I. L’Occidente produce una crisi economica globale
A mezzo anno dall’inizio della guerra in Ucraina, gli organismi competenti certificano che l’economia globale è in uno stato di salute decisamente precario. Il Fondo Monetario Internazionale vede il mondo “sull’orlo di una recessione globale”, e non è un segreto il motivo di questo crollo indesiderato dell’attività economica mondiale: “L’inflazione e la guerra in Ucraina stanno pesando sempre di più sull’economia mondiale”. (Süddeutsche Zeitung, 27.7.22) I massicci aumenti dei prezzi dell’energia sul mercato mondiale sono stati identificati come la fonte principale dell’inflazione che si è ormai diffusa nella maggior parte delle economie nazionali e che sta sconvolgendo tutti i conti finanziari privati e statali: le potenze mondiali occidentali hanno decretato l’esclusione della Russia dal mercato mondiale a causa dell’invasione dell’Ucraina; per raggiungere questo obiettivo hanno imposto sanzioni sulla sua principale fonte di reddito, la vendita di petrolio e gas. Queste, insieme alle altre sanzioni, distruggono molte attività commerciali russe. E stanno producendo allo stesso momento una situazione di crisi nell’economia mondiale.
Non c’è da stupirsi. Le misure per impedire l’esportazione di fonti energetiche russe colpiscono una sezione del mercato mondiale che è esistenzialmente importante per tutti gli attori economici globali. I beni che vi vengono scambiati sono considerati “beni strategici” poiché l’energia come ingrediente di ogni attività sociale è materia prima dell’intero processo di riproduzione sociale: la sua disponibilità e il suo prezzo sono quindi di fondamentale importanza. In primo luogo, per i conti delle aziende di ogni tipo; in secondo luogo, quindi, per i loro leader e promotori politici, che si impegnano a fondo per una politica energetica utile a livello nazionale; in terzo luogo, quindi, l’energia gioca un ruolo centrale nella concorrenza tra le nazioni. È proprio a causa dell’importanza centrale della questione energetica per la competizione tra gli Stati che l’esclusione della Russia dall’approvvigionamento energetico globale è uno degli obiettivi centrali della guerra economica occidentale: il denaro che lo Stato russo vi guadagna, le dipendenze economiche e politiche che crea come importante fornitore di altri Stati, sono tra le fonti più importanti del potere statale russo; la Russia deve quindi esserne tagliata fuori a tutti i costi. Per lo stesso motivo, tuttavia, le sanzioni stanno producendo una crisi energetica globale: causando una carenza nell’offerta di petrolio e gas sul mercato mondiale, stanno sconvolgendo tutti i conti statali e privati di questi beni indispensabili.
Il mercato mondiale dell’energia è a soqquadro
Le potenze alleate nella NATO riescono a scuotere completamente il mercato mondiale dell’energia e ad aumentare massicciamente il livello dei prezzi dei beni scambiati, perché dominano questo mercato con il loro potere competitivo. Le grandi aziende che vi operano approfittano della libertà che questi Stati, guidati dagli USA, hanno concesso loro con il diritto di accedere a questa merce oltre i confini nazionali. La loro prassi commerciale, sostenuta a ogni livello dal potere politico e dalle risorse finanziarie delle amministrazioni nazionali, ampliata nel corso di decenni in lotte competitive permanenti – comprese quelle politiche fino alle guerre – ha stabilito relazioni di potere commerciale tra fornitori, clienti e intermediari statali e privati. Queste relazioni si sono concretizzate in strutture globali e sono politicamente consolidate a tal punto che interi Stati hanno la loro determinazione politico-economica nella loro funzione per il business dell’energia: come paesi fornitori o come paesi di transito. Il potere su questo mercato non spetta comunque a loro, ma ai paesi in cui questa merce serve su larga scala come mezzo di produzione per la crescita capitalistica. Dal punto di vista economico, questo dominio si materializza nella valuta degli Stati Uniti, il dollaro. È in questa valuta che si svolgono gli scambi commerciali, cioè si misura e si realizza il valore di scambio della merce; di conseguenza, tutti i partecipanti al mercato dipendono dalla sua acquisizione e dal suo utilizzo. La capacità di erogare questo denaro distingue gli Stati Uniti come potenza principale nel business mondiale dell’energia; la capacità di procurarsi questo denaro per ogni suo uso capitalistico è un motivo essenziale per la concorrenza tra le nazioni per le quote di dominio sul mercato energetico.
L’annuncio stesso della decisione di escludere il principale fornitore, la Russia, da questo commercio e le relative misure di boicottaggio stanno capovolgendo completamente questo mercato. I suoi padroni politici, gli Stati Uniti e i loro principali concorrenti alleati, ne ridefiniscono con forza le condizioni; in questo modo realizzano un nuovo livello dei prezzi sul mercato mondiale, molto più alto e altamente volatile. il tutto è mediato dalla sacrosanta libertà del mondo imprenditoriale capitalista, secondo i principi del suo sistema commerciale, del suo finanziamento e della speculazione ad esso sovrapposta, di trarre il massimo profitto dal rapporto totalmente mutato e insicuro tra domanda e offerta. Ciò tende di per sé a distruggere la crescita capitalistica in molti Paesi, che devono procurarsi dollari USA su una scala molto più ampia di prima; in altri Paesi, la sopravvivenza della società diventa precaria. Ma non si ferma qui.
L’inflazione si generalizza
Le stesse potenze che si contendono in modo decisivo il controllo dei mercati energetici mondiali trasformano in questo settore la nuova situazione di concorrenza per i commercianti e gli Stati in una situazione economica generalmente critica che colpisce in modo diverso le varie sedi nazionali del capitalismo globale. E sono in grado di farlo perché dominano i mercati finanziari mondiali con il loro potere creditizio e quindi decidono essenzialmente sulla solvilibità o sull’insolvenza delle altre nazioni.
Per potere creditizio si intende la conseguenza decisiva della crescita e delle dimensioni dell’economia capitalistica di un paese: tale crescita si basa sull’ampia creazione e concessione di credito, che, grazie al suo effetto positivo ovvero al profitto che ne deriva, si conferma come anticipazione del valore prodotto. Questo successo, a sua volta, giustifica il rifinanziamento dei crediti commerciali da parte dell’autorità statale con la moneta da essa creata. Una moneta che quindi non è semplicemente moneta di scambio, ma rappresenta il credito nazionale e la sua efficienza. L’uso di questo denaro come liquidità per transazioni creditizie di successo lo qualifica come valore capitalisticamente utile. Ciò consente allo Stato di entrare nel mercato dei capitali con le sue obbligazioni, che vengono negoziate come veri e propri investimenti di capitale e anche come investimenti particolarmente sicuri che aumentano il volume e quindi l’attrattività di questo mercato. Uno Stato del genere attrae più attività finanziarie, anche da altri paesi, per le quali crea opportunità di investimento, e più domande di credito, per le quali fornisce fondi di investimento. Questo circolo, la centralizzazione e l’aumento sia delle eccedenze sia dei titoli di debito sul mercato finanziario di un Paese, consente allo Stato di immettere nel mondo sempre più credito per il suo fabbisogno, cioè per la promozione della sua economia, che non solo accresce la propria solvibilità ma anche la ricchezza di coloro che vi investono. Allo stesso tempo, conferma e consolida la qualità dei mezzi di pagamento nazionali come denaro che, usato correttamente, ha il diritto di moltiplicarsi: come denaro mondiale.
