politico europeo. Il diritto ben definito degli Stati Uniti, della NATO e dell’Unione Europea di disporre in via esclusiva della definizione e del contenuto della pace – in Europa e nel mondo–, ossia di decidere in via definitiva la portata degli interessi statali e, in particolare, il riconoscimento o la contestazione, o la concessione condizionata delle legittime pretese di sicurezza degli Stati sovrani, richiede un’azione che lo rimetta in pieno vigore; e quindi anche un forte giro di vite dove è opportuno. La posta in gioco per l’Occidente è l’indiscutibile credibilità del suo potere e l’affidabilità della sua volontà di far dipendere l’impiego della forza nel mondo degli Stati dalle sue licenze e garanzie. I rappresentanti dell’ordine democratico mondiale dell’America e dell’Europa occidentale non devono assolutamente permettere una tale perdita di controllo, nemmeno nella minima possibilità.
Per loro, atti dimostrativi di violenza di questo tipo e in ogni caso per una buona causa non sono una novità. Dopo la fine del confronto dell’Occidente con l’Unione Sovietica e i suoi alleati, che è stato chiaramente costitutivo per l’Occidente e ha diviso il mondo in due schieramenti politici, gli Stati Uniti hanno considerato necessarie azioni del genere – non di rado contro le loro stesse creature e con “shock and awe” – e le hanno messe in scena non solo per eliminare singoli governi inadeguati, ma con l’obiettivo di rafforzare e ancorare il loro monopolio sull’ordine nel mondo degli Stati: al posto del superato “bipolarismo” con un “nuovo ordine mondiale” sotto la direzione dell'”unica superpotenza rimasta”, gli USA. Quello che gli Stati Uniti e la Nato stanno facendo “contro Putin” in Ucraina è di questo tipo, e a un livello di escalation ben superiore a quello di un’operazione di polizia mondiale come in molti altri casi. Tuttavia, il motivo di questa guerra che l’Occidente sta conducendo in quel paese, ossia il modo in cui la conduce, non è ovviamente ancora del tutto completo. Infatti, invece di una grandiosa messa in scena della sua superiorità, accompagna il suo doppio intervento – quello militare con armi vecchie e nuove, comprese le informazioni e le direttive per il loro uso appropriato, quello civile con sanzioni economiche mirate alla distruzione della Russia– con una smentita: quello che sta facendo non è un intervento degli Stati Uniti, non è un intervento della NATO, e certamente non è il preludio di una terza guerra mondiale. Si tratta solo di un aiuto e favoreggiamento – in ogni caso per far vincere gli ucraini, per cacciare l’esercito russo, per ripristinare i confini ereditati dall’epoca sovietica e quindi per difendere la democrazia per eccellenza. E tutto questo come decisione sovrana di Kiev. Secondo la definizione ufficiale, le forze armate occidentali non agiscono come belligeranti diretti e attivi; al massimo, agiscono un po’ in una zona grigia del diritto internazionale, ma in ogni caso senza giustificare eventuali attacchi russi contro di loro. Ciò che un’opinione pubblica democratica in Europa, moralmente istigata alla guerra, principalmente prende come un tentennamento del tutto fuori luogo, non toglie in realtà nulla all’obiettivo bellico di portare a compimento l’estromissione della Russia dalla sua pretesa zona di influenza e sicurezza e di decimare la sua base di potere. È proprio per questo che l’Occidente non vuole risultare responsabile per quello che è, cioè il soggetto strategico decisivo. Ma sta seguendo esattamente questo scopo, formulando i suoi obiettivi di guerra come se fossero quelli dell’Ucraina, si sta impegnando proprio in ciò che rifiuta con indignazione quando la propaganda russa lo chiama per nome: lascia combattere, usando la sfrenata disponibilità dell’Ucraina a fare la guerra, una guerra per procura. L’Occidente attribuisce alla guerra economica che sta conducendo contemporaneamente di propria iniziativa e con ruoli divisi lo scopo di danneggiare in modo irreversibile la potenza russa, negando allo stesso tempo la qualità di una guerra con un potenziale di escalation verso una guerra mondiale.
