Israele crea un nuovo Medio Oriente per sé e per il mondo

Alcuni osservatori notano una serie di novità nella guerra che si sta infuriando nel Medio Oriente dall’autunno 2023. Gli uni sottolineano che mai prima d’ora sono stati uccisi così tanti palestinesi nel corso di una sola tra le numerose guerre di Israele; gli altri osservano che mai prima d’ora sono stati uccisi così tanti israeliani nel corso di uno o due giorni da arabi e che da allora il conteggio dei morti israeliani ha assunto proporzioni senza precedenti; gli esperti delle forze di difesa aerea israeliane sottolineano che più missili che mai vengono lanciati contro Israele e che stanno in parte raggiungendo il loro obiettivo, impedendo di fatto il ritorno a una normalità civile. Chiunque sia interessato alla prospettiva di una “soluzione a due Stati” dopo la guerra deve rendersi conto che Israele non ha mai distrutto così a fondo per i prossimi decenni tutti i prerequisiti fattuali e le condizioni minime per l’esistenza di uno Stato ma nemmeno per una sola persona nella Striscia di Gaza; chiunque dichiari che l’effettiva minaccia dell’Iran sia al giorno d’oggi oggetto delle preoccupazioni di Israele non può non notare che questo Stato, per la prima volta, sta bombardando direttamente con missili e altre armi aeree l’Iran. Chi aderisce all’idea di Israele come “rifugio sicuro” per tutti gli ebrei del mondo ora deve rendersi conto che Israele per loro è diventato il luogo più insicuro in tutto il mondo; ecc.
Nessuna di queste osservazioni è sbagliata, ma nemmeno i superlativi quantitativi che cercano di caratterizzare l’attuale violenza, di cui alcuni sono stati registrati con sgomento, altri con derisione, altri ancora con distaccato interesse, esprimono un giudizio accurato di ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Resta da chiarire quale sia la nuova qualità della violenza che Israele sta portando avanti nel confronto con i suoi avversari da un anno a questa parte. Le informazioni che riceviamo dai leader israeliani a questo proposito sono di scarso aiuto. Questi stessi leader sono in totale disaccordo su ciò che stanno facendo, sulle conseguenze e sulle prospettive; e lo sono non malgrado la situazione in cui stanno facendo precipitare la loro nazione e la regione circostante, che richiede “veramente!” l’unità nazionale, ma proprio a causa di questa situazione: l’intensificazione della disputa nazionale tra la leadership politica e militare di Israele e i rispettivi sostenitori popolari è la prova che questa nazione sta compiendo con la sua guerra regionale un progresso imperialista di tipo nuovo e unico.

1. La guerra di Israele a Gaza

a)
Negli ultimi decenni, Israele ha praticato una sorta di coesistenza con Hamas, considerata come organizzazione terroristica. Sulla base della sua indubbia e totale superiorità militare e sul presupposto che il programma di creazione di uno Stato palestinese non ha la minima prospettiva di essere realizzato, Israele si è ritirato militarmente e civilmente dalla Striscia di Gaza e ha eretto una zona di protezione e sorveglianza quasi perfetta. Approfittando di una divisione politica creata dagli stessi palestinesi, ha escluso quel pezzo di terra, insieme alla sua popolazione e il suo establishment, da tutte le relazioni diplomatiche che tiene con la Cisgiordania e l’autorità autonoma li tollerata. Israele si è assicurato de facto il controllo dei confini della Striscia e di tutti i valichi di frontiera legali e ha permesso o impedito il traffico legale tra la Gaza e il mondo esterno solo secondo calcoli propri. Israele non ha mai in alcun modo riconosciuto legalmente a Hamas il diritto di prendersi cura dei palestinesi, ma di fatto glielo ha concesso, visto che non vuole avere nulla a che fare dal punto di vista programmatico con i Palestinesi. Inoltre ha concesso al Hamas di assicurare un ordine tra gli abitanti del Gaza, utile anche a Israele; negando allo stesso tempo all’organizzazione qualsiasi status di controparte degna di un negoziato politico o anche solo di un accordo amministrativo. Le uniche forme di rapporti diplomatici ufficiali con questa organizzazione si sono limitate a negoziati, sempre indiretti con la partecipazione di altri Stati, nei momenti in cui si dovevano affrontare fasi di conflitto armato diretto. In varie occasioni, Israele ha bombardato la Striscia di Gaza con l’aviazione e l’artiglieria terrestre e marittima, ha distrutto proprietà militari e civili nella Striscia di Gaza e ha lasciato ogni volta qualche migliaio di palestinesi morti, per rendere chiaro in ogni direzione che il programma politico di Hamas e l’organizzazione stessa sono assolutamente illegali e che la loro esistenza dipende dai calcoli di opportunità di Israele.

Quello che per Israele non era un buon arrangiamento, ma in linea di massima funzionante per il suo problema con Gaza e i palestinesi – e che causava per la popolazione delle condizioni di vita miserabili e incalcolabili – è stato utilizzato da Hamas per i suoi scopi politici. Con il suo regime sul piccolo territorio e i suoi 2 milioni di abitanti, ha creato una sorta di Stato (in costruzione) e una milizia clandestina. Con quest’ultima ha colpito Israele nell’ottobre del ’23: attraversando il confine perfettamente protetto da Israele, ha compiuto un massacro ‘dimostrativo’, ha sparato razzi nel cuore di Israele e preso in ostaggio oltre 200 persone. Secondo le sue inequivocabili intenzioni, ha dichiarato guerra a Israele: una guerra per fondare uno Stato da una condizione di quasi totale inferiorità militare, letteralmente dal sottosuolo.

In effetti, all’inizio Israele ha risposto come avrebbe fatto con un attacco da parte di uno Stato nemico, con la distruzione degli invasori e una guerra aerea contro postazioni militari e altri obiettivi nel territorio di Hamas. Fin dall’inizio, tuttavia, l’obiettivo non è stato quello di costringere alla resa – incondizionata – una potenza militare nemica con attacchi devastanti contro i suoi mezzi e le sue risorse umane e materiali. Israele non ha mai concesso ad Hamas lo status di potenza da destituire, e certamente non dopo il massacro di ottobre. Israele non ha condotto una guerra contro un esercito nemico, ma ha lanciato – seguendo le sue dichiarate intenzioni – un’operazione di sterminio contro una banda di terroristi. L’etichetta “terrorismo” non è mai stata intesa solo come una giustificazione morale per il proprio terrore bellico, ma piuttosto come una direttiva molto pratica per la sua missione di eliminare i nemici mortali della sua sovranità statale, e quindi dell’esistenza stessa di Israele. Così come incondizionatamente e senza compromessi uno Stato – qualsiasi Stato – agisce contro i suoi nemici interni: Essi devono essere eliminati insieme alle loro convinzioni politiche sovversive e puniti per la loro ribellione, al fine di ripristinare la violata sovranità del potere supremo. Unica differenza decisiva è che Hamas non è un’organizzazione terroristica interna a Israele, ma una potenza esterna. Ma dal punto di vista di Israele, non è certo uno Stato con un proprio diritto militare e bellico; piuttosto qualcosa di simile a una ONG di combattenti illegali, definita come tale dalla decisione di Israele di assoluta incompatibilità tra la volontà statale palestinese rappresentata militarmente da Hamas e l’esistenza statale di Israele; un gruppo di fuorilegge con un popolo senza Stato come base di massa.

La volontà di distruzione e la deliberata spietatezza dell’IDF (Israel Defence Forces) nella Striscia di Gaza – e nel frattempo anche in Libano – sono le conseguenze della campagna bellica di distruzione completa del terrore di Hamas che il governo Netanyahu ha commissionato per attuare una volta per tutte la decisione di incompatibilità presa tempo fa. Logicamente, questo atto non ha uno scopo bellico come le precedenti guerre israeliane per la creazione del proprio Stato, quale la conquista di territorio e l’espulsione della popolazione per prenderne possesso permanente. Con la totale messa al bando di tutti i comandanti dell’esercito di Hamas come terroristi assolutamente indegni di negoziazione e con l’uccisione di tutti i responsabili o ritenuti tali, la fine della guerra in seguito ad una capitolazione di un’autorità al comando è resa impossibile. Ciò che Israele intraprende in termini di azioni di sterminio è quindi fissato a lungo termine, la durata delle quali è interamente a disposizione della leadership israeliana, per cui è logico che lasci cadere nel vuoto ogni richiesta benintenzionata – e ancor più ogni intenzione critica – di fissare un obiettivo di guerra realizzabile o le condizioni per un accordo di pace. L’obiettivo della guerra di distruggere il terrorismo non è raggiunto fintanto che nella striscia di terra distrutta esiste ancora una volontà di creare uno Stato, una volontà che Israele classifica come un attacco alla sua esistenza.
Con questo scopo, ogni distinzione, anche solo ideale, tra forze armate nemiche e popolazione civile è invalidata. Dove, dal punto di vista israeliano, non c’è un’autorità di governo che possa essere riconosciuta in qualche modo, non c’è nemmeno un suo popolo a cui indirizzare i calcoli di guerra ed eventualmente del dopoguerra e non si può nemmeno applicare il diritto di guerra con le sue norme per la protezione di una popolazione militarmente inattiva, ma solo una folla di persone in cui si nasconde vergognosamente il mucchio di terroristi da spazzare via. Per questo non c’è bisogno di pensarci su due volte, ma ci sono solo danni collaterali di cui sono responsabili i criminali politici che si combattono. Né, altrettanto logicamente, Israele intende instaurare un regime di occupazione su questi abitanti del Paese, che per lui sarebbe accompagnato da considerazioni in merito a un qualsiasi approvvigionamento minimo della popolazione, per la quale sarebbe impegnato in conformità con la legge di occupazione: Dopo tutto, l’esercito non ha come obiettivo la conquista o l’esautorazione, ma solo la missione di “dare la caccia, catturare ed eliminare i terroristi”. Non si sostituisce a un governo esautorato, perché non c’è mai stato; non c’è più un’autorità competente de facto come l’amministrazione di Hamas, che è stata tollerata in questa funzione per decenni, anzi non deve esserci più, perché la tolleranza è stata proprio l’errore che Israele non si è perdonato dall’ottobre del ’23. Le funzioni sociali che l’apparato di Hamas eventualmente svolge ancora non sono quindi più applicabili: tutte le attività di Hamas ricadono sotto il giudizio di “terrorismo”. E quando gli operatori umanitari stranieri si danno da fare coordinando le forniture alimentari di Gaza, si trovano di fronte al dubbio, difficile da dissipare, di ostacolare in ultima analisi la giusta lotta di Israele contro il terrorismo.

Un popolo senza stato giuridico, senza alcun regime responsabile, bombardato senza pietà ovunque gli abili servizi segreti israeliani dichiarino di aver individuato un combattente illegale, sgomberato da una zona all’altra ovunque dia fastidio: come questo possa sopravvivere, è, dal lato umano, l’esperimento che Israele sta perseguendo e che ha reso permanente con la sospensione definitiva della sua coesistenza con Hamas come amministrazione de facto della Striscia di Gaza.
La disputa politica interna in Israele è conforme a questa domanda.

b)
In linea di principio, Israele sta discutendo la questione degli ostaggi fin dall’inizio della guerra, anche se la natura delle dispute è cambiata con il progredire della guerra. All’inizio, erano soprattutto i parenti degli ostaggi a chiedersi quali concessioni Israele dovesse fare ad Hamas per riavere il maggior numero di ostaggi il più rapidamente possibile. Questa linea è storia. Comunque la vedano i parenti, la disputa è ora sinonimo di qualcos’altro: ogni riflessione su cosa significhi e cosa non significhi la logica dello Stato e del suo potere protettivo nei confronti dei propri cittadini è stata praticamente smentita dai progressi di Israele nella lotta contro Hamas e dai progressi politici del rapporto con i palestinesi in generale, che ora si stanno realizzando, e di cui Netanyahu è responsabile. A rendere di fatto impossibile la liberazione degli ostaggi per via negoziale – suscitando l’incomprensione e l’indignazione da parte dell’opinione pubblica israeliana – è la nuova volontà incondizionata, senza riserve, con cui si esclude qualsiasi tipo di accordo effettivo con Hamas e i suoi sostenitori, anche solo su questioni inerenti alla guerra. Gli ostaggi rimanenti sono condannati al loro prevedibile destino dalla nuova linea di Israele, la cui autocritica include in pratica – e a volte esplicitamente in pubblico – tutte le strategie negoziali ormai accantonate, con le quali in passato sono forse state riportati a casa molti cittadini, ma che hanno anche fornito all’avversario il respiro e il riconoscimento politico che ora non sono più un’opzione. La restituzione degli ostaggi è, o il risultato, o un contributo alla distruzione di qualsiasi volontà politica in favore alla Palestina, o non lo è affatto. Questa è la conseguenza che la nuova dimensione della guerra anti-palestinese impone a tutti quelli che prima erano abituati a qualcosa di diverso, questa è la lezione che si deve imparare sulla realtà di essere il popolo di Israele.