I pochi Stati che hanno un potere creditizio di questo tipo – come gli Stati Uniti e i loro alleati – creano il credito e la liquidità di cui i partecipanti al commercio mondiale hanno bisogno nella situazione commerciale attuale; in primo luogo, per pagare i prezzi esplosivi delle fonti energetiche. Essi rappresentano anche il rifinanziamento delle risorse finanziarie di cui il mondo imprenditoriale ha bisogno e di cui si serve in misura molto maggiore per poter realizzare le conseguenze dell’aumento dei prezzi dell’energia, vale a dire l’adeguamento al rialzo o l’aumento speculativo dei prezzi dei beni prodotti a costi elevati. Ciò generalizza e aggrava l’ondata dell’aumento dei prezzi già avviata per vari motivi durante la pandemia e gestita dallo Stato con più credito. Secondo la logica dei mercati finanziari, l’inflazione è generalizzata in misura molto diversa e con conseguenze diverse per le varie nazioni. “Stampare denaro”, come si suol dire, è l’unica cosa che gli Stati possono fare; lo mettono in circolazione e abilitano così l’economia e i cittadini di pagare l’aumento dei prezzi. La qualità capitalistica di una moneta in questo modo aumentata , la sua utilità per la creazione di credito e come riserva di valore impiegabile anche oltre i propri confini, è tutta un’altra cosa. In questo caso, la moneta delle molte nazioni prive di un potere creditizio degno di nota si misura con le monete mondiali, che continuano a rappresentare il successo complessivo della creazione di credito del paese. Questo confronto delle valute avviene praticamente come una costrizione inevitabile per tutte le nazioni con una capitalizzazione minore a procurarsi sempre più denaro mondiale per l’acquisto di beni di ogni tipo e a sacrificare per questo la ricchezza nazionale misurata nella propria moneta. Quindi di spendere di più rispetto a quanto devono spendere le nazioni che dominano i mercati mondiali di beni, denaro e debiti con il loro potere di credito.
L’aumento generale dei prezzi ha di conseguenza una crisi economica mondiale
Gli Stati che possiedono e producono il denaro mondiale sempre più ricercato ne sono altrettanto colpiti. Loro garantiscono la libertà dei capitalisti di tutto il mondo, quindi anche nei loro paesi, di trasformare l’aumento dei costi in aumento dei prezzi; e li autorizzano a imporre questi prezzi, perché o nella misura in cui le banche forniscono i mezzi finanziari necessari grazie al rifinanziamento statale. Anche nel loro caso, l’inflazione generale gonfia di conseguenza il volume dei mezzi di pagamento circolanti rispetto alla merce da pagare, aumenta il fatturato nominale senza un corrispondente aumento del potere capitalistico reale su tutte le risorsee dell’impresa; un effetto che, a causa della sua generalità, viene registrato come una perdita di valore dell’unità del mezzo di pagamento e quindi di potere d’acquisto della moneta nazionale e quantificato come tasso di inflazione.
Tutto questo non causa necessariamente un danno generale; finché l’inflazione derivante dal mercato mondiale dell’energia può essere compensata da e per i capitalisti passandosi da uno all’altro gli aumenti dei prezzi, cioè finché l’economia continua a crescere in rapporto all’inflazione attuale, un tale aumento del capitale anticipato è accettabile. Tuttavia, questo trasferimento degli aumenti dei prezzi da un partecipante al mercato all’altro non funziona per quella merce il cui valore d’uso per gli acquirenti capitalisti risiede nel fatto che crea più denaro di quanto costa: per il momento, i lavoratori dipendenti dal salario rimangono fermi alla retribuzione concordata per contratto. Per una buona ragione: il fatto che i costi salariali rimangano nominalmente invariati significa per un tasso di inflazione quasi a due cifre una riduzione del salario reale, cioè un beneficio per l’imprenditore; e la classe dei datori di lavoro non si lascia privare di questo beneficio. L’aumento generale dei prezzi di mercato, che e nella misura in cui non viene applicato al prezzo del lavoro, aumenta la produttività del loro capitale, che consiste nella differenza tra capitale anticipato e il suo rendimento; in questo caso senza la spesa per rendere il lavoro tecnicamente più produttivo, con cui gli imprenditori aumentano altrimenti il rendimento di questo fattore per il loro bilancio di profitto. Il concetto di spirale salari-prezzi, secondo cui un salario adeguato all’inflazione, cioè un aumento del salario che tiene il passo con un aumento del costo della vita, non è in linea con le regole di mercato, ma agisce inevitabilmente come un nuovo fattore di costo aggiuntivo e costringe i capitalisti a un nuovo ciclo di aumenti dei prezzi, traduce l’interesse per questo tipo di arricchimento in una legge naturale e inevitabile. Questa riduzione automatica del salario reale che aumenta il potere di crescita del capitale diminuisce dall’altro lato il potere d’acquisto delle masse di cui l’economia ha bisogno per la realizzazione dei prezzi delle merci prodotte in modo più redditizio ovvero la realizzazione del maggiore surplus in esse contenuto. Questi deficit si generalizzano nel settore finanziario e si possono vedere nel calo dei prezzi delle borse nazionali. Così, anche in questo caso, come conseguenza di una grande ondata di inflazione organizzata e rifinanziata dalle principali potenze economiche, l’ultima causa della crisi capitalistica si afferma nella recessione temuta, in corso o già del tutto reale: l’esclusione dei partecipanti al mercato, che guadagnano il loro denaro come fattore lavoro, dall’accesso ai prodotti del loro lavoro.
Una concorrenza controproducente contro la crisi
Con il loro potere di credito e la loro forte posizione nel commercio mondiale, l’apparato di potere statale e il capitale delle nazioni con mercati finanziari forti e il loro buon denaro stanno dandosi da fare per trasferire i danni causati dalla perdita di potere d’acquisto dei loro dipendenti agli altri paesi partner, che sono in una posizione più debole. Un esempio di ciò è la decisione, già in parte attuata, di rendersi indipendenti dai fornitori stranieri nell’acquisto di beni e quindi di impedire il deflusso del potere d’acquisto all’estero. Ma anche in assenza di tali cambiamenti nelle relazioni competitive internazionali, molte nazioni stanno perdendo solvibilità sui mercati mondiali: attraverso la svalutazione del loro credito monetario rispetto a quello delle maggiori potenze capitalistiche. Naturalmente tutto questo ha anche ripercussioni sugli Stati dell’Occidente, dal cui intervento nel mercato mondiale dell’energia e dal cui potere creditizio proviene la rovinosa ondata d’inflazione: nelle transazioni commerciali con i paesi che non possono più ripagare i loro debiti e non riescono più ad acquistare merci sui mercati mondiali, i capitalisti subiscono perdite di fatturato e di profitti proprio a causa del loro potere competitivo; i commercianti di credito non hanno i rendimenti che giustificano il valore dei loro saldi creditizi. L’impoverimento di interi paesi aggrava la crisi proprio nei paesi da cui quest’ultima proviene.
È proprio lì che i responsabili della politica economica riconoscono un legame tra l’inflazione, che alimentano con la liquidità creata dallo Stato, e la recessione che vedono arrivare nei loro Paesi. Lo spiegano dicendo che hanno esagerato con la creazione di denaro: A quanto pare, ci sono semplicemente troppi mezzi di pagamento in circolazione rispetto alla crescita economica reale ; così tanti che il tasso di deprezzamento monetario è più alto della crescita industriale prevista. La definizione tautologica del problema porta a una soluzione pratica: i mezzi di controllo che i politici hanno in mano. L’eccedenza di denaro deve sparire, l’offerta di denaro necessario per il fatturato e la crescita reale deve essere riportata in linea con il valore dei beni da convertire. Ciò che si richiede è una restrizione dei fondi liquidi, che vengono messi a disposizione delle banche in base alle loro esigenze: perché le banche richiedano meno denaro, quest’ultimo viene reso più costoso aumentando gli interessi. In questo modo, l’onda dell’inflazione viene spezzata secondo le regole della politica monetaria – oppure no.
In ogni caso, il pericolo di recessione non è comunque stato eliminato; le stesse autorità monetarie ne sono consapevoli. Dopo tutto, il tasso di interesse che stanno aumentando non solo rende il denaro circolante più costoso, ma anche il credito stesso, gravando così sulla crescita nazionale, che dipende da finanziamenti a basso costo. D’altra parte, questo svantaggio è controbilanciato da un effetto positivo, che è ancora una volta essenziale per le principali nazioni economiche: la domanda della loro moneta aumenta, e di conseguenza anche il suo valore, quando gli investimenti nella loro moneta producono un rendimento più elevato. Naturalmente, questo effetto positivo ha anche un rovescio della medaglia: per la grande massa delle nazioni, il dollaro e l’euro tendono a diventare inaccessibili; la solvibilità dei clienti stranieri continua a diminuire ed è sempre meno adatta come contromisura contro le perdite di fatturato e di crescita che le principali potenze dell’economia mondiale stanno subendo in patria attraverso la riduzione del prezzo del lavoro nazionale dovuta all’inflazione. Quindi, per il momento, l’economia è in contrazione.
