“Operazione Al-Aqsa” e guerra di Gaza: Hamas contro Israele

1. “Operazione Al-Aqsa”.

Il 7 ottobre 2023 alcune centinaia di seguaci di Hamas lanciano un attacco dalla Striscia di Gaza, presidiata militarmente da Israele, e attaccano degli insediamenti e basi militari e di polizia nella zona circostante la Striscia lungo quasi tutto il confine israeliano – via terra, via mare e anche dall’aria con parapendii. Uccidono soldati e civili – quasi un migliaio e mezzo in totale; in alcuni casi, le battaglie in territorio israeliano durano oltre 72 ore. Nel corso dell’attacco, i soldati dell’Hamas sequestrano circa 250 israeliani, tra soldati e civili, e li riportano nella Striscia di Gaza. Subito dopo, Hamas ha iniziato a lanciare razzi contro Israele dall’interno della Striscia di Gaza e anche dal sud del Libano. Sebbene la maggior parte di questi venga intercettata, causano comunque danni e spingono il governo israeliano ad evacuare le aree più minacciate dal lancio dei razzi palestinesi.

Il raid non è calcolato per ottenere una vittoria militare contro Israele – una guerra contro Israele, la più forte potenza militare della regione, non può essere vinta con poche centinaia di uomini armati e qualche migliaio di razzi. Questo, e ancor più il fatto con quale crudeltà gli uomini di Hamas hanno attaccato i civili, conferma a tutti coloro che già lo sanno che queste truppe sono solamente terroriste. Non c’è alcun dubbio che la violenza di Hamas sia terrore. Tuttavia, è del tutto sbagliato spogliare la violenza dell’Hamas del suo contenuto politico, come se ogni microscopica traccia di una spiegazione teoretica del terrorismo equivalesse a una giustificazione o approvazione di esso.

a)

Quest’ultimo non è affatto un segreto – Hamas non ne fa certo un mistero. Vuole uno Stato palestinese, almeno sul territorio degli attuali territori palestinesi e di Gerusalemme, programmaticamente nella terra “tra il fiume e il mare”. Non riconosce lo Stato di Israele; cita ogni sorta di ragioni, le più nobili, per dimostrare l´impossibilità di coesistenza con Israel, e le più rilevanti sono i riferimenti al fatto che Israele non tollererebbe mai uno Stato arabo-islamico dei palestinesi – si vedano i rapporti di Israele con i palestinesi e i loro tentativi di istituire un tale Stato o almeno di mantenere in vita le condizioni di poter farlo.

Nell’ambito dell’autonomia palestinese Hamas vince all’inizio del 2006 le elezioni per tutte le aree autonome, cosa non riconosciuta né a livello internazionale né dai suoi oppositori interni palestinesi. Nel 2007, infine, si scontra con i suoi oppositori interni a tal punto che la divisione geografica dei territori palestinesi corrisponde da allora a una divisione politica: la Striscia di Gaza è territorio di Hamas, mentre la Cisgiordania è governata dall’autorità autonoma, guidata dalla fazione Fatah, la più disponibile a scendere a compromessi ed è in qualche modo ancora ufficialmente riconosciuta da Israele.

Da allora, la Striscia di Gaza è stata la base della lotta continua di Hamas, non essendo assolutamente disposta a rinunciarci, anche se non riesce nemmeno a imporsi su tutti i suoi compatrioti nella sua guerra santa per una Palestina veramente sovrana. Il motivo è che ha a che fare con un area strettamente isolata da Israele; il traffico di frontiera regolare è possibile solo attraverso pochissimi valichi, e neanche sempre. Il collegamento via terra con l’Egitto è più o meno adatto a mantenere, rinnovare ed eventualmente espandere la base materiale che la Striscia di Gaza e i suoi abitanti rappresentano per Hamas – a seconda della situazione politica in Egitto e dei calcoli contraddittori del Cairo.1 Ma tutto sommato, le rimesse sempre più scarse dei palestinesi di Gaza che lavorano in Israele o altrove, i fondi provenienti dal sostegno internazionale per la lotta contro la povertà e il massiccio appoggio materiale dell’Iran rendono ancora in qualche modo possibile che nella Striscia di Gaza esista una vita civile, sulla quale Hamas può governare con i suoi mezzi militari e le sue istituzioni civili e farne la base del suo programma per ottenere contro Israele un’autorità statale palestinese veramente sovrana.

La pratica di questo programma consiste, da un lato, nella sempre più difficile affermazione della sovranità sulla Striscia di Gaza, i cui abitanti dipendono nella loro misera esistenza araba da Hamas che garantisce loro un posto dove vivere e che allo stesso tempo dispone delle loro vite come materiale per il suo programma, che include periodicamente anche la loro morte. con la fedeltà al comando di Hamas che ha il potere sulle loro vite. Oltre all’amministrazione giornaliera della Striscia di Gaza, Hamas conferisce regolarmente una giustificazione più significativa: solo attraverso azioni violente anti-israeliane Hamas pratica, dimostra e giustifica la sua pretesa di essere qualcosa di più che il titolare del comando civile su Gaza e l’organizzatore delle necessità essenziali di vita per i suoi abitanti. Deve dimostrare a se stessa e alla sua base attiva che la sua rivendicazione di autonomia è valida e che intende a continuare su questa strada. E proprio perché la sua realizzazione è sempre più difficile, la dimostrazione della necessità è una permanente esigenza. Da tutti i palestinesi sotto il suo comando, come ogni buona autorità popolare, esige non solo perseveranza e resistenza, ma anche e sopratutto approvazione patriottica. In questo modo, dimostra loro che non sono solo i poveri abitanti di Gaza, rinchiusi in quella che alcuni chiamano polemicamente una prigione a cielo aperto, ma che sono parte di qualcosa di più grande: un progetto chiamato “resistenza” . Se poi, oltre ai sacrifici che la “vita” in Gaza comunque richiede, ci sono regolarmente le vittime che gli attacchi israeliani producono sul territorio di Gaza, allora queste vittime dimostrano, secondo la stessa logica, la bontà della causa; i morti testimoniano con la loro morte che “la causa palestinese” vive.