In un modo completamente diverso, i leader militari e politici alternativi sono irritati dal progresso che Netanyahu sta prescrivendo al suo Paese. Da un punto di vista militare, per Netanyahu troppo modesto, l’obiettivo politico della guerra è impossibile da realizzare e il tentativo di raggiungerlo in ogni caso è uno spreco di preziose risorse militari. Anche il ministro della Difesa Gallant, ora dimissionario, si era espresso in tal senso: Dal punto di vista politico-militare, occorre un chiaro obiettivo di guerra operativo o operativamente realizzabile, espresso come richiesta di condizioni per la fine della guerra che possano essere fissate e verificate. Questo è precisamente ciò che non si può ottenere con i progressi oggettivi che la nuova identità di Israele e la sua definizione di un nemico da distruggere in modo assoluto, compiono nel corso della guerra, e questo è ciò che infastidisce i rappresentanti di questo punto di vista personificato da Gallant. A volte vedono un’ottusità militare, a volte un egoismo politico da parte del primo ministro quando usa la sua sovranità politica sull’apparato militare israeliano per trasformare la Striscia di Gaza in un campo di macerie su cui i palestinesi dovranno vivere in futuro non solo senza alcuna prospettiva di uno Stato palestinese, ma anche senza alcuna ambizione di poter averne uno. Questo obbiettivo non potrà mai essere raggiunto militarmente, è la critica professionale alla nuova linea generale, come se si trattasse di un errore di calcolo militare.1 Coloro che hanno difficoltà a seguire il passaggio al nuovo obbiettivo di Netanyahu, perché si orientano alle guerre passate e prendono come metro di misura la superiorità di Israele, dimostrata anche dalle sue stesse basse perdite in passato, usano come argomento anche il crescente numero di morti e feriti dell’IDF – che ora fa parte del buon tono dell’opposizione. In questo modo, la disputa politica si trasforma nella questione se i propri morti dimostrino la necessità della guerra, nobilitino la nazione e il suo leader, o se siano la conseguenza e quindi la prova di una guerra che diventerà inutile se non ha una fine adeguata.
Le correnti stanno anche discutendo sulla questione scottante di come trattare la Striscia di Gaza dopo la guerra. Netanyahu si rifiuta a questa domanda in quanto tale, respingendo tutte le risposte in riguardo. Naturalmente, queste risposte vengono comunque date e testimoniano anche il fatto che la nazione israeliana sta entrando in una nuova fase della sua esistenza come Stato. Da un lato danno una risposta coloro che non hanno mai capito perché Israele abbia ritirato le sue truppe di occupazione dalla Striscia e abbia persino abbandonato gli insediamenti che vi erano già stati costruiti, e si vedono confermati dagli sviluppi militari, dai quali apprendono che senza una presenza militare permanente, la Striscia di Gaza non può essere altro che un rifugio per la militanza anti-israeliana. Loro collegano questo fatto con estrema facilità alla logica secondo la quale è stato creato il loro bel paese: conquistare e sorvegliare per colonizzare, colonizzare per sorvegliare e mettere in sicurezza tutto ciò che è stato conquistato.2 E di conseguenza, anche una parte del governo, con o senza l’Antico Testamento, è favorevole al reinsediamento nella Striscia di Gaza. D’altra parte, si sono subito espressi gli oppositori del governo o i partiti dell’opposizione democratica, nonché i militari, che vedono in questo scenario un indebolimento del potere militare, economico e politico, che era stato così ben superato dal ritiro di vent’anni fa. Vedono il pericolo che Israele diventi infine uno Stato dominato da fanatici religiosi, che concentra i suoi meravigliosi poteri su cose arcaiche come il sangue e il suolo. Tutti loro non immaginano più uno Stato di Palestina, ed è per questo che discutono sempre più veemente su come si possa insegnare ai palestinesi la De-nazionalizzazione del loro collettivo in cui Israele li sta trasformando – o se questo sia mai possibile, o se, a causa della natura dell’anima nazionale araba, non sia un tentativo che ovviamente è già fallito in passato perché era destinato a fallire.3

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La domanda se Israele sia sulla strada giusta con la sua guerra antiterrorismo e se stia facendo tutto correttamente non crea un dibattito acceso solamente in Israele ma è spesso posta anche dagli interessati all’estero per rispondere con una decisa approvazione o con un equilibrato “in parte”. A parte i contributi di esperti sul problema del suo successo, la domanda non ammette altre risposte: è volta a trovare buone ragioni per l’orgia di violenza, ragioni che possono essere riconosciute o meno.

Resta da chiedersi perché Israele stia reagendo all’attacco di Hamas nel modo in cui lo sta facendo da più di un anno. La risposta non può essere che lo Stato attaccato deve reagire. È più probabile che lo Stato che ha promesso al suo popolo l’invulnerabilità in un ambiente poco amichevole o ostile, sia stato umiliato dall’attacco terroristico, che deve essere annullato, moralmente parlando, con un contrattacco assolutamente sproporzionato. D’altronde non è neanche vero che questo Stato, con la sua potenza militare infinitamente superiore, sia stato costretto dall’atto di violenza di Hamas a ripetere per l’ennesima volta la devastazione della piccola striscia di terra sul Mediterraneo con decine di migliaia di morti, e questo come evento da Open-End.

Giustificando il suo accanimento, il capo del governo fornisce un’ulteriore risposta alla domanda sul “perché”. È l’Iran. Ed è proprio così, e da prendere sul serio: l’assoluta ostilità di Israele nei confronti di questo Stato non è la conseguenza del terrore sponsorizzato dall’Iran che supporta Hamas, ma la guerra permanente di Israele contro Hamas, contro questa perpetua fonte di disturbo, è parte dell’offensiva bellica contro il principale oppositore di un ordine di pace dittatoriale israeliano nella e per la regione. In ogni caso, il governo Netanyahu sta procedendo secondo questa logica, estendendo la guerra di Gaza sempre di più nell’area circostante – le occasioni si trovano, e se non si trovano si provocano – e disonorando tutti gli avvertimenti di un’estensione del conflitto in una guerra regionale generalizzata che deve essere evitata ad ogni costo: e Israele sta facendo proprio questo.
La sicurezza del suo popolo lo sta costringendo…

2. La guerra di Israele in Libano e la sua espansione in Siria, Iraq e Yemen

a)
In termini militari, questa offensiva si sta svolgendo principalmente nella sezione settentrionale del
fronte israeliano e la sua portata è evidente innanzitutto dal fatto che almeno metà del Libano rientra ora nella categoria del “fronte settentrionale”. Le azioni di Israele sono giustificate dalla riluttante guerra di solidarietà a colpi di missili e droni che gli Hezbollah libanesi stanno conducendo contro l’IDF e lo scudo di difesa aerea israeliano. L’obiettivo della guerra è il ritorno dei 70.000 israeliani, ufficialmente evacuati dal nord del Paese, nei loro villaggi e insediamenti; la leadership israeliana definisce come condizione decisiva la decimazione di Hezbollah, ovvero il suo ritiro a nord almeno fino al fiume Litani e la distruzione delle sue capacità, in modo che questa organizzazione anti- israeliana non rappresenti più una minaccia per Israele. Israele sta mettendo in pratica questa rivendicazione un po’ alla volta e le eventuali analogie con la guerra di Gaza non sono certo una coincidenza.4
Dal punto di vista politico, ciò è rilevante perché questo avversario è qualcosa di diverso, così come “l’ambiente” in cui e da cui opera. Infatti, sebbene il Libano sia un ‘failed state’, è sempre ancora uno Stato a cui Israele in quanto tale non nega il diritto di esistere. Israele non sostiene contro il Libano la sua rivendicazione esclusiva di Stato per il popolo ebraico, che estende invece a tutta la Palestina. Qualche tempo fa ha persino concluso un accordo di frontiera con il governo libanese – nel corso del consolidamento delle rivendicazioni sulla proprietà di un giacimento di gas nel Mediterraneo, senza che questo diventasse l’inizio di una meravigliosa amicizia tra di loro o addirittura di relazioni diplomatiche ufficiali. La linea israeliana di totale non riconoscimento nei confronti di Hamas, che si è trasformata in un progetto di annientamento, è valida solo contro Hezbollah. Ma che cosa significa “solo”? Hezbollah è ormai parte integrale del governo libanese, formalmente organizzato e periodicamente eletto, e allo stesso tempo la forza più grande nella lotta al potere in corso per l’accesso alle poche cariche più o meno regolari ed è il rappresentante del più grande gruppo etnico libanese – gli sciiti – che Hezbollah cura anche socialmente come la sua speciale base di potere. Ha così ottenuto un successo tale da essere anche la potenza più importante in Libano dal punto di vista militare, ripetutamente osteggiata dai suoi rivali interni libanesi, ma praticamente impossibile da sconfiggere, tanto meno da eliminare. Sotto queste circostanze, ha guadagnato alleati all’interno dell’élite politica, la cui clientela è costituita da altri gruppi etnici, nonché una popolarità tra la popolazione libanese che va oltre gli sciiti. Con fondi propri e iraniani, Hezbollah è riuscito ad armarsi contro Israele in un modo che si avvicina a una capacità militare di un vero e proprio Stato e la cui spina dorsale anti-israeliana è costituita da un considerevole arsenale di missili di varia concezione e gittata e di droni. Israele sta affrontando questo avversario come se fosse solo una banda di terroristi cresciuta un po’ troppo, la cui liquidazione completa e in tempo gli organi responsabili in Libano abbiano trascurato. Nei confronti dell’Hezbollah e in modo esemplare, Israele disdice la sua linea di politica regionale degli ultimi decenni. La superiore potenza militare israeliana ha messo tutti gli Stati arabi della regione in uno stato di intimidazione, che quest’ultimi hanno affrontato in modi diversi: Con accordi ufficiali di pace e riconoscimento, alcuni di loro sono scesi a patti con il corpo estraneo che Israele rappresenta nella regione la cui loro sostengono essere araba; altri invece non sono riusciti a ottenere il riconoscimento, ma hanno praticamente cessato qualsiasi lotta contro Israele; altri ancora sono passati a un sostegno più o meno aperto, più o meno rilevante, dei gruppi palestinesi, ma sono sempre meno inclini a rischiare un confronto diretto con Israele; altri ancora hanno perso il loro vigore anti-israeliano perché hanno dovuto lasciarsi smantellare nelle guerre interne…

Israele stesso ritiene ormai insufficiente questo stato di deterrenza nei confronti di tutti gli avversari e rivali arabi. In occasione della guerra di Gaza, che è stata estesa al Libano, Israele considera a posteriori la strategia finora adottata come una pratica di autocontrollo e moderazione strategica non più sostenibile.