Si aggiunge un effetto esterno, che riporta al punto di partenza dell’intero disastro e che in questo senso può anche essere definito autoinflitto: l’eliminazione della Russia dagli affari mondiali in generale e dal mercato energetico mondiale in particolare, era ed è tuttora finalizzata a distruggere economicamente il nemico, non i Paesi della NATO che ordinano questa azione punitiva. La Russia, tuttavia, non si limita a resistere. Sta approfittando dell’ondata generale di inflazione per guadagnarci più di quanto perda in acquisti più costosi sui mercati mondiali, che comunque le sono ampiamente negati. Può persino acquisire nuovi clienti e influenza, in totale contrasto con il programma di guerra economica dell’Occidente, attraverso offerte speciali a prezzi ridotti, soprattutto per quanto riguarda le fonti energetiche. Ed è in grado di mettere all’angolo l’Europa con le proprie controsanzioni, soprattutto sulle esportazioni di gas, a tal punto che il mondo finanziario, confrontando le principali potenze capitalistiche, tende a guardare con scetticismo alla crescita economica europea e a speculare sul ribasso delle borse europee come p.e. sul tasso di cambio del dollaro con l’euro.
Per le potenze della NATO, tuttavia, questo è – per il momento – solo un motivo in più per agire in modo ancora più deciso contro le relazioni economiche della Russia, per serrare i ranghi a livello internazionale e per portare avanti l’esclusione del nemico dalle transazioni commerciali globali. Con il loro potere di creare condizioni sui mercati mondiali che fanno sprofondare il capitalismo mondiale in una crisi di questo tipo, si accaniscono sul mondo degli Stati per metterli in riga, incuranti del fatto che nel frattempo stanno rovinando molte altre economie mondiali.
II. La generalizzazione della guerra economica come nuova situazione mondiale incide sui fondamenti dell’ordine mondiale precedente.
Gli europei completano il loro regime di sanzioni e fanno a gara per affrontarne le conseguenze
Soprattutto gli Stati che costituiscono il pilastro orientale del Occidente capitalista, con le loro relazioni economiche con la Russia sviluppate e sfruttate negli ultimi decenni, hanno ora l’onore di rivestire un ruolo decisivo nella guerra economica: si sono accordati molto velocemente, anche se con qualche riserva, che la Russia, con la sua invasione dell’Ucraina, ha violato le pretese dell’Occidente di voler mantenere il controllo finale di tutte le relazioni statali nel mondo e in particolare nel loro continente. Anche su questo tutti hanno concordato in linea di principio – con qualche eccezione in più: che, oltre all’appoggio militare dell’Occidente per l’Ucraina in modo che possa continuare a resistere all’invasione, la Russia meriti per la sua impertinenza anche una guerra economica per rovinare definitivamente le sue basi economiche.
Dal punto di vista economico, invece, gli Stati europei, benché uniti in tutti i valori antirussi, si affrontano come concorrenti ed è in questa veste che devono gestire le conseguenze della guerra economica. Non sono solo in concorrenza con il resto del mondo, ma anche tra di loro per sopportare e superare la crisi e i suoi effetti sul capitale nazionale, sull’affidabilità creditizia nazionale e sul loro denaro. In questo campo, quindi, anche in Europa si evidenziano tutte le differenze riguardanti l’efficienza capitalistica delle sedi nazionali e la loro solidità finanziaria. Anche in Europa esiste uno spettro considerevole in cui le nazioni sono distribuite in base a tutti i dati sulla crescita o sui crolli della crescita, ai dati– sempre misurati in termini di spread rispetto al debito nazionale tedesco – relativi alla rispettiva affidabilità creditizia e ai tassi di inflazione nazionali (espressi in percentuale).
Dal punto di vista europeo di una gestione comune della loro posizione di piazza economica europea in cui concorrono fra di loro, ma soprattutto dal punto di vista della comune ostilità nei confronti della Russia, essi si trovano ora di fronte al compito di coordinare gli effetti – nazionalmente molto diversi – della guerra economica sulla loro economia e le loro capacità – nazionalmente altrettanto diverse – di prendere provvedimenti per far fronte alla crisi: Gli Stati europei vogliono integrare il tutto in una qualche forma di gestione collettiva in modo il loro fronte contro la Russia si rafforzi o si completi. La loro concorrenza durante la crisi economica si deve trasformare in una lotta per un insieme paneuropeo di sanzioni, eccezioni alle sanzioni, misure di salvataggio nazionali consentite, misure di solidarietà obbligatorie, contributi all’emancipazione comune dalle forniture energetiche russe, eccezioni alle stesse, ecc. ecc.
In questa lotta, ognuno di loro si presenta nel ruolo economico che ha conquistato finora all’interno della competizione europea. Per alcuni ciò significa confrontare i loro cari partner con la prospettiva della propria imminente rovina nazionale e minacciarli con l’alternativa di riesaminare le conseguenze, nazionalmente intollerabili, della comune ostilità contro la Russia. La rilevanza di tali proposte, piuttosto inefficaci nei confronti dei soli amici europei, è dovuta principalmente al fatto che la Russia sta aspettando dietro le quinte con offerte bilaterali di vantaggiose eccezioni alla sua guerra economica.1 Al contrario, la prima potenza leader avanza le sue richieste di solidarietà intraeuropea, sostenendole con il riferimento al fatto che la sopravvivenza economica di tutti gli altri dipende dallo stato dell’economia tedesca che ha trasformato il resto dell’Europa in una appendice della sua economia.2
Il fatto che la guerra economica che hanno deciso di condurre contro la Russia a causa delle sue ripercussioni stia suscitando nuovi antagonismi tra gli Stati europei, inasprendo così i vecchi antagonismi, si può certo ideologicamente utilizzare per darne la colpa al Cremlino. Questo narrativo non cambia però in pratica la vera questione: la guerra contro Putin sta mettendo a dura prova l’unità europea. È quindi assolutamente importante garantire sia questa unità sia la continuazione dell’obiettivo antirusso che si sta rivelando così disgregante. Al di là dei danni della guerra economica e della sua gestione, l’Europa ha acquisito – ancora una volta – una nuova “questione di destino” con tutte le sue contraddizioni. Il tutto ruota – ancora una volta – intorno all’antagonismo fondamentale che ha sempre definito l’Europa: l’irresolubile disputa tra la sovranità nazionale e la promessa di promuovere il materialismo di ogni sede nazionale di capitale relativizzando nell’ambito del piano europeo la sovranità nazionale. Questo antagonismo assume ora una particolare intensità, in primo luogo perché nella attuale situazione gli Stati non concorrono per la crescita della loro economia, ma per far fronte a danni economici in parte esistenziali, e in secondo luogo per il livello di ‘comunitarizzazione’ raggiunto, con il quale le nazioni partecipanti si sono rese esistenzialmente dipendenti l’una dall’altra.
Questa è la versione specificamente europea dell’antagonismo con cui l’Occidente, attraverso la sua guerra economica, sta infastidendo tutto il mondo in un modo senza precedenti.
L’universalizzazione del regime sanzionatorio: la necessità e la pretesa giuridica della guerra economica occidentale
Secondo i dirigenti della campagna antirussa le difficoltà incontrate dall’Occidente nel suo programma di strangolare economicamente la Russia, unite alle spese crescenti, si risolvono globalizzando il fronte delle sanzioni contro la Russia. Infatti è ovvio che le misure della Russia per resistere alle sanzioni mirate alla sua distruzione e per contrastarle con contro-sanzioni dipendono in gran parte dal fatto che molte nazioni, comprese alcune delle più potenti, non hanno aderito al regime di sanzioni.