La prima ragione di questa singolare smentita non è un segreto: l’Occidente si sta mettendo contro una potenza nucleare che calcola al loro stesso modo una Terza guerra mondiale ed è in grado di distruggere il mondo tanto quanto gli Stati Uniti. La NATO deve tenere conto di questo aspetto nella difesa avanzata del suo imperialismo chiamata ‘volontà di pace’. E lo fa. Gli Stati Uniti registrano che il loro potere di deterrenza non dissuade la Russia dal dispiegare le proprie forze armate nel punto nevralgico dell’espansione a est della NATO e dell’UE. Tuttavia, non considerano la loro capacità di poter fare una guerra mondiale come una minaccia seria che all’occorrente sarebbe da mettere in atto; l’Ucraina non ne vale per il momento la pena, nonostante fosse un’attraente pezzo di „difesa avanzata“. Questo tipo di difesa lo riservano ad ogni centimetro del territorio dei loro alleati nella NATO, che a loro volta devono sapere cosa aspettarsi se il peggio dovesse arrivare. Al contrario, il potere di deterrenza della Russia non impedisce alla NATO di condurre una guerra per procura contro lo scomodo nemico. Se quest’ultimo inizia un'”azione militare speciale” in Ucraina, allora dovrebbe avere luogo anche la guerra per l’Ucraina e il diritto illimitato dell’Occidente sull’Europa; questa è la volontà dichiarata e praticamente attuata degli sponsor e dei fornitori occidentali del Paese. E questo rende ancora più chiara la ragione positiva dell’accurata distinzione tra le potenze della NATO come principali parti interessate agli eventi e l’Ucraina come parte effettivamente belligerante grazie al sostegno occidentale. L’Occidente si mette così con la sua controffensiva nella condizione di spingere l’indebolimento del suo principale nemico fino alla capitolazione, almeno fino a chiarire efficacemente che ribellarsi all’ordine di pace continentale e globale dell’America e dell’Europa non conviene assolutamente, pur mantenendo nello stesso tempo il controllo sull’escalation che in quel modo rischia. L’Occidente conserva la libertà di valutare il rispettivo stato di distruzione reciproca dell’Ucraina da un lato e della potenza militare russa dall’altro, oltre alla decimazione della potenza economica russa, e di dichiararlo, a sua piacere, come l’obiettivo della guerra. Fino a che punto sia disposto a spingersi forse non era chiaro fin dall’inizio, ma è abbastanza chiaro dopo solo poche settimane di guerra: riarmando e “guidando da dietro” l’Occidente si sta dirigendo verso il risultato militare di infliggere in Ucraina una chiara sconfitta alle forze armate russe e di rendere impossibile per il momento una nuova azione sulla scala della sua “operazione militare speciale”. Con sanzioni economiche sempre più severe, che non solo colpiscono i beni commerciali della Russia, ma impediscono anche la sua partecipazione alle transazioni monetarie internazionali, cioè il significato e lo scopo economico della sua partecipazione al mercato mondiale, si vuole paralizzare la crescita capitalistica da cui lo Stato russo ha fatto dipendere la sua società e quindi il suo potere, garantendo così l’esautorazione della nazione a lunga durata.
In questo modo, l’Occidente si sottrae a un confronto diretto con l’avversario e, calcolando liberamente e in modo tanto più duro, conduce una guerra di risorse da una posizione di superiorità di cui non potrebbe essere altrettanto sicuro in una guerra nucleare. Le risorse umane sono fornite dall’Ucraina, gratuitamente e con molta moralità nazionalista; è opportuno e molto giusto, e solo oggettivamente profondamente cinico, che la Speaker della Camera USA Nancy Pelosi ringrazi personalmente e calorosamente il presidente di Kiev per il suo eroismo e la sua disponibilità a fare sacrifici nell’interesse della democrazia. Gli arsenali bellici dei soli europei attingono a un patrimonio di risorse, ovvero l’eredità dei reciproci preparativi bellici dell’epoca della lotta contro il comunismo; persino le armi real-socialiste del Patto di Varsavia sono ancora abbastanza utilizzabili dopo tre decenni. Le multinazionali capitaliste degli armamenti sono comunque pronte a dare nuovi rifornimenti. Gli Stati Uniti stanno riattivando la base giuridica che è servita come base legale per le sovvenzioni materiali alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, ancora prima della loro entrata in guerra, che ha ribaltato la situazione sui fronti, il Lend-Lease Act del 1941, e stanno a