Per Hezbollah, esplicitamente apostrofato da Netanyahu come esempio della nuova linea,5 ciò significa che attualmente sarà preso di mira e, in prospettiva, subirà un destino in gran parte simile a quello che Israele ha programmato per Hamas e gli altri suoi avversari. Eliminando i vertici e tutti i possibili successori, Israele non solo danneggia il potenziale bellico anti-israeliano di Hezbollah, ma con l’eliminazione dei leader politici liquida anche ogni potenziale per una diplomazia di guerra o di un cessate il fuoco; i suoi combattenti sono braccati ovunque osino uscire dal loro nascondiglio o Israele li rintracci nei loro nascondigli, i loro arsenali di armi e munizioni sono localizzati e distrutti e anche le altre infrastrutture vengono distrutte pezzo per pezzo.
Israele sta così dando al resto del Libano il ruolo di un danno collaterale provocato deliberatamente ed esemplarmente: l’autonomia statale del Libano non è negata, è “solo” subordinata alla condizione che i suoi organi combattano efficacemente Hezbollah, anche se è parte di questo Stato, o lo tengano sotto controllo dopo che è stato combattuto, in modo che Israele sia soddisfatto. L’idea che Israele dipenda dalla volontà di cooperazione dello Stato libanese non viene nemmeno presa in considerazione e Israele chiarisce a tutti i mediatori internazionali che il loro compito è quello di presentare a Beirut i suoi ultimatum, che prevedono solo l’alternativa tra il rispetto per le sue direttive o un’ulteriore distruzione. Dal punto di vista geografico, ciò significa che Israele vuole ottenere e mantenere il pieno controllo militare e la libertà di movimento nel Libano meridionale il che equivale a chiedere una divisione territoriale del Libano. Per quanto riguarda il resto del Libano, Israele esercita la sua totale sovranità aerea e la proclama come un diritto, cioè insiste sulla libertà di colpire senza ostacoli ovunque in Libano.

Se il governo non riuscirà a superare questo test, se le condizioni israeliane per limitare la distruzione si riveleranno irrealizzabili, allora sarà un peccato per il Libano, per gli sciiti e per tutti gli altri gruppi della popolazione, ma questa è la natura del nuovo fondamentalismo di sicurezza di Israele: solo le sue condizioni contano. Ed è proprio questo il significato esemplare della distruzione militare dell’IDF in Libano, accompagnata da appelli premurosi anche da parte dello stesso Netanyahu, che in un discorso televisivo incoraggia il popolo libanese a liberarsi da Hezbollah in modo che i bambini israeliani e libanesi possano vivere in pace in futuro, e così via. In Libano, Israele dimostra a tutti gli altri Stati della regione più o meno potenti o funzionanti che cosa succederà a loro se lo Stato degli ebrei, che vuole solo vivere in pace, giunge alla conclusione che ci sono nemici di Israele che si aggirano sul suo territorio, nella sua economia, nelle sue strutture statali e la cui esistenza Israele non è più disposto ad accettare. E ancor prima di ciò, viene dimostrato quanto sia impotente il loro interesse per il Libano stesso, i loro tentativi di influenzare una delle fazioni libanesi interne rivali o addirittura ostili: Non appena e nella misura in cui Israele dichiara che la vita politica, economica e popolare interna del Libano sia un pantano in cui prospera il terrore di Hezbollah, non possono fare altro che assistere alla distruzione di questo oggetto dei loro tentativi di esercitare influenza, e quindi di qualsiasi potenziale utilità del Libano o di parti del Libano per loro. Devono capitolare.

A novembre, su pressione degli Stati Uniti6, viene concordato un cessate il fuoco, che Israele definisce come la resa dell’avversario e che in pratica tratta come tale:
— Mentre Hezbollah deve ritirarsi immediatamente dietro le linee concordate, le truppe israeliane rimangono nel Libano meridionale fino a nuovo ordine e hanno due mesi di tempo per completare il ritiro. Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Israele dichiara esplicitamente il divieto di rientro dei residenti o il coprifuoco per coloro che rimangono in molte località del Libano meridionale.
— Ufficialmente, Israele annuncia che risponderà a qualsiasi violazione del cessate il fuoco con la forza, mentre le sue truppe continuano a sparare su obiettivi in città e villaggi del Libano meridionale, che a quanto pare sono ancora sulla lista degli obiettivi da distruggere.
— Israele annuncia inoltre ufficialmente che non solo definisce l’uso delle armi da parte di Hezbollah come una violazione dell’accordo, ma anche tutto ciò che i suoi servizi di intelligence e le sue forze armate classificano come preparazione a ciò. In cambio, insiste sulla “piena libertà di movimento” in tutto il Libano meridionale, che non è concordata nel testo dell’accordo e che è prontamente negata dalla parte libanese.
— Israele non si affida alle garanzie fornite dalla comunità internazionale, dal dipartimento delle truppe dell’ONU, ma ha fiducia solo negli Stati Uniti come vero e proprio garante attivo della de-hisbolizzazione del Libano meridionale. E non solo del Libano meridionale: Israele e Stati Uniti hanno annunciato – in parallelo con gli annunci di Israele di voler colpire nuovamente militarmente la regione, se necessario – che il compito decisivo è quello di continuare a combattere in modo coerente la presenza e il potere militare e finanziario di Hezbollah a nord della linea di demarcazione .
— Con la Francia, Israele ha arruolato la potenza europea più interessata al Libano e, in termini pratici, la più rilevante come secondo garante della sua strategia in Libano. E Macron, le cui lamentele sono sempre più aspre negli ultimi mesi sull’ostruzione da parte di Israele in riguardo a qualsiasi ambizione francese di intervenire a Gaza e in Libano, sta ultimamente dichiarando – per pura coincidenza quasi contemporaneamente all’annuncio del cessate il fuoco, per il quale la sua magnifica Francia è ora finalmente tollerata da Israele come co-patrona – che a suo avviso Netanyahu gode dell’immunità da qualsiasi persecuzione da parte della Corte penale internazionale.
E per tutti i diplomatici e i commentatori che parlano di un “barlume di speranza per Gaza” di fronte al “cessate il fuoco” sul fronte settentrionale di Israele, Netanyahu sottolinea più volte al giorno che il principale risultato dell’accordo è che Israele può ora concentrarsi sull’intensificazione della lotta contro Hamas e sull’escalation con l’Iran.

b)
(Il testo è stato scritto prima della caduta di Assad): Nello Stato siriano, il cui leader ha iniziato solo di recente a superare l’ampio isolamento regionale, Israele sta anche dimostrando che il governo dello Stato in questa regione, o si dedica con successo alla lotta contro le attività anti-israeliane, o viene trattato come un nemico da Israele nel corso della sua lotta contro il terrorismo e, se necessario, distrutto. Il fatto che Assad abbia bisogno e utilizzi l’aiuto di Hezbollah e di altre milizie sciite, soprattutto iraniane, per difendersi dai suoi oppositori, che sono finanziati ed equipaggiati da arabi e occidentali, si sta ritorcendo contro la Siria, governata ufficialmente da lui, in modo tale che Israele ne sta facendo un teatro esteso della sua guerra in Libano. Il fatto che Assad e le sue truppe si trattengano da qualsiasi azione anti-israeliana perché abbastanza impegnati a tenere sotto controllo la situazione interna siriana non gli serve a nulla: dopo tutto, sono i suoi alleati a usare il suo territorio per la loro militanza contro Israele. E non glielo impedisce per lo stesso motivo per cui ha permesso e continua ad avere bisogno della loro presenza nel suo Paese – Assad è semplicemente troppo debole con le sue forze armate per difendersi dai suoi avversari – allora Israele colpisce da solo: in linea di principio in tutte le parti della Siria in cui individua un movimento sciita che può anticipare o fermare in modo preventivo. Il fatto che bombardando l’ambasciata iraniana a Damasco si violino secondo il diritto internazionale anche i sacri diritti dello Stato ospitante, dimostrando al mondo ciò che le difese aeree siriane non possono fare e ciò che il suo esercito non osa fare per rappresaglia, si inserisce perfettamente nella linea israeliana, che la Siria è soltanto una parte della sua guerra in Libano. Israele si prende quindi – giustamente – la libertà di collegare o isolare i due Paesi l’uno dall’altro come meglio crede: La Siria è abbastanza utile come centro di soccorso ONU per i rifugiati e le vittime della carestia, per gran parte di coloro che fuggono dalla guerra nel sud e nell’est del Libano. Come zona di rifornimento per le armi di Hezbollah i due Stati, la cui sovranità Israele sta praticamente distruggendo, devono essere separati l’uno dall’altro nel modo più efficace possibile. Il fatto che Hezbollah abbia ritirato una parte dei suoi combattenti dal Libano meridionale è un fatto positivo, ma adesso che li ha spostati in Siria Israele deve combatterli con attacchi sempre più violenti contro questo Paese. Ciò contribuisce in modo significativo ai conflitti che attualmente imperversano in Siria. Il fatto che la precaria situazione post-bellica all’interno della Siria – alimentata dal flusso di rifugiati provenienti dal Libano e dalla continua disintegrazione economica – venga ora portata al termine dai padrini stranieri della posizione islamista anti-Assad e dai suoi rappresentanti interni siriani e trasformata nuovamente in una guerra aperta è un chiaro mandato dal punto di vista del fondamentalismo israeliano: È necessario quindi un intervento offensivo, ora con l’opzione, già occasionalmente praticata, di dispiegare le proprie truppe di terra dalle alture del Golan già occupate per garantire che la situazione bellica anche su questo fronte rimanga completamente sotto il controllo israeliano.7 Una visione strategica della Siria rivela automaticamente un altro aspetto interessante per Israele: Assad ha a che fare con minoranze etnico-religiose, la cui situazione può essere sfruttata da Israele. Con un’apertura sconosciuta in passato, gli strateghi israeliani stanno ora discutendo se e come i drusi e i curdi possano essere posizionati come quinta colonna contro la quinta colonna iraniana ed eventualmente utilizzati come complici per un’invasione nel sud della Siria. I conflitti in questa regione non sono da temere come motori di instabilità che minano lo status quo raggiunto da Israele , ma piuttosto come leve da usare con tutti i mezzi per sradicare qualsiasi ambizione anti-israeliana. Il fatto che in Libano, contemporaneamente a quello che si sta svolgendo a Gaza, si stia verificando un altra “catastrofe umanitaria” è meno preoccupante per Israele; e il fatto che le sue azioni e le dichiarazioni che le accompagnano stiano rendendo ancora più incontrollabile l’intero territorio siriano governato da Assad non è un motivo per Israele di fermarsi. Tutto questo deve essere fatto, se necessario contemporaneamente.

In questo senso, Israele sta andando avanti e si sta creando, per così dire, nuovi fronti, sui quali deve essere presente militarmente perché o appena esistono. Dalla Siria, il prossimo fronte ad aprirsi è l’Iraq – o viceversa: l’Iraq è il vicino più prossimo e nella sfera d’influenza dell’Iran, che è stato identificato come una minaccia che deve essere affrontata, e quindi anche l’Iraq è necessariamente un oggetto importante del dispiegamento militare nella regione. Ecco perché il fatto che l’Iraq sia uno Stato semidistrutto, il cui territorio ospita nonostante ciò mezzi di violenza su scala molto più ampia rispetto al Libano o alla Siria, significa per Israele una sola cosa: proprio perché l’Iraq svolge un ruolo strategico particolare sia per l’Iran che per gli Stati Uniti, tutti devono essere preparati al fatto che Israele non sopporterà ulteriori attacchi dal territorio iracheno, ma risponderà con un’ulteriore escalazione regionale. In un documento ufficiale presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che in altre occasioni tende a liquidare come una fabbrica di chiacchiere antisemita, Israele mette in guardia il governo iracheno, citando il diritto internazionale – che non riconosce per la sua guerra nella Striscia di Gaza – che sarà obbiettivo di attacchi aerei israeliani se non adempie immediatamente all’obbligo di reprimere efficacemente qualsiasi terrore anti-israeliano proveniente dal suo territorio.8 Questo ultimatum ha un effetto: Discussioni in Iraq, divieto ufficiale del governo di ulteriori attacchi a Israele da parte della coalizione di milizie anti-israeliane, tentativi pratici da parte delle forze governative di prevenire tali attacchi, sforzi diplomatici nel triangolo americano-iracheno-iraniano per prevenire un attacco israeliano temuto da tutti e tre. Israele osserva con attenzione questi effetti e, per incoraggiare gli auspicati sforzi di de-escalation, Israele intraprende nella Siria orientale il più grande singolo attacco militare in un anno contro i suoi nemici sciiti, bombardando una riunione di rappresentanti delle forze libanesi, irachene e iraniane e di rappresentanti tribali siriani, uccidendo quasi 80 persone e aspettando di nuovo e ancora che tutti i nemici, e gli amici interessati e in grado di farlo, agiscano a suo favore. Israele ha fatto in modo che questa sia l’unica opzione disponibile per l’Iraq per proteggersi dall’espansione della guerra regionale di Israele sul suo territorio: gli emissari israeliani all’estero hanno apparentemente avuto successo nel recente passato nei loro tentativi di ostacolare l’acquisto da parte del governo iracheno di un moderno sistema di difesa aerea. Il fatto che uno Stato vicino che ospita forze anti-israeliane possa difendersi efficacemente da attacchi aerei non è più compatibile con le nuove pretese di Israele in materia di sicurezza nella regione, per cui sembra che Israele stia usando le sue leve, che si estendono ben oltre la regione, per assicurarsi che la terribile minaccia rappresentata da un Iraq in grado di autodifendersi non si concretizzi. 9