b)

Il significato politico della violenza terroristica di Hamas contro il nemico israeliano contiene anche alcuni messaggi decisivi rivolti al nemico, che – a differenza di una guerra regolare – è sempre l’aspetto più importante del terrore. Il primo messaggio, che dovrebbe spaventare il nemico israeliano secondo il significato della parola terrore, è lo stesso che Hamas invia alle proprie file e al resto della popolazione di Gaza: di fronte alla superiorità pratica di Israele nei confronti di qualsiasi rivendicazione palestinese di autonomia statale, e soprattutto dato il rifiuto israeliano di qualsiasi forma di riconoscimento politico di Hamas come rappresentante, neanche solo potenzialmente, di questa rivendicazione, Hamas risponde con la violenta precisazione che Israele è si in grado di sopprimere la rivendicazione di una Autonomia palestinese, ma non può eliminarla, incorrendo così in un’ostilità armata a cui non può restare indifferente. Questo principio include di conseguenza – come è avvenuto per tutte le azioni precedenti di Hamas e come viene ora ripetuto ad oltranza in occasione dell’attacco del 7 ottobre – che la propaganda di Hamas pone grande enfasi sul fatto che i combattenti, le armi e, soprattutto, l’autorità politica-strategica e militare-tattica sono genuinamente palestinesi: “Il popolo assediato a Gaza è riuscito a produrre armi con le proprie mani per opporsi all’occupazione”. (Khaled Mashaal, uno dei leader di Hamas). Questa è la vera violenza autonoma che Hamas rivendica.

Il fatto che questa violenza dal 7 ottobre in avanti sia stata diretta contro cittadini israeliani in nuove dimensioni non può essere spiegato con la disperazione o l’impotenza di fronte alla loro situazione, come talvolta fanno certi commentatori. Hamas mette – con le vittime israeliane – in dubbio la sovranità dello Stato israeliano sul suo popolo, umiliando in pratica mille e cinquecento volte la promessa dello Stato israeliano di proteggere il suo popolo. Il vero contenuto della sovranità statale è la rivendicazione assoluta di disporre esclusivamente del suo popolo come se fosse di sua proprietà: quando lo Stato di Israele si incarica di proteggere il suo popolo contro ogni attacco e invasione, allora si tratta della difesa del suo ruolo di patrono e titolare del suo popolo. Così agisce qualsiasi autorità statale vera e propria – la teorica di Stato e Ministra degli esteri tedesca A. Baerbock lo riassume così: “Israele non solo ha il diritto, ma come ogni Stato, il dovere di proteggere i suoi cittadini”. Il diritto indiscutibile con cui l’autorità statale israeliana considera pressoché la stessa cosa – un’identità inseparabile – l’essere cittadino di questo Stato e la propria esistenza fisica, include un riferimento molto evidente alla storia di esclusione e persecuzione degli ebrei in Europa, culminata nella volontà di annientamento da parte dei fascisti tedeschi, che hanno meticolosamente e burocraticamente elaborato un programma statale di “soluzione finale della questione ebraica”. Lo scopo della fondazione di Israele era la volontà di fornire agli ebrei una patria che li avrebbe trasformati in una nazione regolare in grado di difendersi e se necessario di combattere. L’ostilità a cui Israele è esposto nel corso della sua fondazione, della difesa e dell’espansione della sua esistenza statale sulla terra un tempo scelta dai sionisti è il punto di partenza della dichiarata identità del popolo ebraico con il suo Stato, che fa degli ebrei la base e gli strumenti del suo potere. La terra di Israele è rivendicata da altri Stati, in parte dagli attivisti di uno Stato arabo-palestinese che ancora non esiste e comunque è abitata da persone che Israele, da parte sua, non vuole avere come propri cittadini. La contraddizione fondamentale tra lo Stato israeliano, il suo vicinato statale e il popolo palestinese, che ne è escluso, espone permanentemente i suoi cittadini al pericolo da cui deve e vuole costantemente proteggerli. Hamas riprende il rapporto tra l’esistenza dello Stato israeliano, la protezione degli ebrei e l’incompatibilità con uno Stato palestinese a ovest del fiume Giordano, che Israele ora ha praticamente stabilito e fatto rispettare con violenza, e li utilizza contro Israele. Con la resistenza terroristica contro Israele Hamas dimostra la sua pretesa di sovranità; nega la sovranità di Israele dimostrando, che non è in grado di proteggere i suoi cittadini né a lungo termine né in linea di principio contro la sua resistenza profondamente giustificata e, inoltre, divinamente autorizzata.

