Israele crea un nuovo Medio Oriente per sé e per il mondo

Alcuni osservatori notano una serie di novità nella guerra che si sta infuriando nel Medio Oriente dall’autunno 2023. Gli uni sottolineano che mai prima d’ora sono stati uccisi così tanti palestinesi nel corso di una sola tra le numerose guerre di Israele; gli altri osservano che mai prima d’ora sono stati uccisi così tanti israeliani nel corso di uno o due giorni da arabi e che da allora il conteggio dei morti israeliani ha assunto proporzioni senza precedenti; gli esperti delle forze di difesa aerea israeliane sottolineano che più missili che mai vengono lanciati contro Israele e che stanno in parte raggiungendo il loro obiettivo, impedendo di fatto il ritorno a una normalità civile. Chiunque sia interessato alla prospettiva di una “soluzione a due Stati” dopo la guerra deve rendersi conto che Israele non ha mai distrutto così a fondo per i prossimi decenni tutti i prerequisiti fattuali e le condizioni minime per l’esistenza di uno Stato ma nemmeno per una sola persona nella Striscia di Gaza; chiunque dichiari che l’effettiva minaccia dell’Iran sia al giorno d’oggi oggetto delle preoccupazioni di Israele non può non notare che questo Stato, per la prima volta, sta bombardando direttamente con missili e altre armi aeree l’Iran. Chi aderisce all’idea di Israele come “rifugio sicuro” per tutti gli ebrei del mondo ora deve rendersi conto che Israele per loro è diventato il luogo più insicuro in tutto il mondo; ecc.
Nessuna di queste osservazioni è sbagliata, ma nemmeno i superlativi quantitativi che cercano di caratterizzare l’attuale violenza, di cui alcuni sono stati registrati con sgomento, altri con derisione, altri ancora con distaccato interesse, esprimono un giudizio accurato di ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Resta da chiarire quale sia la nuova qualità della violenza che Israele sta portando avanti nel confronto con i suoi avversari da un anno a questa parte. Le informazioni che riceviamo dai leader israeliani a questo proposito sono di scarso aiuto. Questi stessi leader sono in totale disaccordo su ciò che stanno facendo, sulle conseguenze e sulle prospettive; e lo sono non malgrado la situazione in cui stanno facendo precipitare la loro nazione e la regione circostante, che richiede “veramente!” l’unità nazionale, ma proprio a causa di questa situazione: l’intensificazione della disputa nazionale tra la leadership politica e militare di Israele e i rispettivi sostenitori popolari è la prova che questa nazione sta compiendo con la sua guerra regionale un progresso imperialista di tipo nuovo e unico.

1. La guerra di Israele a Gaza

a)
Negli ultimi decenni, Israele ha praticato una sorta di coesistenza con Hamas, considerata come organizzazione terroristica. Sulla base della sua indubbia e totale superiorità militare e sul presupposto che il programma di creazione di uno Stato palestinese non ha la minima prospettiva di essere realizzato, Israele si è ritirato militarmente e civilmente dalla Striscia di Gaza e ha eretto una zona di protezione e sorveglianza quasi perfetta. Approfittando di una divisione politica creata dagli stessi palestinesi, ha escluso quel pezzo di terra, insieme alla sua popolazione e il suo establishment, da tutte le relazioni diplomatiche che tiene con la Cisgiordania e l’autorità autonoma li tollerata. Israele si è assicurato de facto il controllo dei confini della Striscia e di tutti i valichi di frontiera legali e ha permesso o impedito il traffico legale tra la Gaza e il mondo esterno solo secondo calcoli propri. Israele non ha mai in alcun modo riconosciuto legalmente a Hamas il diritto di prendersi cura dei palestinesi, ma di fatto glielo ha concesso, visto che non vuole avere nulla a che fare dal punto di vista programmatico con i Palestinesi. Inoltre ha concesso al Hamas di assicurare un ordine tra gli abitanti del Gaza, utile anche a Israele; negando allo stesso tempo all’organizzazione qualsiasi status di controparte degna di un negoziato politico o anche solo di un accordo amministrativo. Le uniche forme di rapporti diplomatici ufficiali con questa organizzazione si sono limitate a negoziati, sempre indiretti con la partecipazione di altri Stati, nei momenti in cui si dovevano affrontare fasi di conflitto armato diretto. In varie occasioni, Israele ha bombardato la Striscia di Gaza con l’aviazione e l’artiglieria terrestre e marittima, ha distrutto proprietà militari e civili nella Striscia di Gaza e ha lasciato ogni volta qualche migliaio di palestinesi morti, per rendere chiaro in ogni direzione che il programma politico di Hamas e l’organizzazione stessa sono assolutamente illegali e che la loro esistenza dipende dai calcoli di opportunità di Israele.

Quello che per Israele non era un buon arrangiamento, ma in linea di massima funzionante per il suo problema con Gaza e i palestinesi – e che causava per la popolazione delle condizioni di vita miserabili e incalcolabili – è stato utilizzato da Hamas per i suoi scopi politici. Con il suo regime sul piccolo territorio e i suoi 2 milioni di abitanti, ha creato una sorta di Stato (in costruzione) e una milizia clandestina. Con quest’ultima ha colpito Israele nell’ottobre del ’23: attraversando il confine perfettamente protetto da Israele, ha compiuto un massacro ‘dimostrativo’, ha sparato razzi nel cuore di Israele e preso in ostaggio oltre 200 persone. Secondo le sue inequivocabili intenzioni, ha dichiarato guerra a Israele: una guerra per fondare uno Stato da una condizione di quasi totale inferiorità militare, letteralmente dal sottosuolo.

In effetti, all’inizio Israele ha risposto come avrebbe fatto con un attacco da parte di uno Stato nemico, con la distruzione degli invasori e una guerra aerea contro postazioni militari e altri obiettivi nel territorio di Hamas. Fin dall’inizio, tuttavia, l’obiettivo non è stato quello di costringere alla resa – incondizionata – una potenza militare nemica con attacchi devastanti contro i suoi mezzi e le sue risorse umane e materiali. Israele non ha mai concesso ad Hamas lo status di potenza da destituire, e certamente non dopo il massacro di ottobre. Israele non ha condotto una guerra contro un esercito nemico, ma ha lanciato – seguendo le sue dichiarate intenzioni – un’operazione di sterminio contro una banda di terroristi. L’etichetta “terrorismo” non è mai stata intesa solo come una giustificazione morale per il proprio terrore bellico, ma piuttosto come una direttiva molto pratica per la sua missione di eliminare i nemici mortali della sua sovranità statale, e quindi dell’esistenza stessa di Israele. Così come incondizionatamente e senza compromessi uno Stato – qualsiasi Stato – agisce contro i suoi nemici interni: Essi devono essere eliminati insieme alle loro convinzioni politiche sovversive e puniti per la loro ribellione, al fine di ripristinare la violata sovranità del potere supremo. Unica differenza decisiva è che Hamas non è un’organizzazione terroristica interna a Israele, ma una potenza esterna. Ma dal punto di vista di Israele, non è certo uno Stato con un proprio diritto militare e bellico; piuttosto qualcosa di simile a una ONG di combattenti illegali, definita come tale dalla decisione di Israele di assoluta incompatibilità tra la volontà statale palestinese rappresentata militarmente da Hamas e l’esistenza statale di Israele; un gruppo di fuorilegge con un popolo senza Stato come base di massa.

La volontà di distruzione e la deliberata spietatezza dell’IDF (Israel Defence Forces) nella Striscia di Gaza – e nel frattempo anche in Libano – sono le conseguenze della campagna bellica di distruzione completa del terrore di Hamas che il governo Netanyahu ha commissionato per attuare una volta per tutte la decisione di incompatibilità presa tempo fa. Logicamente, questo atto non ha uno scopo bellico come le precedenti guerre israeliane per la creazione del proprio Stato, quale la conquista di territorio e l’espulsione della popolazione per prenderne possesso permanente. Con la totale messa al bando di tutti i comandanti dell’esercito di Hamas come terroristi assolutamente indegni di negoziazione e con l’uccisione di tutti i responsabili o ritenuti tali, la fine della guerra in seguito ad una capitolazione di un’autorità al comando è resa impossibile. Ciò che Israele intraprende in termini di azioni di sterminio è quindi fissato a lungo termine, la durata delle quali è interamente a disposizione della leadership israeliana, per cui è logico che lasci cadere nel vuoto ogni richiesta benintenzionata – e ancor più ogni intenzione critica – di fissare un obiettivo di guerra realizzabile o le condizioni per un accordo di pace. L’obiettivo della guerra di distruggere il terrorismo non è raggiunto fintanto che nella striscia di terra distrutta esiste ancora una volontà di creare uno Stato, una volontà che Israele classifica come un attacco alla sua esistenza.
Con questo scopo, ogni distinzione, anche solo ideale, tra forze armate nemiche e popolazione civile è invalidata. Dove, dal punto di vista israeliano, non c’è un’autorità di governo che possa essere riconosciuta in qualche modo, non c’è nemmeno un suo popolo a cui indirizzare i calcoli di guerra ed eventualmente del dopoguerra e non si può nemmeno applicare il diritto di guerra con le sue norme per la protezione di una popolazione militarmente inattiva, ma solo una folla di persone in cui si nasconde vergognosamente il mucchio di terroristi da spazzare via. Per questo non c’è bisogno di pensarci su due volte, ma ci sono solo danni collaterali di cui sono responsabili i criminali politici che si combattono. Né, altrettanto logicamente, Israele intende instaurare un regime di occupazione su questi abitanti del Paese, che per lui sarebbe accompagnato da considerazioni in merito a un qualsiasi approvvigionamento minimo della popolazione, per la quale sarebbe impegnato in conformità con la legge di occupazione: Dopo tutto, l’esercito non ha come obiettivo la conquista o l’esautorazione, ma solo la missione di “dare la caccia, catturare ed eliminare i terroristi”. Non si sostituisce a un governo esautorato, perché non c’è mai stato; non c’è più un’autorità competente de facto come l’amministrazione di Hamas, che è stata tollerata in questa funzione per decenni, anzi non deve esserci più, perché la tolleranza è stata proprio l’errore che Israele non si è perdonato dall’ottobre del ’23. Le funzioni sociali che l’apparato di Hamas eventualmente svolge ancora non sono quindi più applicabili: tutte le attività di Hamas ricadono sotto il giudizio di “terrorismo”. E quando gli operatori umanitari stranieri si danno da fare coordinando le forniture alimentari di Gaza, si trovano di fronte al dubbio, difficile da dissipare, di ostacolare in ultima analisi la giusta lotta di Israele contro il terrorismo.

Un popolo senza stato giuridico, senza alcun regime responsabile, bombardato senza pietà ovunque gli abili servizi segreti israeliani dichiarino di aver individuato un combattente illegale, sgomberato da una zona all’altra ovunque dia fastidio: come questo possa sopravvivere, è, dal lato umano, l’esperimento che Israele sta perseguendo e che ha reso permanente con la sospensione definitiva della sua coesistenza con Hamas come amministrazione de facto della Striscia di Gaza.
La disputa politica interna in Israele è conforme a questa domanda.

b)
In linea di principio, Israele sta discutendo la questione degli ostaggi fin dall’inizio della guerra, anche se la natura delle dispute è cambiata con il progredire della guerra. All’inizio, erano soprattutto i parenti degli ostaggi a chiedersi quali concessioni Israele dovesse fare ad Hamas per riavere il maggior numero di ostaggi il più rapidamente possibile. Questa linea è storia. Comunque la vedano i parenti, la disputa è ora sinonimo di qualcos’altro: ogni riflessione su cosa significhi e cosa non significhi la logica dello Stato e del suo potere protettivo nei confronti dei propri cittadini è stata praticamente smentita dai progressi di Israele nella lotta contro Hamas e dai progressi politici del rapporto con i palestinesi in generale, che ora si stanno realizzando, e di cui Netanyahu è responsabile. A rendere di fatto impossibile la liberazione degli ostaggi per via negoziale – suscitando l’incomprensione e l’indignazione da parte dell’opinione pubblica israeliana – è la nuova volontà incondizionata, senza riserve, con cui si esclude qualsiasi tipo di accordo effettivo con Hamas e i suoi sostenitori, anche solo su questioni inerenti alla guerra. Gli ostaggi rimanenti sono condannati al loro prevedibile destino dalla nuova linea di Israele, la cui autocritica include in pratica – e a volte esplicitamente in pubblico – tutte le strategie negoziali ormai accantonate, con le quali in passato sono forse state riportati a casa molti cittadini, ma che hanno anche fornito all’avversario il respiro e il riconoscimento politico che ora non sono più un’opzione. La restituzione degli ostaggi è, o il risultato, o un contributo alla distruzione di qualsiasi volontà politica in favore alla Palestina, o non lo è affatto. Questa è la conseguenza che la nuova dimensione della guerra anti-palestinese impone a tutti quelli che prima erano abituati a qualcosa di diverso, questa è la lezione che si deve imparare sulla realtà di essere il popolo di Israele.

In un modo completamente diverso, i leader militari e politici alternativi sono irritati dal progresso che Netanyahu sta prescrivendo al suo Paese. Da un punto di vista militare, per Netanyahu troppo modesto, l’obiettivo politico della guerra è impossibile da realizzare e il tentativo di raggiungerlo in ogni caso è uno spreco di preziose risorse militari. Anche il ministro della Difesa Gallant, ora dimissionario, si era espresso in tal senso: Dal punto di vista politico-militare, occorre un chiaro obiettivo di guerra operativo o operativamente realizzabile, espresso come richiesta di condizioni per la fine della guerra che possano essere fissate e verificate. Questo è precisamente ciò che non si può ottenere con i progressi oggettivi che la nuova identità di Israele e la sua definizione di un nemico da distruggere in modo assoluto, compiono nel corso della guerra, e questo è ciò che infastidisce i rappresentanti di questo punto di vista personificato da Gallant. A volte vedono un’ottusità militare, a volte un egoismo politico da parte del primo ministro quando usa la sua sovranità politica sull’apparato militare israeliano per trasformare la Striscia di Gaza in un campo di macerie su cui i palestinesi dovranno vivere in futuro non solo senza alcuna prospettiva di uno Stato palestinese, ma anche senza alcuna ambizione di poter averne uno. Questo obbiettivo non potrà mai essere raggiunto militarmente, è la critica professionale alla nuova linea generale, come se si trattasse di un errore di calcolo militare.1 Coloro che hanno difficoltà a seguire il passaggio al nuovo obbiettivo di Netanyahu, perché si orientano alle guerre passate e prendono come metro di misura la superiorità di Israele, dimostrata anche dalle sue stesse basse perdite in passato, usano come argomento anche il crescente numero di morti e feriti dell’IDF – che ora fa parte del buon tono dell’opposizione. In questo modo, la disputa politica si trasforma nella questione se i propri morti dimostrino la necessità della guerra, nobilitino la nazione e il suo leader, o se siano la conseguenza e quindi la prova di una guerra che diventerà inutile se non ha una fine adeguata.
Le correnti stanno anche discutendo sulla questione scottante di come trattare la Striscia di Gaza dopo la guerra. Netanyahu si rifiuta a questa domanda in quanto tale, respingendo tutte le risposte in riguardo. Naturalmente, queste risposte vengono comunque date e testimoniano anche il fatto che la nazione israeliana sta entrando in una nuova fase della sua esistenza come Stato. Da un lato danno una risposta coloro che non hanno mai capito perché Israele abbia ritirato le sue truppe di occupazione dalla Striscia e abbia persino abbandonato gli insediamenti che vi erano già stati costruiti, e si vedono confermati dagli sviluppi militari, dai quali apprendono che senza una presenza militare permanente, la Striscia di Gaza non può essere altro che un rifugio per la militanza anti-israeliana. Loro collegano questo fatto con estrema facilità alla logica secondo la quale è stato creato il loro bel paese: conquistare e sorvegliare per colonizzare, colonizzare per sorvegliare e mettere in sicurezza tutto ciò che è stato conquistato.2 E di conseguenza, anche una parte del governo, con o senza l’Antico Testamento, è favorevole al reinsediamento nella Striscia di Gaza. D’altra parte, si sono subito espressi gli oppositori del governo o i partiti dell’opposizione democratica, nonché i militari, che vedono in questo scenario un indebolimento del potere militare, economico e politico, che era stato così ben superato dal ritiro di vent’anni fa. Vedono il pericolo che Israele diventi infine uno Stato dominato da fanatici religiosi, che concentra i suoi meravigliosi poteri su cose arcaiche come il sangue e il suolo. Tutti loro non immaginano più uno Stato di Palestina, ed è per questo che discutono sempre più veemente su come si possa insegnare ai palestinesi la De-nazionalizzazione del loro collettivo in cui Israele li sta trasformando – o se questo sia mai possibile, o se, a causa della natura dell’anima nazionale araba, non sia un tentativo che ovviamente è già fallito in passato perché era destinato a fallire.3

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La domanda se Israele sia sulla strada giusta con la sua guerra antiterrorismo e se stia facendo tutto correttamente non crea un dibattito acceso solamente in Israele ma è spesso posta anche dagli interessati all’estero per rispondere con una decisa approvazione o con un equilibrato “in parte”. A parte i contributi di esperti sul problema del suo successo, la domanda non ammette altre risposte: è volta a trovare buone ragioni per l’orgia di violenza, ragioni che possono essere riconosciute o meno.

Resta da chiedersi perché Israele stia reagendo all’attacco di Hamas nel modo in cui lo sta facendo da più di un anno. La risposta non può essere che lo Stato attaccato deve reagire. È più probabile che lo Stato che ha promesso al suo popolo l’invulnerabilità in un ambiente poco amichevole o ostile, sia stato umiliato dall’attacco terroristico, che deve essere annullato, moralmente parlando, con un contrattacco assolutamente sproporzionato. D’altronde non è neanche vero che questo Stato, con la sua potenza militare infinitamente superiore, sia stato costretto dall’atto di violenza di Hamas a ripetere per l’ennesima volta la devastazione della piccola striscia di terra sul Mediterraneo con decine di migliaia di morti, e questo come evento da Open-End.

Giustificando il suo accanimento, il capo del governo fornisce un’ulteriore risposta alla domanda sul “perché”. È l’Iran. Ed è proprio così, e da prendere sul serio: l’assoluta ostilità di Israele nei confronti di questo Stato non è la conseguenza del terrore sponsorizzato dall’Iran che supporta Hamas, ma la guerra permanente di Israele contro Hamas, contro questa perpetua fonte di disturbo, è parte dell’offensiva bellica contro il principale oppositore di un ordine di pace dittatoriale israeliano nella e per la regione. In ogni caso, il governo Netanyahu sta procedendo secondo questa logica, estendendo la guerra di Gaza sempre di più nell’area circostante – le occasioni si trovano, e se non si trovano si provocano – e disonorando tutti gli avvertimenti di un’estensione del conflitto in una guerra regionale generalizzata che deve essere evitata ad ogni costo: e Israele sta facendo proprio questo.
La sicurezza del suo popolo lo sta costringendo…

2. La guerra di Israele in Libano e la sua espansione in Siria, Iraq e Yemen

a)
In termini militari, questa offensiva si sta svolgendo principalmente nella sezione settentrionale del
fronte israeliano e la sua portata è evidente innanzitutto dal fatto che almeno metà del Libano rientra ora nella categoria del “fronte settentrionale”. Le azioni di Israele sono giustificate dalla riluttante guerra di solidarietà a colpi di missili e droni che gli Hezbollah libanesi stanno conducendo contro l’IDF e lo scudo di difesa aerea israeliano. L’obiettivo della guerra è il ritorno dei 70.000 israeliani, ufficialmente evacuati dal nord del Paese, nei loro villaggi e insediamenti; la leadership israeliana definisce come condizione decisiva la decimazione di Hezbollah, ovvero il suo ritiro a nord almeno fino al fiume Litani e la distruzione delle sue capacità, in modo che questa organizzazione anti- israeliana non rappresenti più una minaccia per Israele. Israele sta mettendo in pratica questa rivendicazione un po’ alla volta e le eventuali analogie con la guerra di Gaza non sono certo una coincidenza.4
Dal punto di vista politico, ciò è rilevante perché questo avversario è qualcosa di diverso, così come “l’ambiente” in cui e da cui opera. Infatti, sebbene il Libano sia un ‘failed state’, è sempre ancora uno Stato a cui Israele in quanto tale non nega il diritto di esistere. Israele non sostiene contro il Libano la sua rivendicazione esclusiva di Stato per il popolo ebraico, che estende invece a tutta la Palestina. Qualche tempo fa ha persino concluso un accordo di frontiera con il governo libanese – nel corso del consolidamento delle rivendicazioni sulla proprietà di un giacimento di gas nel Mediterraneo, senza che questo diventasse l’inizio di una meravigliosa amicizia tra di loro o addirittura di relazioni diplomatiche ufficiali. La linea israeliana di totale non riconoscimento nei confronti di Hamas, che si è trasformata in un progetto di annientamento, è valida solo contro Hezbollah. Ma che cosa significa “solo”? Hezbollah è ormai parte integrale del governo libanese, formalmente organizzato e periodicamente eletto, e allo stesso tempo la forza più grande nella lotta al potere in corso per l’accesso alle poche cariche più o meno regolari ed è il rappresentante del più grande gruppo etnico libanese – gli sciiti – che Hezbollah cura anche socialmente come la sua speciale base di potere. Ha così ottenuto un successo tale da essere anche la potenza più importante in Libano dal punto di vista militare, ripetutamente osteggiata dai suoi rivali interni libanesi, ma praticamente impossibile da sconfiggere, tanto meno da eliminare. Sotto queste circostanze, ha guadagnato alleati all’interno dell’élite politica, la cui clientela è costituita da altri gruppi etnici, nonché una popolarità tra la popolazione libanese che va oltre gli sciiti. Con fondi propri e iraniani, Hezbollah è riuscito ad armarsi contro Israele in un modo che si avvicina a una capacità militare di un vero e proprio Stato e la cui spina dorsale anti-israeliana è costituita da un considerevole arsenale di missili di varia concezione e gittata e di droni. Israele sta affrontando questo avversario come se fosse solo una banda di terroristi cresciuta un po’ troppo, la cui liquidazione completa e in tempo gli organi responsabili in Libano abbiano trascurato. Nei confronti dell’Hezbollah e in modo esemplare, Israele disdice la sua linea di politica regionale degli ultimi decenni. La superiore potenza militare israeliana ha messo tutti gli Stati arabi della regione in uno stato di intimidazione, che quest’ultimi hanno affrontato in modi diversi: Con accordi ufficiali di pace e riconoscimento, alcuni di loro sono scesi a patti con il corpo estraneo che Israele rappresenta nella regione la cui loro sostengono essere araba; altri invece non sono riusciti a ottenere il riconoscimento, ma hanno praticamente cessato qualsiasi lotta contro Israele; altri ancora sono passati a un sostegno più o meno aperto, più o meno rilevante, dei gruppi palestinesi, ma sono sempre meno inclini a rischiare un confronto diretto con Israele; altri ancora hanno perso il loro vigore anti-israeliano perché hanno dovuto lasciarsi smantellare nelle guerre interne…

Israele stesso ritiene ormai insufficiente questo stato di deterrenza nei confronti di tutti gli avversari e rivali arabi. In occasione della guerra di Gaza, che è stata estesa al Libano, Israele considera a posteriori la strategia finora adottata come una pratica di autocontrollo e moderazione strategica non più sostenibile.

Per Hezbollah, esplicitamente apostrofato da Netanyahu come esempio della nuova linea,5 ciò significa che attualmente sarà preso di mira e, in prospettiva, subirà un destino in gran parte simile a quello che Israele ha programmato per Hamas e gli altri suoi avversari. Eliminando i vertici e tutti i possibili successori, Israele non solo danneggia il potenziale bellico anti-israeliano di Hezbollah, ma con l’eliminazione dei leader politici liquida anche ogni potenziale per una diplomazia di guerra o di un cessate il fuoco; i suoi combattenti sono braccati ovunque osino uscire dal loro nascondiglio o Israele li rintracci nei loro nascondigli, i loro arsenali di armi e munizioni sono localizzati e distrutti e anche le altre infrastrutture vengono distrutte pezzo per pezzo.
Israele sta così dando al resto del Libano il ruolo di un danno collaterale provocato deliberatamente ed esemplarmente: l’autonomia statale del Libano non è negata, è “solo” subordinata alla condizione che i suoi organi combattano efficacemente Hezbollah, anche se è parte di questo Stato, o lo tengano sotto controllo dopo che è stato combattuto, in modo che Israele sia soddisfatto. L’idea che Israele dipenda dalla volontà di cooperazione dello Stato libanese non viene nemmeno presa in considerazione e Israele chiarisce a tutti i mediatori internazionali che il loro compito è quello di presentare a Beirut i suoi ultimatum, che prevedono solo l’alternativa tra il rispetto per le sue direttive o un’ulteriore distruzione. Dal punto di vista geografico, ciò significa che Israele vuole ottenere e mantenere il pieno controllo militare e la libertà di movimento nel Libano meridionale il che equivale a chiedere una divisione territoriale del Libano. Per quanto riguarda il resto del Libano, Israele esercita la sua totale sovranità aerea e la proclama come un diritto, cioè insiste sulla libertà di colpire senza ostacoli ovunque in Libano.

Se il governo non riuscirà a superare questo test, se le condizioni israeliane per limitare la distruzione si riveleranno irrealizzabili, allora sarà un peccato per il Libano, per gli sciiti e per tutti gli altri gruppi della popolazione, ma questa è la natura del nuovo fondamentalismo di sicurezza di Israele: solo le sue condizioni contano. Ed è proprio questo il significato esemplare della distruzione militare dell’IDF in Libano, accompagnata da appelli premurosi anche da parte dello stesso Netanyahu, che in un discorso televisivo incoraggia il popolo libanese a liberarsi da Hezbollah in modo che i bambini israeliani e libanesi possano vivere in pace in futuro, e così via. In Libano, Israele dimostra a tutti gli altri Stati della regione più o meno potenti o funzionanti che cosa succederà a loro se lo Stato degli ebrei, che vuole solo vivere in pace, giunge alla conclusione che ci sono nemici di Israele che si aggirano sul suo territorio, nella sua economia, nelle sue strutture statali e la cui esistenza Israele non è più disposto ad accettare. E ancor prima di ciò, viene dimostrato quanto sia impotente il loro interesse per il Libano stesso, i loro tentativi di influenzare una delle fazioni libanesi interne rivali o addirittura ostili: Non appena e nella misura in cui Israele dichiara che la vita politica, economica e popolare interna del Libano sia un pantano in cui prospera il terrore di Hezbollah, non possono fare altro che assistere alla distruzione di questo oggetto dei loro tentativi di esercitare influenza, e quindi di qualsiasi potenziale utilità del Libano o di parti del Libano per loro. Devono capitolare.

A novembre, su pressione degli Stati Uniti6, viene concordato un cessate il fuoco, che Israele definisce come la resa dell’avversario e che in pratica tratta come tale:
— Mentre Hezbollah deve ritirarsi immediatamente dietro le linee concordate, le truppe israeliane rimangono nel Libano meridionale fino a nuovo ordine e hanno due mesi di tempo per completare il ritiro. Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Israele dichiara esplicitamente il divieto di rientro dei residenti o il coprifuoco per coloro che rimangono in molte località del Libano meridionale.
— Ufficialmente, Israele annuncia che risponderà a qualsiasi violazione del cessate il fuoco con la forza, mentre le sue truppe continuano a sparare su obiettivi in città e villaggi del Libano meridionale, che a quanto pare sono ancora sulla lista degli obiettivi da distruggere.
— Israele annuncia inoltre ufficialmente che non solo definisce l’uso delle armi da parte di Hezbollah come una violazione dell’accordo, ma anche tutto ciò che i suoi servizi di intelligence e le sue forze armate classificano come preparazione a ciò. In cambio, insiste sulla “piena libertà di movimento” in tutto il Libano meridionale, che non è concordata nel testo dell’accordo e che è prontamente negata dalla parte libanese.
— Israele non si affida alle garanzie fornite dalla comunità internazionale, dal dipartimento delle truppe dell’ONU, ma ha fiducia solo negli Stati Uniti come vero e proprio garante attivo della de-hisbolizzazione del Libano meridionale. E non solo del Libano meridionale: Israele e Stati Uniti hanno annunciato – in parallelo con gli annunci di Israele di voler colpire nuovamente militarmente la regione, se necessario – che il compito decisivo è quello di continuare a combattere in modo coerente la presenza e il potere militare e finanziario di Hezbollah a nord della linea di demarcazione .
— Con la Francia, Israele ha arruolato la potenza europea più interessata al Libano e, in termini pratici, la più rilevante come secondo garante della sua strategia in Libano. E Macron, le cui lamentele sono sempre più aspre negli ultimi mesi sull’ostruzione da parte di Israele in riguardo a qualsiasi ambizione francese di intervenire a Gaza e in Libano, sta ultimamente dichiarando – per pura coincidenza quasi contemporaneamente all’annuncio del cessate il fuoco, per il quale la sua magnifica Francia è ora finalmente tollerata da Israele come co-patrona – che a suo avviso Netanyahu gode dell’immunità da qualsiasi persecuzione da parte della Corte penale internazionale.
E per tutti i diplomatici e i commentatori che parlano di un “barlume di speranza per Gaza” di fronte al “cessate il fuoco” sul fronte settentrionale di Israele, Netanyahu sottolinea più volte al giorno che il principale risultato dell’accordo è che Israele può ora concentrarsi sull’intensificazione della lotta contro Hamas e sull’escalation con l’Iran.

b)
(Il testo è stato scritto prima della caduta di Assad): Nello Stato siriano, il cui leader ha iniziato solo di recente a superare l’ampio isolamento regionale, Israele sta anche dimostrando che il governo dello Stato in questa regione, o si dedica con successo alla lotta contro le attività anti-israeliane, o viene trattato come un nemico da Israele nel corso della sua lotta contro il terrorismo e, se necessario, distrutto. Il fatto che Assad abbia bisogno e utilizzi l’aiuto di Hezbollah e di altre milizie sciite, soprattutto iraniane, per difendersi dai suoi oppositori, che sono finanziati ed equipaggiati da arabi e occidentali, si sta ritorcendo contro la Siria, governata ufficialmente da lui, in modo tale che Israele ne sta facendo un teatro esteso della sua guerra in Libano. Il fatto che Assad e le sue truppe si trattengano da qualsiasi azione anti-israeliana perché abbastanza impegnati a tenere sotto controllo la situazione interna siriana non gli serve a nulla: dopo tutto, sono i suoi alleati a usare il suo territorio per la loro militanza contro Israele. E non glielo impedisce per lo stesso motivo per cui ha permesso e continua ad avere bisogno della loro presenza nel suo Paese – Assad è semplicemente troppo debole con le sue forze armate per difendersi dai suoi avversari – allora Israele colpisce da solo: in linea di principio in tutte le parti della Siria in cui individua un movimento sciita che può anticipare o fermare in modo preventivo. Il fatto che bombardando l’ambasciata iraniana a Damasco si violino secondo il diritto internazionale anche i sacri diritti dello Stato ospitante, dimostrando al mondo ciò che le difese aeree siriane non possono fare e ciò che il suo esercito non osa fare per rappresaglia, si inserisce perfettamente nella linea israeliana, che la Siria è soltanto una parte della sua guerra in Libano. Israele si prende quindi – giustamente – la libertà di collegare o isolare i due Paesi l’uno dall’altro come meglio crede: La Siria è abbastanza utile come centro di soccorso ONU per i rifugiati e le vittime della carestia, per gran parte di coloro che fuggono dalla guerra nel sud e nell’est del Libano. Come zona di rifornimento per le armi di Hezbollah i due Stati, la cui sovranità Israele sta praticamente distruggendo, devono essere separati l’uno dall’altro nel modo più efficace possibile. Il fatto che Hezbollah abbia ritirato una parte dei suoi combattenti dal Libano meridionale è un fatto positivo, ma adesso che li ha spostati in Siria Israele deve combatterli con attacchi sempre più violenti contro questo Paese. Ciò contribuisce in modo significativo ai conflitti che attualmente imperversano in Siria. Il fatto che la precaria situazione post-bellica all’interno della Siria – alimentata dal flusso di rifugiati provenienti dal Libano e dalla continua disintegrazione economica – venga ora portata al termine dai padrini stranieri della posizione islamista anti-Assad e dai suoi rappresentanti interni siriani e trasformata nuovamente in una guerra aperta è un chiaro mandato dal punto di vista del fondamentalismo israeliano: È necessario quindi un intervento offensivo, ora con l’opzione, già occasionalmente praticata, di dispiegare le proprie truppe di terra dalle alture del Golan già occupate per garantire che la situazione bellica anche su questo fronte rimanga completamente sotto il controllo israeliano.7 Una visione strategica della Siria rivela automaticamente un altro aspetto interessante per Israele: Assad ha a che fare con minoranze etnico-religiose, la cui situazione può essere sfruttata da Israele. Con un’apertura sconosciuta in passato, gli strateghi israeliani stanno ora discutendo se e come i drusi e i curdi possano essere posizionati come quinta colonna contro la quinta colonna iraniana ed eventualmente utilizzati come complici per un’invasione nel sud della Siria. I conflitti in questa regione non sono da temere come motori di instabilità che minano lo status quo raggiunto da Israele , ma piuttosto come leve da usare con tutti i mezzi per sradicare qualsiasi ambizione anti-israeliana. Il fatto che in Libano, contemporaneamente a quello che si sta svolgendo a Gaza, si stia verificando un altra “catastrofe umanitaria” è meno preoccupante per Israele; e il fatto che le sue azioni e le dichiarazioni che le accompagnano stiano rendendo ancora più incontrollabile l’intero territorio siriano governato da Assad non è un motivo per Israele di fermarsi. Tutto questo deve essere fatto, se necessario contemporaneamente.

In questo senso, Israele sta andando avanti e si sta creando, per così dire, nuovi fronti, sui quali deve essere presente militarmente perché o appena esistono. Dalla Siria, il prossimo fronte ad aprirsi è l’Iraq – o viceversa: l’Iraq è il vicino più prossimo e nella sfera d’influenza dell’Iran, che è stato identificato come una minaccia che deve essere affrontata, e quindi anche l’Iraq è necessariamente un oggetto importante del dispiegamento militare nella regione. Ecco perché il fatto che l’Iraq sia uno Stato semidistrutto, il cui territorio ospita nonostante ciò mezzi di violenza su scala molto più ampia rispetto al Libano o alla Siria, significa per Israele una sola cosa: proprio perché l’Iraq svolge un ruolo strategico particolare sia per l’Iran che per gli Stati Uniti, tutti devono essere preparati al fatto che Israele non sopporterà ulteriori attacchi dal territorio iracheno, ma risponderà con un’ulteriore escalazione regionale. In un documento ufficiale presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che in altre occasioni tende a liquidare come una fabbrica di chiacchiere antisemita, Israele mette in guardia il governo iracheno, citando il diritto internazionale – che non riconosce per la sua guerra nella Striscia di Gaza – che sarà obbiettivo di attacchi aerei israeliani se non adempie immediatamente all’obbligo di reprimere efficacemente qualsiasi terrore anti-israeliano proveniente dal suo territorio.8 Questo ultimatum ha un effetto: Discussioni in Iraq, divieto ufficiale del governo di ulteriori attacchi a Israele da parte della coalizione di milizie anti-israeliane, tentativi pratici da parte delle forze governative di prevenire tali attacchi, sforzi diplomatici nel triangolo americano-iracheno-iraniano per prevenire un attacco israeliano temuto da tutti e tre. Israele osserva con attenzione questi effetti e, per incoraggiare gli auspicati sforzi di de-escalation, Israele intraprende nella Siria orientale il più grande singolo attacco militare in un anno contro i suoi nemici sciiti, bombardando una riunione di rappresentanti delle forze libanesi, irachene e iraniane e di rappresentanti tribali siriani, uccidendo quasi 80 persone e aspettando di nuovo e ancora che tutti i nemici, e gli amici interessati e in grado di farlo, agiscano a suo favore. Israele ha fatto in modo che questa sia l’unica opzione disponibile per l’Iraq per proteggersi dall’espansione della guerra regionale di Israele sul suo territorio: gli emissari israeliani all’estero hanno apparentemente avuto successo nel recente passato nei loro tentativi di ostacolare l’acquisto da parte del governo iracheno di un moderno sistema di difesa aerea. Il fatto che uno Stato vicino che ospita forze anti-israeliane possa difendersi efficacemente da attacchi aerei non è più compatibile con le nuove pretese di Israele in materia di sicurezza nella regione, per cui sembra che Israele stia usando le sue leve, che si estendono ben oltre la regione, per assicurarsi che la terribile minaccia rappresentata da un Iraq in grado di autodifendersi non si concretizzi. 9

Anche i sostenitori yemeniti della lotta palestinese contro Israele, che sono geograficamente ancora più lontani, stanno imparando che la distanza non li protegge dai contrattacchi asimmetrici. Il ripetuto bombardamento di un porto controllato dalla fazione yemenita degli Houthi non serve solo a infliggere agli Houthi un colpo decisivo alle loro infrastrutture, ma è anche un’opportunità per Israele di dimostrare a tutti gli altri che i suoi annunci di non voler più sopportare l’ostilità praticata nell’intera regione sono da prendere alla lettera.

c)
All’interno di Israele è inevitabile ci siano dubbi sul fatto se la guerra su più fronti, della cui necessità nessuna voce pubblica rilevante in Israele dubita, sia condotta con sufficiente saggezza e, soprattutto, con il necessario rigore. Questa discussione dimostra che persino la più forte di tutte le potenze mediorientali si sta impegnando nella guerra in un modo come non faceva dalla guerra d’ottobre del 1973. Ma non è caratterizzata da alcuna cautela e nemmeno da dubbi sulla propria libertà di azione: Ciò che si vuole fare, si deve e si può anche fare. L’unica cosa che conta è la corretta conduzione della guerra e non un prematuro accordo sulla sua fine mediato da terze potenze, che impedisce soltanto la meritata liquidazione dei suoi nemici. L’inizio della vera e propria guerra aerea e terrestre contro il Libano rafforza quindi anche la visione critica della guerra in Gaza, che continua ad essere condotta senza alcuna pietà per i palestinesi, e alimenta inoltre il dibattito sopra descritto, che ruota attorno alle nuove rivendicazioni e alle contraddizioni ad esse associate.
Per quanto riguarda il confronto e l’escalation in Libano, in netto contrasto con il dibattito interno israeliano sulla guerra di Gaza non si sente alcuna voce politica rilevante che metta in guardia da un confronto inutilmente duro, inutilmente lungo e forse inutile contro Hezbollah, che è molto più
equipaggiato di quanto non lo sia mai stato Hamas. In questo caso, la linea del governo non si disperde in considerazioni fondamentali di politica statale, ma si chiede solo se il diritto indubbiamente acquisito di Israele sia debitamente onorato, ossia che il terrorismo sia combattuto alla sua fonte e sradicato con il massimo rigore. Il capo del governo in carica ha fissato lui stesso l’asticella: Gli israeliani evacuati dal nord di Israele devono tornarci, e questo si può ottenere solo se Hezbollah viene cacciato dal Libano meridionale e non può più tornare. Il fatto che in Israele funzioni una vita civile effettivamente isolata da tutti i suoi conflitti, diventa così una richiesta al governo stesso di fare finalmente piazza pulita di tutto ciò che, dall’altra parte del confine, ostacola il ripristino dell’idillio prebellico. Questo punto di vista di totale affermazione, tradotto in sentimento popolare, determina la critica alla guerra aerea e terrestre di Israele, che sta devastando il paese confinante settentrionale e costringendo gran parte della popolazione a fuggire, e giunge prevedibilmente alla conclusione che l’IDF sta agendo con troppa cautela. Lo spirito di questa critica è stato impostato dalla stessa leadership israeliana anni fa con l’annuncio che Israele non avrebbe permesso a nessuno di divertirsi sulla spiaggia di Beirut mentre i cittadini in Israele erano costretti nei rifugi antiatomici: Non ci deve essere alcun residuo di normalità civile in Libano se la normalità israeliana viene sconvolta da lì. Ecco perché questo spirito determina ancor più le critiche al cessate il fuoco che Netanyahu è stato convinto dagli Stati Uniti ad accettare: Il fatto che le disposizioni dell’accordo presentino ancora qualche differenza formale rispetto allo spirito che la leadership israeliana attribuisce loro e sul quale non lascia alcun dubbio è una ragione sufficiente per condannare l’accordo come un tradimento dell’unico obiettivo bellico in questione. Questo è il modo in cui si comportano i rappresentanti delle comunità degli insediamenti nel nord e, in linea di principio, i partiti di opposizione “di sinistra” e “centristi”, che in questo Paese sono i rappresentanti dell’Israele borghese-liberale, che vorrebbe giocare solo se glielo si permette. E i rappresentanti dei sionisti religiosi che sono in coalizione con Netanyahu propongono ciò che propongono sempre: l’eliminazione di ogni resistenza rilevante e la colonizzazione del Libano, che comunque in qualche modo sarebbe la Galilea settentrionale e secondo l’Antico Testamento …
Il capo dei coloni radicali, Bezalel Smotrich, ad esempio, ha imparato questo concetto anche in relazione alla Siria, che egli conosce così bene da ritenere che anch’essa, insieme a gran parte della Giordania e a un angolo dell’odierna Arabia Saudita, faccia parte del dono che Dio ha fatto o promesso agli ebrei. Lui e altri evocano l’ideale di un Grande Israele che si estende territorialmente oltre tutti i confini attuali, che appartiene a un popolo eletto e che quindi non deve o non può ricevere istruzioni da alcuna autorità al di sotto di Dio. In questo modo, il progresso imperialista che Israele sta compiendo attraverso la guerra fa sì che l’immagine di questa nazione come un affare voluto e commissionato da Dio riceva un deciso impulso, anche se questo Israele, rappresentato dal suo vero governante e leader, non è realmente interessato all’adempimento delle promesse ebraiche. E tra l’altro, questa eccedenza di fantasie di conquista, pulizia e dominio, che non può mai essere soddisfatta dalla violenza pratica ma viene sempre e solo alimentata da essa, è adatta a far sembrare le vere grandi azioni della ridefinita potenza regionale Israele come un atto moderato.

3. I rapporti bellici di Israele con le altre potenze del Medio Oriente
La durezza che Israele sta praticando da un anno a questa parte, tirando fuori tutte le armi della sua superiorità convenzionale, è rivolta non da ultimo a quegli Stati che non sono ancora nel mirino dell’IDF. Essi dovrebbero intimidirsi alla vista dei risultati distruttivi di Israele nei territori palestinesi e in quelli circostanti, tanto da permettere a Israele di fare tutto ciò che dichiara indispensabile in termini di “sicurezza per il popolo ebraico”. La leadership israeliana vede il successo della sua forza deterrente come una conferma del fatto che ha tutto il diritto di agire in questo modo e di continuare a farlo, come se tutte le altre potenze non avessero altra scelta che tollerare tutte le azioni di Israele. Ciò comporta varie conseguenze per i diversi destinatari di questa politica di deterrenza.

a)
Per l’Egitto e la Giordania questo significa che i loro trattati di pace con Israele, che risalgono rispettivamente a più di quaranta e a quasi trent’anni fa, non garantiscono che Israele tenga conto dei loro interessi; Israele annienta qualsiasi calcolo di raggiungere tramite un trattato di pace un rapporto in qualche modo prevedibile con Israele che giova ai propri interessi. Gli accordi di pace di Camp David e Wadi Araba possono portare prevedibilità solo per Israele: la rinuncia a qualsiasi obiezione pratica alla guerra di Israele, che colpisce questi due Stati vicini in modi diversi, ma in ogni caso grave. La monarchia giordana si vede messa sotto pressione dal fatto che la cooperazione pratica a cui si sente costretta dalla superiorità di Israele le causa sempre più problemi di ordine interno con la sua popolazione, in gran parte solidale con i palestinesi, che recentemente è stata colpita anche dal fatto che il suo re ha messo il suo territorio a disposizione della difesa aerea israeliana. Dai ministri di destra del governo di Netanyahu, la famiglia reale deve anche lasciarsi dimostrare pubblicamente, più volte, che persino elementi fondamentali della sua sovranità dipendono dal favore di Israele, cioè dall’esito della disputa interna israeliana che prezzo sia accettabile per quale progresso.10 All’opportunismo della classe reggente di fronte alle esigenze israeliane, che sono sopportabili per la monarchia hashemita solo grazie ai sussidi americani, si aggiungono le umiliazioni diplomatiche: Laddove il monarca e il suo governo cercano di dissipare l’impressione di aver reso la Giordania un fantoccio della guerra regionale israeliana, Israele li ringrazia ufficialmente proprio per questo risultato. Anche questa non è una semplice sfrontatezza da parte di Israele, ma segna il nuovo livello di diritto israeliano nei confronti della Giordania, che non prevede neanche più una ricompensa sotto forma di piccoli aiuti per la repressione dell’opposizione interna.
Anche l’Egitto, con la sua enorme popolazione e il suo imponente esercito, non è visto da Israele come un ostacolo alla realizzazione della sua nuova e ambiziosa posizione. Le minacce del Cairo di porre ufficialmente fine al trattato di pace non vengono nemmeno commentate da Israele. Le lamentele dell’Egitto, secondo cui l’occupazione da parte di Israele della fascia di confine del Sinai violi l’attuale accordo bilaterale, sono altrettanto freddamente ignorate da Israele. Il dispiegamento provvisorio di forze armate al confine con la Striscia di Gaza non viene considerato un gesto di minaccia, ma, al contrario, un aiuto del tutto inadeguato per isolare definitivamente Hamas a sud senza alcuna scappatoia. Ciò che Israele ha da offrire al grande Paese confinante come condizione per un cessate il fuoco permanente è un sistema di sorveglianza dei confini ad alta tecnologia, completamente adattato alle esigenze di sicurezza israeliane e, soprattutto sotto permanente sovranità tecnica e amministrativa di Israele – in altre parole, nulla. I servizi di mediazione dell’Egitto in materia di ostaggi e di cessate il fuoco erano benvenuti finché Israele stesso era ancora interessato a recuperare il maggior numero possibile di ostaggi con un cessate il fuoco temporaneo. Il fatto che l’Egitto continui a offrirli, anche se Israele ostacola apertamente ogni possibile successo di questa diplomazia, viene semplicemente ignorato dalla diplomazia israeliana – almeno finché i diplomatici egiziani non accettano di aver nulla da mediare.

b)
Anche le benestanti monarchie petrolifere della penisola arabica sono oggetto della guerra israeliana su più fronti. Non nel senso che si tratti della preparazione di un prossimo attacco dell’aviazione e dell’artiglieria israeliana; né nel senso che questa guerra è destinata a dissuaderli da qualsiasi inimicizia nei confronti di Israele attraverso una minaccia di annientamento e a scoraggiarli in modo permanente. Loro sono i destinatari del potere di deterrenza di Israele a un livello imperialista ben più alto.
Da tempo sono stati dissuasi dal sostenere efficacemente la resistenza palestinese contro gli insediamenti israeliani e la distruzione di qualsiasi prospettiva di Stato palestinese; si sono lasciati convincere dalla superiorità di Israele e dall’influenza americana che per le loro ambizioni di creare una grande nazione con i petrodollari i Palestinesi non servono a niente. Due di loro – gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein – insieme al Marocco e al Sudan, hanno persino accettato nel 2020 di aprire relazioni diplomatiche formali con Israele in un accordo ufficiale mediato dal più grande Dealmaker di tutti i tempi. Anche l’offerta all’Arabia Saudita di concludere un trattato di normalizzazione e di pace su questo modello rimane sul tavolo e viene periodicamente invocata da Netanyahu come il punto centrale della prospettiva di trasformare finalmente il Medio Oriente, in un’oasi di amicizia dei popoli e di prosperità comune. Per l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo, il dispiegamento sfrenato della potenza bellica israeliana nel vicinato serve a chiarire il significato della pace che Israele sta offrendo alla regione. Questo viene comunicato esplicitamente, ad esempio da Netanyahu che presenta la propria formula di pace per la regione come alternativa allo slogan “terra in cambio di pace”11 un tempo scelto dalle potenze arabe: non terra in cambio di pace, ma: “Insisto sulla pace in cambio di pace, una pace con importanti Paesi del Medio Oriente basata sulla forza”. (Times of Israel, 4.11.23) Pace con Israele per amore della pace, cioè un ordine di pace la cui unica caratteristica è che Israele lo impone a tutti gli altri.12 Netanyahu è certo che le ambiziose potenze dell’Arabia dovrebbero accettare una pace di questo tipo – ritiene che i leader arabi a cui si rivolge abbiano imparato la lezione imperialista regionale: “Questi e altri Paesi vedono molto chiaramente i colpi che infliggiamo a coloro che ci attaccano, all’asse del male iraniano” (ibid.). In questo modo, il secondo punto decisivo è stato formulato con sufficiente precisione. Questo è l’unico punto di contatto che Israele può trovare con queste potenze, nella migliore delle ipotesi strategiche: la sua inimicizia nei confronti dell’Iran, che impone alle potenze arabe chiamate a subordinarsi come inimicizia comune.