Anche i sostenitori yemeniti della lotta palestinese contro Israele, che sono geograficamente ancora più lontani, stanno imparando che la distanza non li protegge dai contrattacchi asimmetrici. Il ripetuto bombardamento di un porto controllato dalla fazione yemenita degli Houthi non serve solo a infliggere agli Houthi un colpo decisivo alle loro infrastrutture, ma è anche un’opportunità per Israele di dimostrare a tutti gli altri che i suoi annunci di non voler più sopportare l’ostilità praticata nell’intera regione sono da prendere alla lettera.

c)
All’interno di Israele è inevitabile ci siano dubbi sul fatto se la guerra su più fronti, della cui necessità nessuna voce pubblica rilevante in Israele dubita, sia condotta con sufficiente saggezza e, soprattutto, con il necessario rigore. Questa discussione dimostra che persino la più forte di tutte le potenze mediorientali si sta impegnando nella guerra in un modo come non faceva dalla guerra d’ottobre del 1973. Ma non è caratterizzata da alcuna cautela e nemmeno da dubbi sulla propria libertà di azione: Ciò che si vuole fare, si deve e si può anche fare. L’unica cosa che conta è la corretta conduzione della guerra e non un prematuro accordo sulla sua fine mediato da terze potenze, che impedisce soltanto la meritata liquidazione dei suoi nemici. L’inizio della vera e propria guerra aerea e terrestre contro il Libano rafforza quindi anche la visione critica della guerra in Gaza, che continua ad essere condotta senza alcuna pietà per i palestinesi, e alimenta inoltre il dibattito sopra descritto, che ruota attorno alle nuove rivendicazioni e alle contraddizioni ad esse associate.
Per quanto riguarda il confronto e l’escalation in Libano, in netto contrasto con il dibattito interno israeliano sulla guerra di Gaza non si sente alcuna voce politica rilevante che metta in guardia da un confronto inutilmente duro, inutilmente lungo e forse inutile contro Hezbollah, che è molto più
equipaggiato di quanto non lo sia mai stato Hamas. In questo caso, la linea del governo non si disperde in considerazioni fondamentali di politica statale, ma si chiede solo se il diritto indubbiamente acquisito di Israele sia debitamente onorato, ossia che il terrorismo sia combattuto alla sua fonte e sradicato con il massimo rigore. Il capo del governo in carica ha fissato lui stesso l’asticella: Gli israeliani evacuati dal nord di Israele devono tornarci, e questo si può ottenere solo se Hezbollah viene cacciato dal Libano meridionale e non può più tornare. Il fatto che in Israele funzioni una vita civile effettivamente isolata da tutti i suoi conflitti, diventa così una richiesta al governo stesso di fare finalmente piazza pulita di tutto ciò che, dall’altra parte del confine, ostacola il ripristino dell’idillio prebellico. Questo punto di vista di totale affermazione, tradotto in sentimento popolare, determina la critica alla guerra aerea e terrestre di Israele, che sta devastando il paese confinante settentrionale e costringendo gran parte della popolazione a fuggire, e giunge prevedibilmente alla conclusione che l’IDF sta agendo con troppa cautela. Lo spirito di questa critica è stato impostato dalla stessa leadership israeliana anni fa con l’annuncio che Israele non avrebbe permesso a nessuno di divertirsi sulla spiaggia di Beirut mentre i cittadini in Israele erano costretti nei rifugi antiatomici: Non ci deve essere alcun residuo di normalità civile in Libano se la normalità israeliana viene sconvolta da lì. Ecco perché questo spirito determina ancor più le critiche al cessate il fuoco che Netanyahu è stato convinto dagli Stati Uniti ad accettare: Il fatto che le disposizioni dell’accordo presentino ancora qualche differenza formale rispetto allo spirito che la leadership israeliana attribuisce loro e sul quale non lascia alcun dubbio è una ragione sufficiente per condannare l’accordo come un tradimento dell’unico obiettivo bellico in questione. Questo è il modo in cui si comportano i rappresentanti delle comunità degli insediamenti nel nord e, in linea di principio, i partiti di opposizione “di sinistra” e “centristi”, che in questo Paese sono i rappresentanti dell’Israele borghese-liberale, che vorrebbe giocare solo se glielo si permette. E i rappresentanti dei sionisti religiosi che sono in coalizione con Netanyahu propongono ciò che propongono sempre: l’eliminazione di ogni resistenza rilevante e la colonizzazione del Libano, che comunque in qualche modo sarebbe la Galilea settentrionale e secondo l’Antico Testamento …
Il capo dei coloni radicali, Bezalel Smotrich, ad esempio, ha imparato questo concetto anche in relazione alla Siria, che egli conosce così bene da ritenere che anch’essa, insieme a gran parte della Giordania e a un angolo dell’odierna Arabia Saudita, faccia parte del dono che Dio ha fatto o promesso agli ebrei. Lui e altri evocano l’ideale di un Grande Israele che si estende territorialmente oltre tutti i confini attuali, che appartiene a un popolo eletto e che quindi non deve o non può ricevere istruzioni da alcuna autorità al di sotto di Dio. In questo modo, il progresso imperialista che Israele sta compiendo attraverso la guerra fa sì che l’immagine di questa nazione come un affare voluto e commissionato da Dio riceva un deciso impulso, anche se questo Israele, rappresentato dal suo vero governante e leader, non è realmente interessato all’adempimento delle promesse ebraiche. E tra l’altro, questa eccedenza di fantasie di conquista, pulizia e dominio, che non può mai essere soddisfatta dalla violenza pratica ma viene sempre e solo alimentata da essa, è adatta a far sembrare le vere grandi azioni della ridefinita potenza regionale Israele come un atto moderato.

3. I rapporti bellici di Israele con le altre potenze del Medio Oriente
La durezza che Israele sta praticando da un anno a questa parte, tirando fuori tutte le armi della sua superiorità convenzionale, è rivolta non da ultimo a quegli Stati che non sono ancora nel mirino dell’IDF. Essi dovrebbero intimidirsi alla vista dei risultati distruttivi di Israele nei territori palestinesi e in quelli circostanti, tanto da permettere a Israele di fare tutto ciò che dichiara indispensabile in termini di “sicurezza per il popolo ebraico”. La leadership israeliana vede il successo della sua forza deterrente come una conferma del fatto che ha tutto il diritto di agire in questo modo e di continuare a farlo, come se tutte le altre potenze non avessero altra scelta che tollerare tutte le azioni di Israele. Ciò comporta varie conseguenze per i diversi destinatari di questa politica di deterrenza.

a)
Per l’Egitto e la Giordania questo significa che i loro trattati di pace con Israele, che risalgono rispettivamente a più di quaranta e a quasi trent’anni fa, non garantiscono che Israele tenga conto dei loro interessi; Israele annienta qualsiasi calcolo di raggiungere tramite un trattato di pace un rapporto in qualche modo prevedibile con Israele che giova ai propri interessi. Gli accordi di pace di Camp David e Wadi Araba possono portare prevedibilità solo per Israele: la rinuncia a qualsiasi obiezione pratica alla guerra di Israele, che colpisce questi due Stati vicini in modi diversi, ma in ogni caso grave. La monarchia giordana si vede messa sotto pressione dal fatto che la cooperazione pratica a cui si sente costretta dalla superiorità di Israele le causa sempre più problemi di ordine interno con la sua popolazione, in gran parte solidale con i palestinesi, che recentemente è stata colpita anche dal fatto che il suo re ha messo il suo territorio a disposizione della difesa aerea israeliana. Dai ministri di destra del governo di Netanyahu, la famiglia reale deve anche lasciarsi dimostrare pubblicamente, più volte, che persino elementi fondamentali della sua sovranità dipendono dal favore di Israele, cioè dall’esito della disputa interna israeliana che prezzo sia accettabile per quale progresso.10 All’opportunismo della classe reggente di fronte alle esigenze israeliane, che sono sopportabili per la monarchia hashemita solo grazie ai sussidi americani, si aggiungono le umiliazioni diplomatiche: Laddove il monarca e il suo governo cercano di dissipare l’impressione di aver reso la Giordania un fantoccio della guerra regionale israeliana, Israele li ringrazia ufficialmente proprio per questo risultato. Anche questa non è una semplice sfrontatezza da parte di Israele, ma segna il nuovo livello di diritto israeliano nei confronti della Giordania, che non prevede neanche più una ricompensa sotto forma di piccoli aiuti per la repressione dell’opposizione interna.
Anche l’Egitto, con la sua enorme popolazione e il suo imponente esercito, non è visto da Israele come un ostacolo alla realizzazione della sua nuova e ambiziosa posizione. Le minacce del Cairo di porre ufficialmente fine al trattato di pace non vengono nemmeno commentate da Israele. Le lamentele dell’Egitto, secondo cui l’occupazione da parte di Israele della fascia di confine del Sinai violi l’attuale accordo bilaterale, sono altrettanto freddamente ignorate da Israele. Il dispiegamento provvisorio di forze armate al confine con la Striscia di Gaza non viene considerato un gesto di minaccia, ma, al contrario, un aiuto del tutto inadeguato per isolare definitivamente Hamas a sud senza alcuna scappatoia. Ciò che Israele ha da offrire al grande Paese confinante come condizione per un cessate il fuoco permanente è un sistema di sorveglianza dei confini ad alta tecnologia, completamente adattato alle esigenze di sicurezza israeliane e, soprattutto sotto permanente sovranità tecnica e amministrativa di Israele – in altre parole, nulla. I servizi di mediazione dell’Egitto in materia di ostaggi e di cessate il fuoco erano benvenuti finché Israele stesso era ancora interessato a recuperare il maggior numero possibile di ostaggi con un cessate il fuoco temporaneo. Il fatto che l’Egitto continui a offrirli, anche se Israele ostacola apertamente ogni possibile successo di questa diplomazia, viene semplicemente ignorato dalla diplomazia israeliana – almeno finché i diplomatici egiziani non accettano di aver nulla da mediare.

b)
Anche le benestanti monarchie petrolifere della penisola arabica sono oggetto della guerra israeliana su più fronti. Non nel senso che si tratti della preparazione di un prossimo attacco dell’aviazione e dell’artiglieria israeliana; né nel senso che questa guerra è destinata a dissuaderli da qualsiasi inimicizia nei confronti di Israele attraverso una minaccia di annientamento e a scoraggiarli in modo permanente. Loro sono i destinatari del potere di deterrenza di Israele a un livello imperialista ben più alto.
Da tempo sono stati dissuasi dal sostenere efficacemente la resistenza palestinese contro gli insediamenti israeliani e la distruzione di qualsiasi prospettiva di Stato palestinese; si sono lasciati convincere dalla superiorità di Israele e dall’influenza americana che per le loro ambizioni di creare una grande nazione con i petrodollari i Palestinesi non servono a niente. Due di loro – gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein – insieme al Marocco e al Sudan, hanno persino accettato nel 2020 di aprire relazioni diplomatiche formali con Israele in un accordo ufficiale mediato dal più grande Dealmaker di tutti i tempi. Anche l’offerta all’Arabia Saudita di concludere un trattato di normalizzazione e di pace su questo modello rimane sul tavolo e viene periodicamente invocata da Netanyahu come il punto centrale della prospettiva di trasformare finalmente il Medio Oriente, in un’oasi di amicizia dei popoli e di prosperità comune. Per l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo, il dispiegamento sfrenato della potenza bellica israeliana nel vicinato serve a chiarire il significato della pace che Israele sta offrendo alla regione. Questo viene comunicato esplicitamente, ad esempio da Netanyahu che presenta la propria formula di pace per la regione come alternativa allo slogan “terra in cambio di pace”11 un tempo scelto dalle potenze arabe: non terra in cambio di pace, ma: “Insisto sulla pace in cambio di pace, una pace con importanti Paesi del Medio Oriente basata sulla forza”. (Times of Israel, 4.11.23) Pace con Israele per amore della pace, cioè un ordine di pace la cui unica caratteristica è che Israele lo impone a tutti gli altri.12 Netanyahu è certo che le ambiziose potenze dell’Arabia dovrebbero accettare una pace di questo tipo – ritiene che i leader arabi a cui si rivolge abbiano imparato la lezione imperialista regionale: “Questi e altri Paesi vedono molto chiaramente i colpi che infliggiamo a coloro che ci attaccano, all’asse del male iraniano” (ibid.). In questo modo, il secondo punto decisivo è stato formulato con sufficiente precisione. Questo è l’unico punto di contatto che Israele può trovare con queste potenze, nella migliore delle ipotesi strategiche: la sua inimicizia nei confronti dell’Iran, che impone alle potenze arabe chiamate a subordinarsi come inimicizia comune.