Hamas celebra quindi l’attacco a sorpresa, le vittime e i danni che ha causato alle vite e ai materiali israeliani in un breve arco di tempo, con le solite esagerazioni come prova della vulnerabilità dell’avversario di gran lunga superiore – “La vendita dell’illusione di un esercito invincibile e di servizi segreti superiori è finita” (Abu Ubaida) – e nella loro versione negativa dell’identificazione israeliana di totale superiorità e esistenza incontrastata di Israele, questo significa per loro: “L’occupazione ha davvero iniziato a dileguarsi”. (Ismail Haniyeh)

Il fatto che anche questa volta la loro violenza si scontri con una contro-violenza israeliana superiore a quella che Hamas è in grado di mettere in campo non li sorprende. Ma soprattutto, per Hamas non è una smentita pratica del capovolgimento megalomane della formula – superiorità=esistenza – che Israele ha stabilito per sé e che Hamas in parte ha danneggiato con il suo attacco.

c)

Da un lato, Hamas considera e propaga la guerra, scatenata da Israele in risposta all’attacco del 7 ottobre, come prova della sua posizione che lo Stato israeliano non solo commette ogni tanto dei crimini, ma che la sua stessa esistenza è un crimine contro i diritti del popolo palestinese. Per la millesima volta si rende chiara la vera natura del suo nemico che merita la sua ostilità perché produce senza scrupoli tutte le vittime che gli stessi Hamas hanno previsto e valutato prendendo sofisticate misure di protezione e precauzione per i suoi combattenti e le sue infrastrutture militari.Da un punto di vista morale, tutte le vittime prodotte dalla controffensiva israeliana non sono solo vittime ma anche “testimoni”, martiri dell’assoluta legittimità e del diritto incondizionato di ciò per cui Hamas combatte.

D’altra parte, ogni bomba e missile che Israele sgancia o spara “significa” per loro che il grande avversario, indiscutibilmente superiore, che nega loro ogni ragione politica, non può ovviamente negargli il rispetto di fronte alla loro capacità combattiva. Non solo esso stesso, con la sua capacità militare autonomamente sviluppata e senza dubbio inferiore, ma anche e soprattutto il suo avversario, con la sua contro-violenza superiore, certifica di riconoscere e accettare che Hamas è un rappresentante innegabile e indiscutibile della propria “causa”, che di conseguenza diventa innegabile. Hamas non rappresenta ancora uno Stato in questo senso, ma ha già perfettamente imparato la sottile logica di questo tipo di rapporti, ovvero che il rispetto reciproco tra Stati o aspiranti Stati è una questione di violenza e nient’altro. Hamas riprende questa logica e la rigira nel senso che il livello di ostilità armata raggiunto dimostra a che punto siano già arrivati in questo campo; e – questa è l’altra faccia della stessa medaglia – quanto l’avversario abbia ovviamente bisogno di combatterlo. Ogni giorno, quindi, i media arabi amici di Hamas riportano il valore in dollari dei missili lanciati da Israele e la potenza esplosiva totale delle bombe sganciate su Gaza, che presto supererà quella della bomba atomica di Hiroshima. Anche in questo contesto, le vittime civili da parte palestinese hanno un loro onore e un loro significato: servono anche a lanciare un messaggio al mondo e ai propri seguaci che l’esercito israeliano, che si suppone enormemente superiore e tecnicamente sofisticato, probabilmente non ha altro modo di aiutarsi che con questa guerra aerea contro tutta Gaza, perché non riesce a tenere sotto controllo Hamas in nessun altro modo e ovviamente non osa lanciare un’offensiva di terra.

Ma poi l’offensiva inizia – e per Hamas rappresenta logicamente la fase successiva della sua prova di esistenza, della sua forza e legittimità: Accompagna il periodo tra l’annuncio dell’offensiva di terra e il suo inizio con gesti di disprezzo nei confronti di Israele – “Vi stiamo aspettando!” – e vede il periodo di attesa come un’ulteriore prova della vigliaccheria del nemico, che uccide continuamente bambini dall’aria come sostituto della battaglia che non osa condurre… L’inizio della guerra di terra è il prossimo test pratico per Hamas per vedere fino a che punto può costringere il suo avversario israeliano a qualcosa di simile a una vera e propria resa dei conti militare. Ogni giorno in cui non si limita a sostenere e a aspettare la fine della guerra israeliana, ma si impegna in combattimenti di terra; ogni soldato ucciso e ogni carro armato abbattuto dai suoi combattenti – tutti accuratamente documentati e registrati – dimostra il suo status di avversario quasi regolare nella guerra e contrasta le calunnie diffamatorie di “milizia terrorista”.

d)

Naturalmente, Hamas ha dichiarato fin dall’inizio che i chiarimenti e le prove pratiche e propagandistiche di cui si è parlato non sono rivolte solo ai propri combattenti e alla base civile nella Striscia di Gaza, oltre che a Israele, ma hanno una cerchia più ampia di destinatari.

In primo luogo, il successo dell’attacco a sorpresa al cordone israeliano e ai sistemi di sorveglianza intorno alla Striscia di Gaza e la successiva guerra aerea e di terra hanno l’obiettivo di stimolare i palestinesi attivi e anche quelli meno attivi al di fuori della Striscia di Gaza, per incoraggiarli a mantenere la loro precedente resistenza o a mostrare una nuova volontà di resistere e, allo stesso tempo, per chiarire loro chi è il rappresentante designato e unico della loro, cioè dell’intera causa palestinese. Oltre a tutto il resto, la richiesta di Hamas di liberare un gran numero di prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane gioca un ruolo centrale in tutto questo, un ruolo di primaria importanza per la comunità palestinese in tutti i territori occupati e in Israele.2 Il fatto che ora proponga un accordo “tutti per tutti” – la liberazione di tutti gli ostaggi in cambio della liberazione di tutti i prigionieri palestinesi – dimostra che non è solo l’“autodefinito” rappresentante e in realtà semplicemente terrorista, ma anche il legittimo, perché efficace, rappresentante di tutti i palestinesi contro il potere oppressivo, imprigionante ed emarginante di Israele. Hamas si attribuisce indipendentemente dal fatto che i prigionieri siano suoi diretti sostenitori o di altre fazioni politiche palestinesi, anche ostili, un compito quasi istituzionale di protezione, il cui adempimento li autorizza a rivendicare la lealtà di tutti i palestinesi. Anche in questo caso, la posizione di Hamas interpreta il fatto che la sua lotta consista praticamente nella gestione delle conseguenze della guerra di Israele, cioè in sostanza una posizione difensiva, come una prova e parte della sua ottimistica consapevolezza giuridica