Ciò che Israele sta praticando nei confronti di questi Stati ancora intatti, in alcuni casi estremamente prosperi, è, da un lato, qualcosa di simile alla continuazione radicalizzata della sua politica di mezzo secolo fa, che consiste nel separarli l’uno dall’altro sfruttando le loro diverse situazioni, e le rivendicazioni ostili fra di loro, giocando la propria superiorità su tutti individualmente. D’altra parte, oggi lo fa nella prospettiva di una potenza bellica modernizzata rispetto al passato e in riferimento a un nuovo tipo di guerra regionale: Essendo Israele superiore a tutte queste potenze messe insieme, ognuna di loro dovrebbe preoccuparsi di prendere il proprio posto in Medio Oriente, che Israele immagina come un anello di sovrani di rango inferiore uniti nella solidarietà anti-Iran. “La pace su base della supremazia militare”, il diritto della potenza bellica più forte – Israele non vuole più accettare nessun’altra pace e nessun altro diritto per sé stesso, quindi tutti gli altri Stati devono cessare di opporre resistenza. Questo obiettivo non può essere raggiunto in altro modo che scuotendo tutti i rapporti di forza e di potere esistenti, che hanno finora funzionato per Israele. Dal punto di vista del risveglio di Israele, il fatto che l’ambiziosa potenza militare imperialista minacci di entrare in qualche nuova relazione ostile dimostra solo che le precedenti amicizie o almeno la loro tacita tolleranza non valevano nulla – e in ogni caso non valgono più nulla se possono essere mantenute solo al prezzo di concessioni.

Il Qatar è un caso un po’ particolare, e il suo trattamento da parte di Israele è utile anche per chiarire qualcosa che va ben oltre le relazioni bilaterali. Dall’inizio della guerra di Gaza, il Qatar si è distinto come il secondo Stato mediatore arabo di rilievo insieme all’Egitto, ed è stato accusato da Israele, con toni sempre più stridenti, di non comportarsi come un mediatore: uno Stato si qualifica come tale mantenendo buone relazioni, o comunque relazioni, con entrambe le parti tra le quali media, facendo valere il proprio peso per convincere la rispettiva controparte a scendere a compromessi considerati impossibili nei rapporti diretti con l’avversario. Israele ha accettato per anni questa relazione tra il Qatar e Hamas e l’ha utilizzata in molti negoziati dopo le precedenti azioni di guerra. Dopo il passaggio di Israele dal contenimento e dalla soppressione controllata all’annientamento totale di Hamas, il coinvolgimento del Qatar è diventato obsoleto, non serve più, deve quindi finire. A questo Stato si può ora rimproverare di non aver capito la nuova situazione e di non aver cancellato di sua iniziativa tutti gli aiuti ai palestinesi, che nel frattempo sono già ridotti al finanziamento di aiuti umanitari e al dare rifugio a alcuni dirigenti di Hamas. Questo e tutto il resto è ormai visto da Israele come inutile, nel migliore dei casi, e nel peggiore come sostegno al terrorismo. Sul ruolo di mediatore c’è quindi solo da notare che se Israele è disposto ad avviare negoziati, lo farà con la posizione esplicita che Hamas deve rilasciare gli ostaggi senza alcun compenso. E se il Qatar non riesce a convincere i suoi compari a rinunciare a questa leva, allora si tratta ovviamente di complicità con Hamas.13 Per cui anche tutti gli altri Stati si dovrebbero chiedere che gioco sta facendo il Qatar nella trattativa diplomatica.
A proposito di “tutti gli altri”:

4. La gestione israeliana del resto degli Stati interessati alla sua guerra
Fin dall’inizio, la guerra di Israele è stata un affare internazionale, che Israele affronta in modo
offensivo.

a)
Israele utilizza gli organismi sovranazionali dell’ordine mondiale, nella misura in cui sono adatti al suo obbiettivo, come palcoscenico per ripetere costantemente la sua posizione secondo cui ogni sua violenza è assolutamente giustificata perché si tratta di un atto di autodifesa contro la pretesa dei suoi nemici di eliminare l’unica potenza garante di vita ebraica sul globo. Ciò che in realtà è significativo a questo livello, è la posizione che Israele assume quando queste autorità permettono anche le dichiarazioni degli oppositori di Israele. Secondo Israele, l’ONU, in particolare l’Assemblea Generale, si squalifica come braccio destro di coloro che vogliono distruggere Israele quando si permette che nell’Assemblea Generale vengano pronunciati discorsi che, anche se non invocano direttamente la distruzione di Israele, chiedono comunque la fine della violenza in Gaza il che equivale a una condanna di Israele per la sua lotta contro i palestinesi. Opportunamente, l’inviato israeliano alle Nazioni Unite Danon dichiara apertamente come intende il suo lavoro a New York: “Dico ai miei colleghi in Israele: andate avanti (…).Fate tutto quello che dovete fare contro Hezbollah e contro Hamas. So come trattare con queste persone qui”. (jns.org, 24.9.24) Il suo appello alla comunità diplomatica mondiale riunita a New York è di restarne fuori: “Dovete essere neutrali. Dovete cercare di portare le parti a un punto di accordo. Ma quello che vediamo con la maggior parte dei Paesi qui è che vogliono solo incolpare Israele”. Danon non lascia dubbi su cosa intenda per “neutrale”: “Se qualcuno vuole evitare una guerra tra Israele e Libano oggi, dovrebbe schierarsi contro Hezbollah e fare pressione sul governo libanese”. E fa sapere a tutti coloro che non riescono ad essere unilateralmente neutrali contro Hezbollah quale sia il loro ruolo futuro in ciò che il suo Paese intende per prevenzione della guerra: “Tutti quelli che stanno giocando con l’idea di attaccare Israele non dovrebbero aspettarsi che noi permettiamo loro di venire a far parte del processo”. (Ibid.)
Il mondo intero deve sottoscrivere le definizioni di minaccia e inimicizia di Israele, cioè approvare la loro esecuzione senza compromessi. In alternativa, Israele – un Paese con una popolazione inferiore ai 10 milioni di abitanti – il scenario dell’isolamento di tutti i negazionisti e, oltre a questo, dell’irrilevanza dell’istituzione sovranazionale dell’ONU.
Netanyahu esprime apertamente davanti alla comunità mondiale, perfettamente organizzata nell’ONU, il disprezzo nei confronti del suo più alto rappresentante: Dichiara il Segretario generale dell’ONU Guterres persona non grata, perché quest’ultimo sostiene l’idealismo di un diritto che si pone al di sopra degli Stati, a cui tutti si dovrebbero sottomettere, esprimendosi di conseguenza contro l’espansione violenta di Israele. Anche e soprattutto laddove le Nazioni Unite non si limitano a essere una prevedibile e fastidiosa bottega di chiacchiere – “‘Ce lo aspettavamo’, ha detto Danon a proposito delle condanne di Israele” (ibidem) – ma intervengono praticamente nella guerra, Israele si scontra con tutte quelle “comunità internazionali” che in qualche modo interferiscono i piani israeliani. L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente), che fornisce assistenza sociale ai palestinesi nell’ambito del suo mandato e con i fondi degli Stati donatori disponibili, è l’attore principale dell’attuale guerra di Gaza nel rifornire i gazawi di aiuti umanitari. La disputa sul mandato ufficiale e il significato politico di questo club delle Nazioni Unite sono stati a lungo oggetto di dibattito per Israele, che dopo aver trovato il favore di alcuni Stati – anche se solo in misura limitata – classifica l’UNRWA come un’estensione di Hamas, e ci si mette contro: L’Israele vieta sommariamente a questa sotto-organizzazione delle Nazioni Unite di operare nel proprio territorio e nei territori che sta occupando. Anche in questo caso, Israele porta avanti con coerenza la sua posizione di non voler più scendere a patti con una rivendicazione giuridica politica da parte dei palestinesi e è garantita dal collettivo degli Stati. Se permette l’assistenza ai palestinesi, allora non lo fa come un’accondiscendenza alle pretese degli organismi internazionali, che anche l’UNRWA incarna, ma senza alcuna ulteriore prospettiva politica. Con questo Israele sfida la comunità mondiale, cioè quei suoi membri che sono materialmente in grado di farlo, a calcolare che importanza ha per loro l’assistenza alle vittime della guerra – in considerazione del fatto che Israele non permetterà a nessuno, nella fase odierna e in tutte quelle successive, di immischiarsi nei suoi problemi di sicurezza.

Israele è ancora più chiaro in questo senso nella sua guerra nel Libano meridionale, che fin dall’inizio è una questione internazionalizzata completamente diversa, perché sta estendendo la sua guerra al territorio di uno Stato membro riconosciuto dell’ONU e perché terze potenze sono già a lungo coinvolte in questo conflitto sotto forma di una forza ONU, ovvero l’UNIFIL (United Nations Interim Forces in Lebanon). La massima forma di rispetto per questa forza, cioè per la pretesa di supervisione da parte di quelle potenze che l’hanno creata con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, è che Israele chiede loro di evacuare. Le autorità responsabili dell’IDF lo stanno già facendo con i residenti del Libano meridionale, lasciandoli senza alternativa se non quella di diventare danni collaterali nella guerra di Israele contro Hezbollah. In ultima analisi israeliana, la colpa è dell’UNIFIL, che non è riuscita a mantenere il Libano meridionale libero da Hezbollah – e per questo viene ora punita da Israele, che pone fine al suo mandato; il fatto che questo abbia portato a un po’ di scontri tra i carri armati israeliani e i caschi blu sarà deplorevole, ma poteva essere evitato – se si ritiravano volontariamente per tempo.
Per quanto riguarda il futuro del Libano, per il quale le grandi potenze mondiali stanno riscoprendo il loro interesse solo perché è in guerra, Israele ha già pianificato per loro – seguendo esattamente la logica che Danny Danon ha presentato a New York. Israele deve dire loro che non attribuisce più alcuna importanza all’attuazione della propria Risoluzione di sicurezza 1701, a meno che questa non subisca alcuni cambiamenti decisivi che contraddicono completamente l’intenzione con cui è stata adottata. Israele chiede lo sgombero del Libano meridionale trasformandolo in una sorta di terra di nessuno insieme al diritto israeliano di avere piena libertà di movimento per le sue forze aeree su tutto il Libano e la libertà di avanzare con truppe di terra in qualsiasi momento nel sud del Paese: Israele fa capire alla comunità degli Stati che interferiscono nella sua guerra che sottoporrà a critica totale tutte le risoluzioni, i regolamenti e la loro gestione finora applicati al Libano. Critica di aver permesso che la garanzia della sua sicurezza gli venisse tolta dalle mani da potenze amiche o presunte tali, tutte comunque inaffidabili – cosa che non gli accadrà mai più. Oltre alla Norvegia, alla Spagna, all’Irlanda e ad altri Stati europei che hanno riconosciuto la Palestina come Stato e hanno prontamente avviato controversie diplomatiche con Israele, anche la Francia, che insiste sui suoi “legami tradizionali con la regione”, viene ora criticata da Israele perché Parigi negherebbe a Israele il diritto di usare la forza che ritiene necessaria. A tutti gli altri alleati che nell’ultimo anno hanno fornito sostegno materiale alle azioni di Israele e che insistono sul fatto che il loro punto di vista è l’unica visione ammissibile riguardo l’uso della forza da parte di Israele, Israele dichiara, non appena fanno proposte o tentativi di non considerare più la sua guerra legittima e intendono mostrargli dei limiti, che esige da loro che lo aiutino e che sostengano il suo uso della forza senza alcun diritto di partecipazione.

b)
Anche in Israele c’è una polemica sommessa su questo punto. Il fatto che Israele, sotto la guida del suo primo ministro della sicurezza, si comporti nei confronti di tutte le potenze maggiori e minori, alleate e non, come se non avessero altra scelta se non quella di piegarsi alle sue richieste, e che finora se la sia cavata in larga misura, anche se non senza alcune perdite per attrito, non significa che ciò sia garantito in futuro. Non c’è da stupirsi, quindi, se c’è chi ha delle riserve e fa notare che forse un confronto un po’ meno aperto con importanti alleati sarebbe utile, a patto che si faccia attenzione a garantire che Israele non faccia alcuna concessione in materia. Il Ministro della Difesa Gallant è stato visto dai protagonisti di questa posizione come un garante del fatto che Israele non si sarebbe completamente alienato i suoi alleati occidentali e che la “fiducia reciproca” sarebbe stata mantenuta nonostante tutta l’intransigenza israeliana, facendo capire loro che Israele non vuole in generale rifiutare la loro presunzione di essere decisamente coinvolto in tutti gli affari violenti del mondo, ma purtroppo non può concedere alcun spazio per quanto riguarda i suoi movimenti militari. Altrimenti, però, c’è un consenso nazionale sul fatto che Israele può e deve giudicare ogni Paese straniero, e ancor più ogni Paese amichevole, in base al fatto se riconosce o meno la necessità della violenza che Israele intende praticare. E Israele è abbastanza sicuro di sé da estendere questa pretesa alla vita interna delle nazioni, che sono quindi autorizzate a dimostrare se sono amiche o no. Le proteste anti-israeliane o pro-palestinesi nel mondo occidentale forniscono un’occasione per questo. Gli Stati interessati devono lasciarsi esaminare da Israele per verificare se stanno usando i loro apparati repressivi con sufficiente durezza contro qualsiasi critica a Israele; se concedono troppa libertà al loro popolo, devono quindi sopportare le interferenze critiche di Israele. Netanyahu si vergogna della sua alma mater americana, e gli ambasciatori israeliani nei Paesi occidentali vedono generalmente minacciato l’ebraismo, quale essi stessi, senza chiedere a nessuno il permesso, fanno diventare il testimone chiave di ogni atto di violenza dell’IDF in Medio Oriente. In linea con l’equazione che sostengono tra le campagne israeliane di distruzione del terrore e la sicurezza della diaspora ebraica, fanno pressioni per un inasprimento della legislazione nazionale e della sua applicazione giuridica – proprio in considerazione del fatto che questa equazione si sta rivelando una selvaggia disparità. Si tratta di un ridicolo spettacolo rispetto alla vera violenza che imperversa in Medio Oriente, ma anche in questo caso Israele imporre al mondo intero l’approvazione della sua necessità di violenza antiterroristica – per cui solo Israele decide quando considerarla autentica e quando solo finta, o quando renderla il metro con cui misurare tutti gli Stati e classificarli sulla scala non molto ampia tra amichevole, irrilevante e ostile.

*

Conclusione
L’espansione della violenza israeliana all’intera regione, iniziata come guerra di annientamento contro Hamas nella Striscia di Gaza, non è il risultato di qualcosa che è sfuggito al controllo, un imprevisto e sfortunato superamento di una ‘linea rossa’ etichettata “autodifesa” o “lotta al terrore”, ma ha la sua logica. La logica non sta nel fatto che i palestinesi trovino tanti alleati, dal Libano allo Yemen, che si schierano dalla loro parte con attacchi di solidarietà contro Israele, costringendolo ad ampliare sempre di più il raggio della sua autodifesa. È il contrario.

Il fatto che Israele stia lottando contro il sostegno regionale dei palestinesi come sta facendo da più di un anno, con escalazioni sempre nuove, dimostra che ha da tempo segue una rivendicazione sull’intera regione, che ora mette in pratica con azioni militari. Ciò che Hezbollah, l’Iraq e gli altri oppositori filo-palestinesi stanno contrastando è proprio questo imperativo israeliano, secondo cui spetta solo a Israele iniziare e risolvere qualsiasi ostilità. In realtà, Israele ha da tempo compiuto la transizione da Stato impiantato nella regione con tutta la forza necessaria per la sua esistenza, costringendo i suoi avversari ad accettarlo, comprese le sue conquiste, come la potenza regionale predominante. In quanto tale, non si limita più a gestire le ostilità con la sua superiorità bellica, ma le anticipa: impedisce che entrino effettivamente in gioco affrontando ogni avversario reale e potenziale, cioè la regione nel suo complesso, con il suo potere di deterrenza militare, che supera tutto ciò che gli avversari di Israele e i loro tentativi di alleanze possono mettere in campo. Dotato di un arsenale di minacce nucleari e di un arsenale di mezzi bellici superiori a tutti i livelli della guerra convenzionale, Israele ha nella regione la libertà unica di definire la propria sicurezza rispetto a tutti gli altri, ponendoli permanentemente in uno stato di deterrenza e decidendo da solo quando è così ferito da dover fare una guerra. In molte occasioni, il solo tentativo di una potenza classificata come ostile di voler procurarsi mezzi di sovranità che Israele non vuole concedergli è stato sufficiente a far capire con attacchi militari che Israele sopporterà gli avversari solo se sono e restano impotenti nei suoi confronti. In linea di principio, le guerre di Israele sono da decenni guerre d’ordine regionali. Nel corso di questi decenni, tra una guerra e l’altra, è diventato sempre più chiaro il contenuto del nuovo ordine che Israele cerca di imporre alla regione: L’intera regione è sottomessa alla sua ostilità nei confronti dell’Iran.

5. Il confronto militare di Israele con l’Iran e la sua irresolubile contraddizione

a)
L’Iran è l’unica potenza che potrebbe ancora rappresentare una minaccia per Israele ed è quindi un pericolo che deve essere eliminato a tutti i costi, perché possiede l’unico potenziale di distruzione che pone ancora un limite alla libertà di azione di Israele. Israele questo non lo sopporta. L’escalazione della sua guerra su più fronti verso un immediato scambio di colpi con l’Iran segna, da un lato, lo status che Israele ha già conquistato e, dall’altro, il nuovo status che vuole conquistare in questo confronto.In effetti, l’Iran è un caso particolare nella regione: questa potenza è riuscita ad affermarsi nonostante la sua ostilità all’America e a Israele. Con la sua massa territoriale, il suo popolo, numeroso e decisamente patriottico e i mezzi e le fonti di ricchezza che si trovano sul suo territorio, l’Iran è capace di una resistenza e opposizione autosufficiente; e su questa base, il Paese è abbastanza interessante per altre potenze ancora più grandi che lo assistono efficacemente nella sua autoaffermazione contro Israele e l’America. L’Iran non solo è sopravvissuto a tutti i tentativi americani di accerchiarlo e strangolarlo economicamente con vari mezzi e diversi complici, e a tutti i sabotaggi pratici da parte di Israele, ma è innanzitutto passato a una politica di predifesa regionale, nel contesto della quale ha contribuito costantemente alla militanza dei nemici di Israele nei territori palestinesi. In secondo luogo, si è procurato un arsenale militare di vasta portata con cui può minacciare gli Stati vicini, cioè impressionare loro e tutte le altre potenze interessate alla regione. In terzo luogo, la Repubblica islamica si è fatta strada tecnologicamente nei diversi stadi della produzione nucleare e dispone di tutti i mezzi e quindi della libertà di decisione autonoma in merito alla transizione verso una vera e propria potenza nucleare. Secondo le sue affermazioni, la Repubblica islamica nega il ruolo di Israele come potenza egemone regionale; in pratica, disturba e viola questa pretesa come meglio può e ovunque può; e ha il potere di relativizzare in modo decisivo la sua pretesa di sovranità esclusiva sull’equilibrio di potere nella regione.

Sotto la guida di Netanyahu, Israele si propone quindi di rimuovere quest’ultimo ostacolo alla sua egemonia regionale. Il fatto che Israele stia correndo un rischio del tutto diverso in paragone a tutti i precedenti confronti con i suoi vicini è certamente tenuto in considerazione. Innanzitutto, per il semplice fatto che la gestione in corso di tutti i fronti secondari ha già l’unico e decisivo scopo strategico di togliere gradualmente dalle mani dell’Iran le leve della sua difesa regionale. In questo senso, Israele ha ottenuto successi decisivi anche nella sua guerra su più fronti, che dura ormai da più di un anno: Il suo potere di deterrenza superiore ha apparentemente fatto una tale impressione sull’Iran che questi ha osservato per molto tempo il graduale annientamento dei movimenti e delle milizie alleate.
Tuttavia, la leadership iraniana non vuole lasciare senza risposta il bombardamento della sua missione diplomatica nella capitale siriana, nonostante attacchi ad ambasciate siano proibiti dal diritto internazionale. Da parte sua, l’Iran decide di portare l’escalation militare a un nuovo livello. Almeno da un lato, anche questo conferma la linea di escalation sovranamente calcolata di Israele: la prima raffica di missili balistici che l’Iran lancia contro Israele è stata resa quasi del tutto inefficace dalle difese aeree israeliane e dal sostegno completo dei suoi alleati occidentali – Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Inoltre, Israele può registrare che la leadership iraniana ha dichiarato che l’attacco aereo al complesso della sua ambasciata è stato sufficientemente punito con questo tentativo di contrattacco, che è stato praticamente non distruttivo per Israele, il che significa che l’Iran da canto suo vuole tornare al confronto indiretto degli ultimi anni e mesi. D’altra parte, questo primo attacco diretto iraniano, anche se viene liquidato dalla leadership e da gran parte dell’opinione pubblica israeliana come ridicolo e imbarazzante per i pomposi mullah, è una novità strategica e politica nella storia della guerra israeliana, che mostra chiaramente quanto avventurismo sia implicato nella determinazione di Israele a trasformare la regione in linea con le sue pretese di sicurezza, cioè di supremazia anti-iraniana: Dopo tutto, la leadership iraniana non si è fatta scoraggiare dal lanciare questo primo attacco del genere contro Israele – una tale miscela di autostima e fondamentalismo esiste apparentemente anche a Teheran – e ha così sfidato le difese aeree ad alta tecnologia di Israele. Ovviamente Israele ha potuto vincere questa sfida con un risultato ragionevolmente mite solo perché altre potenze si sono rese disponibili come supplementi militari: un fatto non felice per Israele, perché per la prima volta un nemico ha messo alla prova l’attrezzatissimo scudo di difesa aerea israeliano fino al limite delle sue capacità.
Sotto quest’ultimo aspetto, il secondo attacco missilistico iraniano, effettuato come rappresaglia all’escalation israeliana – l’uccisione del leader di Hamas Haniyeh, che era stato ufficialmente invitato all’insediamento del nuovo presidente, nel centro della capitale iraniana – è stato molto più decisivo e i suoi effetti sono stati molto più chiari. Dopo l’iniziale negazione da parte dei censori militari, Israele si vede in fine costretto ad ammettere l’impatto di questo secondo attacco diretto dell’Iran. Insieme alla guerra dei missili e dei droni imposta da Hezbollah, l’attacco iraniano di ottobre è stato in grado di superare almeno in parte lo scudo difensivo quasi perfetto di Israele. Israele non vuole questo imbarazzo in nessun caso. L’unico momento inconveniente riguardante la capacità di potersi tenere a distanza qualsiasi notevole devastazione del paese e di delimitare sempre il campo di battaglia, non funziona più così perfettamente. Ciò non significa che la superiorità di Israele sia distrutta, tanto più che la sua arma nucleare è sempre presente come fondamento di ogni intimidazione e delle offensive basate su di essa. Ciò che è danneggiato, tuttavia, è questo momento di totale libertà di offensiva e di escalation, che per lungo tempo ha permesso a Israele di non avere a che fare con la pace e la guerra come alternative strategiche, ma di essere in grado di scatenare qualsiasi guerra ritenga necessaria nelle zone adiacenti o anche lontane.
È quindi chiaro che Israele deve “rispondere”, e questa volta a questo livello, cioè di nuovo in un modo che rappresenti una novità nella storia della sua opposizione violenta all’Iran: Deve essere un attacco aperto con la propria aviazione sul territorio iraniano, qualsiasi altra cosa sarebbe, nella logica della guerra regionale di Israele, cioè nella logica del suo status imperialista che sta rivendicando e praticando con questa guerra, un’ammissione della sua fragilità e quindi una sconfitta. Dopo qualche settimana, la leadership israeliana ordina il bombardamento di strutture cruciali per la produzione di combustibile per razzi e quindi per la capacità operativa dell’arsenale missilistico balistico iraniano, nonché di alcune importanti strutture di difesa aerea iraniane; l’IAF esegue l’ordine con la sua solita impressionante precisione, senza che gli attaccanti israeliani subiscano alcuna perdita. La leadership iraniana chiarisce subito che non risponderà a questo attacco ma accetterà questa prova della superiorità aerea israeliana che si estende al suo territorio.

Tuttavia, Israele non è per niente soddisfatto del fatto che l’Iran sia stato efficacemente scoraggiato e messo al suo posto per il momento. A quanto pare, Israele stesso si è dato uno standard di successo più elevato.

b)
Ciò è dimostrato non da ultimo dalla disputa interna israeliana che ha avuto inizio nel periodo precedente all’attacco aereo contro l’Iran e che non può essere risolta facendo riferimento al successo dell’ultima azione militare. L’insoddisfazione espressa parte dal fatto che Israele ha impiegato così tanto tempo per contrattaccare ed è ulteriormente alimentata dal fatto che l’attacco aereo si è rivelato poco disastroso, sottolineando ciò che invece avrebbe dovuto essere distrutto: le grandi strutture di estrazione, lavorazione e spedizione del petrolio e del gas, perché da esse dipende l’esistenza economica dell’Iran; le strutture della leadership centrale iraniana, soprattutto nella capitale, perché anche da esse dipende l’effettivo regime dei mullah sulla loro nazione; ma soprattutto: gli impianti nucleari iraniani, perché forniscono allo Stato nemico un grado di autonomia strategica a cui non ha diritto. Nel complesso, le critiche si riducono al fatto che Israele continua a permettere agli strateghi di Teheran di usare la propria potenza militare in modo calcolato, invece di smozzare una volta per tutte le loro capacità di difendersi. Queste dichiarazioni rivelano la posizione che Israele ha effettivamente raggiunto nei confronti della potenza nemica iraniana e il principio guida della sua intera guerra regionale: Israele è arrivato a un punto tale della sua carriera imperialista da non definire più l’Iran, che in ultima analisi sostiene tutti gli avversari minori che ancora attaccano Israele in modo tangibile, solo come il suo più grande avversario ma come la minaccia esistenziale con cui la coesistenza non è più possibile, nemmeno in condizioni di deterrenza superiore. Questa decisione sull’incompatibilità tra l’esistenza di Israele come Stato, che equivale alla sua esistenza come potenza regionale, e l’esistenza dell’Iran come potenza autonoma nella regione è la vera ragione e il contenuto strategico dell’incessante campagna di distruzione di Israele nella Striscia di Gaza, la ragione della sua espansione a tutta l’area circostante; ed è per questo che si è arrivati a un confronto militare diretto tra queste due potenze.
Certo, come potrebbe essere altrimenti, la loro pratica segue la logica dell’escalazione della deterrenza insita nella guerra: Israele attacca in modo sempre più massiccio gli alleati iraniani, poi i rappresentanti militari e politici dell’Iran stesso , lo sfida con questi attacchi a vendicarsi e allo stesso tempo fa capire che non possono permetterselo. Questo spinge l’Iran a non farsi più intimorire e a attaccare Israele con il proprio arsenale missilistico. Questo è il prossimo giro di escalazione a un livello più alto.
Per i critici interni di Israele, questo non è sufficiente e hanno ragione: non si tratta più di un rafforzamento della deterrenza nei confronti della potenza iraniana, ma della sua definitiva eliminazione. Lo affermano anche coloro che difendono la campagna aerea contro l’Iran come un successo: I loro due argomenti principali sono che la distruzione degli impianti di produzione di combustibile missilistico ha privato l’Iran di un mezzo decisivo per la sua già scarsa capacità di deterrenza e che la distruzione di importanti sistemi di difesa aerea lo ha reso molto più vulnerabile di prima. Entrambi i riferimenti presuppongono e testimoniano il punto di vista condiviso da tutto Israele secondo cui questo attacco aereo non è stato la fine temporanea dell’escalazione, ma il preludio per tornare al punto di partenza e per fare finalmente il decisivo passo avanti con la sua esecuzione: Si tratta della distruzione dell’Iran come potenza a livello regionale. Il comandante in capo politico e rappresentante del risveglio israeliano non ne fa mistero: egli chiarisce sempre che non c’è spazio per una potenza iraniana nel Medio Oriente di Israele.

c)
Ma è proprio questo che Israele non può avere in tal modo. A questo proposito, il dibattito interno israeliano non solo testimonia la pretesa di Israele di depotenziare l’Iran, ma anche la contraddizione in esso contenuta: Israele è troppo grande per voler coesistere ancora a fianco dell’Iran come potenza, così come quest’ultima è ora costituita – autonomamente capace di guerra in termini offensivi e difensivi. Ma l’Iran è troppo grande per essere affrontato ed eliminato come Israele fa con tutti gli altri avversari. Israele non è in grado di eliminarlo come minaccia esistenziale, cioè come sfida alla pretesa di Israele di dominare da solo gli Stati della regione. Per lo stesso motivo, non può realizzare autonomamente ciò che dal suo punto di vista è assolutamente necessario: la distruzione dell’Iran come potenza strategica.
Nessuno in Israele, tra coloro che contano, si fa illusioni su questo punto. Essi prendono questa contraddizione oggettiva del loro status imperialista e il programma che ne deriva come una provocazione per risolverla. E anche in Israele non c’è alcuna controversia su dove si debba cercare e trovare l’unica soluzione: nell’alleanza con la potenza mondiale USA.14
Israele li sta già utilizzando ampiamente e con successo nella sua guerra regionale. La stessa libertà che Israele si prende su tutti i fronti per distruggere i suoi avversari dipende in modo cruciale dal fatto che l’America soddisfi l’eccessiva domanda di rifornimenti che la guerra ibrida contro i palestinesi genera – e dal fatto che protegga l’uso della forza da parte di Israele con la sua potenza militare, che era già presente nella regione ed è stata massicciamente rafforzata all’inizio della guerra: Il minaccioso “No! Non farlo!” (Don’t! Don’t!) dell’ottobre 2023 era formalmente rivolto a chiunque potesse anche solo pensare di interferire nella campagna di annientamento di Israele contro Hamas; in realtà, era rivolto all’Iran. Questo sfondo di intimidazione americana era ed è indiscutibilmente solido e non è stato messo seriamente in discussione da nessuno: gli Stati Uniti sostengono e proteggono la guerra autonoma di Israele. Per gli strateghi israeliani sono stati loro ad obbligare gli Stati Uniti. Hanno ragione perché l’alleanza tra la loro potenza regionale e la potenza mondiale americana ha funzionato per decenni in modo tale che l’America ha permesso a Israele di dettare più e più volte, sulla base di inimicizie ampiamente congruenti nella regione, quali sono queste inimicizie e come devono essere gestite. Il risultato è sempre stato che ogni differenza emergente su queste questioni è sempre stata praticamente risolta da Israele portando avanti le sue ostilità, mettendosi così ripetutamente in situazioni che non avrebbero lasciato all’America altra alternativa se non quella di schierarsi al fianco del suo alleato più piccolo con un sostegno materiale e una protezione strategica.
Per Israele la cosa è chiara: l’alleanza che ha funzionato così bene per lo stato ebraico e che gli ha permesso di raggiungere con successo il punto in cui ora si trova, deve e può essere utilizzata anche per realizzare l’importantissima transizione verso una superpotenza regionale, ossia per eliminare l’interferenza sistemica dell’Iran. Seguendo lo stesso schema di tutti i casi precedenti, Israele sta quindi intensificando il confronto con l’Iran. Nel passaggio agli attacchi diretti reciproci, chiede e riceve il sostegno completo e incondizionato degli Stati Uniti, che si rendono utili per respingere gli attacchi missilistici iraniani e, allo scopo di dissuadere ulteriormente l’Iran, aumentano anche la sua presenza militare nella regione per un attacco offensivo globale.
Tuttavia, questa è anche la differenza decisiva rispetto al ruolo che l’America svolge in relazione agli altri fronti di Israele: La potenza mondiale, con i suoi poteri bellici unici, non è più richiesta come garante dell’autonomia bellica di Israele, ma come suo sostituto, perché Israele non ha questa autonomia nei confronti dell’Iran. L’Iran è troppo grande e le esigenze strategiche belliche di Israele nei confronti dell’Iran sono troppo impegnative perché possa da solo condurre e vincere la battaglia finale per la sua supremazia regionale in modo così inequivocabile come richiederebbe questo status di supremazia che vuole raggiungere.15 Ciò equivale a costringere gli Stati Uniti a estendere la loro promessa di protezione finora affidabile anche all’Iran e rendere la guerra contro l’Iran, che Israele ha messo in agenda, un affare proprio. Di conseguenza, Israele sta intensificando, parallelamente alla situazione bellica, la sua diplomazia di guerra anti-iraniana nei confronti dell’America, applicando la collaudata dialettica di dipendenza e autonomia: sta provocando la seconda grande potenza della regione a innalzare il conflitto a un nuovo livello che rende la guerra più pericolosa per Israele di tutti i suoi conflitti militari precedenti o paralleli; e sta sempre più apertamente mettendo in gioco la propria potenza nucleare come prossima e ultima opzione di escalation.16 Questa dovrebbe essere la leva per uscire dal dilemma della necessità e dell’impossibilità di un’eliminazione militare autonoma dell’Iran. Israele sta facendo ogni sforzo per far sì che gli Stati Uniti risolvano il loro dilemma. L’America dovrebbe realizzare la sconfitta finale dell’Iran e l’eliminazione di tutti i suoi mezzi convenzionali per impedire a Israele di usare le sue armi nucleari, il che è sicuramente incluso nel calcolo bellico israeliano come un’emergenza assoluta. E lo deve fare soprattutto per risparmiarsi un tale atto di violenza da parte del suo protetto, che significherebbe la liberazione del suo impiego ma sarebbe assolutamente incompatibile con la funzione di quest’ultima arma di distruzione. Il rischio di un’escalation di azioni israeliane contro il suo acerrimo nemico ha lo scopo di costringere gli Stati Uniti ad aiutare Israele a conseguire la vittoria di cui ha bisogno per il suo potere regionale.

d)
Però l’America non può essere strumentalizzata, nemmeno da Israele. L’America non è una leva per risolvere il dilemma del potere regionale israeliano anti-iraniano, proprio per lo stesso motivo per cui Israele fa affidamento sull’America. Gli Stati Uniti sono una potenza mondiale proprio perché decidono da soli e di propria iniziativa le amicizie e le inimicizie e come affrontarle; perché non permettono a nessun’altra potenza di dettare la propria politica mondiale, né tantomeno permettono ad altri di coinvolgerli in guerre – più che in accordi di pace. La superiore potenza bellica dell’America, che Israele vuole funzionalizzare per sé, si dimostra una potenza mondiale proprio perché è in grado di usarla in tutto il mondo in qualsiasi momento, ma si riserva il diritto di decidere dove e come, senza fare concessioni ad altri.

Ciò ha due conseguenze per Israele.
Un uso non autorizzato della bomba nucleare israeliana è decisamente fuori discussione per l’America. Questo – prevedibilmente – scuoterebbe l’equilibrio regionale di potere in misura non più controllabile; questo – altrettanto prevedibilmente – significherebbe che il protetto della potenza mondiale subirebbe un irreversibile isolamento politico da parte del mondo degli Stati, le cui conseguenze nemmeno gli Stati Uniti sarebbero in grado di annullare; soprattutto, però, questo creerebbe un precedente per un passaggio alla guerra nucleare nel mondo, che distruggerebbe ciò che il potere mondiale dell’America rappresenta in ultima analisi, vale a dire il suo monopolio, garantito dalla sua deterrenza unilaterale. Ne consegue che gli Stati Uniti non possono essere ricattati dalla minaccia di una tale transizione, né possono essere costretti a un attacco disarmante contro l’Iran.Abbandonare seriamente l’intera regione all’arbitrario potere di controllo di Israele è fuori questione per gli Stati Uniti – e non sarebbe neanche l’ultima parola se Israele realizzasse l’opzione sempre presente di un colpo devastante contro il potere del “regime dei mullah”.
La terza conseguenza, tra l’altro, è quella che viene effettivamente presa dai combattenti israeliani per un Medio Oriente senza Iran sotto la loro supremazia: al di sotto della transizione verso la battaglia finale anti-iraniana, che non è a loro disposizione, continuano a utilizzare la potenza militare israeliana per trasformare la regione praticamente in un fronte chiuso contro l’Iran. Questo ha lo scopo di fornire al potere americano, la cui sovranità in materia di guerra e pace non è disponibile per Israele, un contributo costruttivo per una decisione americana, grazie al quale l’America sarebbe disposta ad accettare, per intuizione strategica, che il completamento della supremazia di Israele sul Medio Oriente è, in ultima analisi, senza alternative per la supremazia dell’America sul resto del mondo.
Quindi, per il momento, non ci saranno morti, uccisioni e distruzioni senza senso in Medio Oriente, solo quelle ragionevoli.

1La politica di conquista del territorio dei primi decenni dell’esistenza di Israele come Stato ha lasciato il posto a una protezione completa attraverso la deterrenza e una potenza offensiva sempre efficace; in cambio, Israele ha acquisito una delle forze aeree più grandi e moderne del mondo, affiancata da capacità di difesa missilistica che impressionano tutti gli esperti. Le forze di terra regolari, in particolare le truppe corazzate, sono diventate sempre meno importanti e, quando sono coinvolte in combattimenti urbani, subiscono perdite a cui l’esercito israeliano e l’opinione pubblica nazionale devono abituarsi. Allo stesso tempo, l’esercito israeliano si affida in misura molto maggiore rispetto ad altri eserciti a un enorme bacino di riservisti addestrati, proprio a causa della sua concentrazione sulla forza aerea ad alta tecnologia con il relativo personale altamente qualificato, che si adatta anche alle guerre brevi e fulminee a cui ci siamo abituati negli ultimi decenni, ma sempre meno a una guerra permanente e prolungata contro guerriglieri che non possono essere sradicati.

2Smotrich, ad esempio: “Dove non c’è presenza civile, non c’è presenza militare a lungo termine, non c’è sicurezza e c’è una minaccia esistenziale per lo Stato di Israele e i suoi cittadini, e non dobbiamo permettere che ciò accada” (Middle East Monitor, 28.10.24)

3 “Inoltre, ha aggiunto che i palestinesi dovrebbero mantenere solo una limitata autonomia locale “senza caratteristiche nazionali” e ha dichiarato che coloro che insistono su uno Stato palestinese saranno costretti ad andarsene. Coloro che non vogliono o non possono rinunciare alle loro ambizioni nazionali riceveranno il nostro sostegno per emigrare in uno dei tanti Paesi arabi dove gli arabi possono realizzare le loro ambizioni nazionali, o in qualsiasi altra destinazione nel mondo”, ha dichiarato Smotrich”.

4Dall’infiltrazione tecnica di Hezbollah, resa evidente dall’esplosione di diverse migliaia di dispositivi di comunicazione mobile appartenenti a ufficiali e combattenti di Hezbollah, al bombardamento di quartieri di Beirut – naturalmente non senza preavviso, come si addice all’umanesimo dell’esercito più umanista del mondo – fino allo sradicamento di interi villaggi sotto l’aspetto di “infrastrutture del terrore”, le immagini che si vedono della Striscia di Gaza si ripetono.

5“L’eliminazione di Nasrallah è una condizione necessaria per la realizzazione degli obiettivi che ci siamo prefissati: il ritorno sicuro degli abitanti del nord alle loro case e il cambiamento dell’equilibrio di potere nella regione per anni”. (Dichiarazione del Primo Ministro Netanyahu, gov.il, 28.9.24)

6Israele, in virtù della sua indiscutibile pretesa di autonomia in materia di guerra e pace con i suoi vicini, non ha voluto commentare la notizia secondo cui gli Stati Uniti avrebbero minacciato di limitare le forniture di armi per spingere Israele a concludere un accordo per il cessate il fuoco.

7In particolare nel sud della Siria, Israele si sta preparando non solo a rendere il territorio siriano inadatto come retroterra di Hezbollah, ma anche a renderlo adatto come trampolino di lancio per le proprie offensive. Israele ha iniziato a bonificare i propri campi minati sulle alture occupate del Golan, al confine con la zona demilitarizzata sul margine orientale del Golan; si stanno costruendo strade e fortificazioni per consentire una rapida avanzata delle proprie truppe di terra in territorio siriano, qualora si presentasse l’opportunità di aprire un fronte nelle retrovie orientali di Hezbollah, attivo nel sud del Libano. Per garantire queste attività contro eventuali attacchi dal territorio siriano, carri armati e altri veicoli militari israeliani sono già avanzati in territorio siriano oltre la zona demilitarizzata.

8“Questa sera ho inviato una lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere un’azione immediata contro le attività delle milizie filo-iraniane in Iraq, il cui territorio viene utilizzato per attaccare Israele”, ha dichiarato Saar in un post su X, che includeva una copia della lettera. Saar ha sottolineato che Israele ha il diritto di difendersi secondo la Carta delle Nazioni Unite e ha affermato che l’Iraq “è responsabile, secondo il diritto internazionale, di impedire l’uso del suo territorio come base per attacchi contro altre nazioni”. Israele chiede al governo iracheno di adempiere a questo obbligo e di prendere misure immediate per fermare e prevenire questi attacchi”, ha aggiunto Saar. Saar ha dichiarato che Israele “prenderà tutte le misure necessarie per proteggere se stesso e i suoi cittadini dalle milizie sostenute dall’Iran” (iraqinews.com 19.11.24).

9I moderni sistemi di difesa aerea russi erano fuori questione per i commercianti di armi iracheni, perché avrebbero messo l’Iraq nel mirino delle sanzioni occidentali; i negoziati tra gli iracheni e i potenziali fornitori in Francia, Germania e Italia, in corso dall’inizio dell’anno, sono di fatto falliti. L’Iraq ha ora la possibilità di acquistare un sistema antiquato dalla Corea del Sud, che non sarà consegnato prima dell’anno prossimo.

10Il ministro della Sicurezza Ben-Gvir, religioso-sionista, provoca ripetutamente presentandosi di persona con un gruppo armato sul Monte del Tempio, sul quale una fondazione giordana esercita la sovranità amministrativa e di sicurezza in conformità con l’attuale legge giordano-israeliana. Il suo collega di gabinetto Smotrich, religioso-sionista, di tanto in tanto solleva pubblicamente l’opzione di deportare in Giordania i palestinesi non graditi, il che dimostra anche quanto poco le autorità giordane siano in grado di controllare la situazione in cui si trovano.

11All’epoca, “terra” indicava la condizione che doveva essere soddisfatta affinché le potenze arabe fossero disposte a riconoscere e ad avviare relazioni civili con Israele, ossia la restituzione dei territori occupati da Israele nel 1967. Da qualche tempo a questa parte, la “terra” non rappresenta più questa condizione, ma la malridotta pretesa degli Stati arabi di vedersi riconosciuto da Israele lo status di poter porre le condizioni per una pace formale con Israele. Israele ora non è più esplicitamente disposto ad accettare questa condizione.

12 Dopo il raid aereo su larga scala sulla città portuale yemenita di Al-Hudaida, i politici israeliani hanno ringraziato ufficialmente l’Arabia Saudita per aver autorizzato l’IAF a utilizzare lo spazio aereo saudita per gran parte della rotta dei loro bombardieri. La politica estera saudita è stata prontamente costretta a smentire. E ancora una volta, non importa quale delle due parti stia mentendo: il fattore decisivo è il momento di umiliazione diplomatica con cui Israele rafforza la sua pretesa di sostegno delle sue azioni.

13A gennaio Netanyahu aveva detto che “il Qatar ha una potente influenza su Hamas e che il ruolo di Doha nei negoziati per la liberazione degli ostaggi non ha ancora dato frutti…” ”Penso che si debbano fare richieste appropriate al Qatar, che ospita Hamas, che finanzia Hamas. … Il mondo intero deve esaminare il ruolo del Qatar.” (Asharq Al-Awsat, 29.1.24) Suo figlio Jair Netanyahu è un po’ più esplicito: “C’è un secondo sostenitore del terrorismo, che è il Qatar. Per qualche motivo, a questo ricchissimo Stato viene steso il tappeto rosso a Washington e a New York, ma secondo me è il secondo più grande terrorista del mondo dopo l’Iran” (amad.com.ps, 15.7.24).