Ciò che Israele sta praticando nei confronti di questi Stati ancora intatti, in alcuni casi estremamente prosperi, è, da un lato, qualcosa di simile alla continuazione radicalizzata della sua politica di mezzo secolo fa, che consiste nel separarli l’uno dall’altro sfruttando le loro diverse situazioni, e le rivendicazioni ostili fra di loro, giocando la propria superiorità su tutti individualmente. D’altra parte, oggi lo fa nella prospettiva di una potenza bellica modernizzata rispetto al passato e in riferimento a un nuovo tipo di guerra regionale: Essendo Israele superiore a tutte queste potenze messe insieme, ognuna di loro dovrebbe preoccuparsi di prendere il proprio posto in Medio Oriente, che Israele immagina come un anello di sovrani di rango inferiore uniti nella solidarietà anti-Iran. “La pace su base della supremazia militare”, il diritto della potenza bellica più forte – Israele non vuole più accettare nessun’altra pace e nessun altro diritto per sé stesso, quindi tutti gli altri Stati devono cessare di opporre resistenza. Questo obiettivo non può essere raggiunto in altro modo che scuotendo tutti i rapporti di forza e di potere esistenti, che hanno finora funzionato per Israele. Dal punto di vista del risveglio di Israele, il fatto che l’ambiziosa potenza militare imperialista minacci di entrare in qualche nuova relazione ostile dimostra solo che le precedenti amicizie o almeno la loro tacita tolleranza non valevano nulla – e in ogni caso non valgono più nulla se possono essere mantenute solo al prezzo di concessioni.

Il Qatar è un caso un po’ particolare, e il suo trattamento da parte di Israele è utile anche per chiarire qualcosa che va ben oltre le relazioni bilaterali. Dall’inizio della guerra di Gaza, il Qatar si è distinto come il secondo Stato mediatore arabo di rilievo insieme all’Egitto, ed è stato accusato da Israele, con toni sempre più stridenti, di non comportarsi come un mediatore: uno Stato si qualifica come tale mantenendo buone relazioni, o comunque relazioni, con entrambe le parti tra le quali media, facendo valere il proprio peso per convincere la rispettiva controparte a scendere a compromessi considerati impossibili nei rapporti diretti con l’avversario. Israele ha accettato per anni questa relazione tra il Qatar e Hamas e l’ha utilizzata in molti negoziati dopo le precedenti azioni di guerra. Dopo il passaggio di Israele dal contenimento e dalla soppressione controllata all’annientamento totale di Hamas, il coinvolgimento del Qatar è diventato obsoleto, non serve più, deve quindi finire. A questo Stato si può ora rimproverare di non aver capito la nuova situazione e di non aver cancellato di sua iniziativa tutti gli aiuti ai palestinesi, che nel frattempo sono già ridotti al finanziamento di aiuti umanitari e al dare rifugio a alcuni dirigenti di Hamas. Questo e tutto il resto è ormai visto da Israele come inutile, nel migliore dei casi, e nel peggiore come sostegno al terrorismo. Sul ruolo di mediatore c’è quindi solo da notare che se Israele è disposto ad avviare negoziati, lo farà con la posizione esplicita che Hamas deve rilasciare gli ostaggi senza alcun compenso. E se il Qatar non riesce a convincere i suoi compari a rinunciare a questa leva, allora si tratta ovviamente di complicità con Hamas.13 Per cui anche tutti gli altri Stati si dovrebbero chiedere che gioco sta facendo il Qatar nella trattativa diplomatica.
A proposito di “tutti gli altri”:

4. La gestione israeliana del resto degli Stati interessati alla sua guerra
Fin dall’inizio, la guerra di Israele è stata un affare internazionale, che Israele affronta in modo
offensivo.

a)
Israele utilizza gli organismi sovranazionali dell’ordine mondiale, nella misura in cui sono adatti al suo obbiettivo, come palcoscenico per ripetere costantemente la sua posizione secondo cui ogni sua violenza è assolutamente giustificata perché si tratta di un atto di autodifesa contro la pretesa dei suoi nemici di eliminare l’unica potenza garante di vita ebraica sul globo. Ciò che in realtà è significativo a questo livello, è la posizione che Israele assume quando queste autorità permettono anche le dichiarazioni degli oppositori di Israele. Secondo Israele, l’ONU, in particolare l’Assemblea Generale, si squalifica come braccio destro di coloro che vogliono distruggere Israele quando si permette che nell’Assemblea Generale vengano pronunciati discorsi che, anche se non invocano direttamente la distruzione di Israele, chiedono comunque la fine della violenza in Gaza il che equivale a una condanna di Israele per la sua lotta contro i palestinesi. Opportunamente, l’inviato israeliano alle Nazioni Unite Danon dichiara apertamente come intende il suo lavoro a New York: “Dico ai miei colleghi in Israele: andate avanti (…).Fate tutto quello che dovete fare contro Hezbollah e contro Hamas. So come trattare con queste persone qui”. (jns.org, 24.9.24) Il suo appello alla comunità diplomatica mondiale riunita a New York è di restarne fuori: “Dovete essere neutrali. Dovete cercare di portare le parti a un punto di accordo. Ma quello che vediamo con la maggior parte dei Paesi qui è che vogliono solo incolpare Israele”. Danon non lascia dubbi su cosa intenda per “neutrale”: “Se qualcuno vuole evitare una guerra tra Israele e Libano oggi, dovrebbe schierarsi contro Hezbollah e fare pressione sul governo libanese”. E fa sapere a tutti coloro che non riescono ad essere unilateralmente neutrali contro Hezbollah quale sia il loro ruolo futuro in ciò che il suo Paese intende per prevenzione della guerra: “Tutti quelli che stanno giocando con l’idea di attaccare Israele non dovrebbero aspettarsi che noi permettiamo loro di venire a far parte del processo”. (Ibid.)
Il mondo intero deve sottoscrivere le definizioni di minaccia e inimicizia di Israele, cioè approvare la loro esecuzione senza compromessi. In alternativa, Israele – un Paese con una popolazione inferiore ai 10 milioni di abitanti – il scenario dell’isolamento di tutti i negazionisti e, oltre a questo, dell’irrilevanza dell’istituzione sovranazionale dell’ONU.
Netanyahu esprime apertamente davanti alla comunità mondiale, perfettamente organizzata nell’ONU, il disprezzo nei confronti del suo più alto rappresentante: Dichiara il Segretario generale dell’ONU Guterres persona non grata, perché quest’ultimo sostiene l’idealismo di un diritto che si pone al di sopra degli Stati, a cui tutti si dovrebbero sottomettere, esprimendosi di conseguenza contro l’espansione violenta di Israele. Anche e soprattutto laddove le Nazioni Unite non si limitano a essere una prevedibile e fastidiosa bottega di chiacchiere – “‘Ce lo aspettavamo’, ha detto Danon a proposito delle condanne di Israele” (ibidem) – ma intervengono praticamente nella guerra, Israele si scontra con tutte quelle “comunità internazionali” che in qualche modo interferiscono i piani israeliani. L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente), che fornisce assistenza sociale ai palestinesi nell’ambito del suo mandato e con i fondi degli Stati donatori disponibili, è l’attore principale dell’attuale guerra di Gaza nel rifornire i gazawi di aiuti umanitari. La disputa sul mandato ufficiale e il significato politico di questo club delle Nazioni Unite sono stati a lungo oggetto di dibattito per Israele, che dopo aver trovato il favore di alcuni Stati – anche se solo in misura limitata – classifica l’UNRWA come un’estensione di Hamas, e ci si mette contro: L’Israele vieta sommariamente a questa sotto-organizzazione delle Nazioni Unite di operare nel proprio territorio e nei territori che sta occupando. Anche in questo caso, Israele porta avanti con coerenza la sua posizione di non voler più scendere a patti con una rivendicazione giuridica politica da parte dei palestinesi e è garantita dal collettivo degli Stati. Se permette l’assistenza ai palestinesi, allora non lo fa come un’accondiscendenza alle pretese degli organismi internazionali, che anche l’UNRWA incarna, ma senza alcuna ulteriore prospettiva politica. Con questo Israele sfida la comunità mondiale, cioè quei suoi membri che sono materialmente in grado di farlo, a calcolare che importanza ha per loro l’assistenza alle vittime della guerra – in considerazione del fatto che Israele non permetterà a nessuno, nella fase odierna e in tutte quelle successive, di immischiarsi nei suoi problemi di sicurezza.

Israele è ancora più chiaro in questo senso nella sua guerra nel Libano meridionale, che fin dall’inizio è una questione internazionalizzata completamente diversa, perché sta estendendo la sua guerra al territorio di uno Stato membro riconosciuto dell’ONU e perché terze potenze sono già a lungo coinvolte in questo conflitto sotto forma di una forza ONU, ovvero l’UNIFIL (United Nations Interim Forces in Lebanon). La massima forma di rispetto per questa forza, cioè per la pretesa di supervisione da parte di quelle potenze che l’hanno creata con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, è che Israele chiede loro di evacuare. Le autorità responsabili dell’IDF lo stanno già facendo con i residenti del Libano meridionale, lasciandoli senza alternativa se non quella di diventare danni collaterali nella guerra di Israele contro Hezbollah. In ultima analisi israeliana, la colpa è dell’UNIFIL, che non è riuscita a mantenere il Libano meridionale libero da Hezbollah – e per questo viene ora punita da Israele, che pone fine al suo mandato; il fatto che questo abbia portato a un po’ di scontri tra i carri armati israeliani e i caschi blu sarà deplorevole, ma poteva essere evitato – se si ritiravano volontariamente per tempo.
Per quanto riguarda il futuro del Libano, per il quale le grandi potenze mondiali stanno riscoprendo il loro interesse solo perché è in guerra, Israele ha già pianificato per loro – seguendo esattamente la logica che Danny Danon ha presentato a New York. Israele deve dire loro che non attribuisce più alcuna importanza all’attuazione della propria Risoluzione di sicurezza 1701, a meno che questa non subisca alcuni cambiamenti decisivi che contraddicono completamente l’intenzione con cui è stata adottata. Israele chiede lo sgombero del Libano meridionale trasformandolo in una sorta di terra di nessuno insieme al diritto israeliano di avere piena libertà di movimento per le sue forze aeree su tutto il Libano e la libertà di avanzare con truppe di terra in qualsiasi momento nel sud del Paese: Israele fa capire alla comunità degli Stati che interferiscono nella sua guerra che sottoporrà a critica totale tutte le risoluzioni, i regolamenti e la loro gestione finora applicati al Libano. Critica di aver permesso che la garanzia della sua sicurezza gli venisse tolta dalle mani da potenze amiche o presunte tali, tutte comunque inaffidabili – cosa che non gli accadrà mai più. Oltre alla Norvegia, alla Spagna, all’Irlanda e ad altri Stati europei che hanno riconosciuto la Palestina come Stato e hanno prontamente avviato controversie diplomatiche con Israele, anche la Francia, che insiste sui suoi “legami tradizionali con la regione”, viene ora criticata da Israele perché Parigi negherebbe a Israele il diritto di usare la forza che ritiene necessaria. A tutti gli altri alleati che nell’ultimo anno hanno fornito sostegno materiale alle azioni di Israele e che insistono sul fatto che il loro punto di vista è l’unica visione ammissibile riguardo l’uso della forza da parte di Israele, Israele dichiara, non appena fanno proposte o tentativi di non considerare più la sua guerra legittima e intendono mostrargli dei limiti, che esige da loro che lo aiutino e che sostengano il suo uso della forza senza alcun diritto di partecipazione.