Il secondo destinatario, la cui reazione è stata e continua ad essere osservata con interesse dal mondo intero, è l’Hezbollah libanese. Anch’esso combatte contro Israele ma sotto premesse e con prospettive politiche leggermente diverse; in Libano e dal Libano, inoltre, rappresenta il fatto che qualsiasi cosa diversa dall’ostilità armata arabo-islamica contro Israele non è un’opzione, e quindi si definisce insieme ad Hamas, ad altre organizzazioni palestinesi, all’Iran, alla Siria e a pochi altri come parte dell'”asse della resistenza”. In pratica, Hamas conta sull’intervento di Hezbollah, che nelle categorie della guerra regolare avrebbe il ruolo di un attacco di soccorso. Ne ha bisogno per prolungare il periodo di tempo in cui è in grado di contrastare lo strapotere dell’avversario israeliano. Tuttavia, Hamas non ha alcun controllo reale sul se e sul come Hezbollah sia pronto ad aprire un fronte settentrionale unito. Sebbene possa contare su tutti gli auguri e le benedizioni dei suoi compagni d’arme e seguaci religiosi a livello di propaganda fraterna, Hezbollah sta anche sondando con l’aumento delle sue schermaglie la disponibilità di Israele a una pace temporanea sul fronte settentrionale per risolvere rapidamente il problema Gaza-Hamas.3 Hezbollah vede ovviamente delle alternative alla grande guerra finale contro Israele. Con il Libano, che co-governa, come base e retroterra per la sua potenza militare e le sue opzioni, è in realtà un po’ diverso da Hamas con la sua interpretazione fondamentalista di una lotta terroristica per la sopravvivenza e la volontà di creare uno Stato. Il fatto che anche gli Houthi, che combattono per il loro “failed state” yemenita a 2.000 chilometri a sud, intervengano con droni e missili balistici svolge essenzialmente la funzione di legittimare moralmente la lotta, che ha raggiunto una fase finale, di cui Hamas non determina autonomamente l’esito.

In terzo luogo, il messaggio di Hamas è diretto ai popoli arabi e islamici, di cui presuppone e rivendica la solidarietà. Attraverso i discorsi di ringraziamento ai raduni pro-palestinesi che sono prontamente iniziati dal Marocco allo Yemen, dall’Iran alla Malesia, le masse islamiche e arabe di ispirazione nazionalista vengono incoraggiate a scendere in piazza e a rendere evidente la loro volontà popolare per la Palestina contro Israele. A chi? Soprattutto ai loro governi, ai re e agli emiri, in particolare a quelli che, per i loro calcoli politici, hanno sempre più intrapreso un percorso di comprensione e riconciliazione con Israele e non vedono più alcun vantaggio nel farsi padrini di una “soluzione giusta” per i palestinesi. Ora devono essere convinti a cambiare rotta, se non per intuizione, almeno per calcolo opportunistico di fronte alla rabbia dei loro sudditi.

In quarto luogo, Hamas sta dando loro un messaggio esplicito per questo cambiamento di rotta. Ad esempio in questa forma:

“Diciamo a tutti gli Stati, compresi i nostri fratelli arabi, che questo Stato, che non è in grado di proteggersi da questi combattenti della resistenza, non può garantirvi protezione… Tutti gli accordi di normalizzazione che avete firmato non riusciranno a porre fine alla nostra lotta”. (Ismail Haniyeh, discorso del 7.10.23)

Agli occhi dei leader di Hamas, i sacrifici che stanno facendo fare ai loro cari compatrioti nella guerra israeliana valgono ovviamente la pena: Riconoscendo la loro chiara inferiorità rispetto a Israele, gli strateghi di Hamas contano sul fatto che la loro violenza sia sufficiente a screditare la totale pretesa di Israele di avere una supremazia statale a tal punto da far ripensare ai leader delle altre potenze statali della regione, fino a che punto siano disposti a continuare ad accettare accordi imposti dalla potenza militare israeliana, e quanto riconoscimento vogliano dare alla sovranità e alla pretesa egemonica regionale di Israele, perché ritengono di poter realizzare in questo modo più facilmente le proprie ambizioni di potere. Dal punto di vista morale, Hamas e i suoi sostenitori possono accusare di tradimento il rapporto calcolatore degli Stati arabi con Israele, cosa che fanno incessantemente. Allo stesso tempo, i fondatori dello Stato palestinese sono così realisti da volersi immischiare in queste nuove circostanze e calcoli. Ciò è particolarmente necessario se si considera che le potenze a cui ci si rivolge come “Stati fratelli” hanno oltre al rapporto con Israele molte altre rivalità e inimicizie, a causa delle quali sembra loro utile una rassicurazione da parte del più grande apparato militare della regione, ed eventualmente un’alleanza con esso. Il fatto che questo valga soprattutto per quegli Stati che vogliono approfondire la loro rivalità strategica con la Repubblica iraniana rafforzandosi attraverso relazioni civili con Israele non è più un segreto di quanto non lo sia il fatto che Hamas deve una parte significativa della sua potenza militare alla sua alleanza con la potenza sciita. In questo senso, Hamas sta usando il suo status di alleato dell’Iran per convincere i rivali arabi dell’Iran a riequilibrare i loro calcoli contraddittori con le due principali potenze ostili della regione, Israele e Iran. Hamas sta cercando di influenzare gli altri Stati arabi in modo che le sue ambizioni di costruire uno Stato tornino a giocare un ruolo nella perenne lotta mediorientale per affermare la propria importanza e egemonia regionale.