14Si legge, ad esempio, così: “Dopo il secondo attacco iraniano, ci si può chiedere se una reazione solo per il gusto di reagire sia giusta da un punto di vista strategico. È necessario un attacco dopo due round? Queste domande devono essere poste se si decide che la prossima mossa di Israele deve essere strategica e non tattica. A mio avviso, una risposta rimarrebbe nell’ambito tattico e danneggerebbe piuttosto che rafforzare la deterrenza di Israele.
Se l’esercito israeliano colpisce in modo moderato e limitato per evitare un’escalation, lo sforzo di difesa sarà sprecato. Se invece Israele attacca infrastrutture militari e civili su larga scala, l’Iran sarà costretto a rispondere e Israele si ritufferà in un’altra sorta di lunga, dannosa e pericolosa guerra di logoramento con attacchi e contrattacchi. Si tratta di una trappola in cui è meglio non cadere e che potrebbe vanificare i risultati ottenuti da Israele in termini di deterrenza. L’unica risposta possibile è quindi quella strategica: il programma nucleare iraniano, questo potenziale è l’unica minaccia esistenziale per lo Stato di Israele. Il governo e le forze di difesa israeliane devono concentrarsi su questo aspetto in modo strategico globale, non tattico, e non devono ridurre la lotta contro questa minaccia a una risposta solo tattica.La maggior parte di coloro che sono coinvolti in questo lavoro concordano sul fatto che una stretta cooperazione con gli Stati Uniti è necessaria per infliggere danni significativi all’arma nucleare iraniana. Alla vigilia delle elezioni negli Stati Uniti, tale cooperazione non è ovviamente possibile, ma potrebbe diventarlo dopo novembre. Non è chiaro se gli Stati Uniti vorranno partecipare a un attacco alle strutture nucleari iraniane dopo le elezioni, ma spetta a Israele provarci. Fino ad allora, qualsiasi altra mossa offensiva da parte nostra contro l’Iran sarà solo una risposta tattica al fallimento del loro attacco. (Omer Bar-Lev, ex comandante di un’unità speciale dell’intelligence militare israeliana e poi ministro della Pubblica sicurezza, in Haaretz, 10.10.24).

15Questa mancanza di capacità bellica autonoma israeliana contro l’Iran si manifesta a sua volta nella questione della distruzione del potenziale nucleare iraniano, che per Israele rappresenta la quintessenza di ciò che è così intollerabile dell’Iran: i componenti decisivi del programma nucleare iraniano sono installati in strutture bunker che non possono essere distrutte in modo calcolabile nemmeno con le più massicce bombe bunker-busting di cui Israele dispone. Solo le bombe americane del tipo GBU-57 – che, a quanto si apprende, sono state sviluppate proprio pensando agli impianti nucleari sotterranei iraniani – sono in grado di farlo; inoltre, Israele non dispone di aerei in grado di trasportare queste bombe.

16Qualche decennio fa, Israele si è lasciato ‚convincere’ dagli Stati Uniti a non ammettere ufficialmente di avere un’arma nucleare, di cui tutti erano a conoscenza, cioè a non usarla apertamente come minaccia diplomatica. Da questa necessità, gli strateghi israeliani hanno fatto da tempo una virtù della loro dottrina, che hanno battezzato “ambiguità deliberata” , che in ogni caso serviva a sottolineare l’imprevedibilità di cui gli avversari dovevano avere paura. Per la transizione a cui Israele sta attualmente lavorando, sembra che a un numero sempre maggiore di strateghi di parte convenga che Israele si stia costruendo come una “vera” potenza bellica nucleare, in cui il possesso del mezzo di distruzione definitivo coincide con il diritto riconosciuto di possederlo per garantire in ultima analisi la superiorità e la legittimità della propria violenza.

E così prima o poi manderemo soldati europei a Kiev?

Il primo lunedì del terzo anno di guerra in Ucraina, l’opinione pubblica presenta le ragioni – già note da tempo – del Cancelliere tedesco per il suo rifiuto di fornire i missili Taurus all’Ucraina: l’uso effettivo di questa arma non sarebbe possibile senza mandare dei soldati tedeschi sul posto; ciò equivarrebbe a un coinvolgimento diretto nella guerra in Ucraina, che Olaf Scholz vuole evitare. Le vittime umane e le devastazioni prodotte dalla guerra devono rimanere “outsourced”, cioè a solo costo dell’Ucraina. Immediatamente si è scatenata una pioggia di critiche, anch’esse note da tempo: ancora una volta, il Cancelliere sta irresponsabilmente ritardando di fare ciò che è necessario e doveroso per la difesa dell’Ucraina e dell’Europa – e quando poi verrà fatto, sarà ancora una volta troppo tardi. I soliti amici della pace del Partito Liberale (FDP), dei Verdi e dei partiti C(ristiani) si affrettano a tessere una nuova leggenda della pugnalata alla schiena, con l’Ucraina e l’ordine mondiale nel ruolo delle vittime.

Il martedì successivo, in occasione di una conferenza a Parigi di oltre 20 Stati impegnati a sostenere la guerra in Ucraina, il Presidente francese annuncia le conseguenze del proseguimento della grande lotta per la libertà antirussa: non bisogna più escludere il dispiegamento di truppe di terra mobilitate dagli amici europei dell’Ucraina, la quale secondo Giorgia Meloni “è casa nostra”. I principali rappresentanti della coalizione di governo e dell’opposizione si sono prontamente e rigorosamente opposti a questo. Ecco fino a che punto si spinge il consenso tedesco, almeno ufficialmente: armi con cui i soldati ucraini possono eliminare efficacemente le forze russe nel retroterra della linea del fronte, quindi in territori russi: qualsiasi quantità, in qualsiasi momento, assolutamente. Ma i morti e le devastazioni della guerra devono sopportarle gli eroi della libertà di nazionalità ucraina. Quindi, come ha esortato Macron, non facciamo tutto perché la Russia perda la guerra? Oppure anche questo “no” vale solo “per il momento, fino a nuovi accordi”, fino a quando gli arsenali della NATO saranno riforniti e la produzione di carri armati sarà avviata?

Per dirla in altro modo, a tutti i dirigenti che adesso dicono “no” perché si sono spaventati di fronte a certe idee: a cosa pensavano quando non si sono mai stancati di dichiarare che la vittoria sulla Russia è la loro causa, e quindi, senza che nessuno lo abbia chiesto, il dovere di tutti noi? Quando di fronte all’enorme riarmo della guerra indiretta praticata dall’Occidente hanno chiesto ancora più armi e un’escalation illimitata, in termini di quantità e quantità, della carneficina in corso? Quando hanno liquidato ogni richiamo alla presenza delle armi nucleari russe come del tutto esagerato, perché vigliacco e infondato di fronte al nemico?

Beh, è meglio non conoscere la risposta. Perché qualunque cosa pensassero e stiano pensando ora: in primo luogo, si sono schierati a favore della guerra. In secondo luogo, a favore della guerra come mezzo per eliminare la Russia e imporre un ordine europeo di Stati in accordo con la loro retorica politica globale. In terzo luogo, a favore di una guerra con l’Ucraina e a spese dell’Ucraina. E logicamente esattamente in quest’ordine:

– Prendere decisioni di incompatibilità contro altri monopolisti di potere statale e scatenare la guerra per farle rispettare fa parte delle mansioni di chi ha deciso con successo di diventare un politico.

– La guerra contro la Russia, fino a quando non rinuncerà alle sue esigenze di sicurezza sul confine sud-occidentale e ammetterà la sconfitta come potenza mondiale, fa parte della raison d’état delle potenze organizzate nella NATO, in particolare Germania e Francia, desiderose di una leadership europea, perché la Russia sta usando la sua potenza bellica per bloccare il completamento della supremazia occidentale nel mondo, in particolare in Europa, e dopo che questo Stato pretende di affermare la sua obiezione alla supremazia dell’Occidente in modo bellico.

– La guerra limitata all’Ucraina e all’entroterra russo come teatro delle operazioni segue lo scopo politico globale della Germania e dei suoi partner della NATO di negare alla potenza militare russa la sua esistenza senza mettere a rischio la propria esistenza come centri degli affari mondiali.

Con le sue dichiarazioni su un eventuale dispiegamento di truppe di terra europee in Ucraina, Macron svela apertamente che l’attuale situazione è decisiva per lo scopo bellico dell’Occidente e di fronte alla direzione verso cui la guerra si sta dirigendo: La vittoria sulla Russia è davvero la tanto invocata questione vitale e globale di esistenza per le potenze della NATO – con o senza gli Stati Uniti? O intende l’Occidente che una sconfitta russa sia una questione di esistenza per la sola Ucraina di Zelensky?

La libertà di rispondere a questa domanda secondo le esigenze strategiche dell’Occidente richiede un presupposto che in Germania non è ancora stato creato o almeno perfezionato: In primo luogo, il suo popolo, amante della pace, deve essere sensibilizzato e preparato per accettare in pratica il progetto di essere pronti alla guerra e accettarlo anche in termini di cultura di leadership militare. Il ministro della Difesa Pistorius si è espresso in tal senso sul canale televisivo ZDF: “Dobbiamo abituarci all’idea che c’è di nuovo un pericolo di guerra in Europa. E questo significa che dobbiamo essere pronti alla guerra. Dobbiamo essere pronti alla difesa. Dobbiamo preparare l’esercito e la società a questo”. C’è ancora molto da fare prima di arrivare a questo punto. Ma così come l’industria della difesa sta lavorando sull’hardware, i politici e l’opinione pubblica stanno lavorando sulla volontà e sulla consapevolezza per raggiungere il successo. Non c’è nulla di veramente nuovo nel campo dell’armamento morale contro l’impero del male di Putin. A parte tutto, c’è la solita istigazione contro Putin che si ripete da due anni in ogni nuova edizione.

Un contributo produttivo all’approfondimento nazionale della questione della guerra può essere visto da un’altra direzione: La guerra di Israele contro Hamas a Gaza offre un esempio costruttivo di come la violenza dei giusti possa e debba affrontare la sfida sanguinaria del male. Almeno secondo l’unica lettura ammissibile in questo Paese: un attacco terroristico autorizza, anzi: obbliga l’autorità statale attaccata a usare tutti i mezzi a sua disposizione, e a farlo senza limitazioni. Le vittime, anche se sono decine di migliaia, non sono un ostacolo alla buona causa. Nel caso particolare di Israele, questa consapevolezza è per la Germania uno speciale caso morale. Tuttavia, non è così speciale da non poter essere applicato alla situazione in Ucraina. Inoltre, fornisce un’utile lezione sul nesso logico tra ragioni di Stato, forza militare e una buona coscienza civica. È solo importante non confondersi per quali vittime la parola genocidio è ancora troppo debole e per le quali vittime è assolutamente vietata.

Ucraina, Gaza – le guerre del 2023

Questo articolo tratta delle atroci lezioni sulla sovranità statale – e su cosa ce ne pensa l’opinione pubblica.

In guerra, la morale della società borghese viene stravolta: Ciò che in tempi di pace non si può fare in nessun caso – uccidere altre persone – in tempi di guerra viene ordinato di farlo; il diritto alla vita, la cui tutela è uno dei valori più alti della Costituzione, lascia il posto al dovere di sacrificarla per lo Stato. La rivalutazione dei valori rende la guerra l’ultima sfida morale. La guerra comporta la necessità di una giustificazione. In tutta serietà l’opinione pubblica più o meno importante si pone e risponde alla domanda se il grande massacro – per quale parte belligerante e da quale punto di vista – sia giusto. Non solo l’esplicita e incondizionata presa di parte con cui vengono distribuite nell’Occidente della NATO le colpe e le innocenze nelle guerre in corso, il giusto e l’ingiusto dei bombardamenti, ma anche la domanda se a loro sia permesso farlo ovvero quale parte belligerante sia autorizzata a fare che cosa, è un unico errore.

Le parti in guerra sono già autorizzate a farlo; più correttamente: “autorizzate” sarebbe il metro di giudizio sbagliato per giudicare le azioni delle grandi potenze: Gli Stati non conoscono alcuna legge superiore a loro stessi e lo dimostrano abbastanza chiaramente quando combattono tra loro per stabilire quale parte può prendere dall’altra parte che cosa. E anche quando, dopo la guerra, negoziano una pace con rapporti di superiorità e subordinazione chiariti, non rispettano alcuna legge, ma ne stabiliscono delle nuove. Il ruolo immaginario di giudice invece, che tutti i cittadini possono e devono assumere, i loro giudizi con voti buoni e cattivi o addirittura disapprovazione equamente distribuita, che loro danno ai soggetti impegnati nella violenza, non cambiano né la guerra né il suo corso né il suo esito. Non raggiungono i giudicati e i condannati. Ma cambiano qualcosa in relazione a se stessi nel loro ruolo di giudici fittizi: Anche durante la guerra, essi sostengono di essere gli effettivi commissari e in qualche modo anche giudici autorevoli delle azioni belliche dei poteri statali che stanno consumando i loro concittadini su larga scala. Spesso si rendono così sostenitori di una parte; in ogni caso sviluppano con la loro interferenza idealistica nella guerra un punto di vista molto costruttivo con cui distinguono tra giusto e sbagliato nell’uccidere e nel morire.

I. Il contrasto tra Stato e uomo non è mai così evidente e brutale come in guerra – tanto più si sottolinea il fatto che le due cose siano inseparabili

Il perché della guerra non è un segreto. I signori della guerra lo esprimono chiaramente, basta ascoltarli: Il presidente ucraino Zelensky, ad esempio, difende la sovranità e l’integrità territoriale del suo Paese contro l’attacco russo e giura di non smettere di fare la guerra finché i russi non saranno cacciati da ogni metro del suolo ucraino, compresa la Crimea. Si uccide e si muore quindi per garantire che il governo di Kiev estenda il suo potere fino a Donetsk e Sebastopoli e che nessun altro governo impedisca il suo dominio oppure limiti la sua libertà di decisione sulla terra e sulle persone nel territorio rivendicato. Questa rivendicazione dei diritti della propria sovranità non dipende dal fatto che gli abitanti della Crimea o del Donbass preferiscano essere russi o ucraini. Non glielo si chiede. In generale, Zelensky non giustifica le sue pretese di potere, non spiega ai suoi ucraini perché la Crimea deve assolutamente essere restituita all’impero e che cosa ce ne guadagnerebbero loro. La proclamazione dell’obiettivo di guerra è di per sé la sua giustificazione e per i cittadini un imperativo a cui non possono sottrarsi.

Ovviamente, “Ucraina” è l’opposizione più dura alla vita di coloro che la devono perdere per una cosa chiamata “Ucraina” – indipendentemente dal fatto che lo facciano giubilando o meno. “Ucraina” – questo non è “le persone ucraine”, ma il governo a cui obbediscono. Coloro che muoiono lì non sono stati quelli che hanno scelto il nemico, né sono stati quelli che hanno acquisito i mezzi per combatterlo a rischio della propria vita. Sono stati reclutati, uniformati ed equipaggiati all’interno di un apparato di potere politico. L’Ucraina è, innanzitutto, proprio questo rapporto: la separazione tra i detentori e i funzionari del potere statale e coloro che vengono mobilitati come combattenti per formare la base e lo strumento del potere dei primi. Questo antagonismo viene portato avanti contro le “persone ucraine” con la massima violenza non appena uno di loro considera la propria vita più importante della portata del potere governativo: chi vuole fuggire viene catturato, i disertori vengono imprigionati e i cosiddetti collaborazionisti sono destinati ad essere vittime degli assassinii dei servizi segreti.

Per affermare il proprio potere sovrano, la leadership ucraina accetta non solo di cancellare intere generazioni, ma anche di distruggere tutto ciò che è condizione di vita sul territorio nazionale, cioè ciò di cui vive la popolazione locale. Una città persa al nemico non esiste più per la capitale, perché non comanda più lì; peggio ancora, ora quella città è un bastione e una risorsa del nemico e per cui viene ridotta in macerie dallo Stato di origine. Le vite e le condizioni di vita della popolazione sono destinate ad essere annientate se solo il potere statale sopravvive e si afferma. Questo chiarisce le priorità.

Naturalmente, lo stesso si può dire dello Stato russo e delle sue pretese di potere, ma in questo caso è superfluo dato che l’Occidente scopra tutto questo sempre e unicamente nello Stato russo. Certo, si nota che la superpotenza nucleare dell’Est definisce la propria sovranità in modo più ambizioso; non sta ancora lottando per la propria esistenza territoriale. Tuttavia, se non si etichetta questa guerra immediatamente come “ingiustizia”, ma ci si chiede perché la leadership russa ritenga necessaria di farla, si finisce per concludere che fa parte della sovranità anche di questa potenza di poter determinare con la propria autorità cosa è compatibile con la propria integrità in relazione ad altre potenze e che cosa non lo è. La Russia non è disposta ad accettare una NATO-Ucraina pesantemente armata sul suo confine occidentale; la vede come un attacco al suo status di potenza mondiale. E non permetterà che questo status venga messo in discussione dalla costante avanzata dell’alleanza militare occidentale. Perciò la Russia sta sacrificando masse di persone alle quali non viene chiesto quanto valore abbia per loro la potenza mondiale russa.1

Allo stesso tempo, il potere politico insiste sull’identità incondizionata dei cittadini con il proprio Stato in guerra, in un periodo quindi in cui usa le persone che gli obbediscono come ‘carne da macello’ per la propria autoaffermazione: tutto ciò che il potere ucraino fa e ottiene per sé, lo fa per il popolo ucraino. Ogni nuovo missile proveniente dall’Occidente che colpisce il nemico lontano dietro le linee salva delle vite ucraine; ogni riconquista di una terra desolata in cui nessuno può vivere, e quasi nessuno vive più, libera degli ucraini. La Russia la pensa allo stesso modo: se distrugge l’Ucraina e si appropria di alcuni suoi Oblast (regioni), questo non è altro che una protezione per la popolazione filorussa del Donbass, che “conta su di noi e che noi non dobbiamo abbandonare” (Putin).

Ovunque, l’autoaffermazione del potere statale contro un nemico esterno è intesa come l’adempimento di una promessa di protezione alle persone che ne fanno parte; soprattutto in Israele, che si è fondato e che ha continuato ad espandersi come Stato unicamente per proteggere la vita ebraica in un ambiente ostile. La verità di questa protezione risiede nel fatto che uno Stato considera e protegge come sue proprietà non solo il territorio su cui governa ma anche le persone che vi abitano. Considera le pretese di un altro Stato di incorporare questa popolazione oppure attacchi come quelli di Hamas contro i suoi cittadini come attacchi alla sua sovranità: non deve assolutamente sopportarli. D’altra parte, difende questa stessa sovranità con l’uso delle sue risorse umane. La protezione dei cittadini, che definisce come il suo compito, coincide con la vittoria sull’aggressore – o la sconfitta. Non c’è altra protezione.

La totale identificazione tra Stato e le persone soggette al suo dominio non è solo una cinica menzogna propagandistica, è la prassi. Le autorità non solo si dichiarano, ma si pongono come prima condizione di vita per la loro popolazione in modo così incondizionato e assoluto da non riconoscere o accettare una vita al di fuori del loro comando. Lo Stato adotta questo rapporto nei confronti dei suoi sudditi anche in tempo di pace: il suo monopolio sull’uso della forza costringe i cittadini a rinunciare alla violenza, garantendo così la base indispensabile delle loro relazioni capitalistiche – la prima condizione di vita della società borghese. In pace, il potere statale e le sue leggi determinano i percorsi e le opportunità dell’esistenza individuale. In guerra, quando lo Stato si afferma contro un potere statale concorrente e mette in gioco la vita dei suoi cittadini, questi ultimi devono considerarlo come una difesa delle loro condizioni di vita, anzi di se stessi e della loro libertà: Senza lo Stato non c’è vita, perché esso non ne tollera alcuna.

È una brutale ironia che la totale sussunzione sotto lo Stato, che lo Stato impone ai suoi cittadini in tempi di guerra, renda questa falsa identità soggettivamente vera. Lo Stato manda i suoi soldati allo sbaraglio, espone i suoi cittadini ai bombardamenti nemici, così che la loro sopravvivenza dipende effettivamente dal successo delle sue truppe, dal suo successo. Il confronto ostile in cui sono posti dal loro Stato li costringe a identificarsi con il loro ruolo di risorsa del potere per la nazione. I soldati si confrontano con chi sta dall’altra parte della trincea esattamente come loro stessi: esseri umani completamente ridotti a rappresentanti della loro nazionalità, che si incontrano in questa e solo in questa veste e in questa veste sono il pericolo di vita l’uno per l’altro. Nell’opposizione più impersonale nei confronti di un nemico, che non conoscono e contro il quale non hanno nulla in quanto esseri umani, devono sparare più velocemente dell’altro per salvarsi la vita. E combattendo e uccidendo per la loro vita, svolgono la loro funzione di strumento di violenza per il loro Stato.

II. L’opinione critica e acritica in Italia si rapporta con questa follia della vita statale in modo altamente empatico e costruttivo. Ponendo delle domande idonee, si sviluppa una comprensione della carneficina e il giusto punto di vista su di essa.

Di fronte all’assoluto antagonismo tra Stato e uomo in tempi di guerra, queste domande si riferiscono all’identità incondizionata di entrambi quando cercano di determinare come sia potuto accadere l’incidente della storia o perché, una volta giunti a questo, ciò che accade debba accadere.

“Chi ha iniziato?”

Questa domanda da asilo è considerata sufficiente per gli adulti contemporanei per orientarsi nel mondo dell’imperialismo e trovare il colpevole nello scontro tra sovrani politici con una distinzione senza scrupoli tra questa e quella violenza. Si immagina uno stato precedente di armonia tra gli Stati, la pace, che a un certo punto una delle due parti cessa – “senza alcuna provocazione” è d’obbligo – per sostituirlo senza motivo con una posizione e un’azione opposte, ostili.

Nel caso della guerra in Ucraina, l’opinione pubblica vede chiaro: non si parla quasi mai di altro che di una “guerra di aggressione russa”; la Russia l’ha iniziata e ha invaso il Paese vicino. Secondo lo schema di azione e reazione, la colpa di questa guerra è solo sua; l’Ucraina, vittima innocente, si sta solo difendendo e ha quindi anche tutto il diritto di farlo. Tutta l’intollerante volontà di un sovrano politico di governare contro gli altri si trova solo dalla parte della Russia; la riaffermazione della sovranità dell’Ucraina è una necessità e coincide con la protezione di vite ucraine.

Tutti la vedono così, a meno che non siano dalla parte dei russi. Quest’ultimi collocano l’inizio delle ostilità in un contesto diverso, ad esempio con le varie espansioni della NATO a est a partire dal 1990 o con l’armamento occidentale della vicina ex repubblica sovietica. I russi vogliono, secondo questo punto di vista, solo contrastare la minaccia di un’ostilità “anti-Russia”, per prevenire un attacco. Anche loro hanno solo reagito.

La domanda ‘chi ha iniziato’, che dovrebbe servire per determinare chi è il colpevole della guerra e per giustificare il proprio schieramento con la parte innocente, non giustifica assolutamente nulla. Questo modo di ragionare presuppone la parzialità stessa che cerca di dedurre: Si risale passo dopo passo alla preistoria di un conflitto e ci si ferma semplicemente al momento in cui le azioni della parte che si vuole accusare appaiono come azioni “arbitrarie”. Se invece si vuole accusare l’altra parte, bisogna solo andare ancora più o meno indietro.

Tutti sanno quanto sia disonesto questo atteggiamento da giudice in riguardo alla guerra di Gaza, quando si dice che sia iniziata il 7 ottobre 2023 in seguito all’attacco di Hamas. In Italia è un po’ differente, ma in alcuni Stati, come la Germania per esempio, è praticamente tabù dire che le ostilità siano iniziate prima di questa data. Israele e i suoi sostenitori condannano la semplice menzione del contesto storico – l’espulsione dei palestinesi dalle loro aree residenziali, il loro spostamento sempre più massiccio dalla Cisgiordania durante 50 anni di regime di occupazione, eccetera – parlando di una “contesto storico” inappropriato e inammissibile che distrae dall’atto terroristico e relativizza la colpa di Hamas e il diritto di Israele di agire come sta attualmente facendo. Quando il Segretario generale dell’ONU Guterres ricorda molto cautamente che l’attacco “non è avvenuto nel vuoto”, il rappresentante israeliano dell’ONU lo attacca come antisemita. E con l’accusa di parzialità, azzecca comunque qualcosa. Perché laddove i fatti vengono citati solo per legittimare o delegittimare atti di guerra, anche il massimo rappresentante delle Nazioni Unite, che non è di parte, fa volendo nolendo la stessa cosa come gli altri ovvero tirare fuori la storia solo per questo scopo.

La “spiegazione” dei focolai di violenza tra Stati (o aspiranti tali) secondo lo schema di azione e reazione è del tutto sbagliata. Da nessuna parte, nemmeno in Medio Oriente, la violenza di una parte “deriva” – quasi automaticamente – da quella dell’altra; anche lì, la “risposta” è la conseguenza del programma politico che i suoi protagonisti vedono sotto attacco e per la cui continuità tutta la violenza che possono mobilitare è il mezzo appropriato.

Con una presa di posizione “corretta” l’argomentazione sulla questione della colpa di guerra può essere condotta anche in modo completamente diverso, ossia in modo autocritico. La rivista tedesca DER SPIEGEL ha recentemente pubblicato una storia di copertina in cui si afferma che l’attuale guerra in Ucraina era già inevitabile con il vertice NATO del 2008, perché in quel momento la cancelliere tedesca Angela Merkel aveva rifiutato l’accesso dell’Ucraina all’alleanza. I russi vedono la guerra di oggi come una conseguenza del fatto che non hanno fermato l’Occidente in tempo. In Israele è diffusa l’opinione che non ci sarebbe bisogno di “ripulire” la Striscia di Gaza se nel 1948 non fossero state prese mezze misure. I palestinesi (Tamim al-Barghouti) invece attribuiscono l’attuale tragedia al fatto di non aver impedito la nascita dello Stato di Israele nel 1948. La guerra di oggi è necessaria, secondo l’autocritica di tutte le parti, perché ieri l’hanno evitata o non si sono spinti abbastanza avanti nel condurre la guerra, o semplicemente perché non l’hanno iniziata. Dopotutto, questo chiarisce che il potere del nemico è da tempo incompatibile con il nostro potere e gli interessi vitali che ne conseguono.

Con rivelazioni di questo tipo, l’opinione pubblica acquisisce una consapevolezza completamente acritica e non obiettiva della necessità della guerra. Alla luce delle guerre in corso, chi si pone la prossima domanda non ha una minima idea della reale necessità della guerra, che ha la sua logica nella ragion d’essere del proprio Stato:

“Che altro avrebbero potuto fare se non difendersi?”

Gli Ucraini, russi, israeliani, palestinesi avrebbero mica dovuto sopportare l’invasione, la minaccia, l’occupazione o il dominio straniero del nemico? Questa domanda poco seria di una alternativa alla guerra è rivolta agli abitanti di un Paese per i quali già non conta nient’altro che la loro nazionalità, infatti fa richiamo all’identità tra uomo e Stato che è proprio nella guerra così assurda. Se si differenzia un pò, l’assurdità della domanda sull’inesistente alternativa diventa chiara: se la si facesse a Putin, Zelensky, Netanyahu ecc. la domanda avrebbe avuto una risposta già da tempo. Loro non cercano un’alternativa, né gliene manca; non conoscono nulla di più nobile che l’autoaffermazione della sovranità del loro potere sia all’interno che all’esterno, e la perseguono con la massima coerenza. Questo risponde già alla domanda posta ai russi comuni, agli ucraini comuni ecc.: non hanno alternative – per un motivo completamente diverso da quello che suggerisce la domanda precedente. Loro non hanno nulla da decidere; gli viene ordinato di andare in guerra, vengono arruolati e chiunque si allontana o si rifiuta viene imprigionato. Il vecchio detto del movimento pacifista Supponiamo che dichiarino la guerra e nessuno ci vada è solo una stupida chimera: È la guerra che arriva poi alla gente – sotto forma di ordini di schieramento per gli uni, e sotto forma di bombardamento per gli altri.

La domanda è quindi non una domanda, ma una richiesta di consenso alla guerra, cosicché le persone colpite dalla guerra abbiano le loro buone ragioni per volere ciò che comunque devono fare in virtù dello Stato: I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, dicono, hanno bisogno di uno Stato che li protegga da ciò che i coloni e l’esercito di Israele gli stanno facendo e da ciò che lo Stato israeliano – e non solo la sua ala più radicale – gli farà ancora. A maggior ragione gli ebrei hanno bisogno di una patria che li protegga dall’odio antisemita in altri Paesi; gli ucraini possono essere liberi solo in uno Stato ucraino – e così via. Infatti, lo Stato protegge il suo popolo da un dominio straniero attraverso il proprio dominio su di esso: per farlo, usa il suo popolo come risorsa di potere, mettendo così in pericolo le sue vite e strumentalizzandolo per il confronto con sovrani politici concorrenti.

Il carattere convincente della pseudo-domanda di cui sopra deriva dal fatto che oggi per l’umanità non c’è alternativa nemmeno da questo punto di vista: In primo luogo, non esiste una vita senza governo politico su questo globo diviso tra sovrani politici e, in secondo luogo, il ruolo dei ‘senza patria’ in un mondo di Stati è ancora più desolante: I palestinesi, in quanto membri di un popolo senza Stato, sono emarginati come popolo straniero dal potere statale israeliano nel cui ambito vivono, e sono sottoposti alla sua violenza e al suo dominio senza essere riconosciuti da esso come parte della sua base e, in questo senso, come cittadini legittimi. Il fatto che questa sia una disgrazia non rende la prospettiva di una “propria” sovranità una fortuna. Nemmeno in termini comparativi. Lo dimostra la vita nel regno di Hamas che, nonostante l’inferiorità rispetto a Israele, usa e sacrifica la sua base come fonte di reclutamento e copertura per la lotta per il proprio Stato. A proposito di sacrifici:

“Guardate la bestiale azione omicida di Hamas, Butsha, il tritacarne di Bachmut!” – le vittime della guerra sono la migliore ragione per farla

Oggettivamente, le vittime della guerra da entrambe le parti sono documenti dell’assoluto contrasto tra gli abitanti del Paese e i loro rispettivi poteri statali, dai quali vengono reclutati e mandati a morire nel confronto bellico. Secondo l’orientamento dei cittadini tifosi del proprio Stato o di un Stato alleato sono l’opposto: il loro punto di vista scopre nelle vittime che il nemico crea nient’altro che la sua natura maligna e misantropa. Le vittime di guerra non parlano contro la guerra, ma contro la guerra del nemico e per il diritto, anzi il dovere, della propria o della parte favorita di condurre e vincere la guerra contro quel nemico che porta così tanta morte.

La visione di parte non si lascia irritare dal fatto che le vittime nella guerra siano usate come una buona ragione per la guerra, cioè che non possano essere la vera ragione dell’inimicizia e della guerra. La dimostrazione, fatta con immagini e cifre, che il nemico merita la guerra che la propria parte conduce contro di lui è fatta così bene e convincente per le persone di buon senso che non si può presentare loro un numero sufficiente di soldati mutilati, di abitanti di villaggi bombardati e – soprattutto – di bambini morti per trarre sempre la stessa conclusione: il disprezzo del nemico per l’umanità. L’offerta televisiva quotidiana di violenze sanguinose è enorme; si suppone che alcune immagini siano così insopportabili per i telespettatori che possono essere mostrate loro solo in forma pixellata, ma in compenso almeno 100 volte. L’umanesimo degli opinionisti e l’empatia controllabile degli spettatori sono abbastanza capaci di fare distinzioni: La compassione si rivolge innanzitutto ai “civili innocenti”, preferibilmente donne, anziani non idonei al servizio militare e, come già detto, bambini; anche i combattenti morti della propria parte sono ovviamente da compatire, ma sono meno adatti a demonizzare il nemico perché, in quanto soldati reclutati con la forza, non sono semplici vittime.

Affinché il consumatore di reportage di guerra non commetta errori, i professionisti che mettono in scena l’argomento delle vittime devono sapere quando inscenare la separazione e l’opposizione tra Stato ed essere umano, che non è affatto sconosciuta, quando invece mostrare l’identificazione di entrambi e in quale sequenza deve avvenire il cambiamento tra queste scene.

L’attacco di Hamas nel sud di Israele era diretto contro persone che ballavano, pregavano, facevano la loro vita quotidiana – senza un’etichetta nazionale: “Dovevano morire solo perché erano ebrei”. Sebbene tutti lo sanno e a nessuno venga detto nulla di nuovo: è proibito dire che Hamas sta conducendo una guerra per il proprio Stato contro lo Stato di Israele, che in nessun caso ammette la sovranità palestinese. Gli abitanti della regione al confine dell’Israele sono in realtà presi di mira dai combattenti islamici non in quanto esseri umani o per il loro rapporto con il loro Dio particolare, ma in quanto particelle elementari e rappresentanti della nazione israeliana – che ne vogliano essere consapevoli o meno. Gli Hamas usano la stessa astrazione che lo Stato israeliano pratica nei confronti del suo popolo: sono la sua base umana, la fonte del suo potere – e quindi per Hamas l’oggetto della violenza. Ma non appena si è affermata la misantropia di Hamas nei confronti della vita, le sue vittime non sono più esseri umani astratti, ma israeliani, proprietà e oggetto di protezione del loro Stato. Quest’ultimo non può tollerare questo assalto contro di lui e ora sta facendo valere la sua sovranità su Gaza con la guerra, liquidando, secondo la sua stessa dichiarazione, Hamas e tutti i suoi attivisti. Questo atto di guerra – ora al contrario e senza tener conto del fatto che provochi la morte di ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e di un numero imprecisato di suoi soldati – non sarebbe altro che la salvezza di vite ebraiche.

Il fatto che l’altra parte veda le cose allo stesso modo, con gli stessi diritti e venti volte più morti – solo al contrario – naturalmente non irrita nessuno in Israele e nei Paesi partner: Secondo loro, i palestinesi e i loro partner stanno semplicemente mentendo. Le cose sono diverse quando si tratta delle vittime che la propria guerra crea dalla parte del nemico. Se le vittime non vengono ignorate – come nel caso delle morti di massa a Gaza – per una volta ci si ricorda della verità, e cioè che la popolazione viene strumentalizzata dai suoi governanti come base di potere e mezzo di potere in guerra, e il nemico viene incolpato di questo come del suo disprezzo per l’umanità: per le morti a Gaza causate dalle bombe e dai proiettili israeliani ” Hamas è l’unico responsabile” (Netanyahu). Nel loro caso, usare la popolazione per la guerra è un abuso – perché userebbero i cittadini come “scudi umani”. Esporre il proprio popolo a tali pericoli è un crimine. Naturalmente, gli umanisti della leadership militare israeliana non si lasciano impressionare da queste trappole morali, né sono seriamente ostacolati nella loro operazione di pulizia degli scudi umani.

Questo ci porta al tema dell’ultimo test, che consiste nel formare la giusta comprensione in materia di guerra:

“Il ‘signore della guerra’ rappresenta davvero il popolo – o lo sta abusando per le proprie ambizioni di potere?”

L’antagonismo incondizionato tra Stato e uomo è tutt’altro che sconosciuto in questo mondo di Stati. Bisogna solo sapere a chi appartiene. Appartiene al nemico. A lui viene negato il falso “Noi” che si sostiene sempre dalla propria parte in guerra. L’autoaffermazione del suo potere statale non è un’autentica missione statale o un’esigenza popolare, ma l’ambizione di perverso egocentrismo, anche megalomane, di un cosiddetto “governante”.

Questa distinzione definisce anche il ruolo degli strumenti umani utilizzati in guerra. I soldati ordinati al fronte, la cui aspettativa di vita è prossima allo zero, sono corteggiati come soggetti di guerra nel caso dell’Ucraina amica e armata: si difendono e, se muoiono, non sono vittime, ma compiono un sacrificio per il loro popolo e il loro futuro. Loro sono eroi. Gli stessi soldati dall’altra parte, che fanno la stessa cosa nella stessa situazione, sono carne da cannone, muoiono senza senso, non difendono un “Noi”, ma sono vittime abusate di una volontà di potenza personale e senza fondamento. E quando Putin assegna medaglie e organizza giornate commemorative per gli eroi, tutti vedono il cinismo.

*

La guerra, che non è la normalità nelle relazioni tra gli Stati, ma che è spesso nell’aria e a volte viene combattuta, testimonia la base brutale, ma indispensabile, di tutta la vita statale: l’autoaffermazione del monopolio dello Stato sull’uso della forza all’interno e all’esterno è la prima condizione dell’esistenza dello Stato; lo Stato definisce la portata del suo potere e ottiene il suo riconoscimento solo in una concorrenza contro le altre potenze. L’autoaffermazione diventa una condizione di vita per i cittadini, per la quale essi di tanto in tanto devono battersi.

1Il contenuto specifico degli interessi nazionali in conflitto, che portano ripetutamente alle incompatibilità e alla loro risoluzione violenta, è trattato in altri articoli su questo sito, ma non in questo trattato. Quando si tratta di guerra, è sempre e solo la pura potenza dell’avversario, la sua portata, i suoi bastioni e i suoi mezzi che devono essere distrutti per spezzare la sua volontà di affermarsi e di far valere i propri.

Il secondo anno di guerra

L’Ucraina è devastata, l’Occidente lotta per trovare una continuazione adeguata

I. La situazione in Ucraina

Dopo un anno, il paese mostra le conseguenze devastanti della guerra.

All’inizio dell’ultimo trimestre gli attacchi russi con missili e droni contro le infrastrutture ucraine si sono aggiunti all’opera distruttiva precedente. Essi prendono di mira le capacità di combattimento e di resistenza dell’Ucraina e spesso colpiscono in tal modo da mettere in discussione l’abitabilità in diverse parti del Paese, il funzionamento della sua economia e del suo governo. 1 Le forze armate ucraine sono state impegnate dalla Russia su un ampio fronte in una guerra di posizione che agli osservatori esperti ricorda alcuni toponimi francesi e belgi della seconda guerra mondiale; l’Ucraina ha fino a questo punto subito solo piccole perdite territoriali nell’est del Paese, ma delle grandi perdite in termini di uomini e materiale. 2 Per la gioia dei sostenitori dell’eroismo ucraino e di un ordine di pace europeo intatto, anche l’esercito russo sta registrando un enorme numero di morti e di perdite materiali mentre lancia in battaglia moltissimo materiale umano appena mobilitato. Ciò che preoccupa l’ovest è tuttavia il fatto che rispetto all’Ucraina ha molto, molto più di entrambe le risorse. I russi stanno facendo valere la loro superiorità militare in un modo che non solo esclude a lungo termine ulteriori offensive ucraine come quelle di Kharkiv e Kherson, ma porta anche l’esercito ucraino sull’orlo della sconfitta.

Nonostante ciò, l’obiettivo bellico del governo ucraino non è cambiato: La completa integrità territoriale del Paese, la riconquista di tutti i territori annessi e occupati dalla Russia, compresa la Crimea, rimane il sacro diritto della nazione ucraina. Per il governo ucraino la difesa di questi obiettivi richiede come sempre anche la disponibilità a fare sacrifici per la liberazione o la rinascita di un popolo finalmente libero dalla Russia, pienamente “ancorato” all’Occidente europeo. Tuttavia, questa ambiziosa pretesa è palesemente sproporzionata rispetto all’attuale situazione bellica. Nessuno lo sa meglio di Zelensky, le cui richieste ai suoi sponsor nel potente e generoso collettivo occidentale sono di conseguenza urgenti e complessive: più munizioni, più armi e armi migliori. Queste includono alcune armi vietate dal diritto internazionale, come le bombe a grappolo e le bombe al fosforo, che non mancano negli arsenali occidentali, ma soprattutto quelle con una migliore reputazione, cioè carri armati, jet da combattimento, missili con una gittata e una potenza che consentano alle forze armate ucraine di colpire più efficacemente la potenza bellica russa ovunque sul territorio ucraino e sul territorio russo.

Con tutto questo, Zelensky chiede ai suoi partner qualcosa di più, ovvero niente di meno che la decisione di rendere la guerra dell’Ucraina letteralmente e definitivamente la guerra dell’Occidente. La relativa opera di persuasione comprende l’invocazione – soprattutto durante le visite a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles – di un insieme comune di valori: l’Ucraina non sta combattendo solo per il diritto di tutti gli ucraini alla riunificazione sotto il governo di un’autorità statale ucraina con sede in Occidente, ma anche per i valori dell’Occidente – per il suo ordine di pace, il suo liberalismo, persino il suo stile di vita. In questo senso, Zelensky adopera esempi di interessi comuni, dichiarando l’esplosione di un missile di difesa ucraino caduto sul territorio polacco come un attacco missilistico russo a destinazione del territorio della NATO, e il sorvolo di un missile russo sul territorio rumeno – negato dalla Romania – come un attacco allo stesso territorio…. Non c’è dubbio: queste sono le argomentazioni di un partito di guerra impotente e dipendente.

II. La risposta dell’Occidente

La risposta che l’Ucraina riceve dalle capitali occidentali è sempre la stessa:

“L’Ucraina avrà tutto ciò di cui ha bisogno, finché ne avrà bisogno”. (ad esempio Scholz)

Nessun destinatario del messaggio lo interpreta erroneamente come un accordo da parte dell’Occidente di soddisfare tutte le richieste materiali dell’Ucraina in modo completo e duraturo. La dichiarazione di ininterrotta disponibilità a sostenere la guerra è interpretata da tutti esattamente così come la intende il mittente: sono gli stessi sponsor occidentali e nessun altro – né l’Ucraina, né la Russia, né la belligeranza di gran parte dell’opposizione e dell’opinione pubblica – a determinare ciò di cui l’Ucraina ha bisogno, quando e per quanto tempo. Ciò che il cancelliere tedesco chiama “prudenza” è definito in modo simile anche dalla Casa Bianca, insistendo sul fatto che la fornitura di materiale bellico all’Ucraina è determinata da quello di cui i fornitori “hanno bisogno” ovvero si aspettano,dalla difensiva ucraina.

Dal punto di vista della comunità occidentale, il drastico effetto che ha la guerra di logoramento sull’Ucraina si presenta in modo diverso: come un pericolo acuto per la continuità dei suoi calcoli bellici anti-russi, per i quali ha attrezzato l’Ucraina per diventare un esercito funzionante/efficiente – cioè un esercito in grado di combattere contro la superiorità militare russa – e per il quale gli ucraini stanno combattendo con tutta la loro motivazione nazionalista, cioè in modo quasi ideale. Sarebbe la fine dell’esperimento di infliggere alla potenza nucleare russa con questa guerra per procura una sconfitta, da cui non potrebbe facilmente riprendersi, e questo nel modo imperialisticamente più conveniente di una battaglia su territorio straniero e senza i propri “boots on the ground”. La coraggiosa lotta dell’Ucraina – insieme alla guerra economica su larga scala dell’Occidente – ha portato a un soddisfacente e massiccio logoramento della potenza bellica della Russia, 3 ma anche a un logoramento esistenziale del suo utilissimo rappresentante. Per non perdere i suoi sponsor occidentali, è in programma un’operazione di salvataggio: L’Ucraina deve poter continuare a sopportare la guerra che la sta distruggendo.

Ma cosa significa “continuare”? Alla luce dei danni che un anno di guerra ha inflitto all’esercito ucraino e di ciò che il suo avversario russo, nonostante il suo logorio, è ancora in grado di mobilitare in termini di potenza bellica, il semplice proseguimento della guerra, necessaria e utile, richiede una decisiva escalation. Le “linee rosse” che un tempo l’Occidente tracciava sulle sue forniture di armi affinché l’esautorazione della Russia potesse essere effettuata nel modo imperialisticamente comodo, sotto controllo e sul suolo ucraino, devono essere oltrepassate per lo stesso motivo, perché l’esautorazione della Russia deve essere effettuata sul suolo ucraino. Per poter farlo, l’Ucraina ha bisogno di missili di difesa aerea del tipo più potente, di mezzi blindati di ricognizione e di carri armati, possibilmente anche di jet da combattimento in appoggio della fanteria e di munizioni sufficienti per tutto… In sostanza, è necessaria la creazione di un esercito corazzato e di una corrispondente forza aerea. O almeno, questo è ciò che dovrebbe essere.

Allo stesso tempo, l’ultimo trimestre dimostra che tutte le richieste e consegne del materiale bellico diventano immediatamente oggetto di dubbi e rivalità: L’eterno “blocco” dei Leopard e degli altri carri armati ha portato a una celebrata “svolta”: alla fine le consegne vengono autorizzate ma iniziano le difficoltà di creare anche un solo battaglione di carri armati. La “dinamica” creata da questa decisione porta immediatamente a segnali di disponibilità a procedere con la consegna di jet da combattimento, ma solo per mettere tutto immediatamente in dubbio e infine rinviare la decisione. 4 A quanto pare l’attuale esito bellico pone all’Occidente particolari insidie:

  • Le sfide rilevanti sono innanzitutto di natura tecnico-guerresca: la gestione degli equipaggiamenti richiede lunghi periodi di addestramento, di fatto troppo lunghi per mettere l’esercito ucraino in condizione di affrontare l’offensiva russa di primavera; la gestione della relativa logistica (trasporto, rifornimento di carburante, rifornimento di munizioni, riparazioni, ecc.) comporta la creazione di una struttura del tutto nuova e a livello delle capacità della NATO. Questo richiede tempo. Ma deve essere fatto ora. 5
  • Per quanto urgente sia la consegna di equipaggiamenti vecchi e nuovi, comprese le munizioni, altrettanto discutibile è la loro disponibilità: l’alleanza militare occidentale ha già permesso che l’Ucraina condividesse le proprie scorte di armi e munizioni in modo così generoso che alcuni leader dei Paesi NATO vedono in questo una riduzione sempre più inaccettabile della propria capacità di difesa. 6 Una cosa è ciò che questo rivela sulla portata della partecipazione di Stati che fino a questo momento non sono ufficialmente in guerra. L’altra è la conseguenza che ne deriva per le singole potenze della NATO e per il loro Segretario Generale: niente di meno che la necessità di mettere in stato di guerra le rispettive industrie degli armamenti, in realtà l’intero complesso militare-industriale occidentale. 7 Costruire e mantenere l’Ucraina come potenza bellica anti-russa in grado di combattere, senza indebolire militarmente le potenze protettrici: questa pretesa delle potenze NATO sul programma di guerra, che finora hanno gestito come la finzione di un semplice programma di aiuti, giunge così a un limite. Già per compensare il massiccio consumo di armi dell’Ucraina, e ancor più per non diminuire la propria forza di combattimento, è necessario passare a un’economia di guerra. Con la necessaria riorganizzazione della loro industria militare in base alle esigenze dei veri belligeranti, i bilanci e le economie delle potenze della NATO si trovano di fronte a un problema ancora più grande; si vedono di fronte alla questione di quanto valga ancora per loro la guerra in Ucraina. E indipendentemente dal fatto che molte potenze della NATO decidano di fare questo passo, vale lo stesso discorso: La produzione di ciò che è necessario richiede tempo – troppo tempo, in ogni caso, per il salvataggio del loro rappresentante, per il quale anche questi sforzi arriverebbe troppo tardi.