b)
Anche in Israele c’è una polemica sommessa su questo punto. Il fatto che Israele, sotto la guida del suo primo ministro della sicurezza, si comporti nei confronti di tutte le potenze maggiori e minori, alleate e non, come se non avessero altra scelta se non quella di piegarsi alle sue richieste, e che finora se la sia cavata in larga misura, anche se non senza alcune perdite per attrito, non significa che ciò sia garantito in futuro. Non c’è da stupirsi, quindi, se c’è chi ha delle riserve e fa notare che forse un confronto un po’ meno aperto con importanti alleati sarebbe utile, a patto che si faccia attenzione a garantire che Israele non faccia alcuna concessione in materia. Il Ministro della Difesa Gallant è stato visto dai protagonisti di questa posizione come un garante del fatto che Israele non si sarebbe completamente alienato i suoi alleati occidentali e che la “fiducia reciproca” sarebbe stata mantenuta nonostante tutta l’intransigenza israeliana, facendo capire loro che Israele non vuole in generale rifiutare la loro presunzione di essere decisamente coinvolto in tutti gli affari violenti del mondo, ma purtroppo non può concedere alcun spazio per quanto riguarda i suoi movimenti militari. Altrimenti, però, c’è un consenso nazionale sul fatto che Israele può e deve giudicare ogni Paese straniero, e ancor più ogni Paese amichevole, in base al fatto se riconosce o meno la necessità della violenza che Israele intende praticare. E Israele è abbastanza sicuro di sé da estendere questa pretesa alla vita interna delle nazioni, che sono quindi autorizzate a dimostrare se sono amiche o no. Le proteste anti-israeliane o pro-palestinesi nel mondo occidentale forniscono un’occasione per questo. Gli Stati interessati devono lasciarsi esaminare da Israele per verificare se stanno usando i loro apparati repressivi con sufficiente durezza contro qualsiasi critica a Israele; se concedono troppa libertà al loro popolo, devono quindi sopportare le interferenze critiche di Israele. Netanyahu si vergogna della sua alma mater americana, e gli ambasciatori israeliani nei Paesi occidentali vedono generalmente minacciato l’ebraismo, quale essi stessi, senza chiedere a nessuno il permesso, fanno diventare il testimone chiave di ogni atto di violenza dell’IDF in Medio Oriente. In linea con l’equazione che sostengono tra le campagne israeliane di distruzione del terrore e la sicurezza della diaspora ebraica, fanno pressioni per un inasprimento della legislazione nazionale e della sua applicazione giuridica – proprio in considerazione del fatto che questa equazione si sta rivelando una selvaggia disparità. Si tratta di un ridicolo spettacolo rispetto alla vera violenza che imperversa in Medio Oriente, ma anche in questo caso Israele imporre al mondo intero l’approvazione della sua necessità di violenza antiterroristica – per cui solo Israele decide quando considerarla autentica e quando solo finta, o quando renderla il metro con cui misurare tutti gli Stati e classificarli sulla scala non molto ampia tra amichevole, irrilevante e ostile.

*

Conclusione
L’espansione della violenza israeliana all’intera regione, iniziata come guerra di annientamento contro Hamas nella Striscia di Gaza, non è il risultato di qualcosa che è sfuggito al controllo, un imprevisto e sfortunato superamento di una ‘linea rossa’ etichettata “autodifesa” o “lotta al terrore”, ma ha la sua logica. La logica non sta nel fatto che i palestinesi trovino tanti alleati, dal Libano allo Yemen, che si schierano dalla loro parte con attacchi di solidarietà contro Israele, costringendolo ad ampliare sempre di più il raggio della sua autodifesa. È il contrario.

Il fatto che Israele stia lottando contro il sostegno regionale dei palestinesi come sta facendo da più di un anno, con escalazioni sempre nuove, dimostra che ha da tempo segue una rivendicazione sull’intera regione, che ora mette in pratica con azioni militari. Ciò che Hezbollah, l’Iraq e gli altri oppositori filo-palestinesi stanno contrastando è proprio questo imperativo israeliano, secondo cui spetta solo a Israele iniziare e risolvere qualsiasi ostilità. In realtà, Israele ha da tempo compiuto la transizione da Stato impiantato nella regione con tutta la forza necessaria per la sua esistenza, costringendo i suoi avversari ad accettarlo, comprese le sue conquiste, come la potenza regionale predominante. In quanto tale, non si limita più a gestire le ostilità con la sua superiorità bellica, ma le anticipa: impedisce che entrino effettivamente in gioco affrontando ogni avversario reale e potenziale, cioè la regione nel suo complesso, con il suo potere di deterrenza militare, che supera tutto ciò che gli avversari di Israele e i loro tentativi di alleanze possono mettere in campo. Dotato di un arsenale di minacce nucleari e di un arsenale di mezzi bellici superiori a tutti i livelli della guerra convenzionale, Israele ha nella regione la libertà unica di definire la propria sicurezza rispetto a tutti gli altri, ponendoli permanentemente in uno stato di deterrenza e decidendo da solo quando è così ferito da dover fare una guerra. In molte occasioni, il solo tentativo di una potenza classificata come ostile di voler procurarsi mezzi di sovranità che Israele non vuole concedergli è stato sufficiente a far capire con attacchi militari che Israele sopporterà gli avversari solo se sono e restano impotenti nei suoi confronti. In linea di principio, le guerre di Israele sono da decenni guerre d’ordine regionali. Nel corso di questi decenni, tra una guerra e l’altra, è diventato sempre più chiaro il contenuto del nuovo ordine che Israele cerca di imporre alla regione: L’intera regione è sottomessa alla sua ostilità nei confronti dell’Iran.

5. Il confronto militare di Israele con l’Iran e la sua irresolubile contraddizione

a)
L’Iran è l’unica potenza che potrebbe ancora rappresentare una minaccia per Israele ed è quindi un pericolo che deve essere eliminato a tutti i costi, perché possiede l’unico potenziale di distruzione che pone ancora un limite alla libertà di azione di Israele. Israele questo non lo sopporta. L’escalazione della sua guerra su più fronti verso un immediato scambio di colpi con l’Iran segna, da un lato, lo status che Israele ha già conquistato e, dall’altro, il nuovo status che vuole conquistare in questo confronto.In effetti, l’Iran è un caso particolare nella regione: questa potenza è riuscita ad affermarsi nonostante la sua ostilità all’America e a Israele. Con la sua massa territoriale, il suo popolo, numeroso e decisamente patriottico e i mezzi e le fonti di ricchezza che si trovano sul suo territorio, l’Iran è capace di una resistenza e opposizione autosufficiente; e su questa base, il Paese è abbastanza interessante per altre potenze ancora più grandi che lo assistono efficacemente nella sua autoaffermazione contro Israele e l’America. L’Iran non solo è sopravvissuto a tutti i tentativi americani di accerchiarlo e strangolarlo economicamente con vari mezzi e diversi complici, e a tutti i sabotaggi pratici da parte di Israele, ma è innanzitutto passato a una politica di predifesa regionale, nel contesto della quale ha contribuito costantemente alla militanza dei nemici di Israele nei territori palestinesi. In secondo luogo, si è procurato un arsenale militare di vasta portata con cui può minacciare gli Stati vicini, cioè impressionare loro e tutte le altre potenze interessate alla regione. In terzo luogo, la Repubblica islamica si è fatta strada tecnologicamente nei diversi stadi della produzione nucleare e dispone di tutti i mezzi e quindi della libertà di decisione autonoma in merito alla transizione verso una vera e propria potenza nucleare. Secondo le sue affermazioni, la Repubblica islamica nega il ruolo di Israele come potenza egemone regionale; in pratica, disturba e viola questa pretesa come meglio può e ovunque può; e ha il potere di relativizzare in modo decisivo la sua pretesa di sovranità esclusiva sull’equilibrio di potere nella regione.

Sotto la guida di Netanyahu, Israele si propone quindi di rimuovere quest’ultimo ostacolo alla sua egemonia regionale. Il fatto che Israele stia correndo un rischio del tutto diverso in paragone a tutti i precedenti confronti con i suoi vicini è certamente tenuto in considerazione. Innanzitutto, per il semplice fatto che la gestione in corso di tutti i fronti secondari ha già l’unico e decisivo scopo strategico di togliere gradualmente dalle mani dell’Iran le leve della sua difesa regionale. In questo senso, Israele ha ottenuto successi decisivi anche nella sua guerra su più fronti, che dura ormai da più di un anno: Il suo potere di deterrenza superiore ha apparentemente fatto una tale impressione sull’Iran che questi ha osservato per molto tempo il graduale annientamento dei movimenti e delle milizie alleate.
Tuttavia, la leadership iraniana non vuole lasciare senza risposta il bombardamento della sua missione diplomatica nella capitale siriana, nonostante attacchi ad ambasciate siano proibiti dal diritto internazionale. Da parte sua, l’Iran decide di portare l’escalation militare a un nuovo livello. Almeno da un lato, anche questo conferma la linea di escalation sovranamente calcolata di Israele: la prima raffica di missili balistici che l’Iran lancia contro Israele è stata resa quasi del tutto inefficace dalle difese aeree israeliane e dal sostegno completo dei suoi alleati occidentali – Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Inoltre, Israele può registrare che la leadership iraniana ha dichiarato che l’attacco aereo al complesso della sua ambasciata è stato sufficientemente punito con questo tentativo di contrattacco, che è stato praticamente non distruttivo per Israele, il che significa che l’Iran da canto suo vuole tornare al confronto indiretto degli ultimi anni e mesi. D’altra parte, questo primo attacco diretto iraniano, anche se viene liquidato dalla leadership e da gran parte dell’opinione pubblica israeliana come ridicolo e imbarazzante per i pomposi mullah, è una novità strategica e politica nella storia della guerra israeliana, che mostra chiaramente quanto avventurismo sia implicato nella determinazione di Israele a trasformare la regione in linea con le sue pretese di sicurezza, cioè di supremazia anti-iraniana: Dopo tutto, la leadership iraniana non si è fatta scoraggiare dal lanciare questo primo attacco del genere contro Israele – una tale miscela di autostima e fondamentalismo esiste apparentemente anche a Teheran – e ha così sfidato le difese aeree ad alta tecnologia di Israele. Ovviamente Israele ha potuto vincere questa sfida con un risultato ragionevolmente mite solo perché altre potenze si sono rese disponibili come supplementi militari: un fatto non felice per Israele, perché per la prima volta un nemico ha messo alla prova l’attrezzatissimo scudo di difesa aerea israeliano fino al limite delle sue capacità.
Sotto quest’ultimo aspetto, il secondo attacco missilistico iraniano, effettuato come rappresaglia all’escalation israeliana – l’uccisione del leader di Hamas Haniyeh, che era stato ufficialmente invitato all’insediamento del nuovo presidente, nel centro della capitale iraniana – è stato molto più decisivo e i suoi effetti sono stati molto più chiari. Dopo l’iniziale negazione da parte dei censori militari, Israele si vede in fine costretto ad ammettere l’impatto di questo secondo attacco diretto dell’Iran. Insieme alla guerra dei missili e dei droni imposta da Hezbollah, l’attacco iraniano di ottobre è stato in grado di superare almeno in parte lo scudo difensivo quasi perfetto di Israele. Israele non vuole questo imbarazzo in nessun caso. L’unico momento inconveniente riguardante la capacità di potersi tenere a distanza qualsiasi notevole devastazione del paese e di delimitare sempre il campo di battaglia, non funziona più così perfettamente. Ciò non significa che la superiorità di Israele sia distrutta, tanto più che la sua arma nucleare è sempre presente come fondamento di ogni intimidazione e delle offensive basate su di essa. Ciò che è danneggiato, tuttavia, è questo momento di totale libertà di offensiva e di escalation, che per lungo tempo ha permesso a Israele di non avere a che fare con la pace e la guerra come alternative strategiche, ma di essere in grado di scatenare qualsiasi guerra ritenga necessaria nelle zone adiacenti o anche lontane.
È quindi chiaro che Israele deve “rispondere”, e questa volta a questo livello, cioè di nuovo in un modo che rappresenti una novità nella storia della sua opposizione violenta all’Iran: Deve essere un attacco aperto con la propria aviazione sul territorio iraniano, qualsiasi altra cosa sarebbe, nella logica della guerra regionale di Israele, cioè nella logica del suo status imperialista che sta rivendicando e praticando con questa guerra, un’ammissione della sua fragilità e quindi una sconfitta. Dopo qualche settimana, la leadership israeliana ordina il bombardamento di strutture cruciali per la produzione di combustibile per razzi e quindi per la capacità operativa dell’arsenale missilistico balistico iraniano, nonché di alcune importanti strutture di difesa aerea iraniane; l’IAF esegue l’ordine con la sua solita impressionante precisione, senza che gli attaccanti israeliani subiscano alcuna perdita. La leadership iraniana chiarisce subito che non risponderà a questo attacco ma accetterà questa prova della superiorità aerea israeliana che si estende al suo territorio.