In quinto luogo, Hamas è ovviamente consapevole di non essere solo al mondo e ne ha tenuto conto. Il suo alleato Nasrallah degli Hezbollah libanesi lo proclama così:

“La causa palestinese non era un problema dell’ONU, né del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, né dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, né della Lega Araba, né dell’Unione Europea, né di tutti i blocchi di potere internazionali conosciuti. Questo tema e tutto ciò che vi è connesso è stato relegato in fondo all’agenda, se mai c’era ancora – e in cambio la politica del nemico è diventata sempre più insolente, arrogante, oppressiva, depravata, ingiusta e umiliante. È stato quindi necessario un grande evento per scuotere questa entità predatrice, per scuotere i suoi arroganti sostenitori, soprattutto a Washington e a Londra, e per far sì che tutte le preoccupazioni accantonate e umanamente giustificabili diventassero una nuova questione e che la causa della Palestina occupata, del suo popolo oppresso e dei suoi luoghi santi minacciati diventasse la questione più importante della politica mondiale.” (Discorso di Nasrallah del 3.11.23)

Questo vale assolutamente qualche migliaio di morti israeliani e qualche decina di migliaia di morti palestinesi: riportare la “causa palestinese”, definita da Hamas in termini nazional-religiosi, nell’agenda delle potenze che – in considerazione di tutti gli altri punti della loro vasta “agenda” riguardanti la loro concorrenza civile e i loro antagonismi armati – non hanno ritenuto per niente necessario fare i conti con la fastidiosa questione palestinese. Infrangendo la promessa di protezione dello Stato di Israele per i suoi cittadini ebrei, trasformata in una fanatica pretesa di invulnerabilità dello Stato, e mantenendo una situazione di scontri e di guerra che dura ormai da settimane, Hamas vuole suscitare e attirare proprio il disgustoso interesse per la cronaca nera delle questioni internazionali. E questo interesse è presente in tutti i soggetti politici della violenza in questo mondo, in primo luogo, e in secondo luogo, quanto più grande è l’affare della violenza a cui è diretto, tanto più diventa urgente.

In terzo luogo, questo interesse è tanto più grande quanto maggiore è il potere che essi stessi hanno, cioè lo status che si attribuiscono sotto forma di responsabilità per ogni vero e proprio massacro. In questo modo Hamas vuole risvegliare l’interesse di tutti quei bravi ministri e responsabili di politica estera, che in tutto il loro cinismo sono stati recentemente in grado di convivere molto bene con la miseria di un popolo senza Stato, alla quale i palestinesi sono condannati dalle potenze statali residenti in zona e dai loro sostenitori stranieri. Ora devono essere impressionati nell’unico modo, attraverso l’unica lingua che capiscono, e così costretti a non poter più ignorare la Palestina.

A tutto questo Hamas contribuisce a suo modo: con le sue armi, la sua guerra e la sua risolutezza nel massacrare e far massacrare. Nei calcoli di Hamas, Israele stesso dovrebbe garantire che questo calcolo funzioni: La sua violenta reazione, l’estrema dimensione della guerra condotta dalla superpotenza regionale, è indispensabile affinché non solo “l’opinione pubblica mondiale” ma anche la comunità delle potenze mondiali trovi inevitabile occuparsi della loro causa.

2. Israele in guerra.

“Cittadini di Israele, siamo in guerra, non in un’operazione e non in un nuovo ciclo di combattimenti, ma in guerra. Questa mattina Hamas ha lanciato un micidiale attacco a sorpresa contro lo Stato di Israele e i suoi cittadini. Siamo in guerra dalle prime ore di questa mattina. Ho convocato i capi dell’apparato di sicurezza e ho ordinato loro di iniziare a evacuare le comunità infiltrate dai terroristi. Questa operazione è in corso. Allo stesso tempo, ho ordinato una mobilitazione completa delle riserve. Risponderemo al fuoco su una scala mai sperimentata prima dal nemico. Il nemico pagherà un prezzo senza precedenti. Invito i cittadini di Israele ad attenersi rigorosamente alle direttive dell’IDF e del Comando del Fronte Interno. Siamo in guerra e la vinceremo”. (Primo Ministro israeliano B. Netanyahu il 7.10.23)

Lo Stato israeliano come tutti i suoi sudditi capisce bene le intenzioni dell’avversario: Nella persona del suo presidente, dichiara a livello ufficiale di aver compreso e conferma che il sanguinoso attacco di Hamas si rivolge contro di lui: contro la sua sovranità; nella persona dei suoi cittadini, Hamas nega allo Stato di Israele la sua invulnerabilità – l’uccisione e il rapimento di cittadini israeliani sotto sua protezione mette in discussione il suo potere a tale proposito. Quest’ultimo dichiara tramite i suoi leader che è in gioco la sua esistenza di incontestabile istanza di protezione dei suoi cittadini. La pratica annunciata da tali dichiarazioni è quindi certa: la guerra.

a)