– Così, il passo all’escalation che si ritiene necessario adesso, mette a dura prova il principio di base, il motto e il mantra di una guerra che è estremamente “prudente” perché in tal modo è redditizia per l’Occidente. La guerra “indiretta” delle parti non belligeranti della NATO, la distinzione tra fornitori e utilizzatori di armi occidentali si scontra con le necessità che la situazione del delegato ucraino pone ai suoi sponsor. Questa emergenza richiede di dotare l’Ucraina di armi qualitativamente nuove, che non si possono avere senza il relativo supporto tecnico e gli equipaggi operativi: un impegno militare che renderebbe definitivamente insostenibile la posizione ufficiale dell’Occidente di non essere parte in causa, ma solo di aiutare l’Ucraina, e che culminerebbe nel confronto diretto dei soldati della NATO con quelli russi.

Ma all’inizio del secondo anno di guerra, questo sembra essere ancora fuori questione, così come una sconfitta dell’Ucraina. Questo non rende meno urgente la decisione che l’Occidente deve prendere ma che rimanda con ancora più decisione. L’Occidente insiste su entrambi i lati del suo programma di guerra: da un lato, sull’interesse di combattere la Russia in modo così efficace da danneggiarne definitivamente la sua potenza bellica, dall’altro, sull’interesse di portare avanti questa lotta non come parte bellica diretta, ma attraverso il rappresentante ucraino: una Proxy War ovvero guerra per procura. Proprio più procede questo programma di guerra, più si sta dimostrando contraddittorio, poi allo stesso tempo così produttivo e promettente che l’Occidente non vuole abbandonarlo.

Per l’Ucraina stessa, questo significa in termini pratici: il modello di una guerra per procura si perpetua come l’obbligo di resistere come quella potenza bellica che l’Occidente ha creato e di continuare a combattere con i propri scopi e mezzi bellici, fino a quando i suoi sponsor non la renderanno una potenza del calibro capace di rendersi utile con i propri progressi bellici, con le proprie offensive e riconquiste. Per il momento, bisogna rispondere alle conquiste belliche russe con controffensive locali per far uscire l’Ucraina dalla rovinosa guerra di posizione e con l’indebolimento, in teatri selezionati, del fronte russo. Le armi rilevanti si chiamano artiglieria moderna, missili a lungo raggio – ma su scala limitata; carri armati – ma non nelle varianti più moderne, cioè più potenti, cioè non su scala decisiva per la guerra e senza i mezzi per il combattimento coordinato dei diversi reparti militari con i quali le forze armate avrebbero pieno effetto sul campo di battaglia. L’Ucraina riceve più munizioni e più lezioni di tiro per far durare questa merce sempre scarsa, e istruzioni strategiche su dove e quando usare le sue armi e il suo materiale umano nel modo più efficace, perché anche queste merci devono durare più a lungo possibile. 8 In questo modo, la guerra comprende non solo più costi per la Russia ma anche più impiego di materiale e più perdite, per essere prolungata in una fase successiva che renderà le perdite da parte ucraina utili per il collettivo degli sponsor occidentali. 9 In breve: un esperimento bellico che, nello stile neutrale della scienza militare, funziona così: l’Ucraina deve prima “assorbire” la potenza bellica russa e la sua nuova offensiva – con la prospettiva, auspicabilmente proclamata, che tanta “pazienza strategica” porterà ad un altro logoramento dell’esercito russo. Poi, dove possibile, si potrebbe avere anche una nuova controffensiva, con la quale l’Ucraina potrebbe riconquistare altro territorio ucraino e i cuori dei suoi sostenitori occidentali.

III Il contributo della leadership occidentale: escalation, deterrenza e ordini in tutte le direzioni

L’amministrazione Biden sta facendo ciò che ha dichiarato necessario: togliere alla Russia la capacità di fare la guerra per conto proprio. E lo sta spiegando in modo che il mondo sappia con che cosa ha a che fare quando l’America assicura la Pax Americana.

Innanzitutto sente la necessità di un chiarimento interno, soprattutto nei confronti dei repubblicani al Congresso: Da alcuni mesi, infatti, essi nutrono il sospetto che l’America venga sfruttata dal suo protégé ucraino e dai suoi scrocconi europei, facendosi così coinvolgere in una guerra che non le conviene . Certo, il sospetto è sicuramente ingiustificato. Ma il continuo avviso di non emettere più “assegni in bianco” all’Ucraina non è altro che l’esplicita insistenza su quella che sotto Biden è in ogni caso la linea guida fondamentale della partecipazione americana alla guerra: l’America fa si che la guerra venga condotta in Ucraina e deve quindi sempre dirigerla secondo i propri calcoli e obiettivi. Alla luce della portata di questa partecipazione alla guerra, dell’aumento dei costi e dei rischi, questa astratta preoccupazione dell’opposizione si intensifica: È necessario dimostrare concretamente che l’America non è immersa in un pantano bellico che le impedisce di stare al di sopra dei suoi concorrenti – e cioè al di sopra di tutti gli altri. Una piccola ma crescente minoranza di repubblicani di Trump sta già chiedendo la fine degli aiuti all’Ucraina, mentre un gruppo un po’ più numeroso sta esprimendo la preoccupazione più costruttiva che nel combattere la Russia in Ucraina gli Stati Uniti non devono perdere di vista l’essenziale: il principale nemico è la Cina.

La risposta dell’amministrazione Biden, ancora condivisa dalla maggioranza dei membri del Congresso: La guerra in Ucraina è la partita decisiva per la lotta degli Stati Uniti per la sua supremazia. Qui si difendono le regole dell’ordine mondiale, caratterizzato soprattutto dal fatto che l’America lo garantisce con la sua forza e che tutte le altre potenze lo rispettano. Questo viene chiamato “ordine internazionale di pace”. Gli Stati Uniti non possono sottrarsi a questa prova a cui l’invasione russa li sta sottoponendo, quindi bisogna indebolire assolutamente la Russia. Nello stesso tempo non trascurano la prova di forza con la grande sfida cinese – Biden vi attribuisce grande importanza. In primo luogo, perché l’amministrazione Biden nonostante la guerra per procura in Ucraina si occupa abbastanza della Cina.10 In secondo luogo, perché la guerra in Ucraina è attualmente la battaglia decisiva nella più ampia ed epocale disputa, determinata dalla Cina, sulle regole dell’ordine mondiale, ossia sull’autorità di stabilirle e farle rispettare. Si tratta di una precisazione imperialista di tipo fondamentale: non c’è alternativa all’uso efficace della forza per dimostrare la propria capacità e volontà di affermarsi nel mondo – e questa è la questione cruciale quando si parla di “rivalità delle grandi potenze”. È costoso – specialmente con un avversario come la Russia – ma deve essere fatto; l’America deve pagare il prezzo, lo deve a se stessa come potenza mondiale.

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Che gli Stati Uniti, con la loro ultima escalation, stiano sfidando la capacità nucleare della Russia in modo nuovo e più acuto – questo è ciò che il governo sta calcolando. Ufficiosamente e con notevole freddezza, i ministeri degli Esteri e della Difesa affermano che Putin non ha quasi più alcuna opzione di escalation convenzionale. Per il governo degli Stati Uniti, questo è molto importante in un primo momento; dopo tutto, la posta in gioco è proprio il logoramento della potenza militare russa in Ucraina. In questo modo, però, gli Stati Uniti si impegnano come potenza nucleare: devono confrontare la Russia con una capacità nucleare ancora più efficace e credibile, in modo che la Russia si lasci inchiodare a un assetto convenzionale della sua potenza bellica in e attraverso l’ in Ucraina senza ricorrere a un’uscita nucleare, anche se solo “tattica”. Una cosa sono tutte le minacce, più o meno segrete, che vengono lanciate a questo scopo; l’altra sono i messaggi ufficiali presentati dall’America nell’ultimo trimestre, ad esempio nella nuova edizione appena pubblicata della “Nuclear Posture Review” nazionale:

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sottolinea la persistenza e l’aumento dei pericoli nucleari in un panorama geopolitico sempre più competitivo e volatile. L’invasione illegale e non provocata dell’Ucraina da parte della Federazione Russa nel 2022 ci conferma i rischi nucleari nei conflitti contemporanei”. (NPR, PAG. 1)

Naturalmente, gli Stati Uniti non hanno dimenticato nemmeno per un secondo ciò che l’invasione russa “conferma”. Al contrario, ricordano alla Russia – e a tutti gli altri – ancora una volta che non c’è motivo di dubitare della capacità e della prontezza nucleare degli Stati Uniti. Questa certezza è confermata, in primo luogo, dall’annunciata modernizzazione dell’intera triade nucleare e, in secondo luogo, dall’esplicito rifiuto delle idee di una politica di “no first use” o “sole purpose“, con la quale gli Stati Uniti si limiterebbero – almeno “dichiaratamente” – a un secondo colpo nucleare. L’esperimento di ciò che è in grado di fare questo potere di deterrenza americano è in corso in Ucraina ad un livello superiore.

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Ciò che l’America deve a se stessa in quanto unica superpotenza, il banco di prova che deve affrontare, lo pretende come un test per gli altri Stati coinvolti in questa vicenda cioè per tutti; di far capire loro cosa devono all’America.

Questo vale innanzitutto per il principale rivale, la Cina, dal cui denaro e peso politico globale la Russia dipende oggi più che mai per la sua capacità di continuare la guerra. La Cina ha ancora di più da contribuire (alla resilienza del deterrente russo,) alla neutralizzazione del potere di deterrenza nucleare russo. La condanna che la Cina ha espresso in riguardo alle minacce nucleari della Russia durante il vertice del G20 a novembre 2022 è stata piuttosto soddisfacente in questo senso – come supplemento al regime di deterrenza americano, come contributo a vincolare la potenza nucleare della Russia entro limiti del teatro di guerra dell’Ucraina e a costringere la sua potenza militare a una rovinosa prova di forza con armi “convenzionali”. Ciò che è inaccettabile, tuttavia, è che la presa di posizione della Cina per la pace globale non significa che lei sostenga la guerra dell’Occidente. Al contrario, quest’ultimo viene incolpato in parte, se non di tutto, del disordine in Europa, della rottura dell’ordine di pace globale, e promuove questo punto di vista anche nel resto del mondo. Per gli Stati Uniti, ciò significa sostanzialmente schierarsi in questa guerra con la parte sbagliata; è così fastidioso proprio perché gli Stati Uniti stanno ora mettendo a dura prova la volontà di cooperazione di tutto il mondo: sia con gli effetti della loro guerra economica globale contro la Russia e sia con la richiesta di contributi a tutti gli Stati. Nessuno Stato è troppo piccolo e insignificante per non soddisfare questa richiesta; anche l’ultimo “failed State” può e deve contribuire con il suo voto alle Nazioni Unite alla condanna della violazione russa dell’ordine di pace internazionale. Tuttavia, questo vale in particolare per i potenti partner russi del club BRICS e per alcuni “Paesi emergenti e in via di sviluppo”: da loro la “indispensable nation” si aspetta molto di più di un comportamento di voto corretto, ovvero anche contributi economici e in alcuni casi – come per il Brasile – militari per danneggiare la Russia. Il fatto che questi stessi Paesi si permettano una posizione neutrale sulla guerra in Europa significa secondo la pretesa imperialista degli USA che stanno dividendo il mondo: minano il fronte unito contro la Russia previsto da tempo dall’America. Di conseguenza, vengono confrontati, a livello bilaterale e durante gli incontri al vertice con la prospettiva di sanzioni secondarie, mentre ad alcuni vengono addirittura offerti aiuti.

Per quanto riguarda la Cina, la potenza più importante e pesante in questo contesto, il governo statunitense non ha alcun dubbio sulla portata del conflitto che con la sua alleanza militare sta affrontando con l’attuale fase di escalation ed è proprio per questo che contemporaneamente intensifica il confronto con la Cina. Vietare le minacce nucleari non è sufficiente; la Repubblica Popolare deve anche negare alla potenza nucleare russa qualsiasi assistenza militare convenzionale, proprio perché la Russia ne avrà più che mai bisogno. Se la Cina non lo farà e fornirà armi proprio al contraente la cui la potenza bellica l’America vuole annientare, allora il piano di pace cinese sarebbe irrilevante: la Repubblica Popolare non dimostra ovviamente alcuna volontà di pace, ma anzi – chi lo sa meglio degli Stati Uniti? – si trasforma in una parte belligerante che sta consapevolmente prolungando la guerra.

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Ai partner europei il governo statunitense si rivolge in modo più amichevole e cooperativo, ma altrettanto esigente: Biden sottolinea il valore della potenza leader per i suoi alleati più importanti, incoraggiandoli a impegnarsi in modo più indipendente nell’alleanza, ad assumere una maggiore responsabilità di leadership per la sicurezza europea e per un ordine mondiale basato su regole. Questo vale innanzitutto per la leadership della Germania – in primo luogo in modo assoluto, e in secondo luogo in vista dei requisiti speciali di armamento che sono necessari nella fase di escalation ormai imminente. La leadership che l’America esige è perfettamente in linea con la fedeltà che chiede all’Europa e in particolare alla Germania: assumere un ruolo guida nella fase di escalation che l’America sta già praticamente avviando. Se Biden deve promettere alcuni dei suoi carri armati ed eventualmente inviarli entro tre quarti d’anno affinché la Germania si arrenda alle sue esigenze, potrebbe ancora andare. Ma in futuro la principale potenza europea deve essere pronta ad agire di propria iniziativa e a proprie spese. Questo è il nuovo spirito della fratellanza d’armi transatlantica.

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Quindi non è proprio poco quello che l’America post-Trump – tornata alla leadership globale sotto Biden – può guadagnare da questa guerra: una Russia in rovina e un mondo di Stati che dimostra con azioni che servono all’America di essere in linea. Ciò che questo significa per il protégé ucraino è reso chiaro dal tipo di escalation che è prevista: l’Ucraina riceve più e migliori armi, ma allo stesso tempo anche istruzioni che chiariscono che sono solo gli Stati Uniti – in base alla loro volontà politica – a decidere le dimensioni e la durata dello sforzo bellico ucraino. Ciò di cui l’Ucraina ha bisogno per questo scopo e per quanto tempo le verrà comunicato al momento opportuno. Di recente è arrivata anche la cattiva notizia che tra i governanti americani e i loro elettori lo scetticismo sta crescendo: al governo Zelensky viene quindi detto – in modo non ufficiale, ma inequivocabile – che deve almeno accettare l’idea che la sua coraggiosa lotta non finirà assolutamente con una sconfitta, ma nemmeno necessariamente con una vittoria secondo le sue massime aspettative, invece realisticamente a un certo punto con dei negoziati. La buona notizia per Kiev è che Putin, il nemico, non ha alcuna disponibilità a negoziare. Quindi, per il momento, la situazione si sta aggravando. Oltre alle nuove e migliori armi, ci sono le relative assicurazioni di ferma solidarietà, fornite dal capo in persona, e la promessa di molte attrezzature affinché l’esercito ucraino possa continuare a devastare il proprio Paese per una buona causa.

1“Come può un’economia funzionare – pur sostenendo lo sforzo bellico – quando le infrastrutture civili sono così gravemente danneggiate? Non credo che si sia mai vista una cosa del genere prima d’ora”, ha detto Simon Johnson, un economista del MIT che è in contatto con i funzionari ucraini. ‘Non ricordo nessuna economia che ci abbia mai provato’… Il Ministro delle Finanze ucraino Serhiy Marchenko stava già chiedendo al Segretario del Tesoro Janet Yellen miliardi di aiuti quando l’ha avvertita per la prima volta del bombardamento delle infrastrutture da parte della Russia. L’Ucraina, governata da oligarchi e in costante bisogno di salvataggi, era nel caos finanziario molto prima dell’invasione russa. Una guerra in piena regola ha mandato in tilt l’economia del Paese”. (Washington Post, 15-12-22)
Il governo ucraino è diventato una pura amministrazione di guerra; tutto ciò che fa ancora in termini di economia serve per il mantenimento, il funzionamento e la continuazione della sua lotta per l’autoaffermazione; ciò che può fare per questo è interamente grazie al sostegno finanziario delle potenze occidentali. Ciò che si continua a sommare nel Paese in termini di “cifre di bilancio” e “crescita” è in gran parte di carattere piuttosto fittizio: “L’Ucraina ha bisogno di un prestito multimiliardario per sostenere il bilancio statale. Il governo ucraino vuole negoziare a questo proposito con i rappresentanti del FMI a Varsavia la prossima settimana, riferisce la Reuters. Questo avviene mentre l’agenzia di rating internazionale Moody’s ha abbassato ieri il rating sovrano dell’Ucraina a Ca da Caa3, prevedendo che una guerra con la Russia creerà delle sfide a lungo termine per l’economia del Paese. Questo rating significa che il debito è probabilmente in default o molto vicino al default”. (strana.news, 11.2.23)
Il crollo della vita civile non solo abbatte il morale della popolazione, ma decima le risorse di cui l’esercito ha bisogno per continuare la guerra: Cibo, prodotti per l’igiene e medicinali, carburante e lubrificanti e quant’altro necessario per una guerra di queste dimensioni sono prodotti solo in misura limitata, se non addirittura nulla. Il trasporto di ciò che è disponibile nei luoghi in cui è necessario è un ulteriore problema in condizioni di continue interruzioni di corrente e di generale mancanza di risorse. La consegna di enormi quantità di munizioni per l’artiglieria, la riparazione di hardware usurati, infine il ridispiegamento delle truppe: tutto questo diventa un programma di assoluta emergenza quando c’è un’interruzione generalizzata dell’energia elettrica. Per non parlare della sopravvivenza della popolazione tra le rovine.

2“Il settimanale tedesco ‘Der Spiegel’ ha riferito solo questa settimana che i servizi segreti tedeschi hanno informato i politici della sicurezza del Bundestag in una riunione segreta che l’esercito ucraino stava perdendo un numero di soldati di tre cifre al giorno nei combattimenti intorno a Bachmut…. L’esperto militare Markus Reisner ipotizza che l’Ucraina abbia ancora abbastanza soldati per occupare le sue posizioni difensive. ‘Ma possiamo già vedere che ci sono problemi nel reclutare nuovi soldati’, avverte Reisner”. (RND, 1.2.23) I reclutamenti forzati di ucraini sempre più anziani e giovani sono all’ordine del giorno.
“In pochi giorni qui verrebbero sparate le scorte di munizioni pari a quelle di interi Paesi della NATO, secondo Rafael Loss, esperto di politica di sicurezza e difesa presso il think-tank European Council on Foreign Relations. L’Ucraina spara tra i 5.000 e i 10.000 proiettili di artiglieria al giorno. Si tratta di un quantitativo pari a quello di un intero mese in Afghanistan. I continui combattimenti stanno facendo diminuire le scorte di munizioni dell’esercito ucraino”. (n-tv, 14.1.23)

3Il Capo di Stato Maggiore americano Mark Milley calcola che “la Russia ha perso “ben oltre 100.000” soldati. Questo include i membri regolari dell’esercito, ma anche i mercenari che combattono dalla parte russa. I russi hanno subito un numero enorme di perdite nelle loro forze armate. Per la Russia, la guerra si sta trasformando in un “disastro assoluto””. (n-tv, 20.1.23) “L’arsenale militare russo è stato gravemente indebolito. Secondo una stima pubblicata questa settimana dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, ha perso quasi la metà dei suoi carri armati e sta ripiegando sulle scorte di armi più vecchie (e talvolta sovietiche). Le scorte di munizioni della Russia si stanno rapidamente esaurendo”. (Washington Post, 17/2/23)

4“I partner della NATO esitano sulla fornitura di carri armati. Dopo la promessa tedesca di consegnare 14 carri armati Leopard-2 A6 all’Ucraina, altri partner della NATO stanno esitando a fornire i propri contributi, secondo quanto riportato dai media. Secondo le informazioni del settimanale ‘Der Spiegel’, non ci sono ancora impegni precisi per assemblare un battaglione di carri armati Leopard 2 per l’Ucraina insieme ai 14 carri armati tedeschi. “La formazione dei battaglioni si sta rivelando un’impresa laboriosa”, affermano ambienti governativi. Il governo tedesco aveva deciso una quindicina di giorni fa che la Germania, insieme ad altre nazioni europee, avrebbe consegnato all’Ucraina due battaglioni di carri armati equipaggiati con Leopard-2 entro la fine di marzo”. (SZ, 4.2.23) “Dopo le consultazioni con i partner della NATO, il Ministro della Difesa Boris Pistorius non è riuscito a raccogliere un numero sufficiente di carri armati del tipo moderno Leopard 2A6 perché l’Ucraina possa equipaggiarne un battaglione. Oltre ai 14 carri armati promessi dalla Bundeswehr, solo il Portogallo è disposto a fornire tre di questi modelli. Un battaglione ucraino comprende 31 carri armati. Non raggiungeremo la forza di un battaglione”, ha detto il politico della SPD dopo un incontro a Bruxelles mercoledì con i ministri degli Stati che hanno mostrato interesse a partecipare. Alla domanda su come Kiev dovrebbe impiegare mezzo battaglione, Pistorius ha risposto: “Dovrete chiederlo agli ucraini”. La Polonia, invece, che aveva preso la guida di un battaglione di Leopard 2A4 e che vuole fornire anche 14 carri armati, è riuscita a organizzare “poco meno di trenta” carri armati del vecchio tipo. Pistorius ha detto, a titolo di spiegazione, che c’erano meno A6 che A4. Le dichiarazioni rilasciate il giorno prima, secondo cui le condizioni operative dei modelli A4 non erano “così esaltanti”, non sono state ripetute dal ministro. Gran parte dei carri armati “saranno in grado di essere in Ucraina tra la fine di marzo e la fine di aprile”. La Danimarca è tra i Paesi che si sono rifiutati di condividere le donazioni della Germania. Per quanto riguarda la Svezia, Pistorius ha riferito che sta ancora valutando. Il vuoto nel battaglione A6 “tedesco” potrebbe essere colmato se la Germania accettasse un’offerta del capo del governo olandese Mark Rutte. Rutte ha proposto al Ministro di ricomprare i 18 Leopard 2A6 presi in leasing dalla Germania e facenti parte di un battaglione tedesco-olandese e di donarli all’Ucraina. Finora non c’è stata alcuna richiesta di mettere a disposizione questi carri armati”, ha detto Pistorius, ma poi ha respinto la proposta nel merito. Se venissero messi a disposizione, ha detto, significherebbe “un ulteriore indebolimento della prontezza operativa della Bundeswehr”. Il ministro ha sottolineato che entro l’inizio del 2024 si aggiungeranno “oltre 120 carri armati Leopard 1A5″, attualmente in fase di riparazione. Si tratta di un modello al livello degli anni Ottanta”. (FAZ, 16.2.23)
“La Gran Bretagna ha annunciato di voler iniziare ad addestrare i piloti ucraini il prima possibile. ‘Speriamo di avere i primi piloti ucraini qui per l’addestramento in primavera e ovviamente vogliamo che inizi il prima possibile’, ha detto un portavoce del Primo Ministro Rishi Sunak. Sunak ha anche incaricato il Ministro della Difesa di esaminare quali jet da combattimento potrebbe fornire la Gran Bretagna. Ma si tratta di un progetto a lungo termine ‘e non di una capacità a breve termine di cui l’Ucraina ha più bisogno ora’”. (SZ, 9.2.23) “‘La Gran Bretagna non ha mai detto che fornirà sicuramente dei jet da combattimento all’Ucraina’. Ha solo detto ‘che inizieremo l’addestramento per migliorare la capacità di resistenza dell’Ucraina, probabilmente per il dopo conflitto'”, ha dichiarato il ministro della Difesa britannico Wallace.” (FAZ, 10.2.23) “L’equipaggiamento con aerei da combattimento servirebbe solo alla ‘resilienza a lungo termine degli ucraini’. A breve termine, le macchine dovrebbero essere fornite con centinaia di personale di supporto, “e non stazioneremo questi uomini in Ucraina””. (FAZ, 16.2.23)

5Ed è già in corso: “Il Primo Ministro si offrirà di aumentare la quantità di addestramento offerto dalla Gran Bretagna alle truppe ucraine e di estenderlo ai piloti di caccia per garantire che l’Ucraina possa difendere il proprio spazio aereo anche in futuro. L’addestramento garantirà che i piloti siano in grado di pilotare in futuro jet da combattimento avanzati secondo gli standard NATO”. (gov.uk/government/news)

6Pistorius: “Non escludo nulla per ora. Ma la Germania si è impegnata a schierare una divisione completamente equipaggiata entro il 2025. Stiamo parlando di proteggere il fianco orientale della NATO. Devo mantenere la difesa e la prontezza operativa. Prendiamo il sistema di difesa aerea Patriot: Al momento, in Germania abbiamo ancora esattamente uno di questi sistemi. Se lo do via anche adesso, non potrò nemmeno esercitarmi”. (Intervista al Ministro della Difesa Boris Pistorius in SPIEGEL, 17.2.23)

7“Avendo probabilmente esaurito la maggior parte dei proiettili da 152 e 122 mm dell’artiglieria sovietica, l’Ucraina dipende ora sempre più dai Paesi della NATO per i proiettili da 155 mm e i relativi cannoni. Ma le forniture degli alleati occidentali, da cui si è rifornita finora, si stanno rapidamente esaurendo. L’America ha iniziato a fornire obici e proiettili da 105 mm a corto raggio per compensare la mancanza di proiettili di calibro maggiore…. L’Ucraina dipenderà presto da ciò che le industrie di armi americane ed europee riusciranno a produrre. Attualmente, gli Stati Uniti possono produrre circa 180.000 proiettili da 155 mm all’anno, mentre l’Europa ne ha prodotti circa 300.000 l’anno scorso, secondo Bastian Giegerich dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, un think tank. Il tutto equivale a poco meno di tre mesi di consumo per l’Ucraina. L’industria della difesa statunitense è progettata per la massima efficienza nella produzione in tempo di pace”, afferma Jim Taiclet, capo della Lockheed Martin, il più grande appaltatore della difesa statunitense. Ciò significa che gli appaltatori possono produrre solo la quantità di munizioni necessaria a sostituire quelle utilizzate per l’addestramento. I governi occidentali e le aziende produttrici di armi si sforzano ora di aumentare la loro produzione…. Il Congresso ha ora autorizzato l’uso di contratti pluriennali per dare alle aziende maggiore certezza sulla domanda. Finora, tuttavia, tali contratti sono stati utilizzati soprattutto per aerei, navi o carri armati costosi, non per singole munizioni. Si spende anche per eliminare i colli di bottiglia della produzione…. Un processo simile è in corso in Europa. Armin Papperger, capo della tedesca Rheinmetall, afferma che la sua azienda può aumentare rapidamente la produzione da 70.000 a 450.000 proiettili all’anno o più, dopo aver recentemente accettato di acquistare Expal Systems, un produttore di munizioni spagnolo. Rheinmetall sta anche costruendo un nuovo impianto di munizioni in Ungheria. CSG, un produttore di armi ceco che l’anno scorso ha prodotto 100.000 granate, spera di aumentare la sua produzione a 150.000 pezzi quest’anno. Anche l’azienda norvegese Nammo potrebbe aumentare la sua produzione. I Paesi dell’ex Patto di Varsavia stanno persino accarezzando l’idea di riaprire le fabbriche per la produzione di munizioni da 152 mm, in modo che l’Ucraina possa continuare a utilizzare l’artiglieria di fabbricazione sovietica. Ma nonostante l’urgenza, i governi europei non hanno firmato molti contratti di approvvigionamento. Papperger si è detto disposto a prefinanziare alcuni degli investimenti necessari per accelerare la produzione di proiettili e missili, ma senza contratti certi la disponibilità delle aziende private è limitata”. (The Economist, 18.2.23)

8“I franchi colloqui del mese scorso a Kiev hanno rispecchiato gli sforzi dell’amministrazione Biden per conciliare gli obiettivi dell’Ucraina con ciò che l’Occidente può sostenere dopo un anno di guerra. Mettere in riga l’Ucraina non è sempre stato facile, hanno riferito persone che hanno avuto familiarità con le trattative private. Per mesi, l’Ucraina ha dedicato ingenti risorse e truppe alla difesa di Bakhmut, nel Donbass orientale. Analisti e programmatori militari americani hanno sostenuto che non è realistico difendere contemporaneamente Bakhmut e lanciare una controffensiva in primavera per riprendere un’area che gli Stati Uniti considerano più importante. Tuttavia, Zelensky attribuisce un’importanza simbolica a Bakhmut, secondo due alti funzionari governativi, e ritiene che perdere la città sarebbe un colpo al morale dei combattenti ucraini. Venerdì Zelensky ha dichiarato che le forze del suo Paese “combatteranno finché sarà possibile” per controllare la città, che è sul punto di essere conquistata dalla Russia. Se da un lato i funzionari statunitensi hanno dichiarato di rispettare il fatto che Zelensky sapesse come mobilitare al meglio il suo Paese, dall’altro hanno espresso il timore che se l’Ucraina combattesse ovunque la Russia inviasse truppe, ciò andrebbe a vantaggio di Mosca. Hanno invece esortato l’Ucraina a dare priorità alla tempistica e alla condotta della controffensiva in primavera, soprattutto laddove gli Stati Uniti e l’Europa stanno addestrando i combattenti ucraini su alcune delle armi più complesse che stanno per arrivare sul campo di battaglia”. (Washington Post, 13/2/2013) “Allo stesso tempo, gli analisti dell’ISW notano che la difesa di Bakhmut ha costretto la Federazione Russa a dispiegare non solo i Wagneriani ma anche la preziosa potenza aerea russa”. (strana.news, 15/2/2013) “Mentre gli Stati Uniti e l’Europa cercano modi per aumentare la produzione di granate da immagazzinare in patria e rifornire l’Ucraina per le sue offensive nei periodi caldi, stanno osservando gli attuali sforzi di addestramento in Inghilterra e Germania per cambiare il modo in cui l’Ucraina si muove sul campo di battaglia. Questo include la ricerca di modi per sconfiggere la Russia senza usare troppe munizioni. Stiamo lavorando con i soldati ucraini in vari luoghi d’Europa per fare un addestramento supplementare per le manovre”, ha detto il Segretario alla Difesa statunitense Austin (…) c’è una buona possibilità che usino meno munizioni per l’artiglieria”. (Politico, 14 febbraio 2013)

9L’assegnazione misurata e frammentaria di risorse belliche dà ad alcuni esperti militari, che nessuno accuserebbe di essere tifidella propaganda di Putin, l’impressione deludente che l’Ucraina venga salvata solo facendone un mattatoio: “Gli americani cercano di sostenere l’Ucraina sempre quando una situazione simmetrica diventa asimmetrica, cioè quando la Russia ha il sopravvento, in modo che torni ad essere una situazione simmetrica. Ma si guardano bene da non reagire oltre, perché temono che la Russia si senta messa all’angolo e reagisca in modo irrazionale. In altre parole, stanno cercando di logorare i russi anche sulla linea del tempo. Per dirla con una metafora: I russi stanno strangolando gli ucraini sperando che si esauriscano. E gli americani stanno strangolando i russi sperando che a loro manchi il fiato prima degli ucraini. La tragedia è che questo non è il modo per porre fine alla guerra in tempi brevi”. (Intervista con l’analista militare austriaco Markus Reisner, tagesschau.de, 21.2.23)
“Il capo di Stato Maggiore ucraino, il generale Saluschnij, ha recentemente dichiarato: ‘Ho bisogno di 300 carri armati, 600-700 veicoli da combattimento di fanteria e 500 obici per spingere le truppe russe nelle posizioni precedenti all’attacco del 24 febbraio’. Tuttavia, con quello che riceve, “non sono possibili grandi operazioni”. C’è però da chiedersi se le forze armate ucraine abbiano ancora un numero sufficiente di soldati idonei per poter utilizzare questi sistemi d’arma, viste le ingenti perdite degli ultimi mesi. In ogni caso, la dichiarazione del generale Saluschnij spiega anche perché le forniture di armi occidentali non consentono all’Ucraina di raggiungere i suoi obiettivi militari, ma si limitano a prolungare la guerra”. (Intervista al generale in pensione Harald Kujat, infosperber.ch)

10In America si dice “walking and chewing gum at the same time”.

Un anno di guerra in Ucraina

– Dopo un anno di guerra in Ucraina, il numero di soldati russi morti o feriti è pari a quello dei soldati che un anno fa hanno partecipato all'”operazione militare speciale”. Per quale motivo? Il Presidente Putin lo ha spiegato e lo continua a spiegare. Per ripristinare una patria russa intatta e per la sicurezza della nazione come potenza strategica contro la minaccia esistenziale della NATO. In Occidente, le due ragioni presentate da Putin vengono respinte come assurde; non con argomenti, ma con la ferma convinzione che si tratti di giustificazioni che non meritano di essere prese in seria considerazione.

Se solo fosse così! Ma prese di parola, le ragioni della guerra rivelano esplicitamente la brutalità degli imperativi “patria” e “potenza strategica”.

– Dopo il primo anno di guerra, l’Ucraina è devastata; il governo ha sacrificato una parte considerevole della popolazione alla lotta contro l’invasione russa. A quale scopo? Il presidente Selenskyj lo spiega quotidianamente nei termini più drastici: Senza la costanza di uccidere e morire su tutti i fronti, l’Ucraina non esisterebbe più come Stato indipendente. Questa è considerata la giusta ragione che merita tutte le vittime, la giustificazione definitiva per la guerra.

E questo è vero: questo eroe della difesa nazionale rivela quanto sia micidiale la creazione, il rispetto e la tutela di una vera e propria nazione. Con l’accusa di “genocidio” all’indirizzo dei russi, egli sottolinea che gli abitanti del suo paese hanno il loro scopo di vita proprio nell’essere completamente sussunti come popolo sotto quella “identità nazionale” definita e praticata dal loro governo.

– Dopo un anno di “svolta epocale”, l’Occidente sta registrando i costi del suo impegno contro la Russia in Ucraina: i danni all’economia mondiale e anche alla propria crescita economica; le prevedibili spese a lungo termine per le armi e la finzione di un bilancio statale ucraino; il movimento di rifugiati che sta gestendo; anche i danni e i cadaveri da parte ucraina compaiono nel bilancio. A che cosa serve tutto questo? I responsabili non lo spiegano mai abbastanza: Con la violenza che stanno mobilitando, intendono salvare l’ordine di pace europeo e, in generale, l’ordine globale. Che nobile causa! Che documento di responsabilità altruista!

E che rivelazione! Mantenere l’ordine nel mondo degli Stati è qualcosa a cui l’Occidente non rinuncia. Per questo è necessario il monopolio sull’uso della forza bellica, che richiede l’uso spietato di una forza militare superiore. Facendo sempre attenzione che tutti i costi annessi, il logorio di materiale, i sacrifici umani previsti, vadano preferibilmente a carico del nemico.

– Infine: da un anno a questa parte, tutti coloro che sono coinvolti nella guerra in Ucraina affermano ripetutamente che la loro guerra o la loro partecipazione alla guerra è assolutamente necessaria. Perché? Perché l’altra parte sta calpestando in piena coscienza tutti quei sacri beni per i quali loro stessi fanno la guerra. Tutti reagiscono solo a una minaccia inaccettabile o a un’aggressione brutale.

E se fosse davvero così? Cioè, che per ciascuna parte i suoi interessi essenziali di Stato siano davvero incompatibili con quelli della controparte? Che i diritti imprescindibili che ciascuna parte attribuisce ai propri interessi vitali non solo giustificano, ma esigono una violenza ad oltranza? Tutti gli avversari si appellano a una necessità quasi naturale di dover andare in guerra, ad un diritto assolutamente indispensabile, e nel farlo rivelano in realtà solo una cosa: l’incompatibilità della ragion di Stato e degli obbiettivi che praticano come potenze militari con quelli del tutto analoghi del loro nemico.

La necessità della guerra in Ucraina, per loro una conseguenza inevitabile, è la loro buona ragione per produrre tutti questi cadaveri. Altrimenti i politici non sarebbero ciò che sono: i legittimi esecutori degli interessi esistenziali nel loro dominio la cui funzione include indiscutibilmente l’affermazione incondizionata di questi interessi. Il diritto assoluto di perseguire gli interessi nazionali con tutta la violenza disponibile contro qualsiasi ostacolo o interferenza è la premessa della loro professione e il principio della loro falsa coscienza, ossia la responsabilità patriottica con cui esercitano la loro funzione. Al contrario: dalle buone ragioni che i guerrafondai al potere e i loro addetti reclamano per la loro militanza, si può dedurre la reale necessità della guerra, la sua ragione nella natura imperialista delle potenze impegnate – se si cancella il “buono” dalle ragioni permanentemente invocate. Allora si comprenderanno meglio i calcoli oltremodo cinici fatti dai presidenti e dai cancellieri e dai loro strateghi e messi in atto nel corso della guerra e ci si risparmia una falsa comprensione e un’altrettanto falsa incomprensione.

La guerra economica diventa globale e una questione di principio

I. L’Occidente produce una crisi economica globale

A mezzo anno dall’inizio della guerra in Ucraina, gli organismi competenti certificano che l’economia globale è in uno stato di salute decisamente precario. Il Fondo Monetario Internazionale vede il mondo “sull’orlo di una recessione globale”, e non è un segreto il motivo di questo crollo indesiderato dell’attività economica mondiale: “L’inflazione e la guerra in Ucraina stanno pesando sempre di più sull’economia mondiale”. (Süddeutsche Zeitung, 27.7.22) I massicci aumenti dei prezzi dell’energia sul mercato mondiale sono stati identificati come la fonte principale dell’inflazione che si è ormai diffusa nella maggior parte delle economie nazionali e che sta sconvolgendo tutti i conti finanziari privati e statali: le potenze mondiali occidentali hanno decretato l’esclusione della Russia dal mercato mondiale a causa dell’invasione dell’Ucraina; per raggiungere questo obiettivo hanno imposto sanzioni sulla sua principale fonte di reddito, la vendita di petrolio e gas. Queste, insieme alle altre sanzioni, distruggono molte attività commerciali russe. E stanno producendo allo stesso momento una situazione di crisi nell’economia mondiale.

Non c’è da stupirsi. Le misure per impedire l’esportazione di fonti energetiche russe colpiscono una sezione del mercato mondiale che è esistenzialmente importante per tutti gli attori economici globali. I beni che vi vengono scambiati sono considerati “beni strategici” poiché l’energia come ingrediente di ogni attività sociale è materia prima dell’intero processo di riproduzione sociale: la sua disponibilità e il suo prezzo sono quindi di fondamentale importanza. In primo luogo, per i conti delle aziende di ogni tipo; in secondo luogo, quindi, per i loro leader e promotori politici, che si impegnano a fondo per una politica energetica utile a livello nazionale; in terzo luogo, quindi, l’energia gioca un ruolo centrale nella concorrenza tra le nazioni. È proprio a causa dell’importanza centrale della questione energetica per la competizione tra gli Stati che l’esclusione della Russia dall’approvvigionamento energetico globale è uno degli obiettivi centrali della guerra economica occidentale: il denaro che lo Stato russo vi guadagna, le dipendenze economiche e politiche che crea come importante fornitore di altri Stati, sono tra le fonti più importanti del potere statale russo; la Russia deve quindi esserne tagliata fuori a tutti i costi. Per lo stesso motivo, tuttavia, le sanzioni stanno producendo una crisi energetica globale: causando una carenza nell’offerta di petrolio e gas sul mercato mondiale, stanno sconvolgendo tutti i conti statali e privati di questi beni indispensabili.

Il mercato mondiale dell’energia è a soqquadro

Le potenze alleate nella NATO riescono a scuotere completamente il mercato mondiale dell’energia e ad aumentare massicciamente il livello dei prezzi dei beni scambiati, perché dominano questo mercato con il loro potere competitivo. Le grandi aziende che vi operano approfittano della libertà che questi Stati, guidati dagli USA, hanno concesso loro con il diritto di accedere a questa merce oltre i confini nazionali. La loro prassi commerciale, sostenuta a ogni livello dal potere politico e dalle risorse finanziarie delle amministrazioni nazionali, ampliata nel corso di decenni in lotte competitive permanenti – comprese quelle politiche fino alle guerre – ha stabilito relazioni di potere commerciale tra fornitori, clienti e intermediari statali e privati. Queste relazioni si sono concretizzate in strutture globali e sono politicamente consolidate a tal punto che interi Stati hanno la loro determinazione politico-economica nella loro funzione per il business dell’energia: come paesi fornitori o come paesi di transito. Il potere su questo mercato non spetta comunque a loro, ma ai paesi in cui questa merce serve su larga scala come mezzo di produzione per la crescita capitalistica. Dal punto di vista economico, questo dominio si materializza nella valuta degli Stati Uniti, il dollaro. È in questa valuta che si svolgono gli scambi commerciali, cioè si misura e si realizza il valore di scambio della merce; di conseguenza, tutti i partecipanti al mercato dipendono dalla sua acquisizione e dal suo utilizzo. La capacità di erogare questo denaro distingue gli Stati Uniti come potenza principale nel business mondiale dell’energia; la capacità di procurarsi questo denaro per ogni suo uso capitalistico è un motivo essenziale per la concorrenza tra le nazioni per le quote di dominio sul mercato energetico.

L’annuncio stesso della decisione di escludere il principale fornitore, la Russia, da questo commercio e le relative misure di boicottaggio stanno capovolgendo completamente questo mercato. I suoi padroni politici, gli Stati Uniti e i loro principali concorrenti alleati, ne ridefiniscono con forza le condizioni; in questo modo realizzano un nuovo livello dei prezzi sul mercato mondiale, molto più alto e altamente volatile. il tutto è mediato dalla sacrosanta libertà del mondo imprenditoriale capitalista, secondo i principi del suo sistema commerciale, del suo finanziamento e della speculazione ad esso sovrapposta, di trarre il massimo profitto dal rapporto totalmente mutato e insicuro tra domanda e offerta. Ciò tende di per sé a distruggere la crescita capitalistica in molti Paesi, che devono procurarsi dollari USA su una scala molto più ampia di prima; in altri Paesi, la sopravvivenza della società diventa precaria. Ma non si ferma qui.

L’inflazione si generalizza

Le stesse potenze che si contendono in modo decisivo il controllo dei mercati energetici mondiali trasformano in questo settore la nuova situazione di concorrenza per i commercianti e gli Stati in una situazione economica generalmente critica che colpisce in modo diverso le varie sedi nazionali del capitalismo globale. E sono in grado di farlo perché dominano i mercati finanziari mondiali con il loro potere creditizio e quindi decidono essenzialmente sulla solvilibità o sull’insolvenza delle altre nazioni.

Per potere creditizio si intende la conseguenza decisiva della crescita e delle dimensioni dell’economia capitalistica di un paese: tale crescita si basa sull’ampia creazione e concessione di credito, che, grazie al suo effetto positivo ovvero al profitto che ne deriva, si conferma come anticipazione del valore prodotto. Questo successo, a sua volta, giustifica il rifinanziamento dei crediti commerciali da parte dell’autorità statale con la moneta da essa creata. Una moneta che quindi non è semplicemente moneta di scambio, ma rappresenta il credito nazionale e la sua efficienza. L’uso di questo denaro come liquidità per transazioni creditizie di successo lo qualifica come valore capitalisticamente utile. Ciò consente allo Stato di entrare nel mercato dei capitali con le sue obbligazioni, che vengono negoziate come veri e propri investimenti di capitale e anche come investimenti particolarmente sicuri che aumentano il volume e quindi l’attrattività di questo mercato. Uno Stato del genere attrae più attività finanziarie, anche da altri paesi, per le quali crea opportunità di investimento, e più domande di credito, per le quali fornisce fondi di investimento. Questo circolo, la centralizzazione e l’aumento sia delle eccedenze sia dei titoli di debito sul mercato finanziario di un Paese, consente allo Stato di immettere nel mondo sempre più credito per il suo fabbisogno, cioè per la promozione della sua economia, che non solo accresce la propria solvibilità ma anche la ricchezza di coloro che vi investono. Allo stesso tempo, conferma e consolida la qualità dei mezzi di pagamento nazionali come denaro che, usato correttamente, ha il diritto di moltiplicarsi: come denaro mondiale.

I pochi Stati che hanno un potere creditizio di questo tipo – come gli Stati Uniti e i loro alleati – creano il credito e la liquidità di cui i partecipanti al commercio mondiale hanno bisogno nella situazione commerciale attuale; in primo luogo, per pagare i prezzi esplosivi delle fonti energetiche. Essi rappresentano anche il rifinanziamento delle risorse finanziarie di cui il mondo imprenditoriale ha bisogno e di cui si serve in misura molto maggiore per poter realizzare le conseguenze dell’aumento dei prezzi dell’energia, vale a dire l’adeguamento al rialzo o l’aumento speculativo dei prezzi dei beni prodotti a costi elevati. Ciò generalizza e aggrava l’ondata dell’aumento dei prezzi già avviata per vari motivi durante la pandemia e gestita dallo Stato con più credito. Secondo la logica dei mercati finanziari, l’inflazione è generalizzata in misura molto diversa e con conseguenze diverse per le varie nazioni. “Stampare denaro”, come si suol dire, è l’unica cosa che gli Stati possono fare; lo mettono in circolazione e abilitano così l’economia e i cittadini di pagare l’aumento dei prezzi. La qualità capitalistica di una moneta in questo modo aumentata , la sua utilità per la creazione di credito e come riserva di valore impiegabile anche oltre i propri confini, è tutta un’altra cosa. In questo caso, la moneta delle molte nazioni prive di un potere creditizio degno di nota si misura con le monete mondiali, che continuano a rappresentare il successo complessivo della creazione di credito del paese. Questo confronto delle valute avviene praticamente come una costrizione inevitabile per tutte le nazioni con una capitalizzazione minore a procurarsi sempre più denaro mondiale per l’acquisto di beni di ogni tipo e a sacrificare per questo la ricchezza nazionale misurata nella propria moneta. Quindi di spendere di più rispetto a quanto devono spendere le nazioni che dominano i mercati mondiali di beni, denaro e debiti con il loro potere di credito.

L’aumento generale dei prezzi ha di conseguenza una crisi economica mondiale

Gli Stati che possiedono e producono il denaro mondiale sempre più ricercato ne sono altrettanto colpiti. Loro garantiscono la libertà dei capitalisti di tutto il mondo, quindi anche nei loro paesi, di trasformare l’aumento dei costi in aumento dei prezzi; e li autorizzano a imporre questi prezzi, perché o nella misura in cui le banche forniscono i mezzi finanziari necessari grazie al rifinanziamento statale. Anche nel loro caso, l’inflazione generale gonfia di conseguenza il volume dei mezzi di pagamento circolanti rispetto alla merce da pagare, aumenta il fatturato nominale senza un corrispondente aumento del potere capitalistico reale su tutte le risorsee dell’impresa; un effetto che, a causa della sua generalità, viene registrato come una perdita di valore dell’unità del mezzo di pagamento e quindi di potere d’acquisto della moneta nazionale e quantificato come tasso di inflazione.