Tuttavia, Israele non è per niente soddisfatto del fatto che l’Iran sia stato efficacemente scoraggiato e messo al suo posto per il momento. A quanto pare, Israele stesso si è dato uno standard di successo più elevato.

b)
Ciò è dimostrato non da ultimo dalla disputa interna israeliana che ha avuto inizio nel periodo precedente all’attacco aereo contro l’Iran e che non può essere risolta facendo riferimento al successo dell’ultima azione militare. L’insoddisfazione espressa parte dal fatto che Israele ha impiegato così tanto tempo per contrattaccare ed è ulteriormente alimentata dal fatto che l’attacco aereo si è rivelato poco disastroso, sottolineando ciò che invece avrebbe dovuto essere distrutto: le grandi strutture di estrazione, lavorazione e spedizione del petrolio e del gas, perché da esse dipende l’esistenza economica dell’Iran; le strutture della leadership centrale iraniana, soprattutto nella capitale, perché anche da esse dipende l’effettivo regime dei mullah sulla loro nazione; ma soprattutto: gli impianti nucleari iraniani, perché forniscono allo Stato nemico un grado di autonomia strategica a cui non ha diritto. Nel complesso, le critiche si riducono al fatto che Israele continua a permettere agli strateghi di Teheran di usare la propria potenza militare in modo calcolato, invece di smozzare una volta per tutte le loro capacità di difendersi. Queste dichiarazioni rivelano la posizione che Israele ha effettivamente raggiunto nei confronti della potenza nemica iraniana e il principio guida della sua intera guerra regionale: Israele è arrivato a un punto tale della sua carriera imperialista da non definire più l’Iran, che in ultima analisi sostiene tutti gli avversari minori che ancora attaccano Israele in modo tangibile, solo come il suo più grande avversario ma come la minaccia esistenziale con cui la coesistenza non è più possibile, nemmeno in condizioni di deterrenza superiore. Questa decisione sull’incompatibilità tra l’esistenza di Israele come Stato, che equivale alla sua esistenza come potenza regionale, e l’esistenza dell’Iran come potenza autonoma nella regione è la vera ragione e il contenuto strategico dell’incessante campagna di distruzione di Israele nella Striscia di Gaza, la ragione della sua espansione a tutta l’area circostante; ed è per questo che si è arrivati a un confronto militare diretto tra queste due potenze.
Certo, come potrebbe essere altrimenti, la loro pratica segue la logica dell’escalazione della deterrenza insita nella guerra: Israele attacca in modo sempre più massiccio gli alleati iraniani, poi i rappresentanti militari e politici dell’Iran stesso , lo sfida con questi attacchi a vendicarsi e allo stesso tempo fa capire che non possono permetterselo. Questo spinge l’Iran a non farsi più intimorire e a attaccare Israele con il proprio arsenale missilistico. Questo è il prossimo giro di escalazione a un livello più alto.
Per i critici interni di Israele, questo non è sufficiente e hanno ragione: non si tratta più di un rafforzamento della deterrenza nei confronti della potenza iraniana, ma della sua definitiva eliminazione. Lo affermano anche coloro che difendono la campagna aerea contro l’Iran come un successo: I loro due argomenti principali sono che la distruzione degli impianti di produzione di combustibile missilistico ha privato l’Iran di un mezzo decisivo per la sua già scarsa capacità di deterrenza e che la distruzione di importanti sistemi di difesa aerea lo ha reso molto più vulnerabile di prima. Entrambi i riferimenti presuppongono e testimoniano il punto di vista condiviso da tutto Israele secondo cui questo attacco aereo non è stato la fine temporanea dell’escalazione, ma il preludio per tornare al punto di partenza e per fare finalmente il decisivo passo avanti con la sua esecuzione: Si tratta della distruzione dell’Iran come potenza a livello regionale. Il comandante in capo politico e rappresentante del risveglio israeliano non ne fa mistero: egli chiarisce sempre che non c’è spazio per una potenza iraniana nel Medio Oriente di Israele.

c)
Ma è proprio questo che Israele non può avere in tal modo. A questo proposito, il dibattito interno israeliano non solo testimonia la pretesa di Israele di depotenziare l’Iran, ma anche la contraddizione in esso contenuta: Israele è troppo grande per voler coesistere ancora a fianco dell’Iran come potenza, così come quest’ultima è ora costituita – autonomamente capace di guerra in termini offensivi e difensivi. Ma l’Iran è troppo grande per essere affrontato ed eliminato come Israele fa con tutti gli altri avversari. Israele non è in grado di eliminarlo come minaccia esistenziale, cioè come sfida alla pretesa di Israele di dominare da solo gli Stati della regione. Per lo stesso motivo, non può realizzare autonomamente ciò che dal suo punto di vista è assolutamente necessario: la distruzione dell’Iran come potenza strategica.
Nessuno in Israele, tra coloro che contano, si fa illusioni su questo punto. Essi prendono questa contraddizione oggettiva del loro status imperialista e il programma che ne deriva come una provocazione per risolverla. E anche in Israele non c’è alcuna controversia su dove si debba cercare e trovare l’unica soluzione: nell’alleanza con la potenza mondiale USA.14
Israele li sta già utilizzando ampiamente e con successo nella sua guerra regionale. La stessa libertà che Israele si prende su tutti i fronti per distruggere i suoi avversari dipende in modo cruciale dal fatto che l’America soddisfi l’eccessiva domanda di rifornimenti che la guerra ibrida contro i palestinesi genera – e dal fatto che protegga l’uso della forza da parte di Israele con la sua potenza militare, che era già presente nella regione ed è stata massicciamente rafforzata all’inizio della guerra: Il minaccioso “No! Non farlo!” (Don’t! Don’t!) dell’ottobre 2023 era formalmente rivolto a chiunque potesse anche solo pensare di interferire nella campagna di annientamento di Israele contro Hamas; in realtà, era rivolto all’Iran. Questo sfondo di intimidazione americana era ed è indiscutibilmente solido e non è stato messo seriamente in discussione da nessuno: gli Stati Uniti sostengono e proteggono la guerra autonoma di Israele. Per gli strateghi israeliani sono stati loro ad obbligare gli Stati Uniti. Hanno ragione perché l’alleanza tra la loro potenza regionale e la potenza mondiale americana ha funzionato per decenni in modo tale che l’America ha permesso a Israele di dettare più e più volte, sulla base di inimicizie ampiamente congruenti nella regione, quali sono queste inimicizie e come devono essere gestite. Il risultato è sempre stato che ogni differenza emergente su queste questioni è sempre stata praticamente risolta da Israele portando avanti le sue ostilità, mettendosi così ripetutamente in situazioni che non avrebbero lasciato all’America altra alternativa se non quella di schierarsi al fianco del suo alleato più piccolo con un sostegno materiale e una protezione strategica.
Per Israele la cosa è chiara: l’alleanza che ha funzionato così bene per lo stato ebraico e che gli ha permesso di raggiungere con successo il punto in cui ora si trova, deve e può essere utilizzata anche per realizzare l’importantissima transizione verso una superpotenza regionale, ossia per eliminare l’interferenza sistemica dell’Iran. Seguendo lo stesso schema di tutti i casi precedenti, Israele sta quindi intensificando il confronto con l’Iran. Nel passaggio agli attacchi diretti reciproci, chiede e riceve il sostegno completo e incondizionato degli Stati Uniti, che si rendono utili per respingere gli attacchi missilistici iraniani e, allo scopo di dissuadere ulteriormente l’Iran, aumentano anche la sua presenza militare nella regione per un attacco offensivo globale.
Tuttavia, questa è anche la differenza decisiva rispetto al ruolo che l’America svolge in relazione agli altri fronti di Israele: La potenza mondiale, con i suoi poteri bellici unici, non è più richiesta come garante dell’autonomia bellica di Israele, ma come suo sostituto, perché Israele non ha questa autonomia nei confronti dell’Iran. L’Iran è troppo grande e le esigenze strategiche belliche di Israele nei confronti dell’Iran sono troppo impegnative perché possa da solo condurre e vincere la battaglia finale per la sua supremazia regionale in modo così inequivocabile come richiederebbe questo status di supremazia che vuole raggiungere.15 Ciò equivale a costringere gli Stati Uniti a estendere la loro promessa di protezione finora affidabile anche all’Iran e rendere la guerra contro l’Iran, che Israele ha messo in agenda, un affare proprio. Di conseguenza, Israele sta intensificando, parallelamente alla situazione bellica, la sua diplomazia di guerra anti-iraniana nei confronti dell’America, applicando la collaudata dialettica di dipendenza e autonomia: sta provocando la seconda grande potenza della regione a innalzare il conflitto a un nuovo livello che rende la guerra più pericolosa per Israele di tutti i suoi conflitti militari precedenti o paralleli; e sta sempre più apertamente mettendo in gioco la propria potenza nucleare come prossima e ultima opzione di escalation.16 Questa dovrebbe essere la leva per uscire dal dilemma della necessità e dell’impossibilità di un’eliminazione militare autonoma dell’Iran. Israele sta facendo ogni sforzo per far sì che gli Stati Uniti risolvano il loro dilemma. L’America dovrebbe realizzare la sconfitta finale dell’Iran e l’eliminazione di tutti i suoi mezzi convenzionali per impedire a Israele di usare le sue armi nucleari, il che è sicuramente incluso nel calcolo bellico israeliano come un’emergenza assoluta. E lo deve fare soprattutto per risparmiarsi un tale atto di violenza da parte del suo protetto, che significherebbe la liberazione del suo impiego ma sarebbe assolutamente incompatibile con la funzione di quest’ultima arma di distruzione. Il rischio di un’escalation di azioni israeliane contro il suo acerrimo nemico ha lo scopo di costringere gli Stati Uniti ad aiutare Israele a conseguire la vittoria di cui ha bisogno per il suo potere regionale.

d)
Però l’America non può essere strumentalizzata, nemmeno da Israele. L’America non è una leva per risolvere il dilemma del potere regionale israeliano anti-iraniano, proprio per lo stesso motivo per cui Israele fa affidamento sull’America. Gli Stati Uniti sono una potenza mondiale proprio perché decidono da soli e di propria iniziativa le amicizie e le inimicizie e come affrontarle; perché non permettono a nessun’altra potenza di dettare la propria politica mondiale, né tantomeno permettono ad altri di coinvolgerli in guerre – più che in accordi di pace. La superiore potenza bellica dell’America, che Israele vuole funzionalizzare per sé, si dimostra una potenza mondiale proprio perché è in grado di usarla in tutto il mondo in qualsiasi momento, ma si riserva il diritto di decidere dove e come, senza fare concessioni ad altri.