Le dichiarazioni con cui la diplomazia occidentale pone il resto del mondo di fronte alla necessità di una cooperazione globale nella guerra economica dimostrano, ovviamente, che il punto di vista dell’Occidente presentato nelle sedi competenti va al di là di una necessità o addirittura di un’emergenza dovuta al vacillante adempimento del suo scopo bellico. Viene formulato un diritto con titolo giuridico di un’alleanza antirussa. Ad esempio, in questo modo:
“Noi, leader del G7, ci siamo riuniti in un momento cruciale per la comunità globale, per fare progressi verso la costruzione di un mondo giusto. In quanto democrazie aperte che rispettano lanormativa di regole del diritto, siamo guidati da valori condivisi e ci consideriamo legati dall’impegno nei confronti dell’ordine multilaterale basato sulle regole e dei diritti umani universali. Come indicato nella nostra dichiarazione di sostegno all’Ucraina, siamo uniti nel sostenere il governo e il popolo ucraino nella loro lotta per un futuro pacifico, prospero e democratico. Continueremo a imporre costi severi e immediati per l’economia del regime di Putin in risposta alla sua ingiustificabile guerra di aggressione contro l’Ucraina; allo stesso tempo, intensificheremo i nostri sforzi per contrastare i suoi effetti negativi e dannosi a livello regionale e globale, con l’obiettivo di garantire le forniture energetiche e alimentari mondiali e stabilizzare la ripresa economica. In un momento in cui il mondo è minacciato di essere diviso, resteremo uniti dalle nostre responsabilità e collaboreremo con i partner di tutto il mondo per trovare soluzioni alle sfide globali.” (Dichiarazione finale del Vertice G7 di Elmau, giugno 2022)
Con l’auto-etichettatura di “democrazie aperte“, i leader del G7 insistono sul fatto che la loro lotta contro la Russia non è negoziabile: con l’invocazione di “valori comuni“, elevano la loro opposizione alla Russia e la sua escalation, che stanno attualmente perseguendo, al rango di una competizione sistemica che hanno il dovere di condurre e vincere. E con le parole d’ordine “normativa di regole del diritto” e “ordine multilaterale basato sulle regole” chiariscono allo stesso tempo che l’insistenza sulla loro speciale missione non va intesa nel senso che la lotta contro la Russia di Putin sia solo la loro lotta ma che intendono il contrario. Loro rivendicano la fedeltà di tutti gli altri Stati – proprio con l’esplicito riferimento alla generalità dell’insieme di norme e regolamenti e all’universalità dei valori in essi contenuti, che il grande nemico ha violato con la sua “guerra di aggressione” tanto quanto ha violato l’adesione alle regole e all’ordine multilaterale di tutti gli altri Stati, i quali l’Occidente considera anche come vittime dell’aggressione russa. I rappresentanti del G7 non nascondono i costi generalizzati del loro scontro con la Russia, che da tempo sono diventati evidenti, anzi, invocano virtualmente gli “effetti regionali e globali negativi e nocivi”, soprattutto nel settore della sicurezza energetica e alimentare, che è di vitale importanza per tutti gli Stati, e che loro stessi hanno distrutto. Questo non solo serve a dare la colpa delle conseguenze distruttive interamente alla Russia di Putin, ma in questo modo rivendicano la loro responsabilità di doversene occupare e dichiarano che questa è l’ultima buona ragione per seguirli.3
Le cose sono un po’ meno patetiche quando si prendono di mira quelle nazioni la cui collaborazione è considerata necessaria per il successo dell’iniziativa occidentale, il che riguarda in particolare due paesi asiatici emergenti.
Per quanto riguarda la Cina, gli Stati Uniti e la loro alleanza collegano la loro richiesta fin dall’inizio con il verdetto che la seconda economia capitalista del mondo con le sue intense relazioni economiche e politiche con la Russia e con il suo tentativo di ignorare il regime di sanzioni occidentali è moralmente dalla parte sbagliata. Il mantra diplomatico della Repubblica Popolare sulla validità assoluta dell’imperativo globale della pace e della sovranità si renderebbe del tutto implausibile, primo, non condannando questo conflitto armato, in cui per una volta non è stata una forza combattente occidentale ad invadere una qualsiasi regione, e secondo, non unendosi alle sanzioni punitive occidentali.4 Che questa nazione – e altre che si comportano in modo simile – alla fine danneggi se stessa è sempre il secondo suggerimento. In ogni caso, gli Stati Uniti e i loro alleati non si lasceranno dissuadere nella loro impresa su larga scala di amputare la Russia dal mercato mondiale solo perché Stati come la Cina si rifiutano. Al contrario, sono certi che la loro risolutezza avrà così tante conseguenze dannose che i ritardatari si adegueranno alle nuove circostanze nel senso delle rivendicazioni occidentali – anche prima di essere direttamente oggetti di misure corrispondenti.5 In questo contesto, i politici occidentali non trovano nulla di male nel rivolgersi esplicitamente alla Cina per la sua importanza economica e politica, anche e soprattutto in riguardo alla sua relazione con la Russia e aggiungono sempre immediatamente che da ciò deriva l’obbligo che la Cina se ne occupi “responsabilmente “6.
Anche l’India viene criticata dalle potenze occidentali: In quanto terzo consumatore mondiale di petrolio, con la sua grande economia emergente, la sua enorme popolazione e anche le migliori relazioni con la Russia su tutti i tipi di questioni strategiche, dall’energia agli armamenti, la decisione di questo Paese su come affrontare la nuova questione della politica mondiale è di una certa importanza per il successo della loro lotta. Anche l’India si trova di fronte alla domanda dell’Occidente se voglia davvero permettersi il rischio di una risposta sbagliata a questa domanda che non è per niente una domanda ma una richiesta. Il tutto viene sottolineato da accenni poco concreti in riguardo al suo futuro e con riferimenti molto più concreti sulla dipendenza dell’India dall’economia mondiale, e non per ultimo in riguardo al progetto in corso di una partnership approfondita Occidente-India contro il grande rivale dell’India, la Cina. A dimostrazione del fatto che l’India ha molto da perdere ma anche molto da guadagnare in questo senso, vengono fatte delle offerte,7 mentre allo stesso tempo si fa capire al Paese che non è al sicuro dalle sanzioni se continua a non rispettarle.8
Senza un’estensione formale delle sanzioni, i politici occidentali che si occupano di sanzioni possono registrare che le loro misure precedenti stanno già avendo un certo effetto, perché per i Paesi colpiti e i loro imprenditori capitalisti il rischio di future difficoltà nel commercio con gli Stati Uniti e l’Europa deve essere effettivamente soppesato rispetto al vantaggio sia imprenditoriale che statale del commercio con la Russia.9
L’essenza della persuasività della politica sanzionatoria occidentale: il capitalismo mondiale è il capitalismo del dollaro
Un’altra indicazione della misura in cui le sanzioni americane contro la Russia stanno avendo un effetto notevole anche sui Paesi terzi può essere trovata dagli amministratori della guerra economica nei notevoli sforzi di alcuni di questi Stati per rendersi resistenti alle pretese di collaborazione dell’Occidente in alcuni settori della tecnologia, ma soprattutto nel campo delle transazioni monetarie e delle istituzioni finanziarie capitalistiche di cui ne hanno ovviamente un grande bisogno. Per quanto riguarda le possibilità di successo nella ricerca di alternative, la Segretaria del Tesoro americano, ad esempio, è ottimista:
“Penso che ciò che Stati come la Russia stanno imparando ora in termini di dollaro è il potere della partnership tra gli Stati Uniti e gli alleati e l’importanza del dollaro e dell’euro come valute in cui avvengono le transazioni, come strumento per imporre sanzioni che possono essere estremamente costose. E ci sono Stati che vorrebbero inventare un sistema che li liberi dalla dipendenza dal dollaro, ma credo che ci vorrà molto tempo, se mai succederà, prima che il dollaro venga sostituito come principale valuta di riserva nell’economia globale. Ciò è dovuto fondamentalmente al ruolo rafforzato dell’economia statunitense, alla forza del nostro sistema finanziario, al fatto che disponiamo di istituzioni legali e di mercati finanziari profondi che garantiscono agli investitori di tutto il mondo la sicurezza di affidarsi al dollaro come bene e mezzo di pagamento. Quindi c’è la necessità di evitare le sanzioni e di sostituire il dollaro; ma non credo che sia molto probabile che lo vedremo”.