Tutto questo non causa necessariamente un danno generale; finché l’inflazione derivante dal mercato mondiale dell’energia può essere compensata da e per i capitalisti passandosi da uno all’altro gli aumenti dei prezzi, cioè finché l’economia continua a crescere in rapporto all’inflazione attuale, un tale aumento del capitale anticipato è accettabile. Tuttavia, questo trasferimento degli aumenti dei prezzi da un partecipante al mercato all’altro non funziona per quella merce il cui valore d’uso per gli acquirenti capitalisti risiede nel fatto che crea più denaro di quanto costa: per il momento, i lavoratori dipendenti dal salario rimangono fermi alla retribuzione concordata per contratto. Per una buona ragione: il fatto che i costi salariali rimangano nominalmente invariati significa per un tasso di inflazione quasi a due cifre una riduzione del salario reale, cioè un beneficio per l’imprenditore; e la classe dei datori di lavoro non si lascia privare di questo beneficio. L’aumento generale dei prezzi di mercato, che e nella misura in cui non viene applicato al prezzo del lavoro, aumenta la produttività del loro capitale, che consiste nella differenza tra capitale anticipato e il suo rendimento; in questo caso senza la spesa per rendere il lavoro tecnicamente più produttivo, con cui gli imprenditori aumentano altrimenti il rendimento di questo fattore per il loro bilancio di profitto. Il concetto di spirale salari-prezzi, secondo cui un salario adeguato all’inflazione, cioè un aumento del salario che tiene il passo con un aumento del costo della vita, non è in linea con le regole di mercato, ma agisce inevitabilmente come un nuovo fattore di costo aggiuntivo e costringe i capitalisti a un nuovo ciclo di aumenti dei prezzi, traduce l’interesse per questo tipo di arricchimento in una legge naturale e inevitabile. Questa riduzione automatica del salario reale che aumenta il potere di crescita del capitale diminuisce dall’altro lato il potere d’acquisto delle masse di cui l’economia ha bisogno per la realizzazione dei prezzi delle merci prodotte in modo più redditizio ovvero la realizzazione del maggiore surplus in esse contenuto. Questi deficit si generalizzano nel settore finanziario e si possono vedere nel calo dei prezzi delle borse nazionali. Così, anche in questo caso, come conseguenza di una grande ondata di inflazione organizzata e rifinanziata dalle principali potenze economiche, l’ultima causa della crisi capitalistica si afferma nella recessione temuta, in corso o già del tutto reale: l’esclusione dei partecipanti al mercato, che guadagnano il loro denaro come fattore lavoro, dall’accesso ai prodotti del loro lavoro.

Una concorrenza controproducente contro la crisi

Con il loro potere di credito e la loro forte posizione nel commercio mondiale, l’apparato di potere statale e il capitale delle nazioni con mercati finanziari forti e il loro buon denaro stanno dandosi da fare per trasferire i danni causati dalla perdita di potere d’acquisto dei loro dipendenti agli altri paesi partner, che sono in una posizione più debole. Un esempio di ciò è la decisione, già in parte attuata, di rendersi indipendenti dai fornitori stranieri nell’acquisto di beni e quindi di impedire il deflusso del potere d’acquisto all’estero. Ma anche in assenza di tali cambiamenti nelle relazioni competitive internazionali, molte nazioni stanno perdendo solvibilità sui mercati mondiali: attraverso la svalutazione del loro credito monetario rispetto a quello delle maggiori potenze capitalistiche. Naturalmente tutto questo ha anche ripercussioni sugli Stati dell’Occidente, dal cui intervento nel mercato mondiale dell’energia e dal cui potere creditizio proviene la rovinosa ondata d’inflazione: nelle transazioni commerciali con i paesi che non possono più ripagare i loro debiti e non riescono più ad acquistare merci sui mercati mondiali, i capitalisti subiscono perdite di fatturato e di profitti proprio a causa del loro potere competitivo; i commercianti di credito non hanno i rendimenti che giustificano il valore dei loro saldi creditizi. L’impoverimento di interi paesi aggrava la crisi proprio nei paesi da cui quest’ultima proviene.

È proprio lì che i responsabili della politica economica riconoscono un legame tra l’inflazione, che alimentano con la liquidità creata dallo Stato, e la recessione che vedono arrivare nei loro Paesi. Lo spiegano dicendo che hanno esagerato con la creazione di denaro: A quanto pare, ci sono semplicemente troppi mezzi di pagamento in circolazione rispetto alla crescita economica reale ; così tanti che il tasso di deprezzamento monetario è più alto della crescita industriale prevista. La definizione tautologica del problema porta a una soluzione pratica: i mezzi di controllo che i politici hanno in mano. L’eccedenza di denaro deve sparire, l’offerta di denaro necessario per il fatturato e la crescita reale deve essere riportata in linea con il valore dei beni da convertire. Ciò che si richiede è una restrizione dei fondi liquidi, che vengono messi a disposizione delle banche in base alle loro esigenze: perché le banche richiedano meno denaro, quest’ultimo viene reso più costoso aumentando gli interessi. In questo modo, l’onda dell’inflazione viene spezzata secondo le regole della politica monetaria – oppure no.

In ogni caso, il pericolo di recessione non è comunque stato eliminato; le stesse autorità monetarie ne sono consapevoli. Dopo tutto, il tasso di interesse che stanno aumentando non solo rende il denaro circolante più costoso, ma anche il credito stesso, gravando così sulla crescita nazionale, che dipende da finanziamenti a basso costo. D’altra parte, questo svantaggio è controbilanciato da un effetto positivo, che è ancora una volta essenziale per le principali nazioni economiche: la domanda della loro moneta aumenta, e di conseguenza anche il suo valore, quando gli investimenti nella loro moneta producono un rendimento più elevato. Naturalmente, questo effetto positivo ha anche un rovescio della medaglia: per la grande massa delle nazioni, il dollaro e l’euro tendono a diventare inaccessibili; la solvibilità dei clienti stranieri continua a diminuire ed è sempre meno adatta come contromisura contro le perdite di fatturato e di crescita che le principali potenze dell’economia mondiale stanno subendo in patria attraverso la riduzione del prezzo del lavoro nazionale dovuta all’inflazione. Quindi, per il momento, l’economia è in contrazione.

Si aggiunge un effetto esterno, che riporta al punto di partenza dell’intero disastro e che in questo senso può anche essere definito autoinflitto: l’eliminazione della Russia dagli affari mondiali in generale e dal mercato energetico mondiale in particolare, era ed è tuttora finalizzata a distruggere economicamente il nemico, non i Paesi della NATO che ordinano questa azione punitiva. La Russia, tuttavia, non si limita a resistere. Sta approfittando dell’ondata generale di inflazione per guadagnarci più di quanto perda in acquisti più costosi sui mercati mondiali, che comunque le sono ampiamente negati. Può persino acquisire nuovi clienti e influenza, in totale contrasto con il programma di guerra economica dell’Occidente, attraverso offerte speciali a prezzi ridotti, soprattutto per quanto riguarda le fonti energetiche. Ed è in grado di mettere all’angolo l’Europa con le proprie controsanzioni, soprattutto sulle esportazioni di gas, a tal punto che il mondo finanziario, confrontando le principali potenze capitalistiche, tende a guardare con scetticismo alla crescita economica europea e a speculare sul ribasso delle borse europee come p.e. sul tasso di cambio del dollaro con l’euro.

Per le potenze della NATO, tuttavia, questo è – per il momento – solo un motivo in più per agire in modo ancora più deciso contro le relazioni economiche della Russia, per serrare i ranghi a livello internazionale e per portare avanti l’esclusione del nemico dalle transazioni commerciali globali. Con il loro potere di creare condizioni sui mercati mondiali che fanno sprofondare il capitalismo mondiale in una crisi di questo tipo, si accaniscono sul mondo degli Stati per metterli in riga, incuranti del fatto che nel frattempo stanno rovinando molte altre economie mondiali.

II. La generalizzazione della guerra economica come nuova situazione mondiale incide sui fondamenti dell’ordine mondiale precedente.

Gli europei completano il loro regime di sanzioni e fanno a gara per affrontarne le conseguenze

Soprattutto gli Stati che costituiscono il pilastro orientale del Occidente capitalista, con le loro relazioni economiche con la Russia sviluppate e sfruttate negli ultimi decenni, hanno ora l’onore di rivestire un ruolo decisivo nella guerra economica: si sono accordati molto velocemente, anche se con qualche riserva, che la Russia, con la sua invasione dell’Ucraina, ha violato le pretese dell’Occidente di voler mantenere il controllo finale di tutte le relazioni statali nel mondo e in particolare nel loro continente. Anche su questo tutti hanno concordato in linea di principio – con qualche eccezione in più: che, oltre all’appoggio militare dell’Occidente per l’Ucraina in modo che possa continuare a resistere all’invasione, la Russia meriti per la sua impertinenza anche una guerra economica per rovinare definitivamente le sue basi economiche.

Dal punto di vista economico, invece, gli Stati europei, benché uniti in tutti i valori antirussi, si affrontano come concorrenti ed è in questa veste che devono gestire le conseguenze della guerra economica. Non sono solo in concorrenza con il resto del mondo, ma anche tra di loro per sopportare e superare la crisi e i suoi effetti sul capitale nazionale, sull’affidabilità creditizia nazionale e sul loro denaro. In questo campo, quindi, anche in Europa si evidenziano tutte le differenze riguardanti l’efficienza capitalistica delle sedi nazionali e la loro solidità finanziaria. Anche in Europa esiste uno spettro considerevole in cui le nazioni sono distribuite in base a tutti i dati sulla crescita o sui crolli della crescita, ai dati– sempre misurati in termini di spread rispetto al debito nazionale tedesco – relativi alla rispettiva affidabilità creditizia e ai tassi di inflazione nazionali (espressi in percentuale).

Dal punto di vista europeo di una gestione comune della loro posizione di piazza economica europea in cui concorrono fra di loro, ma soprattutto dal punto di vista della comune ostilità nei confronti della Russia, essi si trovano ora di fronte al compito di coordinare gli effetti – nazionalmente molto diversi – della guerra economica sulla loro economia e le loro capacità – nazionalmente altrettanto diverse – di prendere provvedimenti per far fronte alla crisi: Gli Stati europei vogliono integrare il tutto in una qualche forma di gestione collettiva in modo il loro fronte contro la Russia si rafforzi o si completi. La loro concorrenza durante la crisi economica si deve trasformare in una lotta per un insieme paneuropeo di sanzioni, eccezioni alle sanzioni, misure di salvataggio nazionali consentite, misure di solidarietà obbligatorie, contributi all’emancipazione comune dalle forniture energetiche russe, eccezioni alle stesse, ecc. ecc.

In questa lotta, ognuno di loro si presenta nel ruolo economico che ha conquistato finora all’interno della competizione europea. Per alcuni ciò significa confrontare i loro cari partner con la prospettiva della propria imminente rovina nazionale e minacciarli con l’alternativa di riesaminare le conseguenze, nazionalmente intollerabili, della comune ostilità contro la Russia. La rilevanza di tali proposte, piuttosto inefficaci nei confronti dei soli amici europei, è dovuta principalmente al fatto che la Russia sta aspettando dietro le quinte con offerte bilaterali di vantaggiose eccezioni alla sua guerra economica.1 Al contrario, la prima potenza leader avanza le sue richieste di solidarietà intraeuropea, sostenendole con il riferimento al fatto che la sopravvivenza economica di tutti gli altri dipende dallo stato dell’economia tedesca che ha trasformato il resto dell’Europa in una appendice della sua economia.2

Il fatto che la guerra economica che hanno deciso di condurre contro la Russia a causa delle sue ripercussioni stia suscitando nuovi antagonismi tra gli Stati europei, inasprendo così i vecchi antagonismi, si può certo ideologicamente utilizzare per darne la colpa al Cremlino. Questo narrativo non cambia però in pratica la vera questione: la guerra contro Putin sta mettendo a dura prova l’unità europea. È quindi assolutamente importante garantire sia questa unità sia la continuazione dell’obiettivo antirusso che si sta rivelando così disgregante. Al di là dei danni della guerra economica e della sua gestione, l’Europa ha acquisito – ancora una volta – una nuova “questione di destino” con tutte le sue contraddizioni. Il tutto ruota – ancora una volta – intorno all’antagonismo fondamentale che ha sempre definito l’Europa: l’irresolubile disputa tra la sovranità nazionale e la promessa di promuovere il materialismo di ogni sede nazionale di capitale relativizzando nell’ambito del piano europeo la sovranità nazionale. Questo antagonismo assume ora una particolare intensità, in primo luogo perché nella attuale situazione gli Stati non concorrono per la crescita della loro economia, ma per far fronte a danni economici in parte esistenziali, e in secondo luogo per il livello di ‘comunitarizzazione’ raggiunto, con il quale le nazioni partecipanti si sono rese esistenzialmente dipendenti l’una dall’altra.

Questa è la versione specificamente europea dell’antagonismo con cui l’Occidente, attraverso la sua guerra economica, sta infastidendo tutto il mondo in un modo senza precedenti.

L’universalizzazione del regime sanzionatorio: la necessità e la pretesa giuridica della guerra economica occidentale

Secondo i dirigenti della campagna antirussa le difficoltà incontrate dall’Occidente nel suo programma di strangolare economicamente la Russia, unite alle spese crescenti, si risolvono globalizzando il fronte delle sanzioni contro la Russia. Infatti è ovvio che le misure della Russia per resistere alle sanzioni mirate alla sua distruzione e per contrastarle con contro-sanzioni dipendono in gran parte dal fatto che molte nazioni, comprese alcune delle più potenti, non hanno aderito al regime di sanzioni.

Le dichiarazioni con cui la diplomazia occidentale pone il resto del mondo di fronte alla necessità di una cooperazione globale nella guerra economica dimostrano, ovviamente, che il punto di vista dell’Occidente presentato nelle sedi competenti va al di là di una necessità o addirittura di un’emergenza dovuta al vacillante adempimento del suo scopo bellico. Viene formulato un diritto con titolo giuridico di un’alleanza antirussa. Ad esempio, in questo modo:

“Noi, leader del G7, ci siamo riuniti in un momento cruciale per la comunità globale, per fare progressi verso la costruzione di un mondo giusto. In quanto democrazie aperte che rispettano lanormativa di regole del diritto, siamo guidati da valori condivisi e ci consideriamo legati dall’impegno nei confronti dell’ordine multilaterale basato sulle regole e dei diritti umani universali. Come indicato nella nostra dichiarazione di sostegno all’Ucraina, siamo uniti nel sostenere il governo e il popolo ucraino nella loro lotta per un futuro pacifico, prospero e democratico. Continueremo a imporre costi severi e immediati per l’economia del regime di Putin in risposta alla sua ingiustificabile guerra di aggressione contro l’Ucraina; allo stesso tempo, intensificheremo i nostri sforzi per contrastare i suoi effetti negativi e dannosi a livello regionale e globale, con l’obiettivo di garantire le forniture energetiche e alimentari mondiali e stabilizzare la ripresa economica. In un momento in cui il mondo è minacciato di essere diviso, resteremo uniti dalle nostre responsabilità e collaboreremo con i partner di tutto il mondo per trovare soluzioni alle sfide globali.” (Dichiarazione finale del Vertice G7 di Elmau, giugno 2022)

Con l’auto-etichettatura di “democrazie aperte“, i leader del G7 insistono sul fatto che la loro lotta contro la Russia non è negoziabile: con l’invocazione di “valori comuni“, elevano la loro opposizione alla Russia e la sua escalation, che stanno attualmente perseguendo, al rango di una competizione sistemica che hanno il dovere di condurre e vincere. E con le parole d’ordine “normativa di regole del diritto” e “ordine multilaterale basato sulle regole” chiariscono allo stesso tempo che l’insistenza sulla loro speciale missione non va intesa nel senso che la lotta contro la Russia di Putin sia solo la loro lotta ma che intendono il contrario. Loro rivendicano la fedeltà di tutti gli altri Stati – proprio con l’esplicito riferimento alla generalità dell’insieme di norme e regolamenti e all’universalità dei valori in essi contenuti, che il grande nemico ha violato con la sua “guerra di aggressione” tanto quanto ha violato l’adesione alle regole e all’ordine multilaterale di tutti gli altri Stati, i quali l’Occidente considera anche come vittime dell’aggressione russa. I rappresentanti del G7 non nascondono i costi generalizzati del loro scontro con la Russia, che da tempo sono diventati evidenti, anzi, invocano virtualmente gli “effetti regionali e globali negativi e nocivi”, soprattutto nel settore della sicurezza energetica e alimentare, che è di vitale importanza per tutti gli Stati, e che loro stessi hanno distrutto. Questo non solo serve a dare la colpa delle conseguenze distruttive interamente alla Russia di Putin, ma in questo modo rivendicano la loro responsabilità di doversene occupare e dichiarano che questa è l’ultima buona ragione per seguirli.3

Le cose sono un po’ meno patetiche quando si prendono di mira quelle nazioni la cui collaborazione è considerata necessaria per il successo dell’iniziativa occidentale, il che riguarda in particolare due paesi asiatici emergenti.

Per quanto riguarda la Cina, gli Stati Uniti e la loro alleanza collegano la loro richiesta fin dall’inizio con il verdetto che la seconda economia capitalista del mondo con le sue intense relazioni economiche e politiche con la Russia e con il suo tentativo di ignorare il regime di sanzioni occidentali è moralmente dalla parte sbagliata. Il mantra diplomatico della Repubblica Popolare sulla validità assoluta dell’imperativo globale della pace e della sovranità si renderebbe del tutto implausibile, primo, non condannando questo conflitto armato, in cui per una volta non è stata una forza combattente occidentale ad invadere una qualsiasi regione, e secondo, non unendosi alle sanzioni punitive occidentali.4 Che questa nazione – e altre che si comportano in modo simile – alla fine danneggi se stessa è sempre il secondo suggerimento. In ogni caso, gli Stati Uniti e i loro alleati non si lasceranno dissuadere nella loro impresa su larga scala di amputare la Russia dal mercato mondiale solo perché Stati come la Cina si rifiutano. Al contrario, sono certi che la loro risolutezza avrà così tante conseguenze dannose che i ritardatari si adegueranno alle nuove circostanze nel senso delle rivendicazioni occidentali – anche prima di essere direttamente oggetti di misure corrispondenti.5 In questo contesto, i politici occidentali non trovano nulla di male nel rivolgersi esplicitamente alla Cina per la sua importanza economica e politica, anche e soprattutto in riguardo alla sua relazione con la Russia e aggiungono sempre immediatamente che da ciò deriva l’obbligo che la Cina se ne occupi “responsabilmente “6.

Anche l’India viene criticata dalle potenze occidentali: In quanto terzo consumatore mondiale di petrolio, con la sua grande economia emergente, la sua enorme popolazione e anche le migliori relazioni con la Russia su tutti i tipi di questioni strategiche, dall’energia agli armamenti, la decisione di questo Paese su come affrontare la nuova questione della politica mondiale è di una certa importanza per il successo della loro lotta. Anche l’India si trova di fronte alla domanda dell’Occidente se voglia davvero permettersi il rischio di una risposta sbagliata a questa domanda che non è per niente una domanda ma una richiesta. Il tutto viene sottolineato da accenni poco concreti in riguardo al suo futuro e con riferimenti molto più concreti sulla dipendenza dell’India dall’economia mondiale, e non per ultimo in riguardo al progetto in corso di una partnership approfondita Occidente-India contro il grande rivale dell’India, la Cina. A dimostrazione del fatto che l’India ha molto da perdere ma anche molto da guadagnare in questo senso, vengono fatte delle offerte,7 mentre allo stesso tempo si fa capire al Paese che non è al sicuro dalle sanzioni se continua a non rispettarle.8

Senza un’estensione formale delle sanzioni, i politici occidentali che si occupano di sanzioni possono registrare che le loro misure precedenti stanno già avendo un certo effetto, perché per i Paesi colpiti e i loro imprenditori capitalisti il rischio di future difficoltà nel commercio con gli Stati Uniti e l’Europa deve essere effettivamente soppesato rispetto al vantaggio sia imprenditoriale che statale del commercio con la Russia.9

L’essenza della persuasività della politica sanzionatoria occidentale: il capitalismo mondiale è il capitalismo del dollaro

Un’altra indicazione della misura in cui le sanzioni americane contro la Russia stanno avendo un effetto notevole anche sui Paesi terzi può essere trovata dagli amministratori della guerra economica nei notevoli sforzi di alcuni di questi Stati per rendersi resistenti alle pretese di collaborazione dell’Occidente in alcuni settori della tecnologia, ma soprattutto nel campo delle transazioni monetarie e delle istituzioni finanziarie capitalistiche di cui ne hanno ovviamente un grande bisogno. Per quanto riguarda le possibilità di successo nella ricerca di alternative, la Segretaria del Tesoro americano, ad esempio, è ottimista:

“Penso che ciò che Stati come la Russia stanno imparando ora in termini di dollaro è il potere della partnership tra gli Stati Uniti e gli alleati e l’importanza del dollaro e dell’euro come valute in cui avvengono le transazioni, come strumento per imporre sanzioni che possono essere estremamente costose. E ci sono Stati che vorrebbero inventare un sistema che li liberi dalla dipendenza dal dollaro, ma credo che ci vorrà molto tempo, se mai succederà, prima che il dollaro venga sostituito come principale valuta di riserva nell’economia globale. Ciò è dovuto fondamentalmente al ruolo rafforzato dell’economia statunitense, alla forza del nostro sistema finanziario, al fatto che disponiamo di istituzioni legali e di mercati finanziari profondi che garantiscono agli investitori di tutto il mondo la sicurezza di affidarsi al dollaro come bene e mezzo di pagamento. Quindi c’è la necessità di evitare le sanzioni e di sostituire il dollaro; ma non credo che sia molto probabile che lo vedremo”.

Ciò a cui si riferisce la ministra americana è la sostanza economica del potere delle sanzioni occidentali contro nemici e tutti gli altri, e quindi l’universalità delle pretese di subordinazione dell’Occidente, che, dopo tutto, non ha molto a che fare con gli alti valori morali e le regole delle relazioni interstatali. Indicando l’improbabilità di alternative possibili, fa riferimento all’identità globalmente valida del capitalismo e della ricchezza in dollari. In realtà, questa identità è alla base dell’efficacia delle sanzioni occidentali. La prima e vera “regola” del mercato mondiale “basato sulle regole”, in cui si muovono tutte le nazioni del mondo, è che l’unica forma monetaria di ricchezza capitalistica veramente di validità globale è il dollaro americano. La massa in cui avvengono le “transazioni” – tra i capitalisti, i capitalisti finanziari e gli Stati del mondo – dimostra quantitativamente che il dollaro ha questa speciale posizione qualitativa. Ciò significa, viceversa, che ogni altra moneta nazionale ha solo in relazione al dollaro un valore e che è solo limitatamente utilizzabile come rappresentante della ricchezza capitalistica astratta.Solo in misura della sua reale scambiabilità in dollari un’altra moneta può essere un mezzo di moltiplicazione del denaro capitalistico in tutto il mondo – questo è ciò che la ministra delle Finanze esprime così funzionalisticamente come “dipendenza dal dollaro“. Con ciò intende dire che il mondo intero dipende esistenzialmente dall’accesso ai “mercati finanziari” americani che dominano il mercato mondiale del credito e che quindi deve essere semplicemente interessato ad utilizzarli in modo permanente.

Per la potenza imperialista statunitense, il suo interesse e i suoi vantaggi nell’economia mondiale coincidono quindi in larga misura con l’affidabilità delle premesse e dei principi politico-economici del capitalismo globalizzato e delle sue regole procedurali di fronte a tutte le congiunture e agli sforzi di modifica e sostituzione. Il vantaggio, in fondo, non è che l’America guadagni straordinariamente tanta ricchezza dal resto del mondo – lo fa sicuramente – ma che il mondo degli Stati, nel perseguire il proprio materialismo, guadagni e aumenti la ricchezza americana, denominata in dollari. Sul piano del credito, ciò significa: l’utilità economica del mondo per l’America non risiede nel fatto che la ricca America, in quanto creditrice, estragga interessi da tutti gli altri Stati, ma che, al contrario, i debiti dell’America sono senza alternativa i mezzi d’affari del capitalismo mondiale così che per gli Stati Uniti la questione se e in che misura possono permettersi i loro debiti è del tutto insignificante. L’insieme riproduce permanentemente proprio questo rapporto, fissa il materialismo di tutti gli attori del capitalismo mondiale sulla sostanza americana e quindi sull’utilità americana – e in questo senso è permanentemente senza alternative.

Questo è ciò che gli Stati Uniti usano regolarmente “come strumento per imporre sanzioni, che possono essere estremamente costose”, cioè come strumento di ordine economico. Il diritto di farlo se lo concedono semplicemente praticandolo. Approfittando del fatto che l’economia mondiale si basa sul dollaro e che l’enorme volume di affari si svolge direttamente nello spazio del dollaro e negli spazi alleati dell’euro, della sterlina e dello yen, ora escludono la Russia dalla partecipazione all’economia del dollaro, cioè alla loro economia mondiale, e fidandosi degli effetti repressivi che questa misura ha per tutti gli altri.10 Quindi: in pratica e in modo puramente negativo, gli Stati Uniti trattano la precedente partecipazione della Russia al mercato mondiale – e nel caso della Russia anche quella di tutti gli altri Stati – come una licenza revocabile, di cui è chiaro chi la concede o la nega.11 E che questo non è semplicemente una presunzione, ma un diritto che possiedono in senso decisivo e sostanziale, è dimostrato dal modo in cui lo esercitano: come esecuzione della loro sovranità giuridica sui loro mercati finanziari e di altro tipo. Gli Stati Uniti e i loro alleati secondari conducono la guerra finanziaria ed economica mondiale contro la Russia esclusivamente nel quadro delle relazioni interne tra gli organi legislativi occidentali, le subordinate autorità di vigilanza economica e dei mercati finanziari e gli attori e le società dei mercati finanziari sottoposti alla loro supervisione.

Questo provoca una risposta dall’altra parte del mondo capitalista, preso di mira e danneggiato, che mette a nudo la contraddizione di questa politica occidentale anti-Russia.

Le reazioni – cauta partecipazione, astinenza, opposizione – e la loro base: il capitalismo del dollaro funziona solo come capitalismo mondiale

Ciò che gli altri Stati fanno sentire per primi ai signori della guerra dell’Occidente – con indignato stupore dell’opinione pubblica – è il loro disinteresse per la punizione politica globale della Russia. La lotta delle grandi potenze nucleari non è la loro lotta, né pro né contro la Russia. Ciò significa per una considerevole parte degli Stati: loro hanno altri problemi, molto spesso di natura esistenziale, nell’ordine economico mondiale in cui sono inseriti, in cui cercano il loro sostentamento nazionale e con i cui lati rovinosi hanno a che fare i loro popoli.12 Anche i più benestanti, che con la loro partecipazione al mercato mondiale sono riusciti a raggiungere una carriera capitalistica nazionale, aprendo e adeguando il loro Paese al capitale occidentale, non condividono gli obiettivi dell’Occidente di combattere la Russia come grande potenza.

In secondo luogo, molti di loro – in base alle loro esigenze, necessità e ambizioni statali – hanno persino relazioni economiche piuttosto utili o esistenzialmente importanti con la Russia; da questo punto di vista, in linea di principio non sono diversi dagli europei, che con la loro politica di sanzioni si sono provocati un’emergenza energetica e una recessione incipiente. Questi legami con la Russia, che variano da Paese a Paese, vanno dal commercio di beni alimentari, energia e materie prime fino a progetti di sviluppo congiunti, a volte ad alta intensità di capitale e tecnologia, nel campo delle risorse minerarie, fino al commercio di beni ad alta tecnologia di natura civile e, non da ultimo, anche militare. Molto di questo viene distrutto nel corso della guerra economica e dalle sue conseguenze, alcune delle quali sono volute e altre derivano dall’anarchismo meravigliosamente inconsapevole dell’economia di mercato. Allora perché dovrebbero unirsi al fronte contro la Russia?

In terzo luogo, rifiutando di collaborare con l’Occidente, la Russia offre loro anche l’opportunità di risparmiarsi alcuni dei danni minacciati o addirittura reali o di approfittare di qualche offerta favorevole. Questo, a sua volta, si presenta in modo diverso a seconda dello stato economico dei Paesi così corteggiati dalla Russia e si estende dalla deplorevole questione alimentare13 fino a nuovi accordi nel campo dell’energia.14

Le reazioni pratiche agli appelli occidentali per un fronte anti-russo sono diverse. Si va dai tentativi di sopportare in qualche modo le conseguenze, all’adesione calcolata alle pretese dell’Occidente, fino al rifiuto aperto. Nel complesso, però, una cosa è chiara: con la sua pretesa di universalizzare la guerra, l’Occidente si è scontrato con una barriera che non può essere superata con i mezzi di persuasione usati finora. Variando da Paese a Paese, si trova di fronte a un misto di incapacità pratica ed esistenziale e di riluttanza politica di adattarsi alla campagna antirussa.

Sotto forma di questa barriera, si evidenzia la contraddizione che l’Occidente si concede con la sua decisione di espellere la Russia dal capitalismo mondiale e di arruolare di conseguenza il mondo intero per il suo obiettivo. Le potenze leader dell’Occidente, insieme alla loro leadership suprema, devono praticamente imparare che l’identità del capitalismo mondiale e del capitalismo del dollaro che hanno installato e sfruttato per decenni, ha anche un significato opposto: Il capitalismo del dollaro e, in secondo luogo, il capitalismo dell’euro si basano sul fatto che tutto il mondo vive, nel vero senso della parola, in questo sistema. Tutti i paesi del mondo cercano per cui di guadagnare questo denaro, di adattarsi alle sue necessità e di cogliere le opportunità che si presentano, a condizione che ne siano abili e che gli sia permesso di farlo.

Dal lato dell’abilità, questo ha sempre avuto e ha tuttora il contraddittorio significato che l’arricchimento occidentale a svantaggio del resto del mondo si basa sempre anche sul fatto che gli oggetti di questo arricchimento in primo luogo sopravvivano in qualche modo – il che non è scontato nel contesto della concorrenza globale per la ricchezza – e che in secondo luogo abbiano i mezzi o almeno una prospettiva per l’arricchimento della loro nazione o per il suo sviluppo. Il caso estremo della Cina, ma anche, in ordine decrescente, degli altri Paesi emergenti fino agli Stati esportatori di materie prime più benestanti dell’Arabia (e altri), dimostrano che la ricchezza delle nazioni occidentali si riproduce e dipende dal fatto che tali Paesi riescano a implementare da parte loro un’economia capitalistica prosperante. Quello che gli USA hanno messo in piedi e dotato sia del materiale necessario, il denaro, sia di regole corrispondenti era ed è una concorrenza mondiale tra nazioni per la ricchezza capitalistica e per l’approvazione del mondo finanziario. Tra l’altro, questo si sta affermando come interesse economico autonomo e come potenza economica in grado di rispondere con un rifiuto alle richieste occidentali di una rottura generale delle relazioni e gli affari con la Russia. (In molti casi, ciò è accompagnato da tentativi di ottenere qualche vantaggio in più dal regime di sanzioni occidentali – e prima bisogna essere in grado di farlo.) L’altro modo in cui i responsabili delle politiche sanzionatorie americane ed europee percepiscono questa contraddizione e ne tengono conto è negli inviti alla cautela che rivolgono a se stessi e agli altri: Per esempio, al momento non vogliono rischiare un’ulteriore vera e propria guerra commerciale con la Cina.

Ma soprattutto, per quanto riguarda la possibilità in termini di permesso di arricchirsi in questo sistema, la contraddizione in cui l’Occidente è attualmente impegnato si fa sentire in tutta la sua durezza. La globalizzazione del dollaro come moneta mondiale e l’uso del mondo da parte del capitale occidentale presuppongono la validità del diritto di proprietà privata e capitalistica al di là di tutte le frontiere, cioè l’ordine egualitario di regole che sono in vigore in modo così affidabile che non importa dove, cioè sotto quale sovranità, si svolge l’attività capitalistica. E ciò include il fatto che questo ordine si applica in egual misura a tutti gli Stati, che devono attenersi alle regole generali e specifiche, ma che hanno anche il diritto di perseguire i propri interessi competitivi nazionali all’interno di questo quadro. Questo è ciò che gli Stati che non appartengono all’alleanza occidentale ora oppongono ai sostenitori della politica globale antirussa. Al di là degli interessi materiali particolari che vedono violati, diventano fondamentali e insistono sul principio costitutivo dell’ordine economico mondiale:

“Riaffermiamo il nostro sostegno a un sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, inclusivo, non discriminatorio e basato su regole, come incarnato dall’OMC…. Chiediamo a tutti i membri di evitare misure unilaterali e protezionistiche che vanno contro lo spirito e le regole dell’OMC…” (Comunicato del Vertice BRICS di Pechino, giugno 2022).

Non si tratta – semplicemente – di ipocrisia quando i Paesi BRICS accusano l’Occidente, in questo e in altri modi, di violare le stesse regole della cui applicazione e validità si fa carico e contro le quali non tollera violazioni. In realtà, la produttività di questo insieme di regole e ordini vive della sua universalità e questa dal fatto che l’interesse dei profittatori occidentali con il loro dominio passa virtualmente in secondo piano rispetto alla sua generalizzazione come ordine, non si afferma accanto o addirittura contro questo ordine, ma permette che esso si applichi anche a loro. Essi insistono sul fatto che la moderna e civile concorrenza tra le nazioni per la ricchezza capitalistica del mondo deve effettivamente svolgersi secondo le regole generali che devono essere accettate e praticate senza eccezioni o riserve. Essi sostengono questo principio contro la politicizzazione anti-russa dell’economia mondiale, cioè contro la riserva, tanto generale quanto immediatamente virulenta, che l’Occidente solleva ora contro la globalizzazione nel senso di una partecipazione equa e libera di tutti gli Stati. Tanto più che gli Stati Uniti hanno già avvisato loro che l’imperativo di comportarsi in modo politicamente lineare è la condizione per l’ammissione al traffico d’affari mondiale e non deve essere considerato una questione temporanea.15

Che la natura vincolante di questo ordine sia sempre stata solo una mezza verità, anche per gli Stati Uniti, lo sanno anche i querelanti. Non si sbagliano sul fatto che nell’alleanza occidentale non hanno solo a che fare con quello che è ancora di gran lunga il più grande profittatore in termini di arricchimento e di conseguente potere politico nel campo della creazione e della modifica delle regole ma che negli Stati Uniti si incontrano con l’artefice e il garante di questo ordine. Questa posizione di artefice e garante, tuttavia, è sempre consistita nel fatto che l’America ha stabilito una sfera di rapporti civili tra Stati in cui vigeva per tutti solo la legge della libera concorrenza incluso i suoi strumenti, le sue procedure e i suoi risultati economici. Questa legge deve essere riconosciuta come vincolante e valere per tutti, ma nello stesso tempo valere in modo espressamente indipendente dalla costituzione politica interna dei partecipanti e dalle loro ambizioni politiche nei confronti del resto del mondo. Gli Stati BRICS e i loro alleati rivendicano ora come loro diritto che il divieto degli Stati Uniti di strumentalizzare la concorrenza economica per questioni di potere politico debba valere anche per il garante. Questa è la versione della contraddizione che gli Stati Uniti si sono concessi e continuano a concedersi gestendo il mondo come oggetto del loro uso sotto forma di legge sovrastatale. Questo è il principio praticamente in vigore dell’ordine mondiale multilaterale basato sulle regole che è stato costituito su metà del globo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e sull’intero globo dopo il crollo/la dissoluzione della Unione Sovietica. Questo principio non è visto solo dai molti Stati interessati, ma è violato quando l’America con i suoi alleati vuole ora fare dell’economia mondiale il fronte del suo confronto con la Russia, quando l’America passa quindi a una sottomissione del capitalismo mondiale alla sua lotta non economica ma strategica con la Russia. Una lotta che è nuova nella sua portata e nelle sue conseguenze, che si sono già verificate e sono imprevedibili per il futuro. Al posto della contraddizione, fino ad ora valida per tutti gli Stati integrati nell’economia mondiale e cioè di relativizzare la propria sovranità su base delle regole dell’ordine del mercato mondiale proprio per perseguire il proprio materialismo, consentito e liberato in questa forma, gli Stati Uniti si trovano ora di fronte al rovesciamento di questa contraddizione. Si suppone e si pretende da tutti gli Stati che si uniscano sovranamente a un lungo fronte contro la Russia, per praticare un’inimicizia che né deriva dalle loro pretese di sovranità e né giova al loro materialismo. Questo li costringe a chiedersi se devono sopportarlo.

E questo mette sul tavolo l’ultima e vera “questione” dell’ordine mondiale americano.

La lotta politica per generalizzare la guerra economica tocca il vero fondamento dell’ordine mondiale americano

Riaffermiamo il nostro impegno per il multilateralismo attraverso il rispetto del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite come sua indispensabile pietra angolare”. E al ruolo centrale dell’ONU in un sistema internazionale in cui gli Stati sovrani collaborano per mantenere la pace e la sicurezza, per promuovere lo sviluppo sostenibile…”. (Comunicato del Vertice BRICS di Pechino)

Quasi identiche alle dichiarazioni del G7 sono le dichiarazioni dei rappresentanti dei principali attori dell’ordine mondiale del dollaro. È proprio questa ampia identità di dichiarazioni che testimonia la natura fondamentale dell’opposizione che si sta mostrando qui: Entrambe le parti rivendicano l’una contro l’altra la protezione dei principi dell’ordine mondiale contro le violazioni; entrambe rivendicano l’una contro l’altra il diritto di interpretare ciò che deve necessariamente derivare da questi principi e ciò che in nessun caso si potrebbe dedurre. Gli Stati BRICS rimproverano gli Stati del G7, i quali come sempre pretendono di definire l’ordine mondiale, che il confronto globale occidentale con la Russia, così come i tentativi che lo accompagnano di allineare l’economia globale a questo obbiettivo, manca di legittimità; negando il suo carattere di ordinanza e considerandolo una violazione sotto ogni aspetto. A volte si va anche oltre:

“Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali … hanno essi stessi violato la Carta delle Nazioni Unite [nel caso dell’Iraq] e perseguono solo il proprio vantaggio geopolitico nei confronti della Russia quando sostengono le risoluzioni dell’ONU che denunciano Mosca come aggressore. Sottolinearlo oggi, nel contesto del nostro dibattito sulla situazione umanitaria in Ucraina, significa sottolineare che molti Paesi e i loro popoli soffrono per guerre che non hanno iniziato loro stessi”. (Così il rappresentante del Sudafrica, membro dei BRICS, davanti alle Nazioni Unite).

Gli Stati Uniti e la loro NATO si trovano di fronte al fatto che la veemenza della loro pretesa che il mondo intero diventi uno strumento per il loro interesse all’eliminazione della Russia sta creando una dimensione di opposizione internazionale senza precedenti. Questo non solo impedisce i successi rapidi desiderati contro la Russia, ma mette anche in dubbio la legittimità della violenza americana in linea di principio. La maggioranza degli Stati, che normalmente sono oggetto e destinatari di appelli e di richiami all’ordine vigente, ora separano esplicitamente l’ordine internazionale dalla violenza americana da cui il primo scaturisce come se questo ordine internazionale esistesse indipendentemente dalla prima potenza mondiale che lo ha insediato e che lo determina.

Le guerre americane o le guerre economiche non hanno mai suscitato un entusiasmo universale tra gli Stati del mondo; l’accusa di prepotenza americana è vecchia quanto l’ordine mondiale americano. Al contrario, però, l’America non si è mai resa dipendente dal consenso altrui e dalle rivendicazioni giuridiche degli organismi internazionali, (né lo è mai stata). Con la sua superiorità, ha considerato le sue rispettive azioni belliche come se fossero semplicemente lo stato delle cose e il diritto che il resto del mondo deve rispettare: i suoi nemici non solo erano irrimediabilmente in minoranza e ogni volta schiacciati in caso di guerra. Soprattutto, l’America voleva e poteva trattare questi suoi nemici praticamente come casi eccezionali e dirompenti. Ha inscenato ed eseguito le sue azioni contro questi Stati come azioni d’ordine, nel corso delle quali non solo ha isolato, combattuto e sconfitto i rispettivi piantagrane, ma scoraggiato allo stesso tempo tutti gli altri dall’opporsi, impartendogli così una doppia lezione: la violazione dell’ordine mondiale americano viene inevitabilmente punita e, al contrario, il rispetto di tale ordine è la condizione assoluta per il riconoscimento della sovranità, che l’America gli ha concesso. Così, per l’America, la sua indiscutibile supremazia militare si è rivelata uno strumento per imporre il divieto dell’impiego della forza a tutti gli altri. E così questa separazione del potere militare di controllo dell’ordine mondiale dalla concorrenza economica è diventata effettivamente produttiva – per l’America stessa, in ogni caso, ma nel seguito anche per tutti gli altri che sapevano come ricavare qualcosa per se stessi dall’ordine così garantito.

Questa volta la situazione è cambiata: ciò che gli Stati Uniti e la loro Europa stanno incontrando è una resistenza – per ora nuova nella sua portata – al fronte che vogliono imporre all’economia mondiale, cioè ai suoi attori statali. Si oppongono, e ciò rende il tutto ancora più fastidioso, soprattutto quelle nazioni che, per la loro importanza economica acquisita negli ultimi anni sono considerate particolarmente utili, addirittura indispensabili per il successo del fronte mondiale anti-russo. Innanzitutto, l’efficacia del regime sanzionatorio si riflette su di loro: soprattutto, gli Stati economicamente importanti dei BRICS capiscono, dall’urgenza e dall’approvazione assolutacon cui l’Occidente richiede il loro appoggio della sua campagna, che quest’ultimo non solo vorrebbe approfittarsi del loro aiuto, ma che ne ha bisogno. E questi Stati notano anche che i tentativi dell’Occidente di attirarli dalla propria parte testimoniano l’imbarazzo occidentale per il fatto che esistono alternative per loro.16 Ciò significa per l’Occidente che è proprio l’importanza economica dei Paesi emergenti che in diverse dimensioni rende così necessaria la loro partecipazione alla sua guerra economica, è quella che impedisce di ottenere la loro partecipazione. E questo testimonia – in secondo luogo – che l’Occidente si sta scontrando con una barriera di principio che lui stesso ha creato e sta creando: il nuovo contenuto politico-mondiale che contraddice tutti i principi finora validi e la dimensione della pretesa occidentale di sottomissione degli altri Stati che danneggia o manda in rovina tutto il loro materialismo finora coltivato e consentito, provocano e producono necessariamente da parte loro la volontà non meno fondamentale di opposizione – e in questo senso entrambe le parti si corrispondono.

Ciò che è esplosivo per gli USA in termini di dominio mondiale è soprattutto il “contesto” politico mondiale, la guerra in Ucraina. In questa vicenda (di violenza), la potenza mondiale non agisce come la potenza indubbiamente superiore che ha deciso da sola la questione fin dall’inizio e rinnova in modo esemplare l’identità del potere deterrente americano e dell’ordine mondiale. Nel confronto (della violenza) tra Russia e Stati Uniti in Ucraina, a questi ultimi manca un chiaro e convincente potere deterrente. Nel caso dell’Ucraina, la Russia, con la sua potenza militare e sostenuta dal suo potenziale nucleare adatto a una guerra mondiale, nega praticamente questo potere, e quindi relativizza decisamente il potere americano. Proprio per questo gli Stati Uniti non vogliono scendere a patti con questo contro-potere russo e pretendono di far valere il loro potere di deterrenza in maniera assoluto cioè valido per tutti e quindi di superare la barriera che trovano nella Russia. Ora creano così la nuova situazione mondiale. Per questo, la potenza a capo della NATO ha bisogno e vuole accanto alla guerra in Ucraina anche la guerra economica totale contro la Russia con l’inclusione di tutti gli altri Stati, che ancora non ottiene: anche su questo fronte coincidono la necessità e l’impossibilità di allineare il mondo degli Stati. Secondo la logica americana del dollaro e degli armamenti, questo fatto rende il successo su entrambi i fronti ancora più urgente per gli USA.

1Alla fine di agosto, ad esempio, l’autorità di regolamentazione ungherese ha concesso l’autorizzazione alla costruzione di due nuovi reattori nucleari da parte della società russa Rosatom. La giustificazione del ministro degli Esteri ungherese verso l’Europa: “Questo garantirà la sicurezza a lungo termine dell’approvvigionamento energetico dell’Ungheria, proteggerà la popolazione ungherese dalle fluttuazioni estreme dei prezzi sul mercato internazionale dell’energia e confermerà i nostri sforzi per ridurre i costi dell’elettricità.” (FAZ, 29.8.22)

2Il Ministro tedesco dell’Economia esprime la sua solidarietà:“Se gli Stati dovessero invece ‘chiudere i battenti’ e preoccuparsi solo della propria sicurezza di approvvigionamento, ciò “non renderebbe affatto giustizia” alla realtà europea”, afferma il politico dei Verdi. ‘Una crisi economica in Germania è una crisi economica europea, e un crollo del mercato unico europeo danneggia l’economia tedesca’”. (n-tv, 11.7.22)

3Nella loro lotta per la leadership e credibilità, i politici europei e americani non perdono l’occasione di sottolineare la loro comprensione delle preoccupazioni degli Stati africani, mediorientali e di altri Paesi, ad esempio nella spinosa questione della lotta contro la fame e della diplomazia ad essa rivolta. Anche questo fa parte della pretesa dell’Occidente di essere responsabile di tutto ciò che accade nel mondo.

4Janet Yellen: “La Cina sostiene da tempo che i principi fondamentali del diritto internazionale sono sacri per lei, tra cui la sovranità e l’integrità territoriale. A prescindere dagli obiettivi e dalle strategie geopolitiche della Cina, non vediamo alcun motivo per condonare l’invasione russa o le sue conseguenze sull’ordine internazionale. La Cina non può chiedere alla comunità internazionale di rispettare gli appelli cinesi ai principi di sovranità e integrità territoriale quando non li rispetta essa stessa quando sono in gioco”.

5Questa logica è seguita, ad esempio, dalla proposta americana di un tetto massimo generalmente concordato delle esportazioni di petrolio russo. Questo dovrebbe limitare in modo sostenibile i ricavi delle esportazioni di petrolio della Russia e rendere le importazioni più economiche per tutti i partecipanti a questo cartello di acquirenti che hanno ancora bisogno del petrolio russo – una necessità che l’Occidente ha reso piuttosto urgente con la sua lotta economica contro la Russia e le sue conseguenze sui prezzi. E se non è possibile creare un cartello volontario, i rappresentanti statunitensi stanno già proponendo una sorta di cartello obbligatorio: vietando alle compagnie di assicurazione navale – che oggi hanno sede quasi esclusivamente in Occidente – di assicurare le spedizioni di petrolio scambiate al di sopra del tetto massimo di prezzo che sarà fissato dall’Occidente.

6Da tempo negli Stati Uniti si discute di sanzioni secondarie, soprattutto nei confronti della Cina, in relazione alle sanzioni contro la Russia, nonché di un avvertimento inequivocabile al governo cinese che le forniture di armi alla Russia sono assolutamente inaccettabili.