Ciò ha due conseguenze per Israele.
Un uso non autorizzato della bomba nucleare israeliana è decisamente fuori discussione per l’America. Questo – prevedibilmente – scuoterebbe l’equilibrio regionale di potere in misura non più controllabile; questo – altrettanto prevedibilmente – significherebbe che il protetto della potenza mondiale subirebbe un irreversibile isolamento politico da parte del mondo degli Stati, le cui conseguenze nemmeno gli Stati Uniti sarebbero in grado di annullare; soprattutto, però, questo creerebbe un precedente per un passaggio alla guerra nucleare nel mondo, che distruggerebbe ciò che il potere mondiale dell’America rappresenta in ultima analisi, vale a dire il suo monopolio, garantito dalla sua deterrenza unilaterale. Ne consegue che gli Stati Uniti non possono essere ricattati dalla minaccia di una tale transizione, né possono essere costretti a un attacco disarmante contro l’Iran.Abbandonare seriamente l’intera regione all’arbitrario potere di controllo di Israele è fuori questione per gli Stati Uniti – e non sarebbe neanche l’ultima parola se Israele realizzasse l’opzione sempre presente di un colpo devastante contro il potere del “regime dei mullah”.
La terza conseguenza, tra l’altro, è quella che viene effettivamente presa dai combattenti israeliani per un Medio Oriente senza Iran sotto la loro supremazia: al di sotto della transizione verso la battaglia finale anti-iraniana, che non è a loro disposizione, continuano a utilizzare la potenza militare israeliana per trasformare la regione praticamente in un fronte chiuso contro l’Iran. Questo ha lo scopo di fornire al potere americano, la cui sovranità in materia di guerra e pace non è disponibile per Israele, un contributo costruttivo per una decisione americana, grazie al quale l’America sarebbe disposta ad accettare, per intuizione strategica, che il completamento della supremazia di Israele sul Medio Oriente è, in ultima analisi, senza alternative per la supremazia dell’America sul resto del mondo.
Quindi, per il momento, non ci saranno morti, uccisioni e distruzioni senza senso in Medio Oriente, solo quelle ragionevoli.

1La politica di conquista del territorio dei primi decenni dell’esistenza di Israele come Stato ha lasciato il posto a una protezione completa attraverso la deterrenza e una potenza offensiva sempre efficace; in cambio, Israele ha acquisito una delle forze aeree più grandi e moderne del mondo, affiancata da capacità di difesa missilistica che impressionano tutti gli esperti. Le forze di terra regolari, in particolare le truppe corazzate, sono diventate sempre meno importanti e, quando sono coinvolte in combattimenti urbani, subiscono perdite a cui l’esercito israeliano e l’opinione pubblica nazionale devono abituarsi. Allo stesso tempo, l’esercito israeliano si affida in misura molto maggiore rispetto ad altri eserciti a un enorme bacino di riservisti addestrati, proprio a causa della sua concentrazione sulla forza aerea ad alta tecnologia con il relativo personale altamente qualificato, che si adatta anche alle guerre brevi e fulminee a cui ci siamo abituati negli ultimi decenni, ma sempre meno a una guerra permanente e prolungata contro guerriglieri che non possono essere sradicati.

2Smotrich, ad esempio: “Dove non c’è presenza civile, non c’è presenza militare a lungo termine, non c’è sicurezza e c’è una minaccia esistenziale per lo Stato di Israele e i suoi cittadini, e non dobbiamo permettere che ciò accada” (Middle East Monitor, 28.10.24)

3 “Inoltre, ha aggiunto che i palestinesi dovrebbero mantenere solo una limitata autonomia locale “senza caratteristiche nazionali” e ha dichiarato che coloro che insistono su uno Stato palestinese saranno costretti ad andarsene. Coloro che non vogliono o non possono rinunciare alle loro ambizioni nazionali riceveranno il nostro sostegno per emigrare in uno dei tanti Paesi arabi dove gli arabi possono realizzare le loro ambizioni nazionali, o in qualsiasi altra destinazione nel mondo”, ha dichiarato Smotrich”.

4Dall’infiltrazione tecnica di Hezbollah, resa evidente dall’esplosione di diverse migliaia di dispositivi di comunicazione mobile appartenenti a ufficiali e combattenti di Hezbollah, al bombardamento di quartieri di Beirut – naturalmente non senza preavviso, come si addice all’umanesimo dell’esercito più umanista del mondo – fino allo sradicamento di interi villaggi sotto l’aspetto di “infrastrutture del terrore”, le immagini che si vedono della Striscia di Gaza si ripetono.

5“L’eliminazione di Nasrallah è una condizione necessaria per la realizzazione degli obiettivi che ci siamo prefissati: il ritorno sicuro degli abitanti del nord alle loro case e il cambiamento dell’equilibrio di potere nella regione per anni”. (Dichiarazione del Primo Ministro Netanyahu, gov.il, 28.9.24)

6Israele, in virtù della sua indiscutibile pretesa di autonomia in materia di guerra e pace con i suoi vicini, non ha voluto commentare la notizia secondo cui gli Stati Uniti avrebbero minacciato di limitare le forniture di armi per spingere Israele a concludere un accordo per il cessate il fuoco.

7In particolare nel sud della Siria, Israele si sta preparando non solo a rendere il territorio siriano inadatto come retroterra di Hezbollah, ma anche a renderlo adatto come trampolino di lancio per le proprie offensive. Israele ha iniziato a bonificare i propri campi minati sulle alture occupate del Golan, al confine con la zona demilitarizzata sul margine orientale del Golan; si stanno costruendo strade e fortificazioni per consentire una rapida avanzata delle proprie truppe di terra in territorio siriano, qualora si presentasse l’opportunità di aprire un fronte nelle retrovie orientali di Hezbollah, attivo nel sud del Libano. Per garantire queste attività contro eventuali attacchi dal territorio siriano, carri armati e altri veicoli militari israeliani sono già avanzati in territorio siriano oltre la zona demilitarizzata.

8“Questa sera ho inviato una lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere un’azione immediata contro le attività delle milizie filo-iraniane in Iraq, il cui territorio viene utilizzato per attaccare Israele”, ha dichiarato Saar in un post su X, che includeva una copia della lettera. Saar ha sottolineato che Israele ha il diritto di difendersi secondo la Carta delle Nazioni Unite e ha affermato che l’Iraq “è responsabile, secondo il diritto internazionale, di impedire l’uso del suo territorio come base per attacchi contro altre nazioni”. Israele chiede al governo iracheno di adempiere a questo obbligo e di prendere misure immediate per fermare e prevenire questi attacchi”, ha aggiunto Saar. Saar ha dichiarato che Israele “prenderà tutte le misure necessarie per proteggere se stesso e i suoi cittadini dalle milizie sostenute dall’Iran” (iraqinews.com 19.11.24).

9I moderni sistemi di difesa aerea russi erano fuori questione per i commercianti di armi iracheni, perché avrebbero messo l’Iraq nel mirino delle sanzioni occidentali; i negoziati tra gli iracheni e i potenziali fornitori in Francia, Germania e Italia, in corso dall’inizio dell’anno, sono di fatto falliti. L’Iraq ha ora la possibilità di acquistare un sistema antiquato dalla Corea del Sud, che non sarà consegnato prima dell’anno prossimo.

10Il ministro della Sicurezza Ben-Gvir, religioso-sionista, provoca ripetutamente presentandosi di persona con un gruppo armato sul Monte del Tempio, sul quale una fondazione giordana esercita la sovranità amministrativa e di sicurezza in conformità con l’attuale legge giordano-israeliana. Il suo collega di gabinetto Smotrich, religioso-sionista, di tanto in tanto solleva pubblicamente l’opzione di deportare in Giordania i palestinesi non graditi, il che dimostra anche quanto poco le autorità giordane siano in grado di controllare la situazione in cui si trovano.

11All’epoca, “terra” indicava la condizione che doveva essere soddisfatta affinché le potenze arabe fossero disposte a riconoscere e ad avviare relazioni civili con Israele, ossia la restituzione dei territori occupati da Israele nel 1967. Da qualche tempo a questa parte, la “terra” non rappresenta più questa condizione, ma la malridotta pretesa degli Stati arabi di vedersi riconosciuto da Israele lo status di poter porre le condizioni per una pace formale con Israele. Israele ora non è più esplicitamente disposto ad accettare questa condizione.

12 Dopo il raid aereo su larga scala sulla città portuale yemenita di Al-Hudaida, i politici israeliani hanno ringraziato ufficialmente l’Arabia Saudita per aver autorizzato l’IAF a utilizzare lo spazio aereo saudita per gran parte della rotta dei loro bombardieri. La politica estera saudita è stata prontamente costretta a smentire. E ancora una volta, non importa quale delle due parti stia mentendo: il fattore decisivo è il momento di umiliazione diplomatica con cui Israele rafforza la sua pretesa di sostegno delle sue azioni.

13A gennaio Netanyahu aveva detto che “il Qatar ha una potente influenza su Hamas e che il ruolo di Doha nei negoziati per la liberazione degli ostaggi non ha ancora dato frutti…” ”Penso che si debbano fare richieste appropriate al Qatar, che ospita Hamas, che finanzia Hamas. … Il mondo intero deve esaminare il ruolo del Qatar.” (Asharq Al-Awsat, 29.1.24) Suo figlio Jair Netanyahu è un po’ più esplicito: “C’è un secondo sostenitore del terrorismo, che è il Qatar. Per qualche motivo, a questo ricchissimo Stato viene steso il tappeto rosso a Washington e a New York, ma secondo me è il secondo più grande terrorista del mondo dopo l’Iran” (amad.com.ps, 15.7.24).

14Si legge, ad esempio, così: “Dopo il secondo attacco iraniano, ci si può chiedere se una reazione solo per il gusto di reagire sia giusta da un punto di vista strategico. È necessario un attacco dopo due round? Queste domande devono essere poste se si decide che la prossima mossa di Israele deve essere strategica e non tattica. A mio avviso, una risposta rimarrebbe nell’ambito tattico e danneggerebbe piuttosto che rafforzare la deterrenza di Israele.
Se l’esercito israeliano colpisce in modo moderato e limitato per evitare un’escalation, lo sforzo di difesa sarà sprecato. Se invece Israele attacca infrastrutture militari e civili su larga scala, l’Iran sarà costretto a rispondere e Israele si ritufferà in un’altra sorta di lunga, dannosa e pericolosa guerra di logoramento con attacchi e contrattacchi. Si tratta di una trappola in cui è meglio non cadere e che potrebbe vanificare i risultati ottenuti da Israele in termini di deterrenza. L’unica risposta possibile è quindi quella strategica: il programma nucleare iraniano, questo potenziale è l’unica minaccia esistenziale per lo Stato di Israele. Il governo e le forze di difesa israeliane devono concentrarsi su questo aspetto in modo strategico globale, non tattico, e non devono ridurre la lotta contro questa minaccia a una risposta solo tattica.La maggior parte di coloro che sono coinvolti in questo lavoro concordano sul fatto che una stretta cooperazione con gli Stati Uniti è necessaria per infliggere danni significativi all’arma nucleare iraniana. Alla vigilia delle elezioni negli Stati Uniti, tale cooperazione non è ovviamente possibile, ma potrebbe diventarlo dopo novembre. Non è chiaro se gli Stati Uniti vorranno partecipare a un attacco alle strutture nucleari iraniane dopo le elezioni, ma spetta a Israele provarci. Fino ad allora, qualsiasi altra mossa offensiva da parte nostra contro l’Iran sarà solo una risposta tattica al fallimento del loro attacco. (Omer Bar-Lev, ex comandante di un’unità speciale dell’intelligence militare israeliana e poi ministro della Pubblica sicurezza, in Haaretz, 10.10.24).

15Questa mancanza di capacità bellica autonoma israeliana contro l’Iran si manifesta a sua volta nella questione della distruzione del potenziale nucleare iraniano, che per Israele rappresenta la quintessenza di ciò che è così intollerabile dell’Iran: i componenti decisivi del programma nucleare iraniano sono installati in strutture bunker che non possono essere distrutte in modo calcolabile nemmeno con le più massicce bombe bunker-busting di cui Israele dispone. Solo le bombe americane del tipo GBU-57 – che, a quanto si apprende, sono state sviluppate proprio pensando agli impianti nucleari sotterranei iraniani – sono in grado di farlo; inoltre, Israele non dispone di aerei in grado di trasportare queste bombe.

16Qualche decennio fa, Israele si è lasciato ‚convincere’ dagli Stati Uniti a non ammettere ufficialmente di avere un’arma nucleare, di cui tutti erano a conoscenza, cioè a non usarla apertamente come minaccia diplomatica. Da questa necessità, gli strateghi israeliani hanno fatto da tempo una virtù della loro dottrina, che hanno battezzato “ambiguità deliberata” , che in ogni caso serviva a sottolineare l’imprevedibilità di cui gli avversari dovevano avere paura. Per la transizione a cui Israele sta attualmente lavorando, sembra che a un numero sempre maggiore di strateghi di parte convenga che Israele si stia costruendo come una “vera” potenza bellica nucleare, in cui il possesso del mezzo di distruzione definitivo coincide con il diritto riconosciuto di possederlo per garantire in ultima analisi la superiorità e la legittimità della propria violenza.

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