Ucraina, Gaza – le guerre del 2023

Questo articolo tratta delle atroci lezioni sulla sovranità statale – e su cosa ce ne pensa l’opinione pubblica.

In guerra, la morale della società borghese viene stravolta: Ciò che in tempi di pace non si può fare in nessun caso – uccidere altre persone – in tempi di guerra viene ordinato di farlo; il diritto alla vita, la cui tutela è uno dei valori più alti della Costituzione, lascia il posto al dovere di sacrificarla per lo Stato. La rivalutazione dei valori rende la guerra l’ultima sfida morale. La guerra comporta la necessità di una giustificazione. In tutta serietà l’opinione pubblica più o meno importante si pone e risponde alla domanda se il grande massacro – per quale parte belligerante e da quale punto di vista – sia giusto. Non solo l’esplicita e incondizionata presa di parte con cui vengono distribuite nell’Occidente della NATO le colpe e le innocenze nelle guerre in corso, il giusto e l’ingiusto dei bombardamenti, ma anche la domanda se a loro sia permesso farlo ovvero quale parte belligerante sia autorizzata a fare che cosa, è un unico errore.

Le parti in guerra sono già autorizzate a farlo; più correttamente: “autorizzate” sarebbe il metro di giudizio sbagliato per giudicare le azioni delle grandi potenze: Gli Stati non conoscono alcuna legge superiore a loro stessi e lo dimostrano abbastanza chiaramente quando combattono tra loro per stabilire quale parte può prendere dall’altra parte che cosa. E anche quando, dopo la guerra, negoziano una pace con rapporti di superiorità e subordinazione chiariti, non rispettano alcuna legge, ma ne stabiliscono delle nuove. Il ruolo immaginario di giudice invece, che tutti i cittadini possono e devono assumere, i loro giudizi con voti buoni e cattivi o addirittura disapprovazione equamente distribuita, che loro danno ai soggetti impegnati nella violenza, non cambiano né la guerra né il suo corso né il suo esito. Non raggiungono i giudicati e i condannati. Ma cambiano qualcosa in relazione a se stessi nel loro ruolo di giudici fittizi: Anche durante la guerra, essi sostengono di essere gli effettivi commissari e in qualche modo anche giudici autorevoli delle azioni belliche dei poteri statali che stanno consumando i loro concittadini su larga scala. Spesso si rendono così sostenitori di una parte; in ogni caso sviluppano con la loro interferenza idealistica nella guerra un punto di vista molto costruttivo con cui distinguono tra giusto e sbagliato nell’uccidere e nel morire.

I. Il contrasto tra Stato e uomo non è mai così evidente e brutale come in guerra – tanto più si sottolinea il fatto che le due cose siano inseparabili

Il perché della guerra non è un segreto. I signori della guerra lo esprimono chiaramente, basta ascoltarli: Il presidente ucraino Zelensky, ad esempio, difende la sovranità e l’integrità territoriale del suo Paese contro l’attacco russo e giura di non smettere di fare la guerra finché i russi non saranno cacciati da ogni metro del suolo ucraino, compresa la Crimea. Si uccide e si muore quindi per garantire che il governo di Kiev estenda il suo potere fino a Donetsk e Sebastopoli e che nessun altro governo impedisca il suo dominio oppure limiti la sua libertà di decisione sulla terra e sulle persone nel territorio rivendicato. Questa rivendicazione dei diritti della propria sovranità non dipende dal fatto che gli abitanti della Crimea o del Donbass preferiscano essere russi o ucraini. Non glielo si chiede. In generale, Zelensky non giustifica le sue pretese di potere, non spiega ai suoi ucraini perché la Crimea deve assolutamente essere restituita all’impero e che cosa ce ne guadagnerebbero loro. La proclamazione dell’obiettivo di guerra è di per sé la sua giustificazione e per i cittadini un imperativo a cui non possono sottrarsi.