7Ancora la Yellen: “La guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia sottolineano il ruolo della Cina…. La Cina ha recentemente confermato la sua relazione speciale con la Russia. Spero sinceramente che la Cina utilizzi queste relazioni per contribuire a porre fine a questa guerra. In futuro sarà sempre più difficile separare le questioni economiche da quelle più ampie di interesse nazionale, compresa la sicurezza nazionale. L’atteggiamento del mondo nei confronti della Cina, così come la sua volontà di favorire l’integrazione economica, dipenderà probabilmente dal modo in cui la Cina risponderà alla nostra richiesta di un’azione decisiva contro la Russia”.

8La NATO continua ad essere interessata al riarmo dell’India contro la Cina; pertanto, non solo viene promossa la relativa cooperazione, ma l’India viene anche esonerata, per il momento, dalle sanzioni che gli Stati Uniti impongono nel quadro del CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act) a tutti i Paesi che collaborano con la Russia in materia di armamenti.

9È già stato ” divulgato” che le navi indiane stanno eludendo le sanzioni americane – quali che siano le conseguenze che gli Stati Uniti vogliono dare a questa notizia. “Gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’India sia stata utilizzata per esportare greggio dalla Russia a New York attraverso un ‘trasferimento in alto mare’ in primavera”, ha riferito sabato un alto funzionario della Reserve Bank of India. Le sanzioni americane contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina vietano l’importazione negli Stati Uniti di prodotti energetici russi, tra cui petrolio greggio, carburanti raffinati, distillati, carbone e gas. ‘Una nave indiana ha incontrato una petroliera russa in mare aperto, ha caricato il petrolio e lo ha portato nel porto di Gujarat dove è stato trasformato in un distillato'”. (Reuters, 17/8-22) Inoltre, gli Stati Uniti accusano l’India di permettere alle navi che figurano nell’elenco delle sanzioni di approdare nei loro porti ”Queste navi e i loro proprietari hanno violato le sanzioni più volte e sono sotto esame da anni”, ha dichiarato Jack Margolin del Center for Advanced Defense Studies…. ‘Hanno ripetutamente sostenuto l’elusione delle sanzioni da parte della Russia e le esportazioni di armi russe'”. (Politica estera, 3.8.22)

10Le esportazioni cinesi verso la Russia sono diminuite del 26% su base annua nel mese di aprile, nonostante il Ministero del Commercio cinese abbia esortato le sue aziende a “non piegarsi alle pressioni esterne e a non fare dichiarazioni inappropriate”.

Il calo delle esportazioni è dovuto principalmente alle aziende che hanno un’ampia impronta globale e che temono di essere colpite da sanzioni secondarie se il commercio con la Russia dovesse continuare. Ad esempio, le aziende cinesi high-tech Lenovo e Xiaomi avrebbero interrotto le spedizioni in Russia e Huawei avrebbe licenziato alcuni dei suoi dipendenti in Russia. La casa automobilistica Geely ha interrotto la produzione del suo impianto bielorusso, che esporta in Russia”. (“Le sanzioni spaventano le aziende cinesi”, table.media/china, 5.6.22)

11Yellen: “Gli Stati Uniti, insieme ad altri trenta Paesi, cioè oltre la metà dell’economia mondiale, hanno adottato una serie di sanzioni finanziarie e controlli sulle esportazioni senza precedenti contro la Russia”.

12I Paesi del G7 si sono espressi in questo modo nel comunicato finale del loro ultimo vertice:

“Siamo uniti nel nostro impegno per un commercio libero ed equo come principi e obiettivi fondamentali del sistema multilaterale basato su regole con l’OMC al centro…. Questo per riflettere i nostri valori condivisi, che includono l’apertura, la trasparenza e la concorrenza a livello di mercato…. In uno sforzo congiunto con altri, abbiamo lavorato negli ultimi mesi per annullare il trattamento della Federazione Russa secondo la clausola della nazione più favorita (CNPF)… Continueremo a eliminare le restrizioni commerciali non necessarie…”.

13Quando, ad esempio, la politesse mondiale tedesca Baerbock accusa Putin di “iniziare una guerra del grano e di alimentare ulteriormente una crisi alimentare globale in un momento in cui milioni di persone sono già minacciate dalla fame”, i leader africani, al contrario di Baerbock, sottolineano il fatto che la fame è ovviamente all’ordine del giorno tra i loro popoli anche senza la Russia di Putin.

14I diplomatici occidentali vedono anche la necessità di spiegare il mondo ai loro partner del Sud – che tra l’altro sono stati invitati al vertice G7 di Elmau proprio a questo scopo – e di dire loro che stanno cadendo nella propaganda di Putin quando incolpano della miseria la guerra economica iniziata dall’Occidente:

“Baerbock ha accusato la Russia di una strategia ben cosciente, accompagnata da una massiccia diffusione di informazioni false…. Ma lei poteva anche capire perché la propaganda russa trovasse terreno fertile in alcuni Stati. Gli Stati del G7 non hanno un credito di fiducia, ha detto la politica dei Verdi”.

Tanta benevole condiscendenza nei confronti dei nostri africani storicamente anomali non dimostra che la giovane femminista verde sia un po’ razzista, ma piuttosto quanto prenda sul serio la sua responsabilità imperialista.

15Questo apre una serie di possibilità: L’India, ad esempio, acquista dalla Russia più petrolio di quanto ne abbia bisogno per coprire le sue necessità e vende parte delle sue importazioni all’Europa e all’America – al prezzo che questi consumatori occidentali sono stati costretti a pagare a causa delle loro sanzioni e delle politiche di approvvigionamento sostitutivo. I sauditi importano petrolio russo per far funzionare le loro centrali elettriche e vendono il proprio materiale a prezzi elevati sul mercato mondiale.

16Il fatto che l’imperialismo abbia imparato a convivere con intere regioni piene di „failed states” non è una smentita: fanno parte delle spese del suo regime di capitalizzazione globale, che si fanno sentire come tali anche sotto forma di disordine, flussi di rifugiati e un po’ di terrorismo.

Editoriale: Noi e la guerra

Il mondo sta vivendo la guerra in Ucraina. Assiste agli Stati che passano sui cadaveri per far rispettare la propria sopravvivenza – sono essi stessi che definiscono cosa intendono per e qual’è il contenuto di questo “proprio”. E la gente, in tutto il mondo e soprattutto in Europa, sta reagendo: schierandosi con un incondizionato auto-impegno morale da una delle parti.

Troppo difficile da capire?

Le cose non migliorano quando le riflessioni personali arrivano alla saggia conclusione che nessuno dei poteri che combattono l’uno contro l’altro merita una assoluta condivisione. Ci si accorge di come gli Stati dispongono delle vite umane quando fanno sul serio con il loro antagonismo; ci si accorge – anche se si ha la fortuna di non essere lì – della propria totale impotenza di fronte alle brutali decisioni statali. E poi ci si immagina come un giudice che decide sul bene e sul male dell’uso del potere da parte degli Stati; si contano i morti, si constata la devastazione e ci si sente chiamati a rispondere in tutta serietà alla domanda: Sono autorizzati a farlo?

Certo, in questo paese sono nella minoranza quelli che si pongono questa domanda; perché l’affermazione che gli Stati in guerra producono giornalmente morti – cioè mostrano di cosa sono capaci come potenze sovrane – non è la questione in ballo, qui una parte attacca e l’altra invece si difende solo: è quindi quella buona e merita indiscutibilmente una scelta di campo. Per cui ancora una volta: In Ucraina, la devastazione è in atto, la gente si ammazza e muore, perché gli Stati usano, cioè sperperano, la vita del proprio popolo e quello degli avversari, definendo il tutto come il loro sacrosanto diritto, che è incompatibile con lo stesso diritto che il nemico pretende per se. E proprio per questo, perché in una tale situazione non si è indifferenti, sarebbe inevitabile a livello personale prendere posizione per una parte e contro l’altra? Uno impara che cosa conta una persona privata in guerra, cioè niente, e augura alla guerra il giusto esito?Si è allora ancora in possesso delle proprie facoltà mentali?

In Ucraina si scontrano le due potenze mondiali militari che si sono procurate in abbondanza dei mezzi militari e hanno già pianificato e preparato il loro uso per uccidere una gran parte dell’umanità, addirittura potrebbero distruggere le condizioni di vita sulla terra nella fase finale del loro scontro bellico. Nel “caso” dell’Ucraina stiamo constatando un primo passo dal ricatto bellico alla distruzione bellica, come è segnato nella dottrina di guerra delle due potenze mondiali; l’entrata nell’escalation, il cui punto finale – ce lo assicurano entrambe le parti – non deve mai avvenire. Eppure lo minacciano così seriamente che i responsabili si mettono in guardia a vicenda di non farlo sul serio – il modo diplomatico di minacciarsi a vicenda.

È proprio necessario che ci si debba schierare a livello personale a favore di una parte? Proprio nel momento in cui è inequivocabilmente chiaro come gli Stati vedono e gestiscono la relazione fra il loro diritto, sovranamente definito, di esistere e il materiale umano la cui differenza dipende solo dal suo vestito nazionale? O si dovrebbe ancora una volta, in una saggia valutazione, dare torto a entrambe le parti in vista di un esito finale – due poteri che si vantano di non riconoscere alcun diritto se non quello che si attribuiscono; le “Gods own Country” in una versione o nell’altra?

È semplicemente inadeguato, rudemente parlando: estremamente sciocco, rispondere alla brutalità della legge con cui operano gli Stati, dai più piccoli alle grandi potenze che distruggono il mondo, con il moralismo privato dell’individuo interessato.

La situazione è diversa quando si pensa e si giudica la situazione non come un privato filantropo ma con la moralità di un cittadino dello Stato. Allora si è già di parte ancor prima di essersi schierato di privatamente. Questa è la vera ragione per cui una cittadinanza attiva non permette a nessuno di cavarsela coll’indifferenza. Coloro che non rivelano la giusta opinione si escludono dall’impegno che la nazione ha preso perché – e nella misura in cui è già parte nel conflitto attuale, e alla fine, nolens volens, anche nella eventuale escalation conseguente. Questa presa di posizione viene rifornita di materiale visivo e di regole di linguaggio che sono atte a commuovere tutte le persone sensibili – e tuttavia allo stesso tempo portano regolarmente a qualcosa di completamente diverso: nella sofferenza e nella miseria causata dallo stato, l’individuo ben informato non percepisce più la sua impotenza di fronte ai poteri statali che strumentalizzano intere popolazioni per la loro volontà di conservarsi; il cittadino si vede come il rappresentante dello Stato al cui potere è sottoposto. Di conseguenza, le vittime non sono semplicemente compatite e gli aggressori detestati ma si richiedono armi per gli attori della parte politicamente corretta e si incoraggiano volontari e soldati di leva a commettere atti di guerra.

Per lo meno, ci si può risparmiare queste confusioni: quella umanitaria e quella da cittadino del proprio stato, e la loro combinazione, che è così produttiva dal punto di vista intellettuale – anche se non ci risparmia né la guerra né l’entusiasmo dei concittadini indignati per la guerra. Dopo tutto, una cosa è possibile e necessaria: spiegare la guerra e le sue ragioni, quelle generali di ogni Stato sovrano e quelle speciali della NATO e della Russia che possono arrivare fino ad una guerra mondiale, a se stessi e a tutti coloro che sono disposti ad ascoltare. La speranza – in ogni caso nient’altro che una delle principali virtù di un moralismo che resiste ad ogni guerra – non sarà certo alimentata da queste spiegazioni. Ma almeno il proprio giudizio non sarà il giocattolo delle grandi Potenze armate.

tradotto dal periodico Gegenstandpunkt 2/2022

Le tre ragioni della guerra in Ucraina

La guerra in Ucraina è condotta da tre parti: la Russia come aggressore sotto il titolo di “operazione militare speciale”; l’autorità statale aggredita di Kiev con il comando su un esercito addestrato ed equipaggiato dagli Stati Uniti e dalla NATO; l’Occidente, cioè gli Stati Uniti e la NATO in una nuova unità insieme all”Unione Europea, non direttamente come parte belligerante, ma doppiamente: come finanziatore dello Stato ucraino, come organizzatore della sua potenza militare, come direttore del suo dispiegamento e, ancora una volta in modo diretto, con una guerra economica degna di questo nome, perché mira alla distruzione della base capitalistica del potere statale russo. Ciascuna parte ha le proprie ragioni per la guerra – al di là di tutte le buone ragioni che, come in ogni guerra, non mancano mai a nessuna delle parti.

1. Russia

La Russia sta passando all’offensiva militare per due scopi difensivi che nel resultato sono congruenti.

Da un lato, difende i suoi molteplici interessi nel grande Paese vicino, emerso come nuovo Stato nazionale sovrano dalla disgregazione dell’ex Unione Sovietica in una “Comunità di Stati Indipendenti”. Il governo russo è interessato al consolidamento di un rapporto speciale che non solo riguarda le relazioni commerciali e politiche come con qualsiasi altro Stato estero e i vantaggi che ne derivano per il proprio Paese, ma che riguarda anche i residui ancora persistenti dell’epoca in cui l’Ucraina era, come Repubblica Socialista Sovietica, uno Stato di una Unione governata da Mosca e apparteneva a un’area economica con un proprio sistema di divisione del lavoro non capitalista. Dal punto di vista russo, ciò che in realtà caratterizza tutte le repubbliche ex-sovietiche come “vicine a Mosca”, e l’Ucraina in particolare, è questo: una parte significativa della popolazione di lingua russa, la cui lealtà tende a orientarsi verso la Russia; un’economia, in gran parte rovinata a causa della sua separazione dal contesto della precedente economia pianificata, la cui esistenza dipende ancora, almeno in parte, dal suo legame con la Russia; una posizione corrispondentemente forte delle fazioni filo-russe nella disputa interna – in questo caso, nel partito ucraino. La presenza e l’efficacia del proprio potere politico ed economico nel grande “Paese fratello”, divenuto nazione indipendente, e il diritto al suo corrispondente orientamento politico fondamentale e alla sua allocazione strategica sono massicciamente e sempre più efficacemente contestati alla Federazione Russa: da parte della NATO e della sua leadership americana, attraverso la progressiva integrazione politica e militare dell’Ucraina nell’acquis strategico dell’Europa orientale; da parte dell’Unione Europea, con il suo allineamento al regime economico e giuridico dell’Unione attraverso riforme, che non fanno per niente bene all’Ucraina, ma che in ogni caso diminuiscono l’influenza russa. Da un decennio Mosca difende, prevalentemente sul lato militare, i suoi interessi e la sua pretesa giuridica di una co-determinazione decisiva sull’Ucraina, con l’instaurazione di un controllo diretto o indiretto su alcune parti del Paese: la Crimea, la cui annessione è contestata politicamente senza compromessi, e due parti del Paese a est che sono diventate repubbliche e la cui esistenza è contrastata militarmente. Una delle ragioni del governo russo per la sua “operazione speciale” è questa: la salvaguardia e l’espansione ovvero: la salvaguardia attraverso l’espansione di queste posizioni raggiunte, una revisione dei progressi della pressione occidentale, nella miglior ipotesi un’inversione fondamentale dell’orientamento filo-occidentale dell’Ucraina .

Per Mosca ciò coincide con la necessità di una difesa strategica di ben altra portata: con la progressiva appropriazione dell’Ucraina da parte della NATO, che definisce e tratta con sempre maggiore determinazione e coerenza lo Stato russo come il suo avversario principale, la Russia vede la propria sicurezza in pericolo. Dopo tutto, con l’annessione dell’Ucraina alla NATO – sia ufficialmente che “solo” di fatto – l’Occidente persegue l’obbiettivo di perfezionare sia l’accerchiamento militare sempre più stretto della Russia con forze convenzionali, sia la costruzione di un arsenale nucleare sempre più vicino al centro del potere statale russo; quest’ultimo scopo nell’ambito dell’obiettivo generale degli Stati Uniti di controllare qualsiasi corso di guerra, e in ultima analisi anche e soprattutto l’escalation di uno scambio di attacchi nucleari con la Russia, creando l’impressione di praticabilità e aumentando così l’efficacia di una sua minaccia. Per la Russia sono in gioco posizioni strategiche e militari essenziali: la sicurezza del confine sud-occidentale contro un nemico sempre più potente, la libertà d’azione sul Mar Nero. Soprattutto, però, e questo va ben oltre l’opzione militare, teme per la sua capacità di poter affrontare una guerra nucleare, cioè una escalation della guerra che sia perlomeno incalcolabile per l’America, nel senso di un rischio prevedibilmente inaccettabile, quindi di un’opzione impraticabile. Si parla della famigerata “dottrina” della Mutually Assured Destruction (distruzione reciproca assicurata), secondo la quale le grandi potenze nucleari, quando preparano la guerra e si armano per essa, si impegnano a non scatenarla a causa del già eccessivo potere distruttivo delle armi del nemico. Se l’Ucraina dovesse diventare una base di lancio per i missili americani, la Russia correrebbe il rischio, e in ogni caso, considerando le variabili strategiche – come i tempi di preavviso e le possibilità di reazione in uno scambio di colpi calcolato – il governo vede in questo un’intensificazione intollerabile del pericolo di trovarsi con il suo enorme arsenale di armi nucleari all’ultimo stadio dell’autodifesa strategica, che una volta il presidente russo ha formulato chiaramente in questo modo : una guerra nucleare “sarà una catastrofe globale per il pianeta. Ma come cittadino russo e come presidente russo, chiedo: perché abbiamo bisogno di un mondo in cui non c’è la Russia?”. (Focus Online, 8.3.18) La capacità nucleare della Russia, costretta da un’attacco all’ultima difesa, potrebbe in ogni caso essere sufficiente per la distruzione del resto del mondo, compresi gli Stati Uniti. La Russia è però più di questo e vuole restare di più che l’ultima nazione a lasciare il campo di battaglia nucleare. Questa nazione rivendica la propria sicurezza in quanto potenza mondiale che, a differenza di tutti gli altri Stati, decide autonomamente sulla portata delle proprie ambizioni e sulla sicurezza del proprio potere; che determina in modo decisivo l’equilibrio di potere tra le nazioni e al loro interno “alla pari” con la superpotenza statunitense, cioè ad un livello che nessun altro Stato ha mai raggiunto; e che è una potenza mondiale veramente in grado di imporsi. Questo status si basa sulla capacità di deterrenza militare, che assicura al Paese il rispetto incondizionato da parte del suo grande avversario, incrinando efficacemente la sua pretesa monopolistica di controllo dei rapporti di forza nel mondo. Proprio questo status è messo in pericolo – non per la prima volta, ma in modo definitivo – dall’avanzata della NATO in Ucraina. Il governo russo percepisce in questo l’intenzione, che viene gradualmente messa in pratica, di contestare offensivamente la pretesa e il diritto della sua nazione a garanzie di sicurezza dello stesso livello di quelle che l’Occidente rivendica per sé in Europa e sa procurarsi, cioè garanzie per la sua esistenza come potenza mondiale. In questo senso, la Russia protesta diplomaticamente da molto tempo, dai tempi della ricostruzione di un solido monopolio statale dopo l’era Eltsin, contro la violazione di tutte le promesse della NATO di non espandersi, o solo in misura limitata verso est, geograficamente e in termini di forze. Si riferisce a promesse che erano state fatte nel corso della liquidazione del blocco di potere sovietico. In conformità con l’avvertimento trasmesso con queste denunce, la Russia dichiara anche che i continui attacchi politici e le incursioni militari sul suo acquis nell’est e nel sud dell’Ucraina costituiscono un’emergenza strategica. Per lei, è qui che si deciderà fino a che punto, gli Stati Uniti e i loro alleati alla fine sono ancora disposti a rispettare la Russia come potenza autonoma che definisce ed è in grado di far rispettare le proprie esigenze di sicurezza allo stesso livello della controparte.

Con la sua “operazione speciale” il governo russo confronta l’Occidente con la risolutezza di non lasciarsi sottrarre il suo potere di deterrenza. E sta usando il suo potere di deterrenza avvertendo ripetutamente gli Stati Uniti e la NATO di non interferire su una scala tale da portare a un’escalation verso una guerra mondiale. Certo, questo è già molto difensivo in linea di principio: gli interventi da cui l’Occidente dovrebbe astenersi, in modo da soddisfare il diritto della Russia ad una sicurezza assoluta e al rispetto della “linea rossa” che la Russia demarca con l’Ucraina, sono con l’armamento e l’appropriazione de facto del Paese da parte dell’Occidente già una realtà irreversibile; ecco perché la Russia si vede costretta alla sua drastica “operazione speciale” difensiva. Questa è la risposta al fatto che la negazione pratica del rispetto occidentale per le rivendicazioni di sicurezza russe ha già fatto molta strada. Non si tratta quindi di una vera soluzione, ma del risultato di un impaccio insolubile: per la Russia, il successo dipende in realtà dalla possibilità di bloccare almeno a questo punto lo spostamento strategico delle forze, cioè di garantire la credibilità del proprio potere di deterrenza senza utilizzarlo – l’operazione non è espressamente intesa come una guerra contro la NATO, né tantomeno come l’inizio di una terza guerra mondiale. Anche nel caso – sempre più dubbio – di un suo successo, la Russia non raggiungerebbe l’obbiettivo di costringere così l’Occidente a rispettare il suo potere di deterrenza. Spetta esclusivamente agli Stati Uniti e alle potenze della NATO decidere se e in che senso accettare l’intervento della Russia nel Paese confinante, esplicitamente dichiarato come una semplice “operazione speciale”, come un serio avvertimento a se stessi e alla loro politica offensiva nei confronti di Mosca e di conseguenza di astenersi, almeno in Ucraina, dal continuare a contestare la pretesa della Russia di riconoscimento del suo ruolo come potenza mondiale. In un certo senso, la Russia sta conducendo quasi una guerra per procura combattendo contro una forza militare che fa da ‘sostituto’ per il vero nemico; anche in caso di successo locale, la Russia non colpisce il nemico previsto. In questa costellazione asimmetrica, l’Occidente conserva tutta la libertà di decidere fino a che punto vuole immischiarsi nella guerra – oppure non immischiarsi o solo in misura limitata – e di guidarla “da dietro”, senza dipendere realmente dal successo del suo sostituto ucraino. In ogni caso, non si può certo dire che la NATO e gli Stati Uniti siano stati dissuasi dalla loro linea generale di ostilità offensiva nei confronti della Russia. Da parte loro, lo rendono molto chiaro quando ora spingono avanti la lotta dell’Ucraina, per la quale hanno preparato il Paese per anni, fino a quando non sarà vinta – in qualsiasi forma e con qualsiasi devastazione immaginabile – e allo stesso tempo insistono sul fatto che, come alleanza di guerra del Nord Atlantico, non sono parte in causa nella guerra e neanche – non ancora – sotto attacco. In questo modo, stanno praticamente rendendo inefficace la strategia dei russi. Naturalmente, gli Stati Uniti e la NATO devono anche registrare che non hanno dissuaso i russi dall’attaccare l’Ucraina. Ma che cosa significa? Non hanno nemmeno minacciato una terza guerra mondiale; la riservano al caso in cui la Russia decida di lanciare un atto di sfida diretta – o qualcosa che vorrebbero considerare tale.

Con la sua “operazione militare speciale”, la Russia non può sfuggire all’imbarazzo strategico di volersi difendere dalla sua già avanzata estromissione dalle decisioni fondamentali sulla pace europea e globale e dal sempre maggiore disinteresse per i suoi autodefiniti interessi di sicurezza, senza aprire un confronto diretto con l’alleanza bellica occidentale. E questo non è dovuto semplicemente a un diseguale equilibrio di potere militare tra l’alleanza bellica occidentale e il suo potenziale offensivo americano, da un lato, e la Russia, assediata su vari fronti, dall’altro. Il fatto che la lotta asimmetrica del governo russo contro l’Ucraina non risolva il suo problema fondamentale di sicurezza è dovuto alla circostanza che la Russia, con la sua pretesa di ottenere un riconoscimento garantito e il dovuto rispetto come potenza mondiale, si scontra con un mondo organizzato imperialisticamente in tutti i suoi momenti che non lascia alcun spazio a qualsiasi alternativa.

Il principio dominante dell’ordine in questo mondo consiste nella libera concorrenza delle nazioni per la ricchezza capitalistica e i mezzi per il suo incremento, legalmente installata in istituzioni come il FMI e la Banca Mondiale, l’OMC e diverse sotto-organizzazioni dell’ONU, aperte in linea di principio a tutti gli Stati che fanno dell’arricchimento capitalistico la loro fonte di potere. La nuova Russia post-sovietica non sfugge a questo sistema di concorrenza. Con i suoi considerevoli mezzi di produzione, anche se antiquati, e le sue buone relazioni con l’estero, vuole parteciparvi. Si afferma come nazione commerciale e centro finanziario, come fonte di beni d’esportazione ricercati e indirizzo per l’esportazione di capitali e viene coinvolta negli affari internazionali di sfruttamento e di ricatto del capitalismo globale e ne risente delle sue difficoltà come ogni altro stato capitalista. Allo stesso tempo, però, il Paese deve fare i conti con le obiezioni e le ostruzioni di Washington e con le riserve delle potenze economiche mondiali alleate dell’America, che rendono – ovvero dovrebbero rendere – difficile il consolidamento e l’aumento del suo potere politico.I politici trasformisti al potere a Mosca hanno classificato queste resistenze come un’offesa di fronte alle loro buone intenzioni e alla collaborazione che hanno dimostrato quando liquidarono l’economia pianificata socialista e aprirono il loro mercato nazionale al libero commercio capitalista: nonostante ciò non hanno abbandonato la linea generale dell’arricchimento privato e statale attraverso la concorrenza capitalista.

In realtà, gli autorevoli responsabili politici del mondo imprenditoriale hanno affermato che la partecipazione al mercato libero capitalistico non è gratuita. Ciò che viene richiesto è la sottomissione a un insieme di regole procedurali che rendono gli interessi degli Stati fondamentalmente dipendenti da certe condizioni e pongono limiti alla loro autodeterminazione , che solo per le potenze leader non rappresentano limiti, ma piuttosto opportunità. Tutti gli altri, e questo vale anche per la grande Federazione Russa, si espongono con la loro partecipazione, interessata e conforme al sistema, al potere ricattatorio dell’Occidente che non deriva da successi competitivi o dal loro potere economico, ma che consiste in un regime assoluto sulle modalità della concorrenza tra le nazioni. Ciò non dipende proprio dalla qualità delle istituzioni di diritto internazionale, che rappresentano l’ordine globale degli affari e sono determinate in modo decisivo nella loro politica di regolamentazione dagli Stati Uniti, in parte come il maggiore azionista, ma in ogni caso anche come il membro più importante. Il regime consiste in ultima istanza nell’impiego del dollaro USA come moneta mondiale decisiva e di riferimento, per il cui incremento competono i capitalisti, per il cui prospero uso nazionale competono gli Stati capitalisti del mondo moderno; consiste nel mercato finanziario americano come fonte decisiva di credito con cui i capitalisti del mondo finanziano l’aumento della loro ricchezza, gli Stati la loro crescita nazionale; consiste nella liquidità creata e garantita dalla banca centrale USA che fa andare avanti tutto. Sono questi prodotti e servizi degli Stati Uniti, in produttiva combinazione con alcuni rivali alleati in Europa e Asia, a stabilire una dipendenza fondamentale dei mercati mondiali capitalistici e dei loro attori privati e politici dall’unica potenza economica mondiale che ha monopolizzato l’accesso imperialista al mondo. Non sono i vincoli della concorrenza capitalistica in quanto tale, né i risultati – a loro volta distribuiti in modo molto unilaterale – della concorrenza che si svolge sui mercati mondiali, ma è questa dipendenza che permette agli Stati Uniti, grazie al loro potere di creazione del denaro e del credito nell’economia mondiale, di esercitare un regime sui partecipanti al capitalismo globale che equivale al potere di ammettere o escludere intere nazioni e che dà forza a tutte le decisioni restrittive intermedie. Questo è il potere con cui il grande successore capitalista dell’Unione Sovietica deve fare i conti: con una politica occidentale, soprattutto americana, che garantisce che la supremazia delle nazioni monetarie mondiali sul mondo capitalista degli Stati è incompatibile con una Russia che si sta trasformando in una grande potenza autonoma.

La Russia non ha nulla di simile da opporre a questo rapporto di dominio imperialista civile, perché il denaro e il credito americano non sono mezzi intercambiabili del capitalismo globale e il regime basato su di essi non è una manovra con cui l’America debba di continuo riaffermarsi. Nel corso dei decenni della sua validità, al di là di ogni considerazione politica e di pianificazione strategica, il potere del dollaro sull’economia mondiale si è solidificato, in un intero sistema di rapporti di supremazia e sottomissione, che detta a tutti i liberi concorrenti le loro condizioni economiche di esistenza come se fossero una situazione oggettiva. Dai risultati della concorrenza è emersa una completa gerarchia e una tipologia di Stati capitalistici, che nessun potere statale ha inventato o preso di propria scelta. Il loro status in questa gerarchia, d’altra parte, definisce la ragion di stato delle nazioni e le opzioni e la libertà d’azione dei dirigenti politici quando si accingono a reinventare ancora una volta il loro Paese. Naturalmente esistono creatori di denaro statali rivali, valute alternative, concorrenti degli Stati Uniti che hanno avuto successo in molti campi; esiste di per sé l’ambizione di potenti potenze economiche mondiali di emanciparsi dal dollaro e dal mercato finanziario statunitense; esistono anche partenariati internazionali nell’ambito di una concorrenza furiosa, persino alleanze economiche tendenzialmente o esplicitamente anti-americane come l’Unione Europea o la Cina con la sua Nuova Via della Seta. Ma persino questi sono – per il momento – ben lontani dal superare il ruolo esclusivo della potenza economica americana. E per la Russia, sia come membro dell’alleanza BRICS sia con le sue offerte di avvicinamento ai “Paesi vicini”, questo vale in misura ancor maggiore: le relazioni estere del Paese non si avvicinano a nulla di simile a un’alternativa al consolidato sistema imperialista di sovrani economicamente funzionalizzati. Con la sua ambizione di generare dal suo patrimonio socialista una crescita capitalistica sul mercato mondiale, la Russia sta in sostanza lottando per un posto – naturalmente eccellente – in questo sistema mondiale.

In questo modo si realizzano gli effetti a lungo termine del principio della libera concorrenza che la potenza economica mondiale americana ha imposto al mondo degli Stati come offerta per l’arricchimento privato e nazionale; un’offerta che nessuno poteva rifiutare perché l’unica alternativa, il sistema di stampo sovietico del socialismo reale, è stata efficacemente combattuta e alla fine, anche con l’arma economica della corsa agli armamenti, mandata in fallimento. L’altra faccia di questa offerta senza alternative è – ed è stata fin dall’inizio – l’impegno degli Stati sovrani di portare avanti i loro sforzi per affermare i propri interessi contro gli altri, di usare e funzionalizzare le altre nazioni solo in questo modo, cioè in accordo con l’ordine commerciale americano per la concorrenza capitalistica così vantaggioso per la crescita del denaro, del credito e del capitale americano; un divieto dell’uso della forza che non va confuso con la non-violenza, se non altro perché gli USA l’hanno fatto accettare come norma dagli sconfitti e i partner della seconda guerra mondiale solo su base della loro potenza capitalista come vincitori della guerra. Contro l’Unione Sovietica, con il suo sistema effettivamente alternativo che comprendeva mezzo mondo di Stati, hanno combattuto guerre per procura e guerre proprie, e preparato inoltre guerre nucleari. Dopo la sua liquidazione, hanno ulteriormente continuato con la ben nota combinazione di deterrenza e lotta esemplare contro ogni tipo di violenza, ovunque “l’unica superpotenza rimasta” interferisse con i propri interessi. Il fatto che questo regime venga scambiato per l’ordine di pace del mondo moderno non è né un idealismo fuori luogo né un mero cinismo, ma riflette piuttosto il fatto che la sottomissione del mondo degli Stati al diktat americano di competerel’uno contro l’altro in modo capitalistico ha assunto la forma fissa di un sistema imperialista. Allo stesso tempo, l’enfasi sulla pace chiarisce che le regole della concorrenza, applicate in tutto il mondo, non solo regolano le transazioni commerciali dei capitalisti e forniscono ai responsabili delle politiche economiche mezzi di estorsione puramente civili, ma devono anche essere rispettate come precetto per l’uso della forza da parte dei sovrani, come divieto dell’uso arbitrario della forza.

Questo è il punto decisivo in cui la Russia si scontra con il sistema mondiale imperialista realmente esistente e con la sua potenza protettrice. Con i mezzi commerciali che possiede e con gli strumenti di persuasione politico-economici di cui dispone, assume nella nomenclatura dell’imperialismo lo status e il rango gerarchico di un Paese emergente particolarmente potente e compete per la ricchezza e l’aumento della sua influenza – e, nella misura in cui gli è consentito, viene riconosciuto come concorrente capitalista o addirittura apprezzato come fornitore e partner affidabile. In questa lotta per l’esistenza del tutto conforme al sistema la Russia si trova ripetutamente ostacolata, persino emarginata, dagli amministratori dell’intero sistema e fa così la conoscenza del duro, inconciliabile lato politico-pacifico del comandamento della concorrenza: il divieto americano dell’uso della potenza militare. Questo non perché inizi costantemente guerre, o lo faccia più spesso di altre potenze scontente del globo, ma perché la sua capacità di impiego della forza militare all’interno degli Stati e tra di essi, di supervisionarlo o addirittura di iniziarlo, è di una qualità diversa rispetto alla militanza di altre potenze. La Russia è proprio l’unica potenza in grado non solo di mettere in dubbio localmente la garanzia globale di pace dell’America, ma anche di respingerla, e quindi di negarla in modo generale e fondamentale a livello di deterrenza strategica finale. Non solo ne è capace, ma ne trae la sua speciale pretesa di sicurezza; più precisamente: di riconoscimento della sua libertà di garantire la sua sicurezza al massimo livello secondo i propri calcoli. E nemmeno solo la propria. Il Paese colloca programmaticamente la sua rivendicazione di auto-emancipazione e di sicurezza autonomamente definita, rispettata da tutte le parti, compreso e soprattutto dall’Occidente, in un contesto politico globale che rende chiara la direzione della sua spinta e dovrebbe renderla chiara anche al mondo degli Stati. La Russia si offre come partner di alleanza a tutte le nazioni i cui interessi, a proprio parere, vengono trascurati nel mondo dominato dall’America – a volte persino al latente anti-americanismo europeo – e allo stesso tempo sollecita il sostegno di se stessa come potenza regolatrice indipendente, rispettabile e rispettata. La Russia vuole essere percepita, in particolare essere utilizzata e riconosciuta come una potenza statale pronta e capace di fornire assistenza contro l’arbitrio occidentale ogniqualvolta le sovranità nazionali, a causa dei loro interessi di sicurezza nazionale interni ed esterni, si trovino sotto pressione di forze ostili americane o sponsorizzate dagli Stati Uniti. E non solo in casi speciali di particolare importanza per gli interessi russi. In generale, la Russia vuole lavorare per un ordine mondiale alternativo, cioè multipolare, che dia a tutti gli Stati la libertà di plasmare le proprie condizioni interne e le proprie relazioni estere in modo autodeterminato, cioè senza riserve anti-russe e senza il paternalismo occidentale. Certo, le sue iniziative rilevanti dimostrano che la Russia si trova di fronte a un’ordine mondiale del tutto stabile, sia nei dettagli che in generale, che non si rovescia nemmeno in caso di singoli successi. Ma questo non cambia nulla. La pace mondiale imperialista è incompatibile con il principio di questa politica: cioè con la pretesa incondizionata di essere padrone della definizione e dell’applicazione dei propri diritti nel mondo come potenza mondiale con capacità di deterrenza nucleare. Questa è la violazione fondamentale della proposta monopolistica, in particolare dell’esigenza esclusiva degli Stati Uniti, con la loro potenza militare globalmente superiore, di assegnare a tutte le potenze sovrane del mondo la loro sicurezza, cioè il grado di sicurezza e di libertà d’azione militare che le spettano secondo il giudizio americano.

La contraddizione fondamentale della Russia è che è e vuole essere allo stesso tempo un partecipante attivo nel sistema mondiale dominante della concorrenza capitalistica, una parte pro- minente dell’ordine mondiale che è nato sotto il diktat del regime americano e che con i suoi imperativi quasi universalmente rispettati – almeno per il momento – funziona. In questo mondo organizzato in modo imperialistico, la Russia non è semplicemente una deviazione, ma la vera contraddizione esistente: tra se stessa come potenza capitalista, che lotta per la crescita capitalistica della sua economia secondo le regole procedurali dominanti e con i mezzi d’affari creati e controllati dall’America, e la sua esistenza come potenza militare con armi nucleari, che si fa garante autonoma della sua sicurezza e che di conseguenza vuole essere riconosciuta come potenza strategica mondiale. Per il governo russo, ovviamente, questa contraddizione non esiste. Il fatto che l’Occidente lo stia affrontando sempre più duramente – in parte sfruttandolo come partecipante del mercato mondiale capitalista, in parte frenandolo, preferibilmente tutt’e due fianco a fianco; e d’altra parte riconoscendolo sempre meno come potenza capace di una guerra mondiale, combattendolo sempre più offensivamente – è qualcosa che il governo russo trova sempre più difficile da accettare.

La Russia non è in grado di risolvere la situazione in cui è stata messa dai suoi avversari imperialisti. Si sta opponendo a questa situazione, facendo dell’occupazione dell’Ucraina da parte della NATO e degli USA un caso programmatico e un palcoscenico per la sua resistenza. Ecco la ragione della Russia per questa guerra.

  1. L’Occidente

– La NATO, sotto la forte guida degli Stati Uniti, in alleanza con l’Unione Europea e ancora una volta come G7, non lascia dubbi sul fatto che la lotta dell’esercito ucraino contro le truppe russe sia la sua guerra. Non solo le dichiarazioni politiche appena al di sotto di una vera e propria dichiarazione di guerra, ma anche e soprattutto la pratica: la partecipazione attiva, che ha trasformato l'”operazione speciale” russa in una guerra regolare, rappresenta molto di più di un azione di polizia mondiale in Paesi terzi, come le potenze impegnate hanno già sovente messo e stanno mettendo in atto. E una guerra economica esplicitamente annunciata come tale, la stanno comunque conducendo contro la Federazione Russa. Per giustificarla, invocano il sacro diritto di autodifesa dell’Ucraina. Il loro motivo di guerra non è di natura così difensiva come quello russo.
Ciò che l’Occidente sta realmente difendendo in Ucraina è, in un primo approccio teorico, l’ordine di pace europeo. La Russia ha violato quest’ordine non solo con l’invasione dell’Ucraina, sostenendo i separatisti filorussi nell’est del Paese e annettendo la Crimea, ma anche con un’invasione politica più generale. In sostanza Mosca pecca contro quest’ordine non accettando la progressiva dissoluzione dell’ex sfera di potere “governata dal Cremlino” nell’Europa orientale e nell’Asia centrale, ma opponendosi – diplomaticamente, con pressioni politiche e tentativi di ricatto economico, anche con aiuti militari per forze simpatizzanti e contro forze militanti antirusse – all’incorporazione, una dopo l’altra, delle nuove entità nazionali sotto il dominio della NATO e nella sfera di competenza dell’UE. Il favoreggiamento (decisamente bellicoso) dell’Ucraina contro l’invasione russa, segue la linea generale di una risoluta espansione della NATO e dell’UE che va oltre l’integrazione attuale degli Stati dell’Europa orientale dell’ex Patto di Varsavia e delle repubbliche baltiche, rivolgendosi verso i territori e/o i loro governi che la Russia rivendica come sua sfera d’influenza e cordone di sicurezza che l’Occidente le deve concedere. Di conseguenza, ciò che l’Occidente difende come ordine di pace dell’Europa non è solo la conservazione dei confini tradizionali – ironia della sorte, confini tracciati dall’ingiusto regime ex sovietico – e l’astensione da operazioni militari non autorizzate. Ciò che l’Occidente intende è un’indiscutibile rivendicazione della sua libertà d’azione politica, economica e militare, compreso lo stazionamento di armi per una guerra mondiale, almeno fino ai confini della Federazione Russa. L’identificazione di questo obbiettivo con la pace qualifica il suo mancato riconoscimento da parte della Russia come un atto non pacifico, che da parte sua esonera l’Occidente dall’obbligo di comportarsi in modo non bellico. La Russia, con i suoi interessi politici di sicurezza nei confronti della sua periferia occidentale, viene così definita a priori un piantagrane che non ha il diritto di partecipare alla formazione del mondo degli Stati europei, cioè alla definizione delle loro relazioni interstatali e delle loro condizioni interne; deve quindi essere respinta, estromessa dalla legittima competizione delle potenze che invadono il vecchio continente. Facendo della guerra in Ucraina il proprio business, l’Occidente sta portando avanti questa decisione di incompatibilità, che in realtà è stata presa molto tempo fa.
Il Presidente degli Stati Uniti colloca questa intolleranza nei confronti del potere russo in un contesto strategico molto ampio: nell’Ucraina vuole dare alla Russia una punizione esemplare, ovvero la risoluzione di un conflitto mondiale generale tra il regime democratico e quello autocratico che non ammette alcun compromesso. Per quanto vaga sia l’etichettatura politico-morale, la sua distinzione è sufficientemente chiara per la pratica (geo)politica mondiale, sia per quanto riguarda la questione di quanti e quali regimi appartengano definitivamente alla parte nemica, sia per la severità con cui in questo caso viene non solo annunciata, ma aperta una posizione frontale che obbliga tutti i sovrani che non vogliono essere classificati come – almeno tendenzialmente – ostili, a schierarsi contro la Russia. Con quali conseguenze pratiche non deve essere deciso in ciascun caso immediatamente. Per l’Europa e soprattutto per i partner americani della NATO, le conseguenze sono ovvie: l’alleanza di guerra deve dimostrare fin dall’inizio di essere all’altezza della situazione. La prima cosa necessaria è l’unità incondizionata sotto la guida americana. Che cosa significa in termini militari lo mostra l’escalation della guerra; la guerra economica procede con straordinaria spietatezza, anche per quanto riguarda i costi propri da sostenere. In entrambi i casi, il fattore decisivo è che l’impegno deve diventare permanentemente efficace e deve essere di lunga durata.
In questo senso, la ragione dell’Occidente per la guerra è chiara: con l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha esagerato nel difendersi dal suo sempre più stretto accerchiamento strategico-militare da parte dell’Occidente e dalla sua progressiva estromissione da qualsiasi influenza sul regime politico europeo. Il diritto ben definito degli Stati Uniti, della NATO e dell’Unione Europea di disporre in via esclusiva della definizione e del contenuto della pace – in Europa e nel mondo–, ossia di decidere in via definitiva la portata degli interessi statali e, in particolare, il riconoscimento o la contestazione, o la concessione condizionata delle legittime pretese di sicurezza degli Stati sovrani, richiede un’azione che lo rimetta in pieno vigore; e quindi anche un forte giro di vite dove è opportuno. La posta in gioco per l’Occidente è l’indiscutibile credibilità del suo potere e l’affidabilità della sua volontà di far dipendere l’impiego della forza nel mondo degli Stati dalle sue licenze e garanzie. I rappresentanti dell’ordine democratico mondiale dell’America e dell’Europa occidentale non devono assolutamente permettere una tale perdita di controllo, nemmeno nella minima possibilità.
Per loro, atti dimostrativi di violenza di questo tipo e in ogni caso per una buona causa non sono una novità. Dopo la fine del confronto dell’Occidente con l’Unione Sovietica e i suoi alleati, che è stato chiaramente costitutivo per l’Occidente e ha diviso il mondo in due schieramenti politici, gli Stati Uniti hanno considerato necessarie azioni del genere – non di rado contro le loro stesse creature e con “shock and awe” – e le hanno messe in scena non solo per eliminare singoli governi inadeguati, ma con l’obiettivo di rafforzare e ancorare il loro monopolio sull’ordine nel mondo degli Stati: al posto del superato “bipolarismo” con un “nuovo ordine mondiale” sotto la direzione dell'”unica superpotenza rimasta”, gli USA. Quello che gli Stati Uniti e la Nato stanno facendo “contro Putin” in Ucraina è di questo tipo, e a un livello di escalation ben superiore a quello di un’operazione di polizia mondiale come in molti altri casi. Tuttavia, il motivo di questa guerra che l’Occidente sta conducendo in quel paese, ossia il modo in cui la conduce, non è ovviamente ancora del tutto completo. Infatti, invece di una grandiosa messa in scena della sua superiorità, accompagna il suo doppio intervento – quello militare con armi vecchie e nuove, comprese le informazioni e le direttive per il loro uso appropriato, quello civile con sanzioni economiche mirate alla distruzione della Russia– con una smentita: quello che sta facendo non è un intervento degli Stati Uniti, non è un intervento della NATO, e certamente non è il preludio di una terza guerra mondiale. Si tratta solo di un aiuto e favoreggiamento – in ogni caso per far vincere gli ucraini, per cacciare l’esercito russo, per ripristinare i confini ereditati dall’epoca sovietica e quindi per difendere la democrazia per eccellenza. E tutto questo come decisione sovrana di Kiev. Secondo la definizione ufficiale, le forze armate occidentali non agiscono come belligeranti diretti e attivi; al massimo, agiscono un po’ in una zona grigia del diritto internazionale, ma in ogni caso senza giustificare eventuali attacchi russi contro di loro. Ciò che un’opinione pubblica democratica in Europa, moralmente istigata alla guerra, principalmente prende come un tentennamento del tutto fuori luogo, non toglie in realtà nulla all’obiettivo bellico di portare a compimento l’estromissione della Russia dalla sua pretesa zona di influenza e sicurezza e di decimare la sua base di potere. È proprio per questo che l’Occidente non vuole risultare responsabile per quello che è, cioè il soggetto strategico decisivo. Ma sta seguendo esattamente questo scopo, formulando i suoi obiettivi di guerra come se fossero quelli dell’Ucraina, si sta impegnando proprio in ciò che rifiuta con indignazione quando la propaganda russa lo chiama per nome: lascia combattere, usando la sfrenata disponibilità dell’Ucraina a fare la guerra, una guerra per procura. L’Occidente attribuisce alla guerra economica che sta conducendo contemporaneamente di propria iniziativa e con ruoli divisi lo scopo di danneggiare in modo irreversibile la potenza russa, negando allo stesso tempo la qualità di una guerra con un potenziale di escalation verso una guerra mondiale.
La prima ragione di questa singolare smentita non è un segreto: l’Occidente si sta mettendo contro una potenza nucleare che calcola al loro stesso modo una Terza guerra mondiale ed è in grado di distruggere il mondo tanto quanto gli Stati Uniti. La NATO deve tenere conto di questo aspetto nella difesa avanzata del suo imperialismo chiamata ‘volontà di pace’. E lo fa. Gli Stati Uniti registrano che il loro potere di deterrenza non dissuade la Russia dal dispiegare le proprie forze armate nel punto nevralgico dell’espansione a est della NATO e dell’UE. Tuttavia, non considerano la loro capacità di poter fare una guerra mondiale come una minaccia seria che all’occorrente sarebbe da mettere in atto; l’Ucraina non ne vale per il momento la pena, nonostante fosse un’attraente pezzo di „difesa avanzata“. Questo tipo di difesa lo riservano ad ogni centimetro del territorio dei loro alleati nella NATO, che a loro volta devono sapere cosa aspettarsi se il peggio dovesse arrivare. Al contrario, il potere di deterrenza della Russia non impedisce alla NATO di condurre una guerra per procura contro lo scomodo nemico. Se quest’ultimo inizia un'”azione militare speciale” in Ucraina, allora dovrebbe avere luogo anche la guerra per l’Ucraina e il diritto illimitato dell’Occidente sull’Europa; questa è la volontà dichiarata e praticamente attuata degli sponsor e dei fornitori occidentali del Paese. E questo rende ancora più chiara la ragione positiva dell’accurata distinzione tra le potenze della NATO come principali parti interessate agli eventi e l’Ucraina come parte effettivamente belligerante grazie al sostegno occidentale. L’Occidente si mette così con la sua controffensiva nella condizione di spingere l’indebolimento del suo principale nemico fino alla capitolazione, almeno fino a chiarire efficacemente che ribellarsi all’ordine di pace continentale e globale dell’America e dell’Europa non conviene assolutamente, pur mantenendo nello stesso tempo il controllo sull’escalation che in quel modo rischia. L’Occidente conserva la libertà di valutare il rispettivo stato di distruzione reciproca dell’Ucraina da un lato e della potenza militare russa dall’altro, oltre alla decimazione della potenza economica russa, e di dichiararlo, a sua piacere, come l’obiettivo della guerra. Fino a che punto sia disposto a spingersi forse non era chiaro fin dall’inizio, ma è abbastanza chiaro dopo solo poche settimane di guerra: riarmando e “guidando da dietro” l’Occidente si sta dirigendo verso il risultato militare di infliggere in Ucraina una chiara sconfitta alle forze armate russe e di rendere impossibile per il momento una nuova azione sulla scala della sua “operazione militare speciale”. Con sanzioni economiche sempre più severe, che non solo colpiscono i beni commerciali della Russia, ma impediscono anche la sua partecipazione alle transazioni monetarie internazionali, cioè il significato e lo scopo economico della sua partecipazione al mercato mondiale, si vuole paralizzare la crescita capitalistica da cui lo Stato russo ha fatto dipendere la sua società e quindi il suo potere, garantendo così l’esautorazione della nazione a lunga durata.
In questo modo, l’Occidente si sottrae a un confronto diretto con l’avversario e, calcolando liberamente e in modo tanto più duro, conduce una guerra di risorse da una posizione di superiorità di cui non potrebbe essere altrettanto sicuro in una guerra nucleare. Le risorse umane sono fornite dall’Ucraina, gratuitamente e con molta moralità nazionalista; è opportuno e molto giusto, e solo oggettivamente profondamente cinico, che la Speaker della Camera USA Nancy Pelosi ringrazi personalmente e calorosamente il presidente di Kiev per il suo eroismo e la sua disponibilità a fare sacrifici nell’interesse della democrazia. Gli arsenali bellici dei soli europei attingono a un patrimonio di risorse, ovvero l’eredità dei reciproci preparativi bellici dell’epoca della lotta contro il comunismo; persino le armi real-socialiste del Patto di Varsavia sono ancora abbastanza utilizzabili dopo tre decenni. Le multinazionali capitaliste degli armamenti sono comunque pronte a dare nuovi rifornimenti. Gli Stati Uniti stanno riattivando la base giuridica che è servita come base legale per le sovvenzioni materiali alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, ancora prima della loro entrata in guerra, che ha ribaltato la situazione sui fronti, il Lend-Lease Act del 1941, e stanno a differenza di allora fornendo sia gratuitamente sia tutto ciò che loro ritengono necessario. Infine, il bene a doppio uso per eccellenza, il denaro, sta facendo il suo lavoro: non solo i bilanci degli armamenti delle democrazie occidentali superano di 10-20 volte quelli russi; nel caso delle finanze a disposizione dello Stato, l’inesauribilità reale dei mezzi dell’imperialismo del dollaro è controbilanciata dal progressivo esaurimento e dalla parziale inutilità della solvibilità russa. Non si tratta solo di una differenza quantitativa: la Russia dipende per la sua ricchezza capitalistica dal potere d’acquisto internazionale in denaro dei suoi nemici e quindi da un traffico monetario da cui viene gradualmente esclusa; gli Stati Uniti e i suoi potenti rivali alleati godono di un riconoscimento immediato dei loro debiti praticamente in ogni ordine di grandezza da parte del mondo economico internazionale, che finanzia la propria crescita capitalistica ricorrendo al dollaro, e da parte degli Stati di questo mondo, che hanno nel dollaro la base, cioè la garanzia di valore, della loro moneta di credito nazionale. In quest’ottica, i 50 miliardi di dollari con cui l’America sta acquistando l’Ucraina in una prima tranche sono noccioline per la potenza mondiale. Gli oneri che si presentano sotto forma di demonetizzazione generale nelle democrazie occidentali vengono tranquillamente distribuiti tra i Paesi partecipanti all’economia mondiale in base al loro potere finanziario – e comunque tra i loro abitanti. Questo è ciò che vuole la giustizia capitalista, i cui valori l’Ucraina difende così valorosamente.
Ciò che l’Occidente sta facendo è comunque un’impresa senza modello né copione. Sta avviando il depotenziamento, cioè la distruzione di uno Stato che, oltre al suo esercito convenzionale, contro il quale la NATO fa combattere con la fornitura di un numero sempre maggiore di proprie armi, possiede le attrezzature necessarie per una guerra mondiale nucleare, cioè la capacità di infliggere un danno inaccettabile a qualsiasi avversario, compresi gli Stati Uniti, anche se al prezzo della sua stessa distruzione. Le calcolazioni di questo rischio e le misure adeguate da parte dell’Occidente non lo fanno scomparire; è sempre presente nelle ripetute assicurazioni degli Stati Uniti che un’escalation in questa direzione non è assolutamente in programma. Allo stesso tempo, però, questo rischio è il motivo per cui la potenza mondiale non si sottrae, ma sta verificando fino a che punto può spingersi nel caso dell’Ucraina e spingere la Russia a una sconfitta da cui non può riprendersi senza combattere con armi strategiche. Gli Stati Uniti si permettono la contraddizione di evitare il passaggio a una guerra mondiale finale – per una buona ragione: la loro ragione di Stato imperialista si basa sul dominio ai fini dello sfruttamento capitalistico del mondo – e, allo stesso tempo, di contastare al nemico, contro il quale tale guerra è calcolata e organizzata fino negli ultimi dettagli, ogni coesistenza – per lo stesso motivo: la sua ragione di Stato imperialista esige il dominio delle potenze sovrane nel mondo ai fini dello sfruttamento capitalistico.
Questo imperativo non è né un’arbitraria decisione di un “America first!” del marchio Trump, né la sua applicazione militante contro la Russia è frutto di una “nostalgia della Guerra Fredda” della generazione Biden. L’imperialismo americano consiste nella determinazione degli Stati a obbedire alle regole della concorrenza per la ricchezza capitalistica, a perseguire i propri interessi nazionali ricattatori contro i propri simili solo in questo modo, e a usare il proprio potere militare solo a scopo di far rispettare e mantenere questo ordine di pace, cioè per conto o su licenza del suo autore, custode e beneficiario. Questa ragione di Stato imperialista del mondo “americanizzato” è semplicemente incompatibile con l’esistenza di una seconda potenza in grado di riservarsi la sottomissione all’ordine mondiale dominante degli affari e della pace. Ma la Russia è proprio questo: una potenza militare mondiale che non si lascia attribuire il proprio status di sicurezza, ma lo decide assolutamente da sola. Ciò rende questo Stato indigesto per la pace mondiale imperialista – e allo stesso tempo rende praticamente inapplicabile la decisione di incompatibilità. La potenza militare mondiale della Russia è la ragione per l’impossibilità e la necessità della sua eliminazione.
La guerra in Ucraina è, a sua volta, il chiarimento pratico che questa contraddizione per l’Occidente non è un dilemma ma che rappresenta un problema la cui soluzione, non potendo essere ottenuta direttamente, deve essere avanzata tanto più consapevolmente con mezzi che non sono di per sé sufficienti. In questo contesto, bisogna considerare che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno a che fare con un loro simile: una potenza statale che è disposta a far morire per la propria sicurezza i suoi suddetti e quelli del nemico. Una potenza che presuppone anche, come gli Stati Uniti, che il suo potenziale nucleare possa funzionare solo se la sua volontà di usare le proprie armi fino all’ultimo è fuori discussione, se si verifica l’evento per cui sono state create, e che la minaccia del suo impiego dovrebbe prevenirlo. Di conseguenza, l’America e gli amici in Ucraina stanno lavorando con prudenza per creare un mondo in cui la Russia esista ancora, ma solo come ombra di se stessa in termini militari ed economici.