Ciò a cui si riferisce la ministra americana è la sostanza economica del potere delle sanzioni occidentali contro nemici e tutti gli altri, e quindi l’universalità delle pretese di subordinazione dell’Occidente, che, dopo tutto, non ha molto a che fare con gli alti valori morali e le regole delle relazioni interstatali. Indicando l’improbabilità di alternative possibili, fa riferimento all’identità globalmente valida del capitalismo e della ricchezza in dollari. In realtà, questa identità è alla base dell’efficacia delle sanzioni occidentali. La prima e vera “regola” del mercato mondiale “basato sulle regole”, in cui si muovono tutte le nazioni del mondo, è che l’unica forma monetaria di ricchezza capitalistica veramente di validità globale è il dollaro americano. La massa in cui avvengono le “transazioni” – tra i capitalisti, i capitalisti finanziari e gli Stati del mondo – dimostra quantitativamente che il dollaro ha questa speciale posizione qualitativa. Ciò significa, viceversa, che ogni altra moneta nazionale ha solo in relazione al dollaro un valore e che è solo limitatamente utilizzabile come rappresentante della ricchezza capitalistica astratta.Solo in misura della sua reale scambiabilità in dollari un’altra moneta può essere un mezzo di moltiplicazione del denaro capitalistico in tutto il mondo – questo è ciò che la ministra delle Finanze esprime così funzionalisticamente come “dipendenza dal dollaro“. Con ciò intende dire che il mondo intero dipende esistenzialmente dall’accesso ai “mercati finanziari” americani che dominano il mercato mondiale del credito e che quindi deve essere semplicemente interessato ad utilizzarli in modo permanente.
Per la potenza imperialista statunitense, il suo interesse e i suoi vantaggi nell’economia mondiale coincidono quindi in larga misura con l’affidabilità delle premesse e dei principi politico-economici del capitalismo globalizzato e delle sue regole procedurali di fronte a tutte le congiunture e agli sforzi di modifica e sostituzione. Il vantaggio, in fondo, non è che l’America guadagni straordinariamente tanta ricchezza dal resto del mondo – lo fa sicuramente – ma che il mondo degli Stati, nel perseguire il proprio materialismo, guadagni e aumenti la ricchezza americana, denominata in dollari. Sul piano del credito, ciò significa: l’utilità economica del mondo per l’America non risiede nel fatto che la ricca America, in quanto creditrice, estragga interessi da tutti gli altri Stati, ma che, al contrario, i debiti dell’America sono senza alternativa i mezzi d’affari del capitalismo mondiale così che per gli Stati Uniti la questione se e in che misura possono permettersi i loro debiti è del tutto insignificante. L’insieme riproduce permanentemente proprio questo rapporto, fissa il materialismo di tutti gli attori del capitalismo mondiale sulla sostanza americana e quindi sull’utilità americana – e in questo senso è permanentemente senza alternative.
Questo è ciò che gli Stati Uniti usano regolarmente “come strumento per imporre sanzioni, che possono essere estremamente costose”, cioè come strumento di ordine economico. Il diritto di farlo se lo concedono semplicemente praticandolo. Approfittando del fatto che l’economia mondiale si basa sul dollaro e che l’enorme volume di affari si svolge direttamente nello spazio del dollaro e negli spazi alleati dell’euro, della sterlina e dello yen, ora escludono la Russia dalla partecipazione all’economia del dollaro, cioè alla loro economia mondiale, e fidandosi degli effetti repressivi che questa misura ha per tutti gli altri.10 Quindi: in pratica e in modo puramente negativo, gli Stati Uniti trattano la precedente partecipazione della Russia al mercato mondiale – e nel caso della Russia anche quella di tutti gli altri Stati – come una licenza revocabile, di cui è chiaro chi la concede o la nega.11 E che questo non è semplicemente una presunzione, ma un diritto che possiedono in senso decisivo e sostanziale, è dimostrato dal modo in cui lo esercitano: come esecuzione della loro sovranità giuridica sui loro mercati finanziari e di altro tipo. Gli Stati Uniti e i loro alleati secondari conducono la guerra finanziaria ed economica mondiale contro la Russia esclusivamente nel quadro delle relazioni interne tra gli organi legislativi occidentali, le subordinate autorità di vigilanza economica e dei mercati finanziari e gli attori e le società dei mercati finanziari sottoposti alla loro supervisione.
Questo provoca una risposta dall’altra parte del mondo capitalista, preso di mira e danneggiato, che mette a nudo la contraddizione di questa politica occidentale anti-Russia.
Le reazioni – cauta partecipazione, astinenza, opposizione – e la loro base: il capitalismo del dollaro funziona solo come capitalismo mondiale
Ciò che gli altri Stati fanno sentire per primi ai signori della guerra dell’Occidente – con indignato stupore dell’opinione pubblica – è il loro disinteresse per la punizione politica globale della Russia. La lotta delle grandi potenze nucleari non è la loro lotta, né pro né contro la Russia. Ciò significa per una considerevole parte degli Stati: loro hanno altri problemi, molto spesso di natura esistenziale, nell’ordine economico mondiale in cui sono inseriti, in cui cercano il loro sostentamento nazionale e con i cui lati rovinosi hanno a che fare i loro popoli.12 Anche i più benestanti, che con la loro partecipazione al mercato mondiale sono riusciti a raggiungere una carriera capitalistica nazionale, aprendo e adeguando il loro Paese al capitale occidentale, non condividono gli obiettivi dell’Occidente di combattere la Russia come grande potenza.
In secondo luogo, molti di loro – in base alle loro esigenze, necessità e ambizioni statali – hanno persino relazioni economiche piuttosto utili o esistenzialmente importanti con la Russia; da questo punto di vista, in linea di principio non sono diversi dagli europei, che con la loro politica di sanzioni si sono provocati un’emergenza energetica e una recessione incipiente. Questi legami con la Russia, che variano da Paese a Paese, vanno dal commercio di beni alimentari, energia e materie prime fino a progetti di sviluppo congiunti, a volte ad alta intensità di capitale e tecnologia, nel campo delle risorse minerarie, fino al commercio di beni ad alta tecnologia di natura civile e, non da ultimo, anche militare. Molto di questo viene distrutto nel corso della guerra economica e dalle sue conseguenze, alcune delle quali sono volute e altre derivano dall’anarchismo meravigliosamente inconsapevole dell’economia di mercato. Allora perché dovrebbero unirsi al fronte contro la Russia?
In terzo luogo, rifiutando di collaborare con l’Occidente, la Russia offre loro anche l’opportunità di risparmiarsi alcuni dei danni minacciati o addirittura reali o di approfittare di qualche offerta favorevole. Questo, a sua volta, si presenta in modo diverso a seconda dello stato economico dei Paesi così corteggiati dalla Russia e si estende dalla deplorevole questione alimentare13 fino a nuovi accordi nel campo dell’energia.14
Le reazioni pratiche agli appelli occidentali per un fronte anti-russo sono diverse. Si va dai tentativi di sopportare in qualche modo le conseguenze, all’adesione calcolata alle pretese dell’Occidente, fino al rifiuto aperto. Nel complesso, però, una cosa è chiara: con la sua pretesa di universalizzare la guerra, l’Occidente si è scontrato con una barriera che non può essere superata con i mezzi di persuasione usati finora. Variando da Paese a Paese, si trova di fronte a un misto di incapacità pratica ed esistenziale e di riluttanza politica di adattarsi alla campagna antirussa.
Sotto forma di questa barriera, si evidenzia la contraddizione che l’Occidente si concede con la sua decisione di espellere la Russia dal capitalismo mondiale e di arruolare di conseguenza il mondo intero per il suo obiettivo. Le potenze leader dell’Occidente, insieme alla loro leadership suprema, devono praticamente imparare che l’identità del capitalismo mondiale e del capitalismo del dollaro che hanno installato e sfruttato per decenni, ha anche un significato opposto: Il capitalismo del dollaro e, in secondo luogo, il capitalismo dell’euro si basano sul fatto che tutto il mondo vive, nel vero senso della parola, in questo sistema. Tutti i paesi del mondo cercano per cui di guadagnare questo denaro, di adattarsi alle sue necessità e di cogliere le opportunità che si presentano, a condizione che ne siano abili e che gli sia permesso di farlo.