Ovviamente, “Ucraina” è l’opposizione più dura alla vita di coloro che la devono perdere per una cosa chiamata “Ucraina” – indipendentemente dal fatto che lo facciano giubilando o meno. “Ucraina” – questo non è “le persone ucraine”, ma il governo a cui obbediscono. Coloro che muoiono lì non sono stati quelli che hanno scelto il nemico, né sono stati quelli che hanno acquisito i mezzi per combatterlo a rischio della propria vita. Sono stati reclutati, uniformati ed equipaggiati all’interno di un apparato di potere politico. L’Ucraina è, innanzitutto, proprio questo rapporto: la separazione tra i detentori e i funzionari del potere statale e coloro che vengono mobilitati come combattenti per formare la base e lo strumento del potere dei primi. Questo antagonismo viene portato avanti contro le “persone ucraine” con la massima violenza non appena uno di loro considera la propria vita più importante della portata del potere governativo: chi vuole fuggire viene catturato, i disertori vengono imprigionati e i cosiddetti collaborazionisti sono destinati ad essere vittime degli assassinii dei servizi segreti.

Per affermare il proprio potere sovrano, la leadership ucraina accetta non solo di cancellare intere generazioni, ma anche di distruggere tutto ciò che è condizione di vita sul territorio nazionale, cioè ciò di cui vive la popolazione locale. Una città persa al nemico non esiste più per la capitale, perché non comanda più lì; peggio ancora, ora quella città è un bastione e una risorsa del nemico e per cui viene ridotta in macerie dallo Stato di origine. Le vite e le condizioni di vita della popolazione sono destinate ad essere annientate se solo il potere statale sopravvive e si afferma. Questo chiarisce le priorità.

Naturalmente, lo stesso si può dire dello Stato russo e delle sue pretese di potere, ma in questo caso è superfluo dato che l’Occidente scopra tutto questo sempre e unicamente nello Stato russo. Certo, si nota che la superpotenza nucleare dell’Est definisce la propria sovranità in modo più ambizioso; non sta ancora lottando per la propria esistenza territoriale. Tuttavia, se non si etichetta questa guerra immediatamente come “ingiustizia”, ma ci si chiede perché la leadership russa ritenga necessaria di farla, si finisce per concludere che fa parte della sovranità anche di questa potenza di poter determinare con la propria autorità cosa è compatibile con la propria integrità in relazione ad altre potenze e che cosa non lo è. La Russia non è disposta ad accettare una NATO-Ucraina pesantemente armata sul suo confine occidentale; la vede come un attacco al suo status di potenza mondiale. E non permetterà che questo status venga messo in discussione dalla costante avanzata dell’alleanza militare occidentale. Perciò la Russia sta sacrificando masse di persone alle quali non viene chiesto quanto valore abbia per loro la potenza mondiale russa.1

Allo stesso tempo, il potere politico insiste sull’identità incondizionata dei cittadini con il proprio Stato in guerra, in un periodo quindi in cui usa le persone che gli obbediscono come ‘carne da macello’ per la propria autoaffermazione: tutto ciò che il potere ucraino fa e ottiene per sé, lo fa per il popolo ucraino. Ogni nuovo missile proveniente dall’Occidente che colpisce il nemico lontano dietro le linee salva delle vite ucraine; ogni riconquista di una terra desolata in cui nessuno può vivere, e quasi nessuno vive più, libera degli ucraini. La Russia la pensa allo stesso modo: se distrugge l’Ucraina e si appropria di alcuni suoi Oblast (regioni), questo non è altro che una protezione per la popolazione filorussa del Donbass, che “conta su di noi e che noi non dobbiamo abbandonare” (Putin).