  1. L’Ucraina
    sotto il comando del suo presidente Selenskij, scivolato nel ruolo di signore della guerra, ha una sua ragione di guerra, che non si esaurisce nella difesa dall’aggressione né nella sua funzione per l’Occidente. Per il governo di Kiev ogni battaglia a cui non si sottrae è un documento della volontà dello Stato di difendersi, ogni combattente, vivo o morto, è un suo rappresentante, ogni apparizione del presidente davanti a un parlamento straniero, anche se solo virtuale, e ogni visita straniera allo Stato ucraino è la prova che il mondo vuole e ha bisogno dell’Ucraina e che la riconosce come un importante soggetto autorizzato alla continua richiesta di armi di qualsiasi calibro. Ciò che l’Ucraina mostra in modo così offensivo ha la sua equivalenza e la sua base nel modo intransigente in cui il comandante tratta il suo popolo: nessuna clausola di apertura per un’intesa con l’aggressore da parte sua; villaggi e città vengono difesi fino alla loro completa distruzione – o fino alla ritirata russa; le vie di fuga dei civili verso la Russia sono considerate un furto umano e vengono bloccate; agli uomini in grado di prestare servizio militare viene negato il permesso di lasciare il paese – tutto secondo il motto: Non ci arrenderemo! Niente di tutto questo è nuovo o molto diverso da ciò che accade di solito quando un sovrano ordina ai suoi cittadini di uccidere e morire. Ciò che colpisce, tuttavia, è che tutto questo ha il carattere di una dimostrazione di cui l’Ucraina ha in qualche modo bisogno, cioè una smentita del giudizio della Russia secondo cui l’Ucraina non è in realtà uno Stato sovrano: con i suoi confini, è un prodotto artificiale dei bolscevichi; non può sopravvivere da sola; metà della popolazione è russofona; parti di essa stanno meglio nelle proprie repubbliche e nella Crimea annessa che sotto il regime di Kiev; quest’ultimo non è quindi realmente padrone nel suo – presunto – Paese; ecco perché l’invasione russa non è un’invasione di un altro Paese, ma una “operazione militare speciale” contro un dominio illegittimo che viene etichettato come regime nazista. C’è molto da contestare da parte dell’Ucraina. E naturalmente gli argomenti russi vengono respinti come costruzioni ideologiche, l’invasione viene contrassegnata come imperialismo della Grande Russia. Ma proprio questa accusa contiene un momento di ammissione, perché si riferisce a una realtà amara dal punto di vista nazionale ucraino: l’esistenza di uno Stato ucraino sovrano non è del tutto scontata. Il fatto che l’ucraina sia stata praticamente messa in discussione dal potente vicino, con l’annessione della Crimea e il violento distacco delle zone orientali del Paese e ancor più con un’invasione che mira a relativizzare la sovranità del Paese, è più che un atto di propaganda. Per molti Stati, la separazione delle Repubbliche popolari filorusse e della Crimea ha creato uno status quo da accettare; per molti importanti politici mondiali, in particolare quelli che hanno organizzato l’accordo di Minsk per pacificare la situazione – e che ora vengono accusati di questo come una sorta di tradimento – è stata il punto di partenza e il materiale per una politica d’ordine antirussa con un obiettivo completamente diverso e di ben più ampia portata rispetto a quello di uno Stato ucraino intatto. Soprattutto, però, il potere statale di Kiev non si vede semplicemente come una potenza indiscutibilmente sovrana nei confronti di un aggressore completamente straniero ma come la prima vittima degli imperialisti della “Grande Russia”, che poi si abbatteranno su altre repubbliche ex sovietiche: Kiev definisce la propria autonomia in relazione alle rivendicazioni della stessa potenza leader, a cui il Paese era fino a non tanto tempo fa incorporato e da cui non si è ancora definitivamente sottratto.
    Proprio quest’ultima, la permanenza di elementi dell’unità epocale delle Repubbliche Socialiste Sovietiche sotto il regime del Cremlino, che l’Ucraina percepisce non solo sotto forma di violente aggressioni da parte del successore legale dell’ex potere centrale ma che ha determinato concretamente in modo molto negativo la sua costituzione economica e politica fin dall’inizio del processo di emancipazione dallo Stato sovietico. La nazionalizzazione di componenti dell’ex economia pianificata sovietica situate nell’ex Repubblica sovietica ucraina ha distrutto i contesti di cooperazione da cui dipendono la forza produttiva o addirittura la produzione dell’industria del Paese e il suo approvvigionamento. Il rublo socialista è stato sostituito da una moneta nazionale priva di valore internazionale e la divisione del lavoro sovietica è stata sostituita da un regime monetario e creditizio basato sull’euro e sul dollaro. Le ricchezze materiali del Paese – compresi i terreni agricoli di grande interesse commerciale –, i relitti dell’economia ex-pianificata, che sono rimasti dopo la separazione della nuova nazione dalle vecchie relazioni, sono nel corso della loro trasformazione in proprietà capitalistica in parte abbandonate alla presa di acquirenti dell’Occidente; in parte la loro proprietà dà inizio a attività commerciali di una folla di oligarchi che ne traggono il meglio per sé stessi, i loro clan familiari, i loro clienti e i loro aiutanti e creature politiche. I tentativi dei rappresentanti responsabili del potere statale ora sovrano di mettere in piedi un’economia nazionale, a conti fatti, arricchiscono il sistema dell’economia di mercato internazionale di un altro modello di crescita capitalistica, che fallisce su scala nazionale, non utilizza in modo appropriato il popolo lavoratore, non lo nutre e, secondo il giudizio competente dei suoi mentori stranieri, è caratterizzato dalla corruzione – questo è il titolo generale per un sistema economico di dipendenze personali capitalisticamente non improprie e improduttive. Al di sopra di questa economia risiede un’autorità pubblica che, dal punto di vista delle Potenze protettrici interessate a rapporti di forza capitalistici funzionali, è caratterizzata dall’incertezza giuridica. In termini positivi, ciò significa che la promulgazione delle leggi e l’applicazione dell’ordine pubblico, formalmente costruiti secondo il modello degli Stati borghesi, con procedure di potere democratico e separazione dei poteri, sono in realtà portati avanti da singoli benestanti privati con i loro metodi di violenza e ricatto in funzione dei loro interessi particolari.
    In rispetto alla sua forma una comunità nazionale democratica e costituzionale con un’economia capitalista ha preso il posto dell’ex repubblica sovietica. Il contenuto fondamentale e decisivo di uno Stato borghese – cioè il monopolio nazionale della forza sul Paese con il suo inventario vivo e morto, sulle risorse umane materiali ed economiche, sulla ricchezza produttiva e sul suo utilizzo – esiste, tuttavia, solo come progetto, nella realtà politica al massimo come oggetto di disputa tra partiti che sono essenzialmente definiti dagli interessi particolari privati dei loro sponsor, clienti e leader. Fin dall’inizio della sua carriera come nazione non esiste nell’Ucraina nessun’autorità esclusiva che rappresenti una volontà statale universalmente valida e che domini la nazione in modo esclusivo ed efficace – e per la cui esecuzione i partiti politici competono secondo le regole; nemmeno, come nella maggior parte delle altre repubbliche ex-sovietiche emancipate a livello nazionale, sotto forma di un autocrate che si alterna nel suo strapotere, se necessario, con una figura alternativa dello stesso calibro. Il fatto che l’Ucraina esista e possa essere considerata una nazione è opera dei due principali contraenti stranieri, che hanno interesse al possesso e all’uso politico, economico e strategico-militare del Paese, dell’intero Paese. La Russia ne rivendica il legittimo diritto di controllo in quanto successore legale riconosciuto della grande potenza sotto cui l’Ucraina è diventata l’entità politica che di seguito voleva e doveva diventare uno Stato nazionale; con quello che è rimasto dell’ex divisione del lavoro sovietica e con le tariffe di transito per il gas naturale la Russia aiuta il Paese a sopravvivere. L’Occidente da parte sua trae dalla distruzione dell’Unione Sovietica il diritto di utilizzare il Paese come avamposto per un accerchiamento sempre più stretto della potenza militare di Mosca, nonché di incorporarlo politicamente, giuridicamente ed economicamente nell’acquis dell’UE, che sta distruggendo pezzo per pezzo l’industria del Paese; in cambio, finanzia lo Stato con prestiti, manda in rovina i resti della cooperazione economica con la Russia e le risorse del Paese; inoltre, sta costruendo un esercito attorno al quale si augura di costruire uno Stato nazionale anti-russo. Ciascuna parte ha anche una corrispondente ragione di Stato da offrire al Paese: una costituzione non solo in senso giuridico ma anche solidamente materiale, che sarebbe costitutiva per una nazione ucraina, confinante con e amico della Russia con la partecipazione a un capitalismo russo in seguito davvero fiorente. Oppure un Paese NATO altamente armato sotto il regime dell’ordinamento giuridico dell’UE, che aprirebbe al Paese una carriera come oggetto di investimento a basso salario per le imprese occidentali. Nessuna delle due parti ha prevalso e instaurato secondo la propria ragione di Stato una tale volontà nazionale con il corrispondente monopolio dell’uso della forza. Il progressivo contenimento dell’influenza russa non ha affatto trasformato la disputa interna al partito ucraino in un regime consolidato e filo-occidentale; la controparte russa ha praticamente ridotto le sue pretese territoriali alla Crimea e a una parte dell’Est, rendendole militarmente reali, ma in linea di principio non ha affatto rinunciato a rivendicare l’intero Paese. Anche il governo Selenskij, salito al potere come oggetto di investimento di un oligarca risoluto e con un programma che prometteva finalmente alla popolazione la pace, l’abrogazione della legge anti-russa sulla lingua e molte altre belle cose, è rimasto con la portata del suo governo la variabile dipendente della disputa tra i partiti ucraini sul orientamento politico fondamentale del Paese e su un potere statale che impegna effettivamente tutte le forze politiche in un consenso nazionale di base.
    La guerra tra Russia e Occidente per l’Ucraina ha cambiato le cose. Il governo Selensky conta sull’interesse dell’Occidente per il suo Paese come avamposto contro il nemico russo, un’interesse che gli Stati Uniti in particolare stanno dimostrando attivamente da anni con la formazione di una forza armata ucraina: l’invasione russa viene interpretata da Selensky come una sfida e un’opportunità per assumere il ruolo di signore della guerra e per subordinare il Paese e il suo popolo, gli interessi sociali e i partiti politici in modo rigido e senza compromessi al suo comando. Il fatto che il suo territorio sia in parte distrutto e in parte occupato dalle truppe russe è un’opportunità storica per sottoporre il suo popolo al suo controllo in un modo che nessuno dei governi precedenti, compreso il suo fino a quel momento, era riuscito a fare. Sia gli oppositori che simpatizzano ancora per la Russia, sia le frazioni e le forze del Paese – compresi gli oligarchi – desiderose di collaborare con il grande vicino vengono eliminati. L’opinione popolare viene messa in riga – o lo fa di sua iniziativa – come si deve per una società in stato di guerra e di emergenza. Il presidente regna sovrano, organizza il necessario odio verso i russi e si presenta al pubblico come un modello di combattività eroica.
    Con la sua guerra, condotta con i mezzi che l’Occidente gli concede, il governo sta in effetti gestendo la contraddizione che l’Ucraina rappresenta nella sua attuale costituzione: uno Stato senza un monopolio evidente e universalmente riconosciuto sull’uso legittimo della forza; un governo senza una reale sovranità al di sopra degli interessi dei diversi partiti; una nazione senza una ragione di Stato che vincola tutti gli interessi sociali di una certa validità e vige come punto di riferimento; un popolo che non viene effettivamente utilizzato dal suo Stato e che lo considera un’ostacolo piuttosto che uno strumento utile a sostegno della propria riproduzione, un popolo a cui manca una coscienza nazionale, un “noi” nazionale indiscutibilmente praticato. La guerra costringe a dei cambiamenti: innanzitutto il consolidamento di un potere statale nazionale, sovrano sia all’interno che all’esterno, sovrano contro un vicino finora più potente, sovrano su tutto il Paese nei suoi confini ereditati dall’epoca sovietica con il suo inventario ancora vivo e morto. L’impiego micidiale della vita del suo popolo come vittima o esecutore di atti bellici o entrambi allo stesso tempo, che non dà alternative se non quella di opporsi all’aggressore e di sopportare sia l’aggressione che la controffensiva. La guerra trasforma gli abitanti del Paese in personificazioni involontarie dell’identità ucraina o in nemici anti-nazionali dello Stato quando si sottraggono a questa premessa di vita. In quanto lo Stato rappresenta la volontà realmente esistente del popolo, che in questo modo crea, si appropria della terra e delle persone: dell’intero paese, che riconquista, e di tutte le persone, che non esclude. Questa è la forza produttiva della guerra per l’Ucraina: una guerra per la fondazione dello Stato, che è ovviamente necessaria per una completa Nation-Building, anche se poi della nazione non resta una pietra su un’altra.
    Naturalmente, è anche un po’ contraddittorio che l’emancipazione nazionale dell’ex repubblica sovietica sia una incarico su commissione per gli imperialisti, e che il suo successo – qualora avvenisse – sia un successo per grazia straniera. Per i clienti imperialisti, tuttavia, la contraddizione funziona. Se creeranno in Ucraina un potere statale nazionale che, con i mezzi da loro riforniti, è in grado di affermare la propria sovranità all’interno del paese su un popolo forzatamente unito dalla guerra, un potere statale che si afferma anche all’esterno contro la Russia, in accordo con le linee guida americane, e che, come candidato all’UE, si lascia alle spalle la propria origine dall’Unione delle Repubbliche Socialiste, allora i clienti imperialisti avranno anche a loro disposizione – come avviene in tutto il mondo – un governo locale che, nella sua area di competenza ben definita, potrebbe fornire se non altro le premesse fondamentali per lo sfruttamento imperialistico della regione: la legge e l’ordine, il regime della proprietà privata e un popolo non necessariamente utilizzato ma utilizzabile. Se poi il patriottismo ucraino comprende e accetta questa funzione della patria per l’Occidente come servizio dell’Occidente alla sua nuova ostilità verso la Russia, tanto meglio. Per l’Ucraina come Stato nazionale appena nato, anche se non ancora del tutto completato, le cose stanno andando nella giusta direzione: attraverso la guerra che deve e può condurre, l’inventario del Paese, le condizioni di vita degli abitanti e una parte considerevole di loro stessi vanno certamente in malora; ma con la guerra e l’impiego del popolo come massa interscambiabile da consumare nel conflitto, il governo politico si afferma come sovrano con la propria raison d’état filo-occidentale, anti-russa, conforme alla NATO e all’UE. Il suo monopolio sull’uso della forza e la sua ragion d’essere nazionale non risentono del fatto che tutti i mezzi materiali per farlo devono provenire dall’Occidente.
    Per gli eroi di Kiev, che vogliono passare alla storia come i nuovi fondatori dell’Ucraina eterna, non è comunque una contraddizione se per ambizione imperiale, per la dignità e la portata del loro potere diventano servi dei loro padroni e fornitori stranieri. Al contrario, Selenskij e i suoi trovano del tutto normale che la loro totale dipendenza li renda così importanti. Prendono la loro situazione come un’opportunità e il ruolo di vittima che impongono al loro popolo come un diritto incondizionato per comportarsi di fronte ai loro sponsor, con il sostegno di un’opinione pubblica indignata per la guerra, come se fosse il contrario: loro sono i combattenti designati a proteggere gli alti valori dell’umanità, della democrazia e cose simili, e di conseguenza sono autorizzati a dare ordini ai loro fornitori di aiuti militari secondo le loro necessità.
    E anche questo fa semplicemente parte del gioco: che l’Ucraina con la sua guerra – in caso di successo – alla fine si lascia alle spalle lo status di nazione incompiuta.

    tradotto dal periodico tedesco GegenStandpunkt 2/2022

La Russia lotta per affermarsi come potenza strategica – l’America lotta per eliminarla

Nel mezzo della nostra bella Europa con il suo meraviglioso ordine di pace, improvvisamente di nuovo la guerra? Come si è potuto arrivare a questo? Comunque tutto all’improvviso, nel mezzo della pace più bella, non è scoppiata la guerra. Né l’ha cominciata per qualche motivo inspiegabile qualche autocrate russo impazzito. Anche in questo caso vale quanto segue: le ragioni della guerra si creano durante la pace. Da Stati che ancora una volta si sono spinti così in là nei loro rapporti reciproci da pensare di doversi infliggere a vicenda una sconfitta schiacciante. In questo caso, le ragioni si sono accumulate col tempo. E che la guerra ora stia iniziando in Ucraina non è una coincidenza.

È passato quasi un quarto di secolo da quando un lungimirante teorico strategico e consigliere di sicurezza del presidente americano ha dato la sua valutazione sul fatto che il destino della Russia, il suo status e il suo ruolo nel mondo, sarà deciso dall’Ucraina:

“Non si può sottolineare abbastanza che senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero, ma con un’Ucraina a lei subordinata e alla fine sottomessa, diventa automaticamente un impero”. (Brzeziński, NZZ, 29.10.99)

Lo stratega americano sa che è di cruciale importanza strategica per la Russia mantenere nella propria sfera di influenza questo grande stato confinante. E naturalmente la sua valutazione non vuole dire che qui sono in gioco interessi così vitali per la Russia, che quindi devono essere presi in considerazione nell’ambito dei rapporti con questo Stato. È esattamente il contrario: ottenendo l’accesso all’Ucraina, la potenza mondiale americana si avvicina di un passo decisivo al suo obiettivo strategico di rendere la sua rivale Russia irrilevante come potenza militare.
Con questo obiettivo, l’America e i suoi alleati nella NATO e nell’UE hanno sistematicamente trasformato gli Stati lungo il confine occidentale della Russia, diventati sovrani dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in una zona dominata dagli Stati della NATO e allineata politicamente ed economicamente all’UE. La designazione come “sfera d’influenza” non è affatto sufficiente per caratterizzare la situazione, poiché questo mondo di Stati è talmente saldamente ancorato alle alleanze occidentali, che – per dirla in un altro modo – l’influenza e gli interessi russi ne sono fondamentalmente esclusi. A questo scopo, è stata utilizzata la situazione economica degli ex alleati sovietici o delle repubbliche sovietiche e gli si è offerta la prospettiva di entrare nel potente mercato comune. La decisione non è stata interamente presa dalla libera volontá dei popoli. L’UE, insieme agli Stati Uniti, ha fiancheggiato politicamente il suo allargamento e ha sostenuto il nazionalismo – che vi si sprigionava, nella misura in cui era orientato contro l’ex supremazia delle vecchie alleanze o direttamente contro l’Unione Sovietica – con tutti i mezzi a sua disposizione sotto forma di innumerevoli cosiddette ONG e “consiglieri”, al fine di affermarlo come una ragione di stato. E questo accesso è stato assicurato militarmente passo dopo passo, questo mondo di Stati è stato integrato nella NATO nella misura più ampia possibile e adibito come territorio di stazionamento delle forze NATO.

In particolare nel caso dell’Ucraina non c’è stato nessun allentamento della presa. In un primo passo, il “filo-occidentale” Yushchenko è stato portato al potere nel 2004 attraverso una “rivoluzione colorata”, e nel 2008 gli USA hanno offerto all’Ucraina e alla Georgia la prospettiva di unirsi alla loro alleanza bellica. Dopo la sostituzione di Yushchenko con Yanukovych, avviene il secondo passo: nel 2014, dopo aver rifiutato l’accordo di associazione con l’UE, quest’ultimo viene rovesciato dalla rivolta del Maidan organizzata con l’aiuto americano; il campo nazionalista anti-Russia prende il potere e dichiara immediatamente l’Ucraina come oggetto di protezione per l’UE e gli USA. L’UE ha anche dichiarato esplicitamente che questo era precisamente lo spirito e la ratio (il senso e lo scopo) dell’allargamento a est dell’UE: La prevista associazione dell’Ucraina all’UE non era affare della Russia, ha detto allora, e non avrebbe in alcun modo negoziato con la Russia su quel fatto.
Con questo, però, l’Europa aveva esaurito il suo metodo di conquista pacifica. In questo caso, la Russia non ha solo accettato sotto protesta che i suoi interessi strategici e di altro tipo fossero ignorati. Da parte sua, ha creato dei fatti: ha annesso la Crimea, ha sostenuto attivamente la rivolta nell’Ucraina orientale, dove gran parte della popolazione ha rifiutato la linea anti-russa perseguita da Kiev, e quindi ha reso praticamente chiaro che una linea rossa è stata superata. L’altra parte è passata alla messa in bando della Russia e all’applicazione di sanzioni nei suoi confronti , posizionando il resto del mondo in questo senso e facendo così capire che la Russia doveva cedere e accettare sia l’accerchiamento che il suo progresso.

Per tutto questo tempo, nessuno ha potuto ignorare di cosa si tratta: Una lotta di potere ad alto livello, in cui una parte cerca di affermarsi come una potenza che vuole far valere i suoi interessi nel mondo, combatte per la sua influenza sugli altri Stati sovrani, rivendica il riconoscimento di questo suo status e, nel suo armamento, ha anche i mezzi necessari per affermare questa pretesa – mentre l’altra parte si preoccupa di far rispettare il suo ordine mondiale, in cui proprio per questo una tale Russia non ha posto, perchè il diritto al dominio sul mondo è indivisibile.

I. La Russia fa una svolta

1 Il Cremlino fa il punto della situazione

Il governo russo presenta i risultati di tutta la fase post-sovietica del nuovo ordine mondiale e solleva gravi accuse: in 30 anni, con l’avanzata della NATO, tutte le promesse fatte in questo proposito nei negoziati due-più-quattro sono state infrante.

“È risaputo che ci è stato promesso che l’infrastruttura del blocco NATO non si sarebbe estesa di un centimetro a est. Lo sanno tutti. Oggi vediamo dove si trova la NATO: in Polonia, in Romania e nei paesi baltici. Hanno detto una cosa ma ne hanno fatta un’altra. Ci hanno semplicemente tradito”. (Vladimir Putin, 1.2.22)

Che la promessa sia stata fatta, per iscritto, oralmente o non sia stata fatta affatto, la disputa, per la quale ci si immerge negli archivi e si mobilitano le note di protocollo così come la memoria delle persone coinvolte all’epoca, può essere significativa per gli scenari di giustificazione degli stati della NATO secondo il diritto internazionale – per quanto riguarda la situazione strategica inequivocabile, le confutazioni occidentali corrispondono piuttosto ad una manovra diversiva. In ogni caso, il fatto è che l’alleanza bellica occidentale non solo ha incorporato l’intero ex-Impero dell’Unione Sovietica con gli Stati del Patto di Varsavia, ma ora sta considerando le ex repubbliche sovietiche come la Georgia e l’Ucraina come parti integranti del suo fronte contro il Cremlino e sta spostando le sue infrastrutture militari fino ai confini della Russia.

“Prima la NATO giocava con termini come ‘schieramento temporaneo’. Ora si parla di una presenza completamente sostenuta e a rotazione. In realtà, questo significa una presenza permanente…. Se si leggono i rapporti dei principali centri di scienze politiche occidentali, essi ammettono liberamente che la NATO ha creato nuove vulnerabilità spostando i suoi confini nei sobborghi di San Pietroburgo. Allo stesso tempo, la distanza da Tallinn a San Pietroburgo può essere coperta in bicicletta; gli aerei da combattimento della NATO possono raggiungere San Pietroburgo in meno di dieci minuti”. (Vice ministro degli esteri Alexander Grushko, Rossiyskaya Gazeta, 20.12.21)

Il bilancio russo in dettaglio:

a) In particolare, la trasformazione dell’Ucraina in uno stato decisamente anti-russo in prima linea dà alla minaccia militare della Russia una nuova qualità decisiva per la guerra.

“Quello che stanno facendo, cercando di fare o che preparano in Ucraina non avviene a migliaia di chilometri dal nostro confine nazionale. Sta accadendo proprio sulla nostra porta di casa. Devono capire che semplicemente non abbiamo un posto dove ritirarci”. (Vladimir Putin, 21.12.21)

L’esercito ucraino, che dal 2016 è stato allenato in tutte le sue divisioni da vari paesi della NATO con centinaia di addestratori nel quadro del “Comprehensive Assistance Package for Ukraine”, e è stato portato agli standard della NATO in termini di armamento, organizzazione e tecnologia di combattimento in manovre più o meno continue, ha acquisito un peso enorme. Da una debole forza militare con poche migliaia di soldati appena in grado di agire e inoltre schiacciati nella guerra del Donbass è diventata un serio avversario di guerra con le proprie capacità militari. Circa la metà dell’esercito ucraino è stazionato sulla linea orientale; inoltre, ci sono le formazioni armate della destra ucraina. Le truppe sono dotate di armi in grandi quantità e sempre più anche di moderne attrezzature statunitensi, che nel frattempo non vengono più immagazzinate lontano dal fronte – come ancora richiesto dall’amministrazione Trump – ma impiegate, così come recentemente i droni da combattimento turchi. Tutto questo per quel che riguarda il rispetto del cosiddetto cessate il fuoco da parte dell’Ucraina. L’aviazione americana fornisce i dati necessari per un’invasione delle repubbliche separatiste.
La capacità dell’Ucraina di fare la guerra è di conseguenza aumentata, e l’attuale governo non lascia dubbi sulla sua volontà di fare la guerra, come si può vedere dal suo schieramento nella primavera del 2021 e dai relativi piani strategici a cui la Russia fa riferimento:
“Nel marzo 2021, una nuova strategia militare è stata adottata in Ucraina. Questo documento è quasi esclusivamente dedicato al confronto con la Russia e mira ad attirare gli stati stranieri in un conflitto con il nostro paese. La strategia prevede l’organizzazione di un cosiddetto movimento terroristico clandestino nella Crimea russa e nel Donbass. Delinea anche i contorni di una possibile guerra che, secondo gli strateghi di Kiev, dovrebbe finire “con l’aiuto della comunità internazionale a condizioni favorevoli per l’Ucraina” e – ascoltate attentamente – “con il sostegno militare estero nel confronto geopolitico con la Federazione Russa”. (Vladimir Putin, 21.2.22)

In primavera, l’Ucraina è stata frenata dalle sue potenze protettrici, ma la minaccia permanente di guerra per le due “repubbliche popolari” e la loro potenza protettrice, la Russia, è rimasta.

– Con la presa dell’Ucraina da parte dell’alleanza occidentale, la Russia perde la sua frontiera strategica più importante in Europa; o, per dirla al contrario, la NATO si trova direttamente sulla frontiera con la Russia, lunga più di 2000 km; controlla quasi completamente l’ex frontiera russa e la sta rapidamente attrezzando con sempre più mezzi di guerra (espansione di aeroporti, stazioni radar, basi navali), tra cui attrezzature pesanti come l’artiglieria missilistica con una portata di circa 1000 chilometri. L’armamento più minaccioso per la Russia in Ucraina è, naturalmente, il dispiegamento di missili nucleari a corto e medio raggio, che è stato nuovamente permesso da quando gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato INF.

– Le capacità attualmente ancora modeste della marina ucraina, che sono aggiunte alle forze della NATO per limitare la manovrabilità della flotta russa del Mar Nero e il suo accesso al Mediterraneo, vengono rapidamente rafforzate, soprattutto con l’assistenza britannica. Sul Mar Nero si sta costruendo una moderna infrastruttura militare basata sugli standard della NATO, e l’Ucraina sta ricevendo nuove fregate e navi da sbarco – una preziosa aggiunta ai cacciatorpedinierei e alle fregate della NATO (ciascuna con alcune decine di missili da crociera e/o missili armati con testate nucleari a bordo) che regolarmente navigano ed esercitano nel Mar Nero e che stanno già aprendo un fronte strategico più minaccioso e indipendente alla periferia meridionale della Russia.

– La NATO sta praticando la guerra in Ucraina in manovre permanenti praticamente in ogni formato e compito, dalle operazioni di sbarco notturno ai lanci di missili contro i centri di potere russi ed esercizi di deterrenza, anche con armi nucleari, tutto senza che l’Ucraina aderisca formalmente all’Alleanza. La portata di queste manovre con la partecipazione della Georgia e dell’Ucraina a volte anche con provocazioni che non hanno molta differenza con operazioni di guerra aperta – la scorsa primavera, un cacciatorpediniere britannico in piena velocità di combattimento ha fatto rotta verso il porto principale della flotta russa del Mar Nero ed è stato fermato solo da bombe sganciate dall’aviazione russa – richiede al nemico una disponibilità permanente alla guerra. E non solo in Ucraina; manovre della NATO con armi pesanti hanno luogo tutto l’anno su tutte le frontiere russe, rappresentando una minaccia permanente di invasione. È stata annunciata la prossima esercitazione nell’Artico, in cui sono inclusi anche gli stati “neutrali” come la Finlandia e la Svezia sottolineando con enfasi che la loro sicurezza può essere garantita in ultima analisi solo nella NATO.

Tutto questo si aggiunge a un rafforzamento militare che è in grado di aprire direttamente e spontaneamente scenari di guerra su diversi fronti che il Cremlino non può più controllare con mezzi convenzionali:
“Se l’Ucraina entra in possesso di armi di distruzione di massa, la situazione nel mondo e in Europa cambierà drasticamente, soprattutto per noi, per la Russia. Non possiamo non rispondere a questo pericolo reale, soprattutto perché, ripeto, i patroni occidentali dell’Ucraina potrebbero aiutarla ad acquisire queste armi per creare un’altra minaccia al nostro paese. Vediamo come persistentemente il regime di Kiev viene alimentato con armi…. Negli ultimi mesi, le armi occidentali sono state costantemente consegnate all’Ucraina, ostentatamente e in piena vista del mondo intero. I consiglieri stranieri monitorano le attività delle forze armate ucraine e dei servizi speciali…. Negli ultimi anni, contingenti militari dei paesi della NATO sono stati quasi costantemente presenti sul territorio ucraino con il pretesto di esercitazioni. Il sistema di controllo delle truppe ucraine è già stato integrato nella NATO. Questo significa che il quartier generale della NATO può dare ordini diretti alle forze ucraine, anche alle loro singole unità e formazioni”. (Vladimir Putin, 21.2.22)
Questo bilancio del “pericolo reale” dal punto di vista russo non è una semplice visione, non è affatto solo “sentito” così in Russia, ma coincide con l’enorme armamento militare, realmente esistente, delle forze della NATO all’est. Questo è anche considerato come un fatto dagli esperti militari della NATO nel loro modo disinvolto quando presumono che “l’equilibrio convenzionale di potere” in Europa centrale e orientale si è “spostato” massicciamente a svantaggio della Russia. E questo coincide con la sempre più severa classificazione ufficiale della Russia come nemico della NATO, in cui la Russia stessa si è manovrata insistendo sulle sue pretese di essere una superpotenza strategica in Europa orientale. E non finisce qui.
b) La prossima voce nel bilancio della Russia sono i siti missilistici in Polonia e Romania, a cui, come già detto, a cui potrebbero essere aggiunti altri siti in Ucraina:
“È estremamente preoccupante che elementi del sistema di difesa globale degli Stati Uniti siano schierati vicino alla Russia. Le piattaforme di lancio per “MK-41” situate in Romania e che stazioneranno in Polonia sono progettate per lanciare i missili “Tomahawk”. Se questa infrastruttura è ulteriormente sviluppata e i sistemi missilistici degli Stati Uniti e della NATO saranno stazionati in Ucraina, il loro tempo di volo verso Mosca sarà di soli 7-10 minuti, o addirittura cinque minuti per i sistemi ipersonici. Questa è una grande sfida per noi e per la nostra sicurezza”. (Vladimir Putin, 21.1.22)

Questo dà agli Stati Uniti la possibilità di distruggere in pochi minuti nella parte europea della Russia le principali città, i centri di comando, i silos missilistici, le infrastrutture critiche per la guerra di ogni tipo, infliggendo così al nemico un danno catastrofico militarmente inevitabile e allo stesso tempo privandolo della capacità di lanciare un efficace contrattacco; in altre parole, l’opzione per il “decapitation strike” che gli strateghi statunitensi hanno a lungo sognato.

c) Le “preoccupazioni” russe (un accondiscendente espediente linguistico usato in Occidente per respingere diplomaticamente la valutazione russa della situazione) sono rafforzate dal fatto che dalla fine dell’Unione Sovietica, l’America ha gradualmente terminato tutti i trattati di controllo degli armamenti, con la sola eccezione del New START, servendo così alla Russia una nuova edizione dell’armamento di Reagan: “Our plan is to outarm them”.

Grushko [viceministro degli Esteri] ha indicato la completa decadenza del sistema di controllo delle armi: “È iniziato quando gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato sui missili anti-balistici. Poi hanno impedito ai paesi della NATO di ratificare l’accordo sull’adattamento del trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE), che potrebbe servire come pietra miliare della sicurezza europea. Poi il governo degli Stati Uniti ha abbandonato il trattato INF (sull’eliminazione dei missili a medio e corto raggio). E l’anno scorso, il trattato sui Cieli Aperti (Open Skies) è stato seriamente minato…. Nella sua politica militare, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno cercato di raggiungere la superiorità in tutti gli spazi: terra, aria e mare. Ora stanno aggiungendo lo spazio e il cyberspazio. Così come tutti i possibili teatri di operazioni di combattimento. Concettualmente, operativamente e tecnicamente, la soglia per l’uso delle armi nucleari si sta abbassando. Notiamo che gli scenari di vari esercizi contengono una componente nucleare, che ci causa la maggiore preoccupazione”. (TASS, 12.1.22)

d) Inoltre, la Russia ha dovuto registrare che tutti i suoi sforzi diplomatici per far riconoscere i suoi interessi di sicurezza non hanno portato a nulla. Le offerte nel senso della “casa comune dell’Europa”, la proposta di costruire una “architettura di pace europea” sono rimaste senza risposta come l’alternativa presentata da Putin alla conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007.

“Nel 2009, abbiamo presentato un progetto di trattato sulla sicurezza europea ai nostri colleghi occidentali perché lo esaminassero. Siamo stati fraintesi e trattati in modo piuttosto scortese. Ci è stato detto che questo progetto non sarebbe mai stato messo sul tavolo. Abbiamo fatto riferimento ai documenti, tra cui la Carta europea di sicurezza e altri documenti, che hanno sottolineato la necessità di rispettare il principio di indivisibilità della sicurezza. Abbiamo chiarito che vogliamo mettere gli impegni politici che tutti abbiamo preso in una forma giuridicamente vincolante. La loro risposta ha detto tutto: le garanzie di sicurezza legalmente vincolanti possono essere concesse solo ai membri dell’Alleanza”. (Ministro degli Esteri Sergei Lavrov, 14.1.22)

“Più di due anni fa, dopo che gli americani hanno distrutto il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), abbiamo inviato un’iniziativa del presidente russo Vladimir Putin praticamente a tutti i paesi dell’OSCE. Li ha invitati ad aderire ad una moratoria unilaterale che abbiamo imposto sul dispiegamento di missili terrestri a raggio intermedio e corto. La condizione era che gli stessi missili progettati dagli Stati Uniti non sarebbero stati schierati. Abbiamo proposto una moratoria comune. Non appena lo abbiamo annunciato, gli americani e gli europei, i membri della NATO, ci hanno chiamati subdoli. Hanno detto che avevamo già stazionato missili Iskander a Kaliningrad e ora volevamo negare loro questa opportunità. Quando il presidente russo Vladimir Putin ha proposto questa iniziativa due anni fa, con l’intenzione di concordare misure di verifica, che sono state poi spiegate dal ministero della difesa. Volevamo invitarli a visitare Kaliningrad, a vedere i sistemi Iskander che vi stazionano e a constatare di persona (come avevamo suggerito loro più volte) che non erano soggetti alle restrizioni del trattato INF. In cambio, abbiamo voluto visitare le basi di difesa missilistica degli Stati Uniti in Romania e Polonia per vedere i lanciatori ‘MK-41’. Lockheed Martin produce questi missili e li pubblicizza sul suo sito web con un doppio obiettivo: per la difesa missilistica e per il lancio di missili da crociera offensivi…. I funzionari della NATO hanno detto che non gli sarebbe piaciuto…. Il sempre sospettoso segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha detto ancora una volta che si tratta di una proposta subdola”. (Sergei Lavrov, 13.1.22)

e) Nel caso della diplomazia ucraina nel formato Normandia, la Russia non si fa più illusioni sugli “sforzi di mediazione” franco-tedeschi: Francia e Germania non stanno agendo come mediatori onesti, ma stanno coprendo il rifiuto ucraino di adempiere agli obblighi fissati nell’accordo di Minsk, il tentativo di annullare al tavolo dei negoziati ciò che l’Ucraina ha dovuto firmare all’epoca a causa della superiorità militare della Russia – che i politici ucraini hanno nel frattempo messo ufficialmente a verbale.