differenza di allora fornendo sia gratuitamente sia tutto ciò che loro ritengono necessario. Infine, il bene a doppio uso per eccellenza, il denaro, sta facendo il suo lavoro: non solo i bilanci degli armamenti delle democrazie occidentali superano di 10-20 volte quelli russi; nel caso delle finanze a disposizione dello Stato, l’inesauribilità reale dei mezzi dell’imperialismo del dollaro è controbilanciata dal progressivo esaurimento e dalla parziale inutilità della solvibilità russa. Non si tratta solo di una differenza quantitativa: la Russia dipende per la sua ricchezza capitalistica dal potere d’acquisto internazionale in denaro dei suoi nemici e quindi da un traffico monetario da cui viene gradualmente esclusa; gli Stati Uniti e i suoi potenti rivali alleati godono di un riconoscimento immediato dei loro debiti praticamente in ogni ordine di grandezza da parte del mondo economico internazionale, che finanzia la propria crescita capitalistica ricorrendo al dollaro, e da parte degli Stati di questo mondo, che hanno nel dollaro la base, cioè la garanzia di valore, della loro moneta di credito nazionale. In quest’ottica, i 50 miliardi di dollari con cui l’America sta acquistando l’Ucraina in una prima tranche sono noccioline per la potenza mondiale. Gli oneri che si presentano sotto forma di demonetizzazione generale nelle democrazie occidentali vengono tranquillamente distribuiti tra i Paesi partecipanti all’economia mondiale in base al loro potere finanziario – e comunque tra i loro abitanti. Questo è ciò che vuole la giustizia capitalista, i cui valori l’Ucraina difende così valorosamente.
Ciò che l’Occidente sta facendo è comunque un’impresa senza modello né copione. Sta avviando il depotenziamento, cioè la distruzione di uno Stato che, oltre al suo esercito convenzionale, contro il quale la NATO fa combattere con la fornitura di un numero sempre maggiore di proprie armi, possiede le attrezzature necessarie per una guerra mondiale nucleare, cioè la capacità di infliggere un danno inaccettabile a qualsiasi avversario, compresi gli Stati Uniti, anche se al prezzo della sua stessa distruzione. Le calcolazioni di questo rischio e le misure adeguate da parte dell’Occidente non lo fanno scomparire; è sempre presente nelle ripetute assicurazioni degli Stati Uniti che un’escalation in questa direzione non è assolutamente in programma. Allo stesso tempo, però, questo rischio è il motivo per cui la potenza mondiale non si sottrae, ma sta verificando fino a che punto può spingersi nel caso dell’Ucraina e spingere la Russia a una sconfitta da cui non può riprendersi senza combattere con armi strategiche. Gli Stati Uniti si permettono la contraddizione di evitare il passaggio a una guerra mondiale finale – per una buona ragione: la loro ragione di Stato imperialista si basa sul dominio ai fini dello sfruttamento capitalistico del mondo – e, allo stesso tempo, di contastare al nemico, contro il quale tale guerra è calcolata e organizzata fino negli ultimi dettagli, ogni coesistenza – per lo stesso motivo: la sua ragione di Stato imperialista esige il dominio delle potenze sovrane nel mondo ai fini dello sfruttamento capitalistico.
Questo imperativo non è né un’arbitraria decisione di un “America first!” del marchio Trump, né la sua applicazione militante contro la Russia è frutto di una “nostalgia della Guerra Fredda” della generazione Biden. L’imperialismo americano consiste nella determinazione degli Stati a obbedire alle regole della concorrenza per la ricchezza capitalistica, a perseguire i propri interessi nazionali ricattatori contro i propri simili solo in questo modo, e a usare il proprio potere militare solo a scopo di far rispettare e mantenere questo ordine di pace, cioè per conto o su licenza del suo autore, custode e beneficiario. Questa ragione di Stato imperialista del mondo “americanizzato” è semplicemente incompatibile con l’esistenza di una seconda potenza in grado di riservarsi la sottomissione all’ordine mondiale dominante degli affari e della pace. Ma la Russia è proprio questo: una potenza militare mondiale che non si lascia attribuire il proprio status di sicurezza, ma lo decide assolutamente da sola. Ciò rende questo Stato indigesto per la pace mondiale imperialista – e allo stesso tempo rende praticamente inapplicabile la decisione di incompatibilità. La potenza militare mondiale della Russia è la ragione per l’impossibilità e la necessità della sua eliminazione.