Il supremo signore della guerra la inquadra immediatamente nel contesto storico: Sottolineando che questa volta non si tratta di uno dei soliti cicli di operazioni militari contro il nemico palestinese, ma di una vera e propria guerra, ricorda a se stesso e a tutti i suoi destinatari lo stato attuale delle cose. Da oltre un decennio, Israele tratta con Hamas, salito al potere nella Striscia di Gaza nel corso della lotta interna al potere palestinese, in modo tale che Israele non solo nega con veemenza la rivendicazione politica di Hamas di voler fondare uno Stato palestinese, ma rifiuta qualsiasi forma di trattative. Questa è la pratica della contraddizione ancorata nella raison d’état di Israele: emarginare gli abitanti arabi di quest’area come un popolo straniero e allo stesso tempo rivendicare la sovranità sul territorio che abitano. Dal ritiro dei coloni e delle truppe israeliane nel 2005 questo ha significato per la Striscia di Gaza: Da un lato, il pezzo di terra è in uno stato di permanente assedio, ma, dall’altro lato, senza essere il preludio di una occupazione; da un lato, Hamas è definito e combattuto come un gruppo terroristico, dall’altro lato può essere tenuto sotto controllo e sopportato come un problema territorialmente contenibile e contenuto; da un lato, Israele nega fondamentalmente la sua ragione di esistere e quindi il suo diritto di esistere, dall’altro Israele si arrangia con la sua esistenza controllata militarmente per poter gestire in tal modo quel pezzo di terra altrimenti completamente incontrollabile. Gli oltre 2 milioni di abitanti del Gaza sono, da un lato, ritenuti la base di Hamas e responsabili per ogni forma ordinaria e straordinaria di lotta di Israele contro di loro e quindi praticamente le vittime di questa lotta, dall’altro lato vengono trattati con brutale coerenza come un fastidioso problema umanitario, la cui gestione Israele ha ceduto alle competenti autorità internazionali, con le quali solo Israele concorda su dove si trovino i confini tra aiuto alla vita e sostegno al terrore. La fermezza con cui Israele insiste sulla suddetta distinzione non la nega, ma dimostra solo che non è praticabile. Proprio per questo motivo ci sono periodicamente grandi campagne di guerra, che ogni anno, preferibilmente in estate, portano il mondo a riflettere brevemente sull’intricato conflitto mediorientale, e tra una guerra e l’altra c’è quella che in Israele è ufficialmente conosciuta come “la guerra tra le guerre” (war between wars).

L’ultimativa negazione del diritto politico all’esistenza di una comunità statale palestinese come modus vivendi: questa reale e persistente condizione che permette in Israele una vita civile non disturbata da questo – presuppone una superiorità militare che esclude serie minacce e sfide.

Lo Stato israeliano ritiene che ciò sia stato fondamentalmente contestato dal successo dell’attacco di Hamas. Israele – come viene accusato e come lui stesso si rimprovera – ha permesso ad Hamas di uscire dallo scenario permanente di uno stato di assedio territoriale con sporadiche campagne di attacchi missilistici con rischi di danno facilmente gestibili dalle opzioni tecniche di difesa. Per poche ore, i palestinesi ostili sono stati sul suo territorio, hanno superato le difese militari e di polizia, hanno ucciso il suo personale, sono entrati nei villaggi presidiati da questo personale e li hanno “ripuliti” con la coerenza omicida che è propria di una forza che agisce con la moralità di liberare il proprio Paese da stranieri ostili. Così Israele, da parte sua, decide di terminare l’attuale politica di contestazione dell’esistenza dello Stato palestinese rivendicato da Hamas nella Striscia di Gaza: Ora si va in guerra. Lo scopo ufficiale della guerra questa volta è lo sterminio del nemico Hamas.4 Questo è logico. Dopo tutto, la definizione israeliana di Hamas come organizzazione terroristica non è altro che l’affermazione che Hamas non ha e non deve ricevere alcun diritto a niente di tutto quello che vuole. Lo Stato considera la sua esistenza e le sue attività come un attacco contro la sua sovranità che non deve, non vuole tollerare e che non tollererà. A differenza di altri casi di illegalità definita dallo Stato, in questo caso il terrore deve essere combattuto alla radice, la sua palude prosciugata e ogni tipo di rapporto con loro soffocato sul nascere. In questo senso, l’annuncio da parte dei leader israeliani che Hamas deve essere distrutto è la messa in atto della definizione che la violenza di Hamas è di per sé un crimine politico con cui non vuole convivere in nessun caso.

La classificazione dell’azione di Hamas come l’attacco più letale per gli ebrei dopo l’Olocausto segna anche la dimensione che Israele stesso dà all’evento, cioè la dimensione di tutte le conseguenze che i suoi leader ne traggono. Con questa categorizzazione, infatti, essi dichiarano che la raison d’état nazionale nella sua versione ideale – ovvero offrire a livello globale agli ebrei perseguitati la sicurezza in uno Stato militarmente invulnerabile – è fondamentalmente messa in discussione. Ciò conferisce a questa guerra antiterroristica di sterminio la sua più alta giustificazione morale come dovere storico-mondiale.

b)