Dal lato dell’abilità, questo ha sempre avuto e ha tuttora il contraddittorio significato che l’arricchimento occidentale a svantaggio del resto del mondo si basa sempre anche sul fatto che gli oggetti di questo arricchimento in primo luogo sopravvivano in qualche modo – il che non è scontato nel contesto della concorrenza globale per la ricchezza – e che in secondo luogo abbiano i mezzi o almeno una prospettiva per l’arricchimento della loro nazione o per il suo sviluppo. Il caso estremo della Cina, ma anche, in ordine decrescente, degli altri Paesi emergenti fino agli Stati esportatori di materie prime più benestanti dell’Arabia (e altri), dimostrano che la ricchezza delle nazioni occidentali si riproduce e dipende dal fatto che tali Paesi riescano a implementare da parte loro un’economia capitalistica prosperante. Quello che gli USA hanno messo in piedi e dotato sia del materiale necessario, il denaro, sia di regole corrispondenti era ed è una concorrenza mondiale tra nazioni per la ricchezza capitalistica e per l’approvazione del mondo finanziario. Tra l’altro, questo si sta affermando come interesse economico autonomo e come potenza economica in grado di rispondere con un rifiuto alle richieste occidentali di una rottura generale delle relazioni e gli affari con la Russia. (In molti casi, ciò è accompagnato da tentativi di ottenere qualche vantaggio in più dal regime di sanzioni occidentali – e prima bisogna essere in grado di farlo.) L’altro modo in cui i responsabili delle politiche sanzionatorie americane ed europee percepiscono questa contraddizione e ne tengono conto è negli inviti alla cautela che rivolgono a se stessi e agli altri: Per esempio, al momento non vogliono rischiare un’ulteriore vera e propria guerra commerciale con la Cina.
Ma soprattutto, per quanto riguarda la possibilità in termini di permesso di arricchirsi in questo sistema, la contraddizione in cui l’Occidente è attualmente impegnato si fa sentire in tutta la sua durezza. La globalizzazione del dollaro come moneta mondiale e l’uso del mondo da parte del capitale occidentale presuppongono la validità del diritto di proprietà privata e capitalistica al di là di tutte le frontiere, cioè l’ordine egualitario di regole che sono in vigore in modo così affidabile che non importa dove, cioè sotto quale sovranità, si svolge l’attività capitalistica. E ciò include il fatto che questo ordine si applica in egual misura a tutti gli Stati, che devono attenersi alle regole generali e specifiche, ma che hanno anche il diritto di perseguire i propri interessi competitivi nazionali all’interno di questo quadro. Questo è ciò che gli Stati che non appartengono all’alleanza occidentale ora oppongono ai sostenitori della politica globale antirussa. Al di là degli interessi materiali particolari che vedono violati, diventano fondamentali e insistono sul principio costitutivo dell’ordine economico mondiale:
“Riaffermiamo il nostro sostegno a un sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, inclusivo, non discriminatorio e basato su regole, come incarnato dall’OMC…. Chiediamo a tutti i membri di evitare misure unilaterali e protezionistiche che vanno contro lo spirito e le regole dell’OMC…” (Comunicato del Vertice BRICS di Pechino, giugno 2022).
Non si tratta – semplicemente – di ipocrisia quando i Paesi BRICS accusano l’Occidente, in questo e in altri modi, di violare le stesse regole della cui applicazione e validità si fa carico e contro le quali non tollera violazioni. In realtà, la produttività di questo insieme di regole e ordini vive della sua universalità e questa dal fatto che l’interesse dei profittatori occidentali con il loro dominio passa virtualmente in secondo piano rispetto alla sua generalizzazione come ordine, non si afferma accanto o addirittura contro questo ordine, ma permette che esso si applichi anche a loro. Essi insistono sul fatto che la moderna e civile concorrenza tra le nazioni per la ricchezza capitalistica del mondo deve effettivamente svolgersi secondo le regole generali che devono essere accettate e praticate senza eccezioni o riserve. Essi sostengono questo principio contro la politicizzazione anti-russa dell’economia mondiale, cioè contro la riserva, tanto generale quanto immediatamente virulenta, che l’Occidente solleva ora contro la globalizzazione nel senso di una partecipazione equa e libera di tutti gli Stati. Tanto più che gli Stati Uniti hanno già avvisato loro che l’imperativo di comportarsi in modo politicamente lineare è la condizione per l’ammissione al traffico d’affari mondiale e non deve essere considerato una questione temporanea.15
Che la natura vincolante di questo ordine sia sempre stata solo una mezza verità, anche per gli Stati Uniti, lo sanno anche i querelanti. Non si sbagliano sul fatto che nell’alleanza occidentale non hanno solo a che fare con quello che è ancora di gran lunga il più grande profittatore in termini di arricchimento e di conseguente potere politico nel campo della creazione e della modifica delle regole ma che negli Stati Uniti si incontrano con l’artefice e il garante di questo ordine. Questa posizione di artefice e garante, tuttavia, è sempre consistita nel fatto che l’America ha stabilito una sfera di rapporti civili tra Stati in cui vigeva per tutti solo la legge della libera concorrenza incluso i suoi strumenti, le sue procedure e i suoi risultati economici. Questa legge deve essere riconosciuta come vincolante e valere per tutti, ma nello stesso tempo valere in modo espressamente indipendente dalla costituzione politica interna dei partecipanti e dalle loro ambizioni politiche nei confronti del resto del mondo. Gli Stati BRICS e i loro alleati rivendicano ora come loro diritto che il divieto degli Stati Uniti di strumentalizzare la concorrenza economica per questioni di potere politico debba valere anche per il garante. Questa è la versione della contraddizione che gli Stati Uniti si sono concessi e continuano a concedersi gestendo il mondo come oggetto del loro uso sotto forma di legge sovrastatale. Questo è il principio praticamente in vigore dell’ordine mondiale multilaterale basato sulle regole che è stato costituito su metà del globo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e sull’intero globo dopo il crollo/la dissoluzione della Unione Sovietica. Questo principio non è visto solo dai molti Stati interessati, ma è violato quando l’America con i suoi alleati vuole ora fare dell’economia mondiale il fronte del suo confronto con la Russia, quando l’America passa quindi a una sottomissione del capitalismo mondiale alla sua lotta non economica ma strategica con la Russia. Una lotta che è nuova nella sua portata e nelle sue conseguenze, che si sono già verificate e sono imprevedibili per il futuro. Al posto della contraddizione, fino ad ora valida per tutti gli Stati integrati nell’economia mondiale e cioè di relativizzare la propria sovranità su base delle regole dell’ordine del mercato mondiale proprio per perseguire il proprio materialismo, consentito e liberato in questa forma, gli Stati Uniti si trovano ora di fronte al rovesciamento di questa contraddizione. Si suppone e si pretende da tutti gli Stati che si uniscano sovranamente a un lungo fronte contro la Russia, per praticare un’inimicizia che né deriva dalle loro pretese di sovranità e né giova al loro materialismo. Questo li costringe a chiedersi se devono sopportarlo.
E questo mette sul tavolo l’ultima e vera “questione” dell’ordine mondiale americano.