La guerra in Ucraina è, a sua volta, il chiarimento pratico che questa contraddizione per l’Occidente non è un dilemma ma che rappresenta un problema la cui soluzione, non potendo essere ottenuta direttamente, deve essere avanzata tanto più consapevolmente con mezzi che non sono di per sé sufficienti. In questo contesto, bisogna considerare che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno a che fare con un loro simile: una potenza statale che è disposta a far morire per la propria sicurezza i suoi suddetti e quelli del nemico. Una potenza che presuppone anche, come gli Stati Uniti, che il suo potenziale nucleare possa funzionare solo se la sua volontà di usare le proprie armi fino all’ultimo è fuori discussione, se si verifica l’evento per cui sono state create, e che la minaccia del suo impiego dovrebbe prevenirlo. Di conseguenza, l’America e gli amici in Ucraina stanno lavorando con prudenza per creare un mondo in cui la Russia esista ancora, ma solo come ombra di se stessa in termini militari ed economici.

  1. L’Ucraina
    sotto il comando del suo presidente Selenskij, scivolato nel ruolo di signore della guerra, ha una sua ragione di guerra, che non si esaurisce nella difesa dall’aggressione né nella sua funzione per l’Occidente. Per il governo di Kiev ogni battaglia a cui non si sottrae è un documento della volontà dello Stato di difendersi, ogni combattente, vivo o morto, è un suo rappresentante, ogni apparizione del presidente davanti a un parlamento straniero, anche se solo virtuale, e ogni visita straniera allo Stato ucraino è la prova che il mondo vuole e ha bisogno dell’Ucraina e che la riconosce come un importante soggetto autorizzato alla continua richiesta di armi di qualsiasi calibro. Ciò che l’Ucraina mostra in modo così offensivo ha la sua equivalenza e la sua base nel modo intransigente in cui il comandante tratta il suo popolo: nessuna clausola di apertura per un’intesa con l’aggressore da parte sua; villaggi e città vengono difesi fino alla loro completa distruzione – o fino alla ritirata russa; le vie di fuga dei civili verso la Russia sono considerate un furto umano e vengono bloccate; agli uomini in grado di prestare servizio militare viene negato il permesso di lasciare il paese – tutto secondo il motto: Non ci arrenderemo! Niente di tutto questo è nuovo o molto diverso da ciò che accade di solito quando un sovrano ordina ai suoi cittadini di uccidere e morire. Ciò che colpisce, tuttavia, è che tutto questo ha il carattere di una dimostrazione di cui l’Ucraina ha in qualche modo bisogno, cioè una smentita del giudizio della Russia secondo cui l’Ucraina non è in realtà uno Stato sovrano: con i suoi confini, è un prodotto artificiale dei bolscevichi; non può sopravvivere da sola; metà della popolazione è russofona; parti di essa stanno meglio nelle proprie repubbliche e nella Crimea annessa che sotto il regime di Kiev; quest’ultimo non è quindi realmente padrone nel suo – presunto – Paese; ecco perché l’invasione russa non è un’invasione di un altro Paese, ma una “operazione militare speciale” contro un dominio illegittimo che viene etichettato come regime nazista. C’è molto da contestare da parte dell’Ucraina. E naturalmente gli argomenti russi vengono respinti come costruzioni ideologiche, l’invasione viene contrassegnata come imperialismo della Grande Russia. Ma proprio questa accusa contiene un momento di ammissione, perché si riferisce a una realtà amara dal punto di vista nazionale ucraino: l’esistenza di uno Stato ucraino sovrano non è del tutto scontata. Il fatto che l’ucraina sia stata praticamente messa in discussione dal potente vicino, con l’annessione della Crimea e il violento distacco delle zone orientali del Paese e ancor più con un’invasione che mira a relativizzare la sovranità del Paese, è più che un atto di propaganda. Per molti Stati, la separazione delle Repubbliche popolari filorusse e della Crimea ha creato uno status quo da accettare; per molti importanti politici mondiali, in particolare quelli che hanno organizzato l’accordo di Minsk per pacificare la situazione – e che ora vengono accusati di questo come una sorta di tradimento – è stata il punto di partenza e il materiale per una politica d’ordine antirussa con un obiettivo completamente diverso e di ben più ampia portata rispetto a quello di uno Stato ucraino intatto. Soprattutto, però, il potere statale di Kiev non si vede semplicemente come una potenza indiscutibilmente sovrana nei confronti di un aggressore completamente straniero ma come la prima vittima degli imperialisti della “Grande Russia”, che poi si abbatteranno su altre repubbliche ex sovietiche: Kiev definisce la propria autonomia in relazione alle rivendicazioni della stessa potenza leader, a cui il Paese era fino a non tanto tempo fa incorporato e da cui non si è ancora definitivamente sottratto.