Ovunque, l’autoaffermazione del potere statale contro un nemico esterno è intesa come l’adempimento di una promessa di protezione alle persone che ne fanno parte; soprattutto in Israele, che si è fondato e che ha continuato ad espandersi come Stato unicamente per proteggere la vita ebraica in un ambiente ostile. La verità di questa protezione risiede nel fatto che uno Stato considera e protegge come sue proprietà non solo il territorio su cui governa ma anche le persone che vi abitano. Considera le pretese di un altro Stato di incorporare questa popolazione oppure attacchi come quelli di Hamas contro i suoi cittadini come attacchi alla sua sovranità: non deve assolutamente sopportarli. D’altra parte, difende questa stessa sovranità con l’uso delle sue risorse umane. La protezione dei cittadini, che definisce come il suo compito, coincide con la vittoria sull’aggressore – o la sconfitta. Non c’è altra protezione.

La totale identificazione tra Stato e le persone soggette al suo dominio non è solo una cinica menzogna propagandistica, è la prassi. Le autorità non solo si dichiarano, ma si pongono come prima condizione di vita per la loro popolazione in modo così incondizionato e assoluto da non riconoscere o accettare una vita al di fuori del loro comando. Lo Stato adotta questo rapporto nei confronti dei suoi sudditi anche in tempo di pace: il suo monopolio sull’uso della forza costringe i cittadini a rinunciare alla violenza, garantendo così la base indispensabile delle loro relazioni capitalistiche – la prima condizione di vita della società borghese. In pace, il potere statale e le sue leggi determinano i percorsi e le opportunità dell’esistenza individuale. In guerra, quando lo Stato si afferma contro un potere statale concorrente e mette in gioco la vita dei suoi cittadini, questi ultimi devono considerarlo come una difesa delle loro condizioni di vita, anzi di se stessi e della loro libertà: Senza lo Stato non c’è vita, perché esso non ne tollera alcuna.

È una brutale ironia che la totale sussunzione sotto lo Stato, che lo Stato impone ai suoi cittadini in tempi di guerra, renda questa falsa identità soggettivamente vera. Lo Stato manda i suoi soldati allo sbaraglio, espone i suoi cittadini ai bombardamenti nemici, così che la loro sopravvivenza dipende effettivamente dal successo delle sue truppe, dal suo successo. Il confronto ostile in cui sono posti dal loro Stato li costringe a identificarsi con il loro ruolo di risorsa del potere per la nazione. I soldati si confrontano con chi sta dall’altra parte della trincea esattamente come loro stessi: esseri umani completamente ridotti a rappresentanti della loro nazionalità, che si incontrano in questa e solo in questa veste e in questa veste sono il pericolo di vita l’uno per l’altro. Nell’opposizione più impersonale nei confronti di un nemico, che non conoscono e contro il quale non hanno nulla in quanto esseri umani, devono sparare più velocemente dell’altro per salvarsi la vita. E combattendo e uccidendo per la loro vita, svolgono la loro funzione di strumento di violenza per il loro Stato.

II. L’opinione critica e acritica in Italia si rapporta con questa follia della vita statale in modo altamente empatico e costruttivo. Ponendo delle domande idonee, si sviluppa una comprensione della carneficina e il giusto punto di vista su di essa.

Di fronte all’assoluto antagonismo tra Stato e uomo in tempi di guerra, queste domande si riferiscono all’identità incondizionata di entrambi quando cercano di determinare come sia potuto accadere l’incidente della storia o perché, una volta giunti a questo, ciò che accade debba accadere.

“Chi ha iniziato?”

Questa domanda da asilo è considerata sufficiente per gli adulti contemporanei per orientarsi nel mondo dell’imperialismo e trovare il colpevole nello scontro tra sovrani politici con una distinzione senza scrupoli tra questa e quella violenza. Si immagina uno stato precedente di armonia tra gli Stati, la pace, che a un certo punto una delle due parti cessa – “senza alcuna provocazione” è d’obbligo – per sostituirlo senza motivo con una posizione e un’azione opposte, ostili.