La lotta politica per generalizzare la guerra economica tocca il vero fondamento dell’ordine mondiale americano
“Riaffermiamo il nostro impegno per il multilateralismo attraverso il rispetto del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite come sua indispensabile pietra angolare”. E al ruolo centrale dell’ONU in un sistema internazionale in cui gli Stati sovrani collaborano per mantenere la pace e la sicurezza, per promuovere lo sviluppo sostenibile…”. (Comunicato del Vertice BRICS di Pechino)
Quasi identiche alle dichiarazioni del G7 sono le dichiarazioni dei rappresentanti dei principali attori dell’ordine mondiale del dollaro. È proprio questa ampia identità di dichiarazioni che testimonia la natura fondamentale dell’opposizione che si sta mostrando qui: Entrambe le parti rivendicano l’una contro l’altra la protezione dei principi dell’ordine mondiale contro le violazioni; entrambe rivendicano l’una contro l’altra il diritto di interpretare ciò che deve necessariamente derivare da questi principi e ciò che in nessun caso si potrebbe dedurre. Gli Stati BRICS rimproverano gli Stati del G7, i quali come sempre pretendono di definire l’ordine mondiale, che il confronto globale occidentale con la Russia, così come i tentativi che lo accompagnano di allineare l’economia globale a questo obbiettivo, manca di legittimità; negando il suo carattere di ordinanza e considerandolo una violazione sotto ogni aspetto. A volte si va anche oltre:
“Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali … hanno essi stessi violato la Carta delle Nazioni Unite [nel caso dell’Iraq] e perseguono solo il proprio vantaggio geopolitico nei confronti della Russia quando sostengono le risoluzioni dell’ONU che denunciano Mosca come aggressore. Sottolinearlo oggi, nel contesto del nostro dibattito sulla situazione umanitaria in Ucraina, significa sottolineare che molti Paesi e i loro popoli soffrono per guerre che non hanno iniziato loro stessi”. (Così il rappresentante del Sudafrica, membro dei BRICS, davanti alle Nazioni Unite).
Gli Stati Uniti e la loro NATO si trovano di fronte al fatto che la veemenza della loro pretesa che il mondo intero diventi uno strumento per il loro interesse all’eliminazione della Russia sta creando una dimensione di opposizione internazionale senza precedenti. Questo non solo impedisce i successi rapidi desiderati contro la Russia, ma mette anche in dubbio la legittimità della violenza americana in linea di principio. La maggioranza degli Stati, che normalmente sono oggetto e destinatari di appelli e di richiami all’ordine vigente, ora separano esplicitamente l’ordine internazionale dalla violenza americana da cui il primo scaturisce come se questo ordine internazionale esistesse indipendentemente dalla prima potenza mondiale che lo ha insediato e che lo determina.
Le guerre americane o le guerre economiche non hanno mai suscitato un entusiasmo universale tra gli Stati del mondo; l’accusa di prepotenza americana è vecchia quanto l’ordine mondiale americano. Al contrario, però, l’America non si è mai resa dipendente dal consenso altrui e dalle rivendicazioni giuridiche degli organismi internazionali, (né lo è mai stata). Con la sua superiorità, ha considerato le sue rispettive azioni belliche come se fossero semplicemente lo stato delle cose e il diritto che il resto del mondo deve rispettare: i suoi nemici non solo erano irrimediabilmente in minoranza e ogni volta schiacciati in caso di guerra. Soprattutto, l’America voleva e poteva trattare questi suoi nemici praticamente come casi eccezionali e dirompenti. Ha inscenato ed eseguito le sue azioni contro questi Stati come azioni d’ordine, nel corso delle quali non solo ha isolato, combattuto e sconfitto i rispettivi piantagrane, ma scoraggiato allo stesso tempo tutti gli altri dall’opporsi, impartendogli così una doppia lezione: la violazione dell’ordine mondiale americano viene inevitabilmente punita e, al contrario, il rispetto di tale ordine è la condizione assoluta per il riconoscimento della sovranità, che l’America gli ha concesso. Così, per l’America, la sua indiscutibile supremazia militare si è rivelata uno strumento per imporre il divieto dell’impiego della forza a tutti gli altri. E così questa separazione del potere militare di controllo dell’ordine mondiale dalla concorrenza economica è diventata effettivamente produttiva – per l’America stessa, in ogni caso, ma nel seguito anche per tutti gli altri che sapevano come ricavare qualcosa per se stessi dall’ordine così garantito.
Questa volta la situazione è cambiata: ciò che gli Stati Uniti e la loro Europa stanno incontrando è una resistenza – per ora nuova nella sua portata – al fronte che vogliono imporre all’economia mondiale, cioè ai suoi attori statali. Si oppongono, e ciò rende il tutto ancora più fastidioso, soprattutto quelle nazioni che, per la loro importanza economica acquisita negli ultimi anni sono considerate particolarmente utili, addirittura indispensabili per il successo del fronte mondiale anti-russo. Innanzitutto, l’efficacia del regime sanzionatorio si riflette su di loro: soprattutto, gli Stati economicamente importanti dei BRICS capiscono, dall’urgenza e dall’approvazione assolutacon cui l’Occidente richiede il loro appoggio della sua campagna, che quest’ultimo non solo vorrebbe approfittarsi del loro aiuto, ma che ne ha bisogno. E questi Stati notano anche che i tentativi dell’Occidente di attirarli dalla propria parte testimoniano l’imbarazzo occidentale per il fatto che esistono alternative per loro.16 Ciò significa per l’Occidente che è proprio l’importanza economica dei Paesi emergenti che in diverse dimensioni rende così necessaria la loro partecipazione alla sua guerra economica, è quella che impedisce di ottenere la loro partecipazione. E questo testimonia – in secondo luogo – che l’Occidente si sta scontrando con una barriera di principio che lui stesso ha creato e sta creando: il nuovo contenuto politico-mondiale che contraddice tutti i principi finora validi e la dimensione della pretesa occidentale di sottomissione degli altri Stati che danneggia o manda in rovina tutto il loro materialismo finora coltivato e consentito, provocano e producono necessariamente da parte loro la volontà non meno fondamentale di opposizione – e in questo senso entrambe le parti si corrispondono.
Ciò che è esplosivo per gli USA in termini di dominio mondiale è soprattutto il “contesto” politico mondiale, la guerra in Ucraina. In questa vicenda (di violenza), la potenza mondiale non agisce come la potenza indubbiamente superiore che ha deciso da sola la questione fin dall’inizio e rinnova in modo esemplare l’identità del potere deterrente americano e dell’ordine mondiale. Nel confronto (della violenza) tra Russia e Stati Uniti in Ucraina, a questi ultimi manca un chiaro e convincente potere deterrente. Nel caso dell’Ucraina, la Russia, con la sua potenza militare e sostenuta dal suo potenziale nucleare adatto a una guerra mondiale, nega praticamente questo potere, e quindi relativizza decisamente il potere americano. Proprio per questo gli Stati Uniti non vogliono scendere a patti con questo contro-potere russo e pretendono di far valere il loro potere di deterrenza in maniera assoluto cioè valido per tutti e quindi di superare la barriera che trovano nella Russia. Ora creano così la nuova situazione mondiale. Per questo, la potenza a capo della NATO ha bisogno e vuole accanto alla guerra in Ucraina anche la guerra economica totale contro la Russia con l’inclusione di tutti gli altri Stati, che ancora non ottiene: anche su questo fronte coincidono la necessità e l’impossibilità di allineare il mondo degli Stati. Secondo la logica americana del dollaro e degli armamenti, questo fatto rende il successo su entrambi i fronti ancora più urgente per gli USA.
1Alla fine di agosto, ad esempio, l’autorità di regolamentazione ungherese ha concesso l’autorizzazione alla costruzione di due nuovi reattori nucleari da parte della società russa Rosatom. La giustificazione del ministro degli Esteri ungherese verso l’Europa: “Questo garantirà la sicurezza a lungo termine dell’approvvigionamento energetico dell’Ungheria, proteggerà la popolazione ungherese dalle fluttuazioni estreme dei prezzi sul mercato internazionale dell’energia e confermerà i nostri sforzi per ridurre i costi dell’elettricità.” (FAZ, 29.8.22)
2Il Ministro tedesco dell’Economia esprime la sua solidarietà:“Se gli Stati dovessero invece ‘chiudere i battenti’ e preoccuparsi solo della propria sicurezza di approvvigionamento, ciò “non renderebbe affatto giustizia” alla realtà europea”, afferma il politico dei Verdi. ‘Una crisi economica in Germania è una crisi economica europea, e un crollo del mercato unico europeo danneggia l’economia tedesca’”. (n-tv, 11.7.22)
3Nella loro lotta per la leadership e credibilità, i politici europei e americani non perdono l’occasione di sottolineare la loro comprensione delle preoccupazioni degli Stati africani, mediorientali e di altri Paesi, ad esempio nella spinosa questione della lotta contro la fame e della diplomazia ad essa rivolta. Anche questo fa parte della pretesa dell’Occidente di essere responsabile di tutto ciò che accade nel mondo.