Allo stesso tempo, l’eliminazione di Hamas come organizzazione terroristica non è semplicemente una questione di applicazione di una sentenza della Corte suprema. Dopo tutto, Hamas è qualcosa di più che un gruppo di violenti desperados che un potere statale persegue, isola, affronta e caccia secondo le regole dell’arte antiterroristica. In effetti Hamas ha un apparato militare con un organico di 30.000-40.000 uomini, dotato di armi leggere e pesanti, vari tipi di veicoli militari, missili di varia precisione e gittata, e così via. Sebbene Hamas non sia e non rappresenti un’autorità statale sovrana, nel corso degli anni è riuscito a fare della Striscia di Gaza la base del suo dispiegamento di forze anti-israeliane. Ha tenuto conto della sua totale inferiorità rispetto a Israele, realmente sovrano, e della sua superiorità militare, costruendo le sue strutture militari quasi clandestinamente all’interno e sotto le infrastrutture civili della Striscia di Gaza. I suoi abitanti sono il popolo virtuale del loro futuro Stato e la base di reclutamento per la loro lotta attuale – Hamas si prende quindi cura di loro con scuole, assistenza ai poveri, sanità, ecc. Tutto questo viene ora preso di mira dal potere israeliano e dà all’azione la dimensione di una vera e propria guerra con tutti i mezzi possibili. Israele li usa in un modo che corrisponde al suo proclamato scopo bellico. Nella combinazione di precisione assoluta e del gigantesco effetto distruttivo delle sue armi, la potenza militare israeliana fa sul serio con il suo annuncio di annientamento: non vuole impressionare la volontà del nemico, spingerlo ad ammettere la sconfitta totale, cioè ad arrendersi, ma eliminare fisicamente i suoi rappresentanti. Poiché essi sono dove sono, si tratta della distruzione di tutto ciò che costituisce il loro ambiente, cioè della condanna a morte di tutti coloro che sono nelle vicinanze. Acoloro che ce la fanno, l’esercito israeliano dà la possibilità di scappare e di non disturbare ulteriormente.

Questa variante di guerra asimmetrica è in corso. I comandanti e gli esecutori non si soffermano su considerazioni giuridiche circa l’applicabilità o meno del diritto internazionale di guerra a questa speciale costellazione bellica che stanno portando avanti, ossia Stato contro aspirante Stato con rispettiva popolazione; né si preoccupano della questione morale se sia peggio nascondersi dietro “scudi umani” o colpire questi ultimi. E anche i loro comandanti in capo politici sono infastiditi da questi dibattiti, che sono particolarmente intensi all’estero, se non altro per qualcosa di completamente diverso dal loro contenuto legale o morale: In pratica, tali dichiarazioni sono interessanti per i leader israeliani solo nella misura in cui esprimono l’interesse politico delle potenze straniere per quanto riguarda la guerra di Israele. Perché questo è l’altro lato della medaglia: l’ultimativa lotta contro Hamas è diretta contro qualcosa di diverso di un’organizzazione terroristica che ogni Stato affronta come una questione interna. Israele deve procurarsi la libertà di non lasciarsi disturbare da interferenze esterne nella sua lotta contro Hamas, contro l’ambizione di fondare uno Stato in un territorio che a livello internazionale e nemmeno da Israele stesso è considerato come territorio israeliano, ma che gli Stati circostanti trattano come una propria area di loro competenza – e la popolazione locale come un’interessante massa di manovra per le loro ambizioni politiche. Da un lato, Israele “deve” procurarsi la sua libertà di azione con la forza militare che sta ora dispiegando contro Hamas: è la supremazia militare su tutti gli Stati situati nella regione, con la quale Israele li scoraggia dall’interferire. Il “qualitative military edge5, che Israele ha imposto a questi Stati con l’aiuto degli Stati Uniti e che ha persino fatto garantire per iscritto da quest’ultimi, è la condizione di base, applicata e costantemente ampliata da decenni, che gli consente di maltrattare i palestinesi – non solo nella Striscia di Gaza – in un modo assurdo trasformandoli in un popolo non che provoca solo disordini. D’altra parte, il vantaggio rispetto alle altre potenze statali non è dovuto semplicemente al superiore potenziale militare convenzionale, il cui enorme effetto distruttivo viene ora dimostrato nella Striscia di Gaza. È la bomba atomica a conferire a Israele lo status di superpotenza militare regionale. Per poter dissuadere gli Stati ostili nelle vicinanze da ogni azione aggressiva, Israele rivendica anche il monopolio regionale delle armi nucleari. Questo ha un effetto anche sulla guerra in corso. E il fatto che Netanyahu abbia immediatamente richiamato e sospeso il suo ministro Amihai Eliyahu, che aveva sollevato l’opzione di utilizzare quest’arma di deterrenza rivolta ad altri Stati per distruggere Hamas, è logico in questo senso: nella libertà che Israele si sta prendendo per la sua guerra a Gaza, “la bomba” è da tempo impiegata con successo come strumento di deterrenza.

Il garante che tutto rimanga così com’è è la vera superpotenza militare mondiale, l’America. E lo garantisce nell’unico modo possibile: insediandosi nella regione con un enorme dispiegamento militare e accompagnando il tutto con un conciso chiarimento: “Lasciatemi dire ancora una volta – a qualsiasi Paese, a qualsiasi organizzazione, a chiunque pensi di approfittare di questa situazione, ho una sola parola: don’t. Don’t”. La guerra al terrorismo di Israele ha così assunto definitivamente e ufficialmente la dimensione di una guerra regionale di portata internazionale. L’America completa la libertà di Israele di eliminare Hamas usurpando la questione della deterrenza a tutti gli altri e dirigendo così tutti i calcoli su di sé e facendo riferimento a se stessa. Gli Stati Uniti costringono tutte le parti interessate ad assistere agli eventi desolanti, cioè a sopportare che Israele agisca contro Hamas, uccidendo migliaia di persone e ricevendo ampi aiuti dalla sua grande potenza protettrice fin dal primo giorno.