Nel caso della guerra in Ucraina, l’opinione pubblica vede chiaro: non si parla quasi mai di altro che di una “guerra di aggressione russa”; la Russia l’ha iniziata e ha invaso il Paese vicino. Secondo lo schema di azione e reazione, la colpa di questa guerra è solo sua; l’Ucraina, vittima innocente, si sta solo difendendo e ha quindi anche tutto il diritto di farlo. Tutta l’intollerante volontà di un sovrano politico di governare contro gli altri si trova solo dalla parte della Russia; la riaffermazione della sovranità dell’Ucraina è una necessità e coincide con la protezione di vite ucraine.

Tutti la vedono così, a meno che non siano dalla parte dei russi. Quest’ultimi collocano l’inizio delle ostilità in un contesto diverso, ad esempio con le varie espansioni della NATO a est a partire dal 1990 o con l’armamento occidentale della vicina ex repubblica sovietica. I russi vogliono, secondo questo punto di vista, solo contrastare la minaccia di un’ostilità “anti-Russia”, per prevenire un attacco. Anche loro hanno solo reagito.

La domanda ‘chi ha iniziato’, che dovrebbe servire per determinare chi è il colpevole della guerra e per giustificare il proprio schieramento con la parte innocente, non giustifica assolutamente nulla. Questo modo di ragionare presuppone la parzialità stessa che cerca di dedurre: Si risale passo dopo passo alla preistoria di un conflitto e ci si ferma semplicemente al momento in cui le azioni della parte che si vuole accusare appaiono come azioni “arbitrarie”. Se invece si vuole accusare l’altra parte, bisogna solo andare ancora più o meno indietro.

Tutti sanno quanto sia disonesto questo atteggiamento da giudice in riguardo alla guerra di Gaza, quando si dice che sia iniziata il 7 ottobre 2023 in seguito all’attacco di Hamas. In Italia è un po’ differente, ma in alcuni Stati, come la Germania per esempio, è praticamente tabù dire che le ostilità siano iniziate prima di questa data. Israele e i suoi sostenitori condannano la semplice menzione del contesto storico – l’espulsione dei palestinesi dalle loro aree residenziali, il loro spostamento sempre più massiccio dalla Cisgiordania durante 50 anni di regime di occupazione, eccetera – parlando di una “contesto storico” inappropriato e inammissibile che distrae dall’atto terroristico e relativizza la colpa di Hamas e il diritto di Israele di agire come sta attualmente facendo. Quando il Segretario generale dell’ONU Guterres ricorda molto cautamente che l’attacco “non è avvenuto nel vuoto”, il rappresentante israeliano dell’ONU lo attacca come antisemita. E con l’accusa di parzialità, azzecca comunque qualcosa. Perché laddove i fatti vengono citati solo per legittimare o delegittimare atti di guerra, anche il massimo rappresentante delle Nazioni Unite, che non è di parte, fa volendo nolendo la stessa cosa come gli altri ovvero tirare fuori la storia solo per questo scopo.

La “spiegazione” dei focolai di violenza tra Stati (o aspiranti tali) secondo lo schema di azione e reazione è del tutto sbagliata. Da nessuna parte, nemmeno in Medio Oriente, la violenza di una parte “deriva” – quasi automaticamente – da quella dell’altra; anche lì, la “risposta” è la conseguenza del programma politico che i suoi protagonisti vedono sotto attacco e per la cui continuità tutta la violenza che possono mobilitare è il mezzo appropriato.

Con una presa di posizione “corretta” l’argomentazione sulla questione della colpa di guerra può essere condotta anche in modo completamente diverso, ossia in modo autocritico. La rivista tedesca DER SPIEGEL ha recentemente pubblicato una storia di copertina in cui si afferma che l’attuale guerra in Ucraina era già inevitabile con il vertice NATO del 2008, perché in quel momento la cancelliere tedesca Angela Merkel aveva rifiutato l’accesso dell’Ucraina all’alleanza. I russi vedono la guerra di oggi come una conseguenza del fatto che non hanno fermato l’Occidente in tempo. In Israele è diffusa l’opinione che non ci sarebbe bisogno di “ripulire” la Striscia di Gaza se nel 1948 non fossero state prese mezze misure. I palestinesi (Tamim al-Barghouti) invece attribuiscono l’attuale tragedia al fatto di non aver impedito la nascita dello Stato di Israele nel 1948. La guerra di oggi è necessaria, secondo l’autocritica di tutte le parti, perché ieri l’hanno evitata o non si sono spinti abbastanza avanti nel condurre la guerra, o semplicemente perché non l’hanno iniziata. Dopotutto, questo chiarisce che il potere del nemico è da tempo incompatibile con il nostro potere e gli interessi vitali che ne conseguono.