4Janet Yellen: “La Cina sostiene da tempo che i principi fondamentali del diritto internazionale sono sacri per lei, tra cui la sovranità e l’integrità territoriale. A prescindere dagli obiettivi e dalle strategie geopolitiche della Cina, non vediamo alcun motivo per condonare l’invasione russa o le sue conseguenze sull’ordine internazionale. La Cina non può chiedere alla comunità internazionale di rispettare gli appelli cinesi ai principi di sovranità e integrità territoriale quando non li rispetta essa stessa quando sono in gioco”.
5Questa logica è seguita, ad esempio, dalla proposta americana di un tetto massimo generalmente concordato delle esportazioni di petrolio russo. Questo dovrebbe limitare in modo sostenibile i ricavi delle esportazioni di petrolio della Russia e rendere le importazioni più economiche per tutti i partecipanti a questo cartello di acquirenti che hanno ancora bisogno del petrolio russo – una necessità che l’Occidente ha reso piuttosto urgente con la sua lotta economica contro la Russia e le sue conseguenze sui prezzi. E se non è possibile creare un cartello volontario, i rappresentanti statunitensi stanno già proponendo una sorta di cartello obbligatorio: vietando alle compagnie di assicurazione navale – che oggi hanno sede quasi esclusivamente in Occidente – di assicurare le spedizioni di petrolio scambiate al di sopra del tetto massimo di prezzo che sarà fissato dall’Occidente.
6Da tempo negli Stati Uniti si discute di sanzioni secondarie, soprattutto nei confronti della Cina, in relazione alle sanzioni contro la Russia, nonché di un avvertimento inequivocabile al governo cinese che le forniture di armi alla Russia sono assolutamente inaccettabili.
7Ancora la Yellen: “La guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia sottolineano il ruolo della Cina…. La Cina ha recentemente confermato la sua relazione speciale con la Russia. Spero sinceramente che la Cina utilizzi queste relazioni per contribuire a porre fine a questa guerra. In futuro sarà sempre più difficile separare le questioni economiche da quelle più ampie di interesse nazionale, compresa la sicurezza nazionale. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina, così come la sua volontà di favorire l’integrazione economica, dipenderà probabilmente dal modo in cui la Cina risponderà alla nostra richiesta di un’azione decisiva contro la Russia”.
8La NATO continua ad essere interessata al riarmo dell’India contro la Cina; pertanto, non solo viene promossa la relativa cooperazione, ma l’India viene anche esonerata, per il momento, dalle sanzioni che gli Stati Uniti impongono nel quadro del CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act) a tutti i Paesi che collaborano con la Russia in materia di armamenti.
9È già stato ” divulgato” che le navi indiane stanno eludendo le sanzioni americane – quali che siano le conseguenze che gli Stati Uniti vogliono dare a questa notizia. “Gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’India sia stata utilizzata per esportare greggio dalla Russia a New York attraverso un ‘trasferimento in alto mare’ in primavera”, ha riferito sabato un alto funzionario della Reserve Bank of India. Le sanzioni americane contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina vietano l’importazione negli Stati Uniti di prodotti energetici russi, tra cui petrolio greggio, carburanti raffinati, distillati, carbone e gas. ‘Una nave indiana ha incontrato una petroliera russa in mare aperto, ha caricato il petrolio e lo ha portato nel porto di Gujarat dove è stato trasformato in un distillato'”. (Reuters, 17/8-22) Inoltre, gli Stati Uniti accusano l’India di permettere alle navi che figurano nell’elenco delle sanzioni di approdare nei loro porti ”Queste navi e i loro proprietari hanno violato le sanzioni più volte e sono sotto esame da anni”, ha dichiarato Jack Margolin del Center for Advanced Defense Studies…. ‘Hanno ripetutamente sostenuto l’elusione delle sanzioni da parte della Russia e le esportazioni di armi russe'”. (Politica estera, 3.8.22)
10Le esportazioni cinesi verso la Russia sono diminuite del 26% su base annua nel mese di aprile, nonostante il Ministero del Commercio cinese abbia esortato le sue aziende a “non piegarsi alle pressioni esterne e a non fare dichiarazioni inappropriate”.
Il calo delle esportazioni è dovuto principalmente alle aziende che hanno un’ampia impronta globale e che temono di essere colpite da sanzioni secondarie se il commercio con la Russia dovesse continuare. Ad esempio, le aziende cinesi high-tech Lenovo e Xiaomi avrebbero interrotto le spedizioni in Russia e Huawei avrebbe licenziato alcuni dei suoi dipendenti in Russia. La casa automobilistica Geely ha interrotto la produzione del suo impianto bielorusso, che esporta in Russia”. (“Le sanzioni spaventano le aziende cinesi”, table.media/china, 5.6.22)
11Yellen: “Gli Stati Uniti, insieme ad altri trenta Paesi, cioè oltre la metà dell’economia mondiale, hanno adottato una serie di sanzioni finanziarie e controlli sulle esportazioni senza precedenti contro la Russia”.
12I Paesi del G7 si sono espressi in questo modo nel comunicato finale del loro ultimo vertice:
“Siamo uniti nel nostro impegno per un commercio libero ed equo come principi e obiettivi fondamentali del sistema multilaterale basato su regole con l’OMC al centro…. Questo per riflettere i nostri valori condivisi, che includono l’apertura, la trasparenza e la concorrenza a livello di mercato…. In uno sforzo congiunto con altri, abbiamo lavorato negli ultimi mesi per annullare il trattamento della Federazione Russa secondo la clausola della nazione più favorita (CNPF)… Continueremo a eliminare le restrizioni commerciali non necessarie…”.
13Quando, ad esempio, la politesse mondiale tedesca Baerbock accusa Putin di “iniziare una guerra del grano e di alimentare ulteriormente una crisi alimentare globale in un momento in cui milioni di persone sono già minacciate dalla fame”, i leader africani, al contrario di Baerbock, sottolineano il fatto che la fame è ovviamente all’ordine del giorno tra i loro popoli anche senza la Russia di Putin.
14I diplomatici occidentali vedono anche la necessità di spiegare il mondo ai loro partner del Sud – che tra l’altro sono stati invitati al vertice G7 di Elmau proprio a questo scopo – e di dire loro che stanno cadendo nella propaganda di Putin quando incolpano della miseria la guerra economica iniziata dall’Occidente:
“Baerbock ha accusato la Russia di una strategia ben cosciente, accompagnata da una massiccia diffusione di informazioni false…. Ma lei poteva anche capire perché la propaganda russa trovasse terreno fertile in alcuni Stati. Gli Stati del G7 non hanno un credito di fiducia, ha detto la politica dei Verdi”.
Tanta benevole condiscendenza nei confronti dei nostri africani storicamente anomali non dimostra che la giovane femminista verde sia un po’ razzista, ma piuttosto quanto prenda sul serio la sua responsabilità imperialista.
15Questo apre una serie di possibilità: L’India, ad esempio, acquista dalla Russia più petrolio di quanto ne abbia bisogno per coprire le sue necessità e vende parte delle sue importazioni all’Europa e all’America – al prezzo che questi consumatori occidentali sono stati costretti a pagare a causa delle loro sanzioni e delle politiche di approvvigionamento sostitutivo. I sauditi importano petrolio russo per far funzionare le loro centrali elettriche e vendono il proprio materiale a prezzi elevati sul mercato mondiale.
16Il fatto che l’imperialismo abbia imparato a convivere con intere regioni piene di „failed states” non è una smentita: fanno parte delle spese del suo regime di capitalizzazione globale, che si fanno sentire come tali anche sotto forma di disordine, flussi di rifugiati e un po’ di terrorismo.