    Proprio quest’ultima, la permanenza di elementi dell’unità epocale delle Repubbliche Socialiste Sovietiche sotto il regime del Cremlino, che l’Ucraina percepisce non solo sotto forma di violente aggressioni da parte del successore legale dell’ex potere centrale ma che ha determinato concretamente in modo molto negativo la sua costituzione economica e politica fin dall’inizio del processo di emancipazione dallo Stato sovietico. La nazionalizzazione di componenti dell’ex economia pianificata sovietica situate nell’ex Repubblica sovietica ucraina ha distrutto i contesti di cooperazione da cui dipendono la forza produttiva o addirittura la produzione dell’industria del Paese e il suo approvvigionamento. Il rublo socialista è stato sostituito da una moneta nazionale priva di valore internazionale e la divisione del lavoro sovietica è stata sostituita da un regime monetario e creditizio basato sull’euro e sul dollaro. Le ricchezze materiali del Paese – compresi i terreni agricoli di grande interesse commerciale –, i relitti dell’economia ex-pianificata, che sono rimasti dopo la separazione della nuova nazione dalle vecchie relazioni, sono nel corso della loro trasformazione in proprietà capitalistica in parte abbandonate alla presa di acquirenti dell’Occidente; in parte la loro proprietà dà inizio a attività commerciali di una folla di oligarchi che ne traggono il meglio per sé stessi, i loro clan familiari, i loro clienti e i loro aiutanti e creature politiche. I tentativi dei rappresentanti responsabili del potere statale ora sovrano di mettere in piedi un’economia nazionale, a conti fatti, arricchiscono il sistema dell’economia di mercato internazionale di un altro modello di crescita capitalistica, che fallisce su scala nazionale, non utilizza in modo appropriato il popolo lavoratore, non lo nutre e, secondo il giudizio competente dei suoi mentori stranieri, è caratterizzato dalla corruzione – questo è il titolo generale per un sistema economico di dipendenze personali capitalisticamente non improprie e improduttive. Al di sopra di questa economia risiede un’autorità pubblica che, dal punto di vista delle Potenze protettrici interessate a rapporti di forza capitalistici funzionali, è caratterizzata dall’incertezza giuridica. In termini positivi, ciò significa che la promulgazione delle leggi e l’applicazione dell’ordine pubblico, formalmente costruiti secondo il modello degli Stati borghesi, con procedure di potere democratico e separazione dei poteri, sono in realtà portati avanti da singoli benestanti privati con i loro metodi di violenza e ricatto in funzione dei loro interessi particolari.
    In rispetto alla sua forma una comunità nazionale democratica e costituzionale con un’economia capitalista ha preso il posto dell’ex repubblica sovietica. Il contenuto fondamentale e decisivo di uno Stato borghese – cioè il monopolio nazionale della forza sul Paese con il suo inventario vivo e morto, sulle risorse umane materiali ed economiche, sulla ricchezza produttiva e sul suo utilizzo – esiste, tuttavia, solo come progetto, nella realtà politica al massimo come oggetto di disputa tra partiti che sono essenzialmente definiti dagli interessi particolari privati dei loro sponsor, clienti e leader. Fin dall’inizio della sua carriera come nazione non esiste nell’Ucraina nessun’autorità esclusiva che rappresenti una volontà statale universalmente valida e che domini la nazione in modo esclusivo ed efficace – e per la cui esecuzione i partiti politici competono secondo le regole; nemmeno, come nella maggior parte delle altre repubbliche ex-sovietiche emancipate a livello nazionale, sotto forma di un autocrate che si alterna nel suo strapotere, se necessario, con una figura alternativa dello stesso calibro. Il fatto che l’Ucraina esista e possa essere considerata una nazione è opera dei due principali contraenti stranieri, che hanno interesse al possesso e all’uso