Con rivelazioni di questo tipo, l’opinione pubblica acquisisce una consapevolezza completamente acritica e non obiettiva della necessità della guerra. Alla luce delle guerre in corso, chi si pone la prossima domanda non ha una minima idea della reale necessità della guerra, che ha la sua logica nella ragion d’essere del proprio Stato:

“Che altro avrebbero potuto fare se non difendersi?”

Gli Ucraini, russi, israeliani, palestinesi avrebbero mica dovuto sopportare l’invasione, la minaccia, l’occupazione o il dominio straniero del nemico? Questa domanda poco seria di una alternativa alla guerra è rivolta agli abitanti di un Paese per i quali già non conta nient’altro che la loro nazionalità, infatti fa richiamo all’identità tra uomo e Stato che è proprio nella guerra così assurda. Se si differenzia un pò, l’assurdità della domanda sull’inesistente alternativa diventa chiara: se la si facesse a Putin, Zelensky, Netanyahu ecc. la domanda avrebbe avuto una risposta già da tempo. Loro non cercano un’alternativa, né gliene manca; non conoscono nulla di più nobile che l’autoaffermazione della sovranità del loro potere sia all’interno che all’esterno, e la perseguono con la massima coerenza. Questo risponde già alla domanda posta ai russi comuni, agli ucraini comuni ecc.: non hanno alternative – per un motivo completamente diverso da quello che suggerisce la domanda precedente. Loro non hanno nulla da decidere; gli viene ordinato di andare in guerra, vengono arruolati e chiunque si allontana o si rifiuta viene imprigionato. Il vecchio detto del movimento pacifista Supponiamo che dichiarino la guerra e nessuno ci vada è solo una stupida chimera: È la guerra che arriva poi alla gente – sotto forma di ordini di schieramento per gli uni, e sotto forma di bombardamento per gli altri.

La domanda è quindi non una domanda, ma una richiesta di consenso alla guerra, cosicché le persone colpite dalla guerra abbiano le loro buone ragioni per volere ciò che comunque devono fare in virtù dello Stato: I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, dicono, hanno bisogno di uno Stato che li protegga da ciò che i coloni e l’esercito di Israele gli stanno facendo e da ciò che lo Stato israeliano – e non solo la sua ala più radicale – gli farà ancora. A maggior ragione gli ebrei hanno bisogno di una patria che li protegga dall’odio antisemita in altri Paesi; gli ucraini possono essere liberi solo in uno Stato ucraino – e così via. Infatti, lo Stato protegge il suo popolo da un dominio straniero attraverso il proprio dominio su di esso: per farlo, usa il suo popolo come risorsa di potere, mettendo così in pericolo le sue vite e strumentalizzandolo per il confronto con sovrani politici concorrenti.

Il carattere convincente della pseudo-domanda di cui sopra deriva dal fatto che oggi per l’umanità non c’è alternativa nemmeno da questo punto di vista: In primo luogo, non esiste una vita senza governo politico su questo globo diviso tra sovrani politici e, in secondo luogo, il ruolo dei ‘senza patria’ in un mondo di Stati è ancora più desolante: I palestinesi, in quanto membri di un popolo senza Stato, sono emarginati come popolo straniero dal potere statale israeliano nel cui ambito vivono, e sono sottoposti alla sua violenza e al suo dominio senza essere riconosciuti da esso come parte della sua base e, in questo senso, come cittadini legittimi. Il fatto che questa sia una disgrazia non rende la prospettiva di una “propria” sovranità una fortuna. Nemmeno in termini comparativi. Lo dimostra la vita nel regno di Hamas che, nonostante l’inferiorità rispetto a Israele, usa e sacrifica la sua base come fonte di reclutamento e copertura per la lotta per il proprio Stato. A proposito di sacrifici:

“Guardate la bestiale azione omicida di Hamas, Butsha, il tritacarne di Bachmut!” – le vittime della guerra sono la migliore ragione per farla

Oggettivamente, le vittime della guerra da entrambe le parti sono documenti dell’assoluto contrasto tra gli abitanti del Paese e i loro rispettivi poteri statali, dai quali vengono reclutati e mandati a morire nel confronto bellico. Secondo l’orientamento dei cittadini tifosi del proprio Stato o di un Stato alleato sono l’opposto: il loro punto di vista scopre nelle vittime che il nemico crea nient’altro che la sua natura maligna e misantropa. Le vittime di guerra non parlano contro la guerra, ma contro la guerra del nemico e per il diritto, anzi il dovere, della propria o della parte favorita di condurre e vincere la guerra contro quel nemico che porta così tanta morte.

La visione di parte non si lascia irritare dal fatto che le vittime nella guerra siano usate come una buona ragione per la guerra, cioè che non possano essere la vera ragione dell’inimicizia e della guerra. La dimostrazione, fatta con immagini e cifre, che il nemico merita la guerra che la propria parte conduce contro di lui è fatta così bene e convincente per le persone di buon senso che non si può presentare loro un numero sufficiente di soldati mutilati, di abitanti di villaggi bombardati e – soprattutto – di bambini morti per trarre sempre la stessa conclusione: il disprezzo del nemico per l’umanità. L’offerta televisiva quotidiana di violenze sanguinose è enorme; si suppone che alcune immagini siano così insopportabili per i telespettatori che possono essere mostrate loro solo in forma pixellata, ma in compenso almeno 100 volte. L’umanesimo degli opinionisti e l’empatia controllabile degli spettatori sono abbastanza capaci di fare distinzioni: La compassione si rivolge innanzitutto ai “civili innocenti”, preferibilmente donne, anziani non idonei al servizio militare e, come già detto, bambini; anche i combattenti morti della propria parte sono ovviamente da compatire, ma sono meno adatti a demonizzare il nemico perché, in quanto soldati reclutati con la forza, non sono semplici vittime.

Affinché il consumatore di reportage di guerra non commetta errori, i professionisti che mettono in scena l’argomento delle vittime devono sapere quando inscenare la separazione e l’opposizione tra Stato ed essere umano, che non è affatto sconosciuta, quando invece mostrare l’identificazione di entrambi e in quale sequenza deve avvenire il cambiamento tra queste scene.

L’attacco di Hamas nel sud di Israele era diretto contro persone che ballavano, pregavano, facevano la loro vita quotidiana – senza un’etichetta nazionale: “Dovevano morire solo perché erano ebrei”. Sebbene tutti lo sanno e a nessuno venga detto nulla di nuovo: è proibito dire che Hamas sta conducendo una guerra per il proprio Stato contro lo Stato di Israele, che in nessun caso ammette la sovranità palestinese. Gli abitanti della regione al confine dell’Israele sono in realtà presi di mira dai combattenti islamici non in quanto esseri umani o per il loro rapporto con il loro Dio particolare, ma in quanto particelle elementari e rappresentanti della nazione israeliana – che ne vogliano essere consapevoli o meno. Gli Hamas usano la stessa astrazione che lo Stato israeliano pratica nei confronti del suo popolo: sono la sua base umana, la fonte del suo potere – e quindi per Hamas l’oggetto della violenza. Ma non appena si è affermata la misantropia di Hamas nei confronti della vita, le sue vittime non sono più esseri umani astratti, ma israeliani, proprietà e oggetto di protezione del loro Stato. Quest’ultimo non può tollerare questo assalto contro di lui e ora sta facendo valere la sua sovranità su Gaza con la guerra, liquidando, secondo la sua stessa dichiarazione, Hamas e tutti i suoi attivisti. Questo atto di guerra – ora al contrario e senza tener conto del fatto che provochi la morte di ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e di un numero imprecisato di suoi soldati – non sarebbe altro che la salvezza di vite ebraiche.