Tuttavia, questo rende la vicenda ancora più interessante per tutte le potenze interessate. È proprio l’impressione che l’America sta facendo su di loro in termini di “Don’t!” che le incita – ora in particolare in relazione alla potenza mondiale americana – a non lasciare semplicemente le cose come stanno. A seconda dei loro interessi e della misura in cui sono coinvolti, contribuiscono con ciò che hanno in termini di potere e importanza, sia individualmente che collettivamente, e verificano fino a che punto possono aver voce in capitolo nella guerra, nelle pause della guerra, nella prospettiva di una fine della guerra e di un ordine postbellico. Come in ogni vera guerra, le diplomazie internazionali hanno ancora una volta molto da dire e le vittime della guerra hanno finalmente un buon senso.

1Da un lato, i governanti del Cairo sono interessati a una Striscia di Gaza ragionevolmente stabile, per la quale un po’ di commercio di frontiera è abbastanza utile; allo stesso tempo, i militari egiziani si oppongono politicamente agli islamisti di Hamas, che sono legati alla locale Fratellanza Musulmana, per cui anche il loro interesse per una Striscia di Gaza che in qualche modo funzioni economicamente è estremamente limitato. Vogliono inoltre prevenire qualsiasi migrazione di povertà e terrorismo dalla striscia di Gaza verso la Penisola del Sinai, che non è solo un luogo meraviglioso per immersioni subacquee, ma anche un teatro per le operazioni militari di antiterrorismo. Per questo motivo tengono d’occhio il contrabbando nei tunnel, limitandolo all’occorrenza, e nel frattempo il contrabbando egiziano-palestinese si è quasi esaurito. Infine, ma non meno importante, la visione dell’Egitto sulla Striscia di Gaza è determinata anche dal desiderio di tenere a bada antagonismi inopportuni con Israele.

2Secondo le statistiche ufficiali del 2012, il 20% della popolazione palestinese e il 40% dei palestinesi maschi sono stati imprigionati nelle carceri israeliane almeno una volta dall’inizio dell’occupazione israeliana. Esistono anche statistiche speciali per i bambini, i prigionieri senza accusa, ecc. pp. Questo occupa un posto di rilievo nell’odio collettivo nazional-palestinese verso Israele, con tutte le sfaccettature dell’elaborazione culturale, i propri generi letterari, ecc.

3Nel suo importante discorso del 3 novembre 23, il segretario generale di Hezbollah Nasrallah ha sottolineato l’efficacia dell’aiuto delle sue truppe ai fratelli palestinesi attraverso il massiccio dispiegamento nel solo Libano meridionale: Secondo lui, finora ha impegnato un terzo delle forze di terra di Israele, metà della sua marina e un quarto della sua difesa aerea; il bombardamento del nord di Israele da parte di Hezbollah ha già portato a un’ampia evacuazione di civili dai villaggi di quest’area, il che in primo luogo li rende ora obiettivi militari legittimi, in secondo luogo aumenta i danni all’economia israeliana e in terzo luogo – anche Hezbollah padroneggia questa logica, e non si tratta di una semplice irreale invenzione – mostra quanto Israele, il presunto invincibile, debba fare per affrontare i suoi nemici.

4La posizione giuridica con cui Israele sta conducendo questa guerra si estende esplicitamente a tutti gli ebrei del mondo. Per loro, Israele si impone come patria alternativa e luogo di rifugio, indipendentemente da dove e in quali condizioni vivono. E sono citati come autorità d’appello per l’attuale guerra, il cui scopo è la distruzione di Hamas e che viene condotta passo dopo passo con tutte le sue conseguenze, che piaccia o no. In molti luoghi del mondo, questa identità rivendicata con forza da Israele viene assunta nella direzione esattamente opposta: tra le maggioranze o le minoranze arabe o islamiche, è consuetudine rispondere alla guerra con un’ondata di ostilità contro gli ebrei che vi abitano. Ancora una volta, gli eccitati amici della Palestina e i nemici di Israele non vogliono distinguere niente e nessuno: Incolpano gli ebrei, ogni ebreo, che non ha personalmente mai lanciato una bomba su di loro o su qualsiasi altro abitante di Gaza, per la guerra di Israele, fornendo così ai politici israeliani la prossima opportunità di rinnovare la loro ambiziosa affermazione di assoluta e globale protezione di ogni ebreo. In tutta serietà, ad esempio, il presidente israeliano assicura in un discorso agli ebrei di tutto il mondo che possono venire in Israele in qualsiasi momento se trovano troppo minacciosa la violenza nazionalista a cui sono esposti nel corso della guerra israeliana. Proprio la guerra in corso sarebbe un bel servizio per loro: Per essere sempre a loro disposizione come rifugio sicuro, Israele può e deve difendersi risolutamente dai suoi nemici, e per questo rivendica la loro solidarietà: “Israele è qui per voi, e voi siete qui per Israele… Insieme ne usciremo più forti. Ne sono certo”.

5 “Qualitative military edge (QME)”: Per vantaggio militare qualitativo si intende la capacità di contrastare e sconfiggere qualsiasi minaccia militare convenzionale credibile proveniente da un singolo Stato o da una possibile coalizione di Stati o da attori non statali, subendo danni e perdite minime, attraverso l’uso di mezzi militari superiori, posseduti in quantità sufficiente, tra cui armi, comando, controllo, comunicazione, intelligence, sorveglianza e capacità di ricognizione che, per le loro caratteristiche tecniche, sono superiori a quelle di tali altri singoli Stati o possibili coalizioni di Stati o attori non statali.

Lascia un commento