politico, economico e strategico-militare del Paese, dell’intero Paese. La Russia ne rivendica il legittimo diritto di controllo in quanto successore legale riconosciuto della grande potenza sotto cui l’Ucraina è diventata l’entità politica che di seguito voleva e doveva diventare uno Stato nazionale; con quello che è rimasto dell’ex divisione del lavoro sovietica e con le tariffe di transito per il gas naturale la Russia aiuta il Paese a sopravvivere. L’Occidente da parte sua trae dalla distruzione dell’Unione Sovietica il diritto di utilizzare il Paese come avamposto per un accerchiamento sempre più stretto della potenza militare di Mosca, nonché di incorporarlo politicamente, giuridicamente ed economicamente nell’acquis dell’UE, che sta distruggendo pezzo per pezzo l’industria del Paese; in cambio, finanzia lo Stato con prestiti, manda in rovina i resti della cooperazione economica con la Russia e le risorse del Paese; inoltre, sta costruendo un esercito attorno al quale si augura di costruire uno Stato nazionale anti-russo. Ciascuna parte ha anche una corrispondente ragione di Stato da offrire al Paese: una costituzione non solo in senso giuridico ma anche solidamente materiale, che sarebbe costitutiva per una nazione ucraina, confinante con e amico della Russia con la partecipazione a un capitalismo russo in seguito davvero fiorente. Oppure un Paese NATO altamente armato sotto il regime dell’ordinamento giuridico dell’UE, che aprirebbe al Paese una carriera come oggetto di investimento a basso salario per le imprese occidentali. Nessuna delle due parti ha prevalso e instaurato secondo la propria ragione di Stato una tale volontà nazionale con il corrispondente monopolio dell’uso della forza. Il progressivo contenimento dell’influenza russa non ha affatto trasformato la disputa interna al partito ucraino in un regime consolidato e filo-occidentale; la controparte russa ha praticamente ridotto le sue pretese territoriali alla Crimea e a una parte dell’Est, rendendole militarmente reali, ma in linea di principio non ha affatto rinunciato a rivendicare l’intero Paese. Anche il governo Selenskij, salito al potere come oggetto di investimento di un oligarca risoluto e con un programma che prometteva finalmente alla popolazione la pace, l’abrogazione della legge anti-russa sulla lingua e molte altre belle cose, è rimasto con la portata del suo governo la variabile dipendente della disputa tra i partiti ucraini sul orientamento politico fondamentale del Paese e su un potere statale che impegna effettivamente tutte le forze politiche in un consenso nazionale di base.
    La guerra tra Russia e Occidente per l’Ucraina ha cambiato le cose. Il governo Selensky conta sull’interesse dell’Occidente per il suo Paese come avamposto contro il nemico russo, un’interesse che gli Stati Uniti in particolare stanno dimostrando attivamente da anni con la formazione di una forza armata ucraina: l’invasione russa viene interpretata da Selensky come una sfida e un’opportunità per assumere il ruolo di signore della guerra e per subordinare il Paese e il suo popolo, gli interessi sociali e i partiti politici in modo rigido e senza compromessi al suo comando. Il fatto che il suo territorio sia in parte distrutto e in parte occupato dalle truppe russe è un’opportunità storica per sottoporre il suo popolo al suo controllo in un modo che nessuno dei governi precedenti, compreso il suo fino a quel momento, era riuscito a fare. Sia gli oppositori che simpatizzano ancora per la Russia, sia le frazioni e le forze del Paese – compresi gli oligarchi – desiderose di collaborare con il grande vicino vengono eliminati. L’opinione popolare viene messa in riga – o lo fa di sua iniziativa – come si deve per una società in stato di guerra e di emergenza. Il presidente regna sovrano, organizza il necessario odio verso i russi e si presenta al pubblico come un modello di combattività eroica.