Il fatto che l’altra parte veda le cose allo stesso modo, con gli stessi diritti e venti volte più morti – solo al contrario – naturalmente non irrita nessuno in Israele e nei Paesi partner: Secondo loro, i palestinesi e i loro partner stanno semplicemente mentendo. Le cose sono diverse quando si tratta delle vittime che la propria guerra crea dalla parte del nemico. Se le vittime non vengono ignorate – come nel caso delle morti di massa a Gaza – per una volta ci si ricorda della verità, e cioè che la popolazione viene strumentalizzata dai suoi governanti come base di potere e mezzo di potere in guerra, e il nemico viene incolpato di questo come del suo disprezzo per l’umanità: per le morti a Gaza causate dalle bombe e dai proiettili israeliani ” Hamas è l’unico responsabile” (Netanyahu). Nel loro caso, usare la popolazione per la guerra è un abuso – perché userebbero i cittadini come “scudi umani”. Esporre il proprio popolo a tali pericoli è un crimine. Naturalmente, gli umanisti della leadership militare israeliana non si lasciano impressionare da queste trappole morali, né sono seriamente ostacolati nella loro operazione di pulizia degli scudi umani.

Questo ci porta al tema dell’ultimo test, che consiste nel formare la giusta comprensione in materia di guerra:

“Il ‘signore della guerra’ rappresenta davvero il popolo – o lo sta abusando per le proprie ambizioni di potere?”

L’antagonismo incondizionato tra Stato e uomo è tutt’altro che sconosciuto in questo mondo di Stati. Bisogna solo sapere a chi appartiene. Appartiene al nemico. A lui viene negato il falso “Noi” che si sostiene sempre dalla propria parte in guerra. L’autoaffermazione del suo potere statale non è un’autentica missione statale o un’esigenza popolare, ma l’ambizione di perverso egocentrismo, anche megalomane, di un cosiddetto “governante”.

Questa distinzione definisce anche il ruolo degli strumenti umani utilizzati in guerra. I soldati ordinati al fronte, la cui aspettativa di vita è prossima allo zero, sono corteggiati come soggetti di guerra nel caso dell’Ucraina amica e armata: si difendono e, se muoiono, non sono vittime, ma compiono un sacrificio per il loro popolo e il loro futuro. Loro sono eroi. Gli stessi soldati dall’altra parte, che fanno la stessa cosa nella stessa situazione, sono carne da cannone, muoiono senza senso, non difendono un “Noi”, ma sono vittime abusate di una volontà di potenza personale e senza fondamento. E quando Putin assegna medaglie e organizza giornate commemorative per gli eroi, tutti vedono il cinismo.

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La guerra, che non è la normalità nelle relazioni tra gli Stati, ma che è spesso nell’aria e a volte viene combattuta, testimonia la base brutale, ma indispensabile, di tutta la vita statale: l’autoaffermazione del monopolio dello Stato sull’uso della forza all’interno e all’esterno è la prima condizione dell’esistenza dello Stato; lo Stato definisce la portata del suo potere e ottiene il suo riconoscimento solo in una concorrenza contro le altre potenze. L’autoaffermazione diventa una condizione di vita per i cittadini, per la quale essi di tanto in tanto devono battersi.

1Il contenuto specifico degli interessi nazionali in conflitto, che portano ripetutamente alle incompatibilità e alla loro risoluzione violenta, è trattato in altri articoli su questo sito, ma non in questo trattato. Quando si tratta di guerra, è sempre e solo la pura potenza dell’avversario, la sua portata, i suoi bastioni e i suoi mezzi che devono essere distrutti per spezzare la sua volontà di affermarsi e di far valere i propri.

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