    Con la sua guerra, condotta con i mezzi che l’Occidente gli concede, il governo sta in effetti gestendo la contraddizione che l’Ucraina rappresenta nella sua attuale costituzione: uno Stato senza un monopolio evidente e universalmente riconosciuto sull’uso legittimo della forza; un governo senza una reale sovranità al di sopra degli interessi dei diversi partiti; una nazione senza una ragione di Stato che vincola tutti gli interessi sociali di una certa validità e vige come punto di riferimento; un popolo che non viene effettivamente utilizzato dal suo Stato e che lo considera un’ostacolo piuttosto che uno strumento utile a sostegno della propria riproduzione, un popolo a cui manca una coscienza nazionale, un “noi” nazionale indiscutibilmente praticato. La guerra costringe a dei cambiamenti: innanzitutto il consolidamento di un potere statale nazionale, sovrano sia all’interno che all’esterno, sovrano contro un vicino finora più potente, sovrano su tutto il Paese nei suoi confini ereditati dall’epoca sovietica con il suo inventario ancora vivo e morto. L’impiego micidiale della vita del suo popolo come vittima o esecutore di atti bellici o entrambi allo stesso tempo, che non dà alternative se non quella di opporsi all’aggressore e di sopportare sia l’aggressione che la controffensiva. La guerra trasforma gli abitanti del Paese in personificazioni involontarie dell’identità ucraina o in nemici anti-nazionali dello Stato quando si sottraggono a questa premessa di vita. In quanto lo Stato rappresenta la volontà realmente esistente del popolo, che in questo modo crea, si appropria della terra e delle persone: dell’intero paese, che riconquista, e di tutte le persone, che non esclude. Questa è la forza produttiva della guerra per l’Ucraina: una guerra per la fondazione dello Stato, che è ovviamente necessaria per una completa Nation-Building, anche se poi della nazione non resta una pietra su un’altra.
    Naturalmente, è anche un po’ contraddittorio che l’emancipazione nazionale dell’ex repubblica sovietica sia una incarico su commissione per gli imperialisti, e che il suo successo – qualora avvenisse – sia un successo per grazia straniera. Per i clienti imperialisti, tuttavia, la contraddizione funziona. Se creeranno in Ucraina un potere statale nazionale che, con i mezzi da loro riforniti, è in grado di affermare la propria sovranità all’interno del paese su un popolo forzatamente unito dalla guerra, un potere statale che si afferma anche all’esterno contro la Russia, in accordo con le linee guida americane, e che, come candidato all’UE, si lascia alle spalle la propria origine dall’Unione delle Repubbliche Socialiste, allora i clienti imperialisti avranno anche a loro disposizione – come avviene in tutto il mondo – un governo locale che, nella sua area di competenza ben definita, potrebbe fornire se non altro le premesse fondamentali per lo sfruttamento imperialistico della regione: la legge e l’ordine, il regime della proprietà privata e un popolo non necessariamente utilizzato ma utilizzabile. Se poi il patriottismo ucraino comprende e accetta questa funzione della patria per l’Occidente come servizio dell’Occidente alla sua nuova ostilità verso la Russia, tanto meglio. Per l’Ucraina come Stato nazionale appena nato, anche se non ancora del tutto completato, le cose stanno andando nella giusta direzione: attraverso la guerra che deve e può condurre, l’inventario del Paese, le condizioni di vita degli abitanti e una parte considerevole di loro stessi vanno certamente in malora; ma con la guerra e l’impiego del popolo come massa interscambiabile da consumare nel conflitto, il governo politico si afferma come sovrano con la propria raison d’état filo-occidentale, anti-russa, conforme alla NATO e all’UE. Il suo monopolio sull’uso della forza e la sua ragion d’essere nazionale non risentono del fatto che tutti i mezzi materiali per farlo devono provenire dall’Occidente.
    Per gli eroi di Kiev, che vogliono passare alla storia come i nuovi fondatori dell’Ucraina eterna, non è comunque una contraddizione se per ambizione imperiale, per la dignità e la portata del loro potere diventano servi dei loro padroni e fornitori stranieri. Al contrario, Selenskij e i suoi trovano del tutto normale che la loro totale dipendenza li renda così importanti. Prendono la loro situazione come un’opportunità e il ruolo di vittima che impongono al loro popolo come un diritto incondizionato per comportarsi di fronte ai loro sponsor, con il sostegno di un’opinione pubblica indignata per la guerra, come se fosse il contrario: loro sono i combattenti designati a proteggere gli alti valori dell’umanità, della democrazia e cose simili, e di conseguenza sono autorizzati a dare ordini ai loro fornitori di aiuti militari secondo le loro necessità.
    E anche questo fa semplicemente parte del gioco: che l’Ucraina con la sua guerra – in caso di successo – alla fine si lascia alle spalle lo status di nazione incompiuta.

    tradotto dal periodico tedesco GegenStandpunkt 2/2022

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