Quello che i nostri colleghi occidentali devono fare, invece di giocare, è costringere Vladimir Selenskyj ad attuare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha adottato gli accordi di Minsk….
Loro [i rappresentanti dell’Ucraina] hanno proposto ora di invertire l’ordine di priorità e dire: ‘Ridateci il nostro confine e dopo decideremo se ci sarà uno status speciale o no’. Prendete il progetto di legge ucraino sui principi della politica statale nel periodo di transizione…. Questo progetto di legge vieta ai funzionari ucraini di attuare gli accordi di Minsk. Prevede la lustrazione [rimozione dei dipendenti politicamente accusati dal servizio civile] invece dell’amnistia, un’amministrazione militare-civile invece di uno status speciale, e nessuna elezione coordinata con questa parte dell’Ucraina. Prevede solo di “riprendere il controllo dei territori occupati”.
Anche se la Francia e la Germania hanno promesso di dissuadere Selenskyj dal portare avanti questo progetto di legge, sono stati fatti sforzi vigorosi per introdurlo nel processo legislativo. L’hanno presentato al Consiglio d’Europa. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha detto che a suo parere il progetto è in ordine. Ha commentato le tecniche legali, ma non ha menzionato che questo progetto di legge è in diretta contraddizione con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. (Sergei Lavrov, 22.12.21)

I partner negoziali europei reagiscono alle lamentele russe con dichiarazioni semi-pubbliche secondo le quali non ci si può aspettare che Selenskyj, in interesse della durata del suo governo, adempia agli obblighi del trattato:

“Lavrov ha deplorato le dichiarazioni di Jean-Yves Le Drian e Heiko Maas secondo cui la bozza russa contiene punti che “certamente non saranno accettati” nel formato Normandia, in particolare “l’organizzazione di un dialogo diretto tra Kiev, Donetsk e Lugansk”. (Il ministero degli Esteri russo pubblica lo scambio di lettere con Germania e Francia sull’Ucraina, de.rt.com, 17.11.21)

Altrove, i più alti rappresentanti europei “lodano” la politica dell’Ucraina, rafforzando così la posizione revanscista del governo Selensky:

“Solo due giorni dopo la conversazione telefonica in cui i leader della Francia e Germania hanno riaffermato il loro pieno impegno per gli accordi di Minsk, un incontro al vertice tra l’Unione europea e l’Ucraina ha avuto luogo a Kiev in cui è stata adottata una dichiarazione dettagliata, firmata dal presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel e dal presidente ucraino Vladimir Selenskyj, elogiando “l’approccio costruttivo dell’Ucraina nel formato Normandia e nel gruppo di contatto trilaterale” e il modo in cui ha attuato gli accordi di Minsk. Non è stato detto nulla su Donetsk e Lugansk e sulla necessità di un dialogo diretto con loro. La Russia è stata dipinta come un “paese aggressore” e chiamata “parte del conflitto” nel Donbass. Tutto questo contraddice ciò che Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno promesso”. (Sergei Lavrov, 22.10.21)

Di fronte a questo confronto, il ministro degli Esteri russo, in una violazione dimostrativa del costume diplomatico, pubblica la corrispondenza con Le Drian e Maas per presentare al pubblico mondiale la prova che e come i negoziatori europei mentono sulle loro assicurazioni diplomatiche:

“Sono sicuro che capirete la necessità di un passo così poco convenzionale, perché si tratta di trasmettere la verità alla comunità mondiale su chi sta adempiendo gli obblighi di diritto internazionale sottoscritti al più alto livello e come vengono adempiuti”. (Il ministero degli Esteri russo pubblica lo scambio di lettere con Germania e Francia sull’Ucraina, de.rt.com, 17.11.21)

“I francesi e i tedeschi hanno co-sponsorizzato questi documenti e fanno parte del formato Normandia, ma stanno cominciando a schierarsi completamente con il regime ucraino…. Il presidente Vladimir Selensky si è recentemente incontrato … con i leader di Germania e Francia. Ancora una volta, le misure di Kiev per attuare gli accordi di Minsk sono state pienamente sostenute. Questo significa che i nostri colleghi hanno riconosciuto la loro incapacità di garantire l’attuazione delle disposizioni che abbiamo stabilito congiuntamente o stanno consapevolmente cercando di minare gli accordi di Minsk a favore del regime di Kiev”. (Sergei Lavrov, 22.12.21)

Questa è la conclusione che il capo diplomatico russo trae dagli ennesimi negoziati: I “partner” europei non possono o non vogliono costringere l’Ucraina a rispettare i suoi obblighi contrattuali. O non hanno il potere politico necessario o sono degli imbroglioni; in ogni caso, non sono adatti come partner negoziali, e la Russia sta dicendo addio al formato Normandia come un evento inutile.

2. La Russia traccia una linea rossa per l’Occidente: nessuna ammissione dell’Ucraina alla NATO

La prospettiva che l’Ucraina diventi non solo un membro de facto ma anche de jure della NATO è una minaccia strategica essenziale per la Russia. Lavrov sottolinea che gli Stati della NATO permettono all’Ucraina di intraprendere imprese militari, in modo che dopo aver aderito all’alleanza occidentale sarebbe in grado di attirare la Russia direttamente in una guerra con la NATO:

“Nelle condizioni in cui il regime di Kiev sta istericamente cercando modi per distogliere l’attenzione dalla sua incapacità di risolvere i problemi economici e sociali della popolazione, di risolvere il conflitto nel bacino del Donets secondo gli accordi di Minsk, l’Occidente sta incoraggiando le autorità di Kiev in ogni modo possibile ad usare la forza militare nel Donbass. Questo è ciò che Washington e altre capitali occidentali, così come la leadership della NATO, stanno facendo….
Non dobbiamo escludere la probabilità che il regime di Kiev ricorra all’avventura militare. Tutto questo crea una minaccia diretta alla sicurezza della Federazione Russa”. (Sergei Lavrov, 30.11.21)

Il presidente russo parla chiaramente di quali altre intenzioni politiche ha la grande potenza protettrice dell’Ucraina nel riaffermare e fare il tifo per la ragione di stato anti-russa che è stata portata al potere, e dotandola dei mezzi necessari per farlo:

“Supponiamo che l’Ucraina sia un membro della NATO. È piena di armi, armi offensive moderne sono stazionate sul suo territorio, proprio come in Polonia e Romania – chi lo impedirà? Diciamo che inizia le operazioni in Crimea, per non parlare del Donbass…. Immaginate che l’Ucraina sia un paese della NATO e inizi queste operazioni militari. Cosa dovremmo fare allora? Guerra contro il blocco NATO? … Continuo a credere che gli Stati Uniti non siano così preoccupati della sicurezza dell’Ucraina…. Il loro obiettivo principale è quello di bloccare lo sviluppo della Russia. Questo è il nocciolo della questione. In questo senso, l’Ucraina è solo un mezzo per raggiungere questo obiettivo”. (Vladimir Putin, 1.2.22)

3 La Russia lancia un ultimatum all’Occidente

La leadership russa identifica i successi della NATO a est per quello che sono: Passi verso la creazione di una sua capacità di guerra superiore. La Russia presenta questa constatazione in tutta formalità diplomatica agli Stati Uniti e alla NATO per interrogarli sulla loro volontà di entrare in guerra.
“È essenziale impegnarsi per garanzie serie e a lungo termine che assicurino la sicurezza della Russia in quell’area [i confini occidentali della Russia], perché la Russia non può continuare a pensare a cosa potrebbe accadere lì domani”. (Vladimir Putin, 18.11.21)
La Russia insiste sul suo diritto, si appella alle promesse che le sono state fatte, cioè la formula della “indivisibilità della sicurezza” nei trattati dell’OSCE, che la sua „sicurezza di uno Stato non deve essere rafforzata a spese della sicurezza degli altri”, per accusare, da parte sua, la violazione del diritto da parte dei paesi della NATO.

“Nel 2010 ad Astana e prima ancora nel 1999 a Istanbul, tutti i presidenti e i primi ministri dei paesi dell’OSCE hanno firmato un pacchetto contenente principi interconnessi per garantire l’indivisibilità della sicurezza. L’Occidente ha “strappato” solo uno slogan da questo pacchetto: Ogni paese ha il diritto di scegliere i propri alleati e le proprie alleanze militari. Ma in questo pacchetto, questo diritto è legato a una condizione e un obbligo per ogni paese, che l’Occidente ha sottoscritto: non rafforzare la propria sicurezza a spese della sicurezza degli altri…. Vorrei sottolineare che i presidenti, compreso quello degli Stati Uniti, hanno firmato questi impegni promettendo che nessuno avrebbe cercato di migliorare la propria sicurezza a spese di un altro. Gli Stati Uniti sostengono che il diritto di scegliere le alleanze è sacrosanto. Ma noi diciamo: a condizione che non peggiori la situazione di sicurezza di un altro paese. Questo è quello che avete firmato, signori.
Ora stanno cercando di presentare le nostre proposte come un ultimatum, ma noi siamo lì per rinfrescare la loro memoria e assicurarci che invece di farfugliare, presentino onestamente la loro interpretazione di ciò che il loro presidente ha firmato. Se ha firmato questi documenti sapendo che la Russia non avrebbe mai ottenuto ciò che aveva promesso, allora devono riconoscerlo. Questa sarà un’altra ammissione da parte loro”. (Sergei Lavrov, 28.1.22)

La Russia insiste sul suo diritto presentando agli USA e alla NATO trattati ben elaborati con la richiesta che le risposte siano accompagnate da giustificazioni scritte – a causa delle cattive esperienze con le promesse occidentali:
“Le nostre iniziative sono un condensato dell’esperienza trentennale delle nostre relazioni con l’Occidente”. (Sergei Lavrov, 26.1.22)
“L’infrastruttura militare della NATO si avvicina direttamente ai nostri confini. Siamo stati regolarmente traditi, dalle promesse verbali agli impegni politici sanciti nell’atto di fondazione Russia-NATO. Questa volta insistiamo solo su garanzie giuridicamente vincolanti”. (Sergei Lavrov, 22.12.21)
Allo stesso modo, si esigono risposte scritte su come l’Occidente intende rispettare la formula dell’indivisibilità della sicurezza:
“Vorremmo ricevere una risposta chiara alla domanda su come i nostri partner comprendono il loro obbligo di non rafforzare la propria sicurezza a spese della sicurezza di altri Stati, sulla base dell’impegno al principio della sicurezza indivisibile. Come intende il suo governo adempiere concretamente a questo obbligo nelle circostanze attuali? Se vi state sottraendo a questo obbligo, vi chiediamo di spiegarlo chiaramente”. (Sergei Lavrov, 1.2.22)
“Appropriandosi della prima parte di questo pacchetto indivisibile (il diritto di ogni Stato di scegliere un’alleanza), i nostri colleghi degli Stati Uniti e della NATO stanno cercando di cancellare tutte le altre parti, senza le quali la prima parte non è valida. Non siamo legati a questa norma (rispetto del diritto di scegliere le alleanze) se viene applicata in palese violazione delle altre parti di questo pacchetto indivisibile. Lo abbiamo spiegato in modo sufficientemente dettagliato. Ora stiamo aspettando le risposte scritte”. (Sergei Lavrov, 14.12.22)
In particolare, i progetti di trattati russi richiedono che gli Stati Uniti e la NATO si astengano da un’ulteriore espansione a spese della Russia, in particolare che si astengano da ulteriori confische di repubbliche ex-sovietiche e che riportino le loro infrastrutture militari e le loro truppe allo stato che avevano nel 1997, prima della prima espansione verso est della NATO. La potenza mondiale dovrebbe astenersi da ulteriori armamenti nucleari intorno alla Federazione Russa, smantellare i missili nucleari a corto e medio raggio già schierati, comprese le infrastrutture necessarie per l’uso di queste armi, smettere di addestrare personale militare per l’uso di questi proiettili in tutti i “paesi non nucleari” e anche astenersi dallo schierare nuovi missili nucleari a corto e medio raggio sul proprio territorio che potrebbero minacciare la Russia. La Russia offre un accordo alla pari, impegnandosi in cambio a non costruire una nuova minaccia nucleare con missili a corto e medio raggio, proponendo così un ritorno della deterrenza nucleare basata sul potenziale degli USA e della RF.
Il progetto di trattato presentato alla NATO chiede anche la rinuncia all’ammissione di nuovi membri, nonché restrizioni alle manovre permanenti a rischio di invasione nelle regioni di crisi del Baltico e del Mar Nero.
Sotto forma di questo catalogo di richieste, all’altra parte viene presentata l’alternativa: 
Gli Stati Uniti accetteranno di negoziare le linee rosse tracciate da Putin, di negoziare qualcosa come una demarcazione delle sfere d’influenza nell’Europa orientale, la creazione di una zona cuscinetto, senza capacità NATO, nell’Europa centrale e orientale? Si possono persuadere gli Stati Uniti a riconoscere la minaccia esistenziale posta alla Russia dalla sua efficace strategia di accerchiamento e a impegnarsi a ritirare questa minaccia e impegnarsi ad una coesistenza pacifica con la grande potenza dell’Est? O vogliono dichiarare apertamente che questa avanzata è il loro progetto politico e che quindi hanno deciso definitivamente che l’America non può e non vuole vivere con la potenza russa, per cui la questione della guerra e della pace è all’ordine del giorno? Ma allora dovrebbero anche metterlo per iscritto e quindi riconoscere pubblicamente che il loro ordine mondiale basato sulle regole non è altro che la legittimazione della loro violenza.

4 L’ultimatum diplomatico è sottolineato da una minaccia di guerra.

L’avvertimento contro una “categoricamente inaccettabile” (Lavrov) ulteriore inosservanza delle “linee rosse” della Russia è una minaccia di guerra, che si materializza anche militarmente.
“Nessuno dovrebbe dubitare della nostra risoluta decisione di difendere la nostra sicurezza. Ogni cosa ha i suoi limiti. Se i nostri partner continuano a costruire realtà strategico-militari che minacciano l’esistenza del nostro paese, saremo costretti a creare vulnerabilità simili per loro. Abbiamo raggiunto un punto da cui non facciamo alcun passo indietro. La militarizzazione dell’Ucraina da parte degli stati membri della NATO è una minaccia esistenziale per la Russia”. (Anatoly Antonov, ambasciatore della Russia negli Stati Uniti. Foreign Policy, 30.12.21)
Per questo motivo, la leadership russa sulla scia degli eventi dell’inverno 2021ha organizzato un dispiegamento di truppe al confine dell’Ucraina, aggiungendo a questa mossa militare una minaccia esplicita di distruggere lo stato ucraino in caso di attacco al Donbass.
“I nostri recenti avvertimenti hanno avuto qualche effetto: le tensioni sono sorte comunque…. È importante che rimangano in quello stato il più a lungo possibile, in modo che non si facciano l’idea di inscenare qualche conflitto ai nostri confini occidentali di cui non abbiamo bisogno, non abbiamo bisogno di un nuovo conflitto”. (Vladimir Putin, 18.11.21)
Nel trattato presentato agli Stati Uniti, la parte russa ricorda al suo nemico con chi ha a che fare – “riaffermando il fatto che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta, e riconoscendo che ogni sforzo deve essere fatto per prevenire il pericolo che una tale guerra scoppi tra Stati che possiedono armi nucleari”.
Affinché nessuno a Washington sia ingannato sulla gravità della situazione, cioè sulla chiara intenzione del Cremlino ad affrontarla anche militarmente, la Russia rammenta la crisi cubana. Si presentano alcune contromisure militari, si accenna all’uso di altre, poi Putin finalmente ordina anche un’esercitazione delle forze di deterrenza strategica che include il test di missili balistici e missili da crociera – per chiarire ciò che la Russia ha a disposizione in caso di dubbio.
Da parte sua, la Russia minaccia di rendersi imprevedibile per impressionare e scoraggiare il nemico. Parallelamente all’offensiva diplomatica, che dovrebbe costringere gli Stati Uniti e la NATO a scegliere tra rispettare o ignorare le esigenze di sicurezza della Russia, la leadership russa sta rafforzando i suoi contingenti militari ai confini dell’Ucraina nella misura in cui possono essere mobilitati in qualsiasi momento su vari fronti, sempre con la dichiarazione che un’invasione non è in momento prevista – a condizione che gli Stati Uniti e la NATO siano disposti a negoziare le garanzie di sicurezza richieste dalla Russia. Gli Stati Uniti e la NATO dovrebbero capire: Se rifiutano la richiesta di riconoscere formalmente gli interessi di sicurezza russi, avranno a che fare con una Russia che per la potenza mondiale americana e la sua alleanza di guerra non è più prevedibile nel perseguimento dei suoi interessi di sicurezza.

II La risposta degli Stati Uniti

1. La richiesta di riconoscimento degli interessi di sicurezza russi: respinta!

Le richieste del Cremlino, dichiara la leadership statunitense, sono decisamente “irrealizzabili”; l’allargamento a est della NATO è e rimane un acquis indiscutibile. Un riconoscimento degli interessi di sicurezza russi è categoricamente fuori questione per l’America; ciò equivarrebbe all’annullamento di tutti i progressi strategici degli ultimi decenni che hanno messo così bene in difficoltà il suo potente rivale. Nonostante la gravità della minaccia russa, la potenza mondiale semplicemente non ha modifiche al suo programma di ridurre la Russia a una potenza regionale e costringerla a sottomettersi.

“Tra le richieste [di Mosca] ci sono la fine dell’espansione della NATO verso est e la cooperazione con le ex repubbliche sovietiche che non sono membri dell’alleanza militare occidentale – specialmente l’Ucraina. La Russia chiede anche restrizioni in Europa sul dispiegamento di missili e sulle esercitazioni militari. Dopo i colloqui con il vice ministro degli esteri russo Sergei Ryabkov, la Sherman ha detto di aver chiarito che le prime due richieste – tenere l’Ucraina fuori dalla NATO per sempre e tagliare la cooperazione militare con Kiev – erano fuori questione. ‚Non permetteremo a nessuno di annullare la politica delle porte aperte della NATO, che è sempre stata un elemento centrale dell’Alleanza. Non rinunceremo alla cooperazione bilaterale con gli Stati sovrani che vogliono lavorare con gli Stati Uniti’”. (Vicesegretario di Stato americano Wendy Sherman, rfe/rl, 11.1.22)

L’alleanza di guerra degli Stati Uniti: nient’altro che una “porta aperta”. Il vice segretario di Stato non vuole sapere nulla di uno scopo anti-russo che giustifichi e guidi l’alleanza e la sua politica di alleanza. Alla Russia viene presentata la smentita che nell’avanzata della NATO non si vede alcuna minaccia per la Russia, e invece della situazione strategica oggettiva stabilita dalla NATO, si affermano le proprie intenzioni, le buone intenzioni naturalmente: la NATO va intesa come una grande associazione di aiuto per gli Stati sovrani che cercano protezione – per chi, non è una domanda; e da chi, altrettanto poco. La NATO ha molta simpatia per le paure dei Baltici e degli altri Stati nei confronti del loro grande vicino. E quest’ultimo non si deve sorprendere se il diritto di autodeterminazione dei popoli, liberamente esercitato –

“Ogni paese ha il diritto di decidere a modo suo”. (Stoltenberg et al. in ogni occasione immaginabile) –

porta in breve tempo ad un aumento delle dimensioni della più grande alleanza di guerra di tutti i tempi fino a 30 nazioni. Per contrastare la richiesta russa di ritirare l’allargamento a est della NATO, basta nominare stereotipicamente coloro che chiedono di poter entrare nell’alleanza come i soggetti effettivi dell’onorevole associazione – anche se la NATO si riserva naturalmente il diritto di ignorare per il momento il desiderio di alcuni popoli di far valere il loro diritto sovrano di autodeterminazione per entrare nella NATO. L’alleanza bellica occidentale è ancora il vero soggetto a cui spetta la responsabilità dell’ammissione, strumentalizzando le ambizioni nazionali dei candidati per i suoi interessi strategici ed espandendosi così verso est. Con questo – “la Russia non ha potere di veto” (Stoltenberg, Blinken et al. in ogni occasione possibile) – le “spiegazioni” sono del tutto sufficienti. L’accusa che la Russia vuole “proibire” all’Occidente qualcosa, prendersi un diritto che non le spetta, questo passaggio a una misura giuridica immaginata, respinge apoditticamente l’interesse della Russia a resistere alla minaccia esistenziale al suo potere posta dalla NATO attraverso il sequestro della sua sfera d’influenza.

Le richieste del nucleo russo sono state respinte una volta per tutte. Mosca deve accettarlo.

2. L’America si assume la sovranità di definizione del contesto attuale.

L’America fa un passo avanti nella sua offensiva definendo la situazione politica mondiale: La minaccia russa di non accettare lo sviluppo dell’Ucraina come parte del fronte della NATO è posta nell’agenda politica mondiale come l’unica questione che l’America intende affrontare nel suo rapporto con la Russia, in modo tale che non si tratti di un conflitto tra Russia e NATO, ma esclusivamente di un’imminente invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Questo è ciò di cui l’amministrazione statunitense avverte quotidianamente, in modo dettagliato e vivido, finché alla fine Blinken presenta all’ONU il piano di battaglia russo completo:

“In primo luogo, la Russia intende creare un pretesto per il suo attacco. Questo potrebbe essere un evento violento per il quale la Russia dichiarerà l’Ucraina colpevole o un’accusa oltraggiosa che la Russia farà contro il governo ucraino. Non sappiamo esattamente quale forma assumerà. Potrebbe essere un falso attentato cosiddetto “terroristico” all’interno della Russia, la scoperta inventata di una fossa comune, un attacco inscenato di droni sui civili, o un falso – o anche reale – attacco con armi chimiche. Dopo di che, carri armati e soldati russi avanzeranno su obiettivi chiave che sono già stati identificati in piani dettagliati. Crediamo che questi obiettivi includano la capitale ucraina Kiev, una città di 2,8 milioni di persone”. (Ministro degli Esteri Antony Blinken, 17.2.22)

Quindi, in primo luogo, si annuncia che si conosce esattamente i piani russi. Una certezza che non si deve certo alle “informazioni dettagliate” dei propri grandi servizi di intelligence, ma che si conosce così bene perché l’Alleanza occidentale, rifiutando le richieste russe, ha posto la Russia di fronte all’alternativa di rinunciare o di mettere in atto la propria minaccia in una questione che essa dichiara essere una questione di esistenza:

“Tenete a mente che mentre la Russia ha ripetutamente respinto i nostri avvertimenti e allarmi come melodramma e sciocchezze, ha comunque costantemente ammassato più di 150.000 soldati ai confini dell’Ucraina e ha le capacità di lanciare un massiccio attacco militare”. (Ibid.)

In secondo luogo, poi, Blinken comunica che capisce la Russia fino a fondo, cioè non sarà sorpreso da un’invasione russa, che si può già anticipare in tutti i suoi dettagli, compresa la data e i prevedibili crimini di guerra russi. E in terzo luogo, si dà a intendere che l’America non è assolutamente impressionata da ciò, cioè che ha il controllo della situazione, perché l’ha preparata a lungo e a fondo. Biden:
“Ci siamo preparati ampiamente e con cura. Abbiamo passato mesi a costruire una coalizione di altre nazioni amanti della libertà, dall’Europa e dall’America all’Asia e all’Africa, per resistere a Putin. Ho passato innumerevoli ore ad unire i nostri alleati europei. Abbiamo detto al mondo in anticipo ciò che sapevamo dei piani di Putin ed esattamente come avrebbe cercato di giustificare falsamente la sua aggressione. Abbiamo contrastato le bugie della Russia con la verità”. (Joe Biden, 1.3.22)

Il trionfalismo con cui Blinken e Biden proclamano di avere la “verità” dalla loro parte, tanto che il Segretario di Stato quasi flirta con quanto sarà contento se la sua previsione si rivelerà sbagliata – “Se la Russia non invade l’Ucraina, allora saremo sollevati che la Russia ha cambiato rotta e dimostrato che le nostre previsioni erano sbagliate” (Antony Blinken, 17.2.22) –, documenta la posizione di sconfinata superiorità con cui i leader della potenza mondiale americana seguono la situazione creata dalla Russia, ma non semplicemente osservata dagli Stati Uniti, bensì portata avanti con lungimiranza strategica. Sono loro che lasciano alla Russia la scelta di cedere e accettare la trasformazione dell’Ucraina in un potenziale di guerra della NATO, o di impedire militarmente questa transizione, capitolando o entrando nel confronto per il quale l’Ucraina è stata preparata. Ed esprimono la loro ferma volontà di non essere impressionati in alcun modo dalle contro-minacce russe: Si aspettano che la Russia attacchi l’Ucraina, sono preparati per questo, sono pronti per qualsiasi escalation, e sono sicuri di avere tutti i mezzi a loro disposizione per affermare la propria superiorità in caso di escalation.

3. La rinascita della NATO come appendice del potere mondiale americano.

In termini pratici, Washington sta rispondendo alla richiesta russa di garanzie di sicurezza, che è stata sottolineata dal dispiegamento di truppe russe sul confine ucraino, con un massiccio riarmo e la mobilitazione di forze militari. Intende restaurare la NATO. Il presidente Biden sta rivedendo la linea del suo predecessore Trump, che, sulla base di una politica di “America first!”, ha dichiarato la NATO “obsoleta” e il tenere conto degli interessi degli alleati come un peso inutile che avrebbe solo sottomesso l’America a interessi stranieri, impigliandola in intrighi che non avrebbero avuto alcun valore per l’America. Washungton mette fine alle scelte arbitrarie degli alleati, che, vedi la diagnosi di Macron di “morte cerebrale”, erano arrivate fino al rifiuto della NATO, e li obbliga a essere leali all’alleanza promuovendo il confronto con la Russia, creando una situazione pratica che richiede una decisione inequivocabile da parte degli europei occidentali. In brevissimo tempo, l’America riunisce così una potente coalizione di guerra di 30 stati che sono pronti a dare il loro contributo nel conflitto con la Russia.

a) I contributi militari,

richiesti e forniti dall’Europa, vengono integrati dall’America in una strategia della deterrenza a tre livelli; in primo luogo:

Rendere l’Ucraina “indigesta” per la Russia con molto più denaro e armamenti.

Questo per costringere la Russia a riconoscere la nuova situazione strategica.
“E sapete, gli ho detto [a Putin] che rafforzeremo i nostri alleati della NATO sul fianco orientale – se lui invade davvero. Stiamo, o meglio, ho già consegnato agli ucraini oltre 600 milioni di dollari di attrezzature sofisticate, attrezzature per la difesa. Il costo dell’invasione dell’Ucraina, in termini di perdita di vite umane, I russi saranno in grado di superarlo nel tempo, ma sarà grave, sarà reale e avrà conseguenze. Inoltre, Putin – si sa – ha una scelta: O la deescalation e la diplomazia; o lo scontro e le conseguenze”. (Joe Biden, 19.1.22)
Il nocciolo della strategia americana è di rendere impossibile alla Russia di far valere i suoi interessi di sicurezza, che considera legittimi e necessari, e quindi di costringere il Cremlino a riconoscere l’espansione strategica dei suoi nemici ai suoi confini. Gli strateghi statunitensi stanno preparando uno scenario di guerra in cui la Russia, se intendesse assicurare militarmente i suoi interessi, è minacciata di una guerra di logoramento permanente in Ucraina. Questa è la sostanza del discorso sull’alto costo di un’invasione russa. L’Ucraina ha l’onore di fare una guerra contro un avversario massicciamente superiore; una guerra in cui i progettori di guerra americani prevedono sobriamente lo sfacelo dell’esercito ucraino e la distruzione del paese e del suo popolo perché – strategicamente parlando – ne vale la pena: la Russia deve combattere nel suo grande paese vicino e indebolirsi decisamente lì.
A questo scopo, gli Stati Uniti e la NATO stanno sostenendo militarmente il loro partner: stanno mettendo l’esercito ucraino in grado di infliggere pesanti perdite al Cremlino con mezzi militari relativamente modesti, cioè con massicci sacrifici da parte loro.

I mezzi che Kiev riceve per difendere la patria includono innanzitutto missili a spalla e artiglieria a corto raggio per combattere un’invasione russa con veicoli corazzati, elicotteri d’attacco e aerei da combattimento e trasporto a bassa quota; inoltre, come gli esperti non sottolineeranno mai abbastanza, armi piccole e molte munizioni per bloccare la resistenza in una sorta di guerriglia. La Gran Bretagna sta aiutando con armi che non rappresentano una minaccia per la Russia perché non sono di natura strategica, e un esercito di addestratori militari che insegnano ai soldati ucraini come mettersi alla prova in un duro combattimento casa per casa.
E come se questo chiarimento fosse necessario, i progettatori di guerra del Pentagono aggiungono l’avvertimento ai russi che non sarebbero molto contenti di una vittoria sul loro vicino, perché in quel caso faranno in modo che gli ucraini sconfitti ma fedeli diano all’occupatore un secondo Afghanistan.

*

Nel caso in cui la Russia intensifichi comunque il conflitto in Ucraina, per uscire dall’insostenibile scenario di guerra con cui è confrontata, deve tener conto della potenza concertata dei paesi della NATO e dei loro partner neutrali, che si sono avvicinati alle sue frontiere e si stanno riarmando ogni giorno.

Gli alleati della NATO e gli stati “neutrali” intorno alla Russia rafforzano lo scenario di minaccia

Oltre all’accerchiamento già realizzato, l’alleanza bellica sta rafforzando proprio le misure militari che la Russia chiede categoricamente di ritirare e sta espandendo la sua presenza ai confini della Russia a velocità record. Se tutto questo sia ancora compatibile con il vecchio contratto NATO-Russia degli anni ’90 non è di alcun interesse. Per la propaganda pubblica, le misure sono ora in rapporto alla minaccia russa di invasione, e questo giustifica ogni armamento.
In effetti intende mettere la Russia di fronte a una situazione militare completamente incalcolabile e incontrollabile con mezzi di guerra sempre nuovi; metterla di fronte a una forza costruita intorno alle sue frontiere – principalmente a ovest e a sud – che sia sufficiente per infliggere alla Russia, nel caso in cui i suoi mezzi di potere vengano utilizzati, distruzione militare e sconfitte.
- Per questo, sono necessari nuovi mezzi militari per controllare ancora meglio lo spazio aereo nell’estremo nord, il Mar Baltico e gli approcci all’Atlantico; avvicinarsi ancora di più ai porti di casa della marina russa per bloccarla lì e in particolare per poter combattere più efficacemente i sottomarini nucleari strategici che vi stazionano ecc.; inclusa in questo scenario è la prospettiva di rendere impossibile alla Russia difendere la sua enclave del Mar Baltico Kaliningrad.
- Inoltre, c’è bisogno di una presenza avanzata (Enhanced Forward Presence) ancora maggiore sul confine occidentale della Russia; alcune migliaia di soldati in più, ancora più rapidamente schierabili, ancora più mobili, ancora più imprevedibili per il nemico:
“La presenza della NATO nella parte orientale dell’alleanza viene continuamente rafforzata, ha detto Jens Stoltenberg in Romania. ‚Abbiamo anche aumentato la prontezza della forza di risposta della NATO. Queste truppe sono nelle loro basi, ma possono essere rapidamente schierate ovunque nell’Alleanza, se necessario’. Ma l’alleanza sta anche considerando una presenza a lungo termine nella regione del Mar Nero, ha detto”. (DW, 12.2.22)
“Per dissuadere la Russia” sul “fianco meridionale orientale”, la NATO vuole anche “stazionare forze di combattimento multinazionali in … Romania. Finora, i cosiddetti battlegroups esistono solo negli stati baltici Estonia, Lituania e Lettonia e in Polonia. Oltre alla Romania, anche la Slovacchia e la Bulgaria devono fornire siti per le unità multinazionali della NATO”. (DW, 12.2.22)
- In generale, la NATO sta stabilendo un nuovo livello di interoperabilità e di messa in comune delle capacità nell’alleanza anti-russa degli Stati:
“I soldati britannici, francesi ed estoni lavoreranno insieme in una serie di scenari di mezzi corazzati, di unità di fanteria, scenari tecnologici, di progettazione e di artiglieria. Ai membri del gruppo di battaglia guidato dal Regno Unito si uniranno i soldati dei reggimenti Paracadutisti e Yorkshire dell’esercito britannico, che impareranno ad allenarsi con i carri armati in un ambiente invernale…. I jet da combattimento ‘F-16’ dell’aeronautica belga, attualmente di stanza alla base aerea di Ämari in Estonia come parte della missione di polizia aerea della NATO, forniranno supporto aereo”. (Il NATO eFP Battlegroup Estonia e l’esercito estone affinano l’interoperabilità durante la più grande esercitazione invernale, mncne.nato.int, 2.2.22)
Così sarà anche assicurato “che tutti i paesi della NATO dirigano le loro capacità di sorveglianza attraverso satelliti e altri sensori verso la regione di crisi e condividano immediatamente i risultati nell’alleanza” (Generale americano Wolters, Spiegel Online, 18.12.21).

Il dispiegamento dell’esercito statunitense stesso

L’esercito statunitense non è presente in Ucraina con le proprie truppe, e questo deve rimanere tale per il momento. La potenza mondiale americana dirige il grande fronte antirusso from behind, utilizzando le forze dei suoi alleati, che sono stati addestrati con successo all’interoperabilità, e integrando le proprie forze in varie missioni secondo le sue priorità, principalmente nella ricognizione aerea, assolutamente necessaria per una valutazione bellica della situazione.
Gli Stati Uniti spostano alcune unità già di stanza in Europa verso est e portano dall’USA alcune migliaia di uomini, tra cui paracadutisti d’élite, per ogni evenienza. Washington sta quindi confrontando il Cremlino con una situazione in cui tutte le operazioni militari russe dal Baltico al “fianco sud-orientale” della NATO possono essere contrastate in un batter d’occhio con le forze combinate dell’alleanza – insieme all’opzione di un rapido e massiccio rinforzo di queste forze “tripwire”. La logistica necessaria è stata allestita e verificata in diverse manovre.
Inoltre, l’America sta mostrando alla Russia come si presenta la fase finale di un’escalation del conflitto armato con la NATO. La superpotenza confronta il suo nemico – non ancora con nuovi missili nucleari in Europa, ma – con un gruppo da battaglia di portaerei:
“In vista della situazione tesa nel conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti hanno deciso di lasciare una portaerei nel Mediterraneo. Il cambiamento di programma riflette la necessità di una presenza sostenuta in Europa ed è necessario per assicurare ai nostri alleati e partner il nostro impegno nella difesa collettiva”. (Segretario della Difesa USA Austin, DW, 29.12.21)
L’estensione della missione di questa unità serve a chiarire che la potenza mondiale americana è e rimarrà presente con forze considerevoli su questo teatro di guerra. La Russia dovrebbe fare i conti di ricevere una “robust response” dell’America se le sue linee rosse venissero perseguite con la forza, cioè di entrare in una grande guerra con la potenza mondiale.

*

La collaborazione militare tra gli Stati Uniti e i partner europei della NATO ha avuto successo. La Russia si trova di fronte a un’apparato militare e alla volontà di guerra di un’alleanza (quasi) unita, altamente armata e pronta per la guerra di ben 30 nazioni.
Naturalmente, nessuno vuole la guerra. Meno che mai il governo degli Stati Uniti. Nel caso in cui la Russia dovesse decidere di assicurare i suoi interessi vitali con la forza, è stato annunciato per il momento un “prezzo” inaccettabilmente alto – ma l’America non minaccia la guerra. Più precisamente: non una guerra “unilaterale” condotta da essa stessa. Biden non lo vuole – “almeno per il momento” :
“Allo stesso tempo, Biden ha chiarito mercoledì che nessuna truppa statunitense sarà inviata in Ucraina per affrontare i russi, e ha annunciato futuri colloqui tra gli Stati Uniti, i suoi principali alleati della NATO e la Russia per affrontare alcune delle preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza… Il presidente Joe Biden ha detto mercoledì che il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina contro il preoccupante accumulo di forze russe non includerà ulteriori truppe statunitensi, almeno per ora. ‘Questo non è sul tavolo'”. (defenceone, 8.12.22)
Quindi si può stare tranquilli: L’Ucraina non vale – molto probabilmente – una terza guerra mondiale per gli Stati Uniti. Combattere la Russia nel futuro teatro di guerra non è qualcosa che vogliono fare da soli “almeno per il momento”. La potenza mondiale può permettersi il lusso di lasciare che altri combattano per la sua causa e di decidere sovranamente con quali mezzi far fronte al conflitto, dove e come intensificarlo. Ha altri mezzi a sua disposizione per infliggere danni devastanti alla Russia.

b) Le sanzioni

Il pacifista della Casa Bianca sa che l’America ha un’altra potente arma oltre a quella militare, cioè il suo imperialismo del dollaro: 
“Sono stato molto, molto diretto e schietto con il presidente Putin, sia al telefono che di persona: stiamo per imporre le sanzioni più severe che siano mai state imposte.
E penso che vedrete – tutti parlano, per esempio, che la Russia ha il controllo sull’approvvigionamento energetico che l’Europa riceve. Beh, sapete una cosa? Il denaro che ne ricavano è circa il 45% dell’economia. Non mi sembra che sia una strada a senso unico … allora è come diceva mia madre, ‘Ti mordi il naso per proteggerti la faccia’. Siamo in una situazione in cui penso che ci saranno gravi conseguenze economiche. Per esempio, tutto ciò che ha a che fare con il valore del dollaro, se loro – se invadono, pagheranno – le loro banche non potranno trattare in dollari. Quindi accadranno molte cose”. (Joe Biden, 19/01/22)
Nell’ottica americana, la Russia rappresenta una sfida quasi assurda: uno Stato con una base economica miserabile, con un PIL che è appena il 7,2% di quello americano, quasi interamente dipendente dall’esportazione di combustibili, ma dotato di risorse belliche che sono un vero problema e che – viste da un punto di vista giuridico – non le spettano affatto. Il fatto che non può davvero permetterseli gli viene praticamente dimostrato usando la sua debolezza economica e la sua dipendenza come un’arma contro se stessa. Biden sta mettendo all’ordine del giorno la distruzione concertata dell’economia russa – con un alto numero di nuove misure che vengono aggiornate di continuo:
- Nella questione SWIFT, niente di meno che l’esclusione della Russia dai pagamenti internazionali è previsto fin dall’inizio – in altre parole la paralisi completa del commercio transfrontaliero, di cui questa nazione vive dopo il suo rifiuto dell’economia pianificata socialista e la scomparsa del suo blocco economico. Non c’è da meravigliarsi che l’allarme si sia diffuso tra la comunità imprenditoriale europea, che è colpita dalle sanzioni e che i suoi interpreti riportano sulla stampa le conseguenze rovinose di questa sanzione: l’esclusione della Russia sarebbe “la bomba atomica per i mercati dei capitali e anche per le relazioni di beni e servizi” (Friedrich Merz, FAZ, 18.1.22).
- E per quanto riguarda Nord Stream 2: il presidente degli Stati Uniti annuncia in presenza del cancelliere tedesco dallo sguardo stoico che sarà lui a bloccare il progetto se il peggio dovesse accadere – “We will bring an end to it…. We will, I promise you, we’ll be able to do it.“ – e che la prospettiva di causare ai russi una rovina di investimenti di un miliardo di dollari e future perdite d’affari di dimensioni ancora maggiori valga una piccola relativizzazione della sovranità della Germania come partner apprezzato; così che il simpatico signor Scholz non potrà evitare di sacrificare un grosso pezzo dell’imperialismo energetico tedesco per la buona causa antirussa.


– Inoltre, l’industria russa sarà tagliata fuori da forniture vitali, come l’accesso ai semiconduttori e al software moderno; gli Stati Uniti vogliono privare la Russia della possibilità di modernizzare il suo esercito e paralizzare il suo intero programma aerospaziale.
- In più, c’è l’attacco diretto alle proprietà straniere e alla libertà di movimento dell’élite politica, di Lavrov, Putin e della sua cerchia ristretta. 

Le sanzioni, che sono calcolate per infliggere “il maggior danno possibile” alla Russia a lungo termine, sono quindi collegate alle restrizioni per i partner europei. Gli Stati Uniti accettano tranquillamente che i loro alleati subiranno un danno che, a seconda di come li colpisce, potrebbe non essere insignificante. Dopo tutto, c’è molto in gioco: “Si tratta di difendere ciò in cui crediamo.“(Biden)
Recentemente, Biden si era rivolto al popolo russo in modo amichevole e gli aveva assicurato che l’America gli augura solo il meglio. Tanto che sta usando potenti leve sotto forma di sanzioni economiche per impoverirlo. Questo è solo per aiutarlo a rendersi conto che il regime sotto il quale vive non può resistere alla pressione americana e perirà, e che quindi deve assolutamente cercare un’altra leadership.
Queste precisazioni sono sottolineate anche dall’annuncio di isolare la Russia con tutti i mezzi diplomatici in quasi tutte le sfere di attività interstatali, di metterla moralmente al bando, cioè di renderla lo “stato paria” che in realtà è già secondo la definizione americana, cioè che dovrebbe assolutamente diventare.

E per il caso che si presume a Washington, cioè che la Russia si difenderà dalle sanzioni – parola chiave: cyberattacchi – stanno quindi già pianificando in anticipo.

*

In risposta all’invasione contro l’Ucraina, alla Russia viene presentato un contrattacco che ha lo scopo di mostrarle l’inefficacia dei suoi mezzi di potere, cioè di costringerla a rendersi conto che la resa è l’unica opzione realistica. Per questo, gli Stati Uniti non devono nemmeno impiegare mezzi militari contro il Cremlino. Fa parte della libertà della potenza mondiale poter attingere a tutto un arsenale di mezzi civili che hanno il potenziale di infliggere al suo nemico un danno sufficiente a distruggerlo.
Su questa base, l’America si offre generosamente di negoziare. 

4. Rimanere “in dialogo” con la Russia: ma certo!

Gli avvertimenti del governo russo che non prenderà parte a colloqui in cui non c’è una seria volontà di affrontare le sue richieste rimangono infruttuosi – o sono esacerbati dall’America nel senso opposto: con un’enfasi penetrante sul fatto che la “diplomazia non-stop” è ancora la massima priorità a Washington, alla Russia viene offerta una diplomazia che esclude definitivamente il riconoscimento degli interessi russi. Invece, i negoziati sono offerti su questioni subordinate, secondarie o su quelle in cui l’America potrebbe eventualmente guadagnare qualcosa da un’intesa.

Per esempio, Washington potrebbe immaginare un accordo informale per non ammettere l’Ucraina alla NATO nei prossimi anni, e alcune concessioni nell’attuazione di Minsk sono anche in offerta. Questi sono anche relativamente a buon prezzo per gli Stati Uniti – dopo tutto, sono interamente a spese dell’Ucraina.

E un po’ più di trasparenza nelle attività di manovra è anche concepibile, forse anche accordi sul non stazionamento di missili a corto e medio raggio – vale la pena cercare di convincere i russi ad accettare qualcosa in questa categoria di armi.
La Russia si trova così di fronte all’alternativa amara di dare torto a se stessa agli occhi del mondo rifiutando questa “offerta” e prendendosi la colpa della “fine della diplomazia”. O di accettare questa “offerta” – e quindi di annullare le sue richieste sostanziali di rispetto del suo status di grande potenza.

III. La lotta per il potere si intensifica

1. La leadership russa non ci mette molto a capire che il tentativo di costringere gli Stati Uniti a riconoscere la loro esistenza come superpotenza nucleare con un ultimo atto diplomatico – minacciando la guerra – è fallito. Si trova di fronte all’alternativa di venire a patti con la minaccia esistenziale in corso e di subordinarsi alla potenza mondiale, o di ottenere con forza il rispetto che le è stato negato. Così come le impone la responsabilità per la sua grande nazione: passa quindi dalla minaccia alla guerra aperta, marcia in Ucraina per far rispettare le sue “linee rosse” con la forza e per costringere l’altra parte a riconoscere i suoi interessi strategici.

Prende questa decisione nella consapevolezza dello scenario oppressivo che è stato costruito contro di lei, cioè di quello che le aspetta. Nello spiegare la sua decisione di occupare lo stato confinante, Putin si riferisce esplicitamente alle minacciate sanzioni che saranno devastanti per la Russia; dice ai suoi cittadini che sarà dura per loro e per il loro paese. E in questa dichiarazione sottolinea che il tempo stringe, perché la Russia deve temere che i mezzi di potere che ha ancora oggi a disposizione saranno strategicamente svalutati sempre di più nel prossimo futuro dal programma di riarmo americano. Con entrambi, mette in chiaro che per la Russia si tratta di molto più che l’Ucraina, cioè che si tratta per lei di una questione di esistenza come grande potenza da rispettare, in cui non c’è alternativa per la Russia.
La Russia combina la decisione di invadere con la domanda se l’altra parte potrebbe accettare il suo obiettivo di guerra limitata in Ucraina, la sua “smilitarizzazione” e “neutralizzazione”. Ma aprendo la campagna accetta anche la prospettiva di conseguenze imprevedibili e distruttive che la Russia non può controllare. Perché – se dovesse riuscire a raggiungere questo obiettivo limitato in Ucraina – ciò che vuole ottenere in questo caso, ossia un capovolgimento nel rapporto con la potenza mondiale USA e NATO, cioè costringere loro di fronte allo spiegamento militare russo in Ucraina ad abbandonare i loro sforzi per smantellare la potenza russa – non può essere raggiunto affatto in questo specifico caso limitato.

2. Il governo americano sta rispondendo a questa azione militante a modo suo come potenza mondiale superiore. Non solo è del tutto indifferente e lontana dal lasciarsi strappare dalla guerra un accordo che tenga anche solo in qualche modo conto degli interessi russi, ma al contrario, è pronta fino all’ultimo dettaglio a trasformare l’escalation del Cremlino in una catastrofe di proporzioni inimmaginabili per lei.

Biden si vanta di conoscere da mesi i calcoli della controparte – non c’è da stupirsi, è lui che ha manovrato la Russia nel suo dilemma – e di aver preparato tutta una serie di nuove, devastanti misure di controguerra per l’azione anticipata del Cremlino e di poterle usare in piena sovranità. In primo luogo, gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno assicurando che la campagna diventi il fiasco sanguinoso che era stato previsto per l’esercito russo, aumentando la fornitura di armi al teatro di guerra in Ucraina dopo l’invasione russa – che include attrezzature sempre più “letali”, anche i jet da combattimento sono in discussione. In secondo luogo, l’alleanza di guerra di Biden rafforza il potere militare contro la Russia; armi e truppe vengono portate al confine russo su un ampio fronte. In terzo luogo, vengono imposte sanzioni economiche che avranno un effetto rovinoso sull’economia russa nel giro di pochi giorni: svalutazione del rublo, distruzione del capitale delle grandi imprese statali come Gazprom, bloccare allo Stato russo e alla banca nazionale l’accesso a miliardi di attivi detenuti nelle banche occidentali e nelle banche centrali, tagliandoli fuori da qualsiasi transazione in dollari, cioè un’espropriazione. 
In quarto luogo, per tutto questo, in linea di principio, il mondo intero si sta posizionando come un fronte unito di guerra mondiale contro la Russia, annunciando una sconfitta schiacciante per la Russia militarmente, diplomaticamente e sul campo di una guerra economica scatenata.
Per la potenza mondiale americana e i suoi alleati, ciò che è in gioco qui – così come la Russia si preoccupa fondamentalmente della sua autoaffermazione – è un attacco all’ordine mondiale, una messa in discussione della sua sovranità mondiale, praticamente messa in atto da una potenza che è capace di questa messa in discussione sulla base del proprio potenziale militare e quindi rappresenta una barriera intollerabile per l’America che deve essere rimossa ad ogni costo.

3. Per entrambe le parti, è in gioco la sostanza di ciò che sono e pretendono di essere come nazioni: per l’una, il suo status di grande potenza e soggetto autorevole nel mondo degli Stati; per l’altra, il suo dominio mondiale illimitato. Le posizioni che si scontrano sono inconciliabili. Non tollerano alcuna relativizzazione, perché ogni relativizzazione equivarrebbe a un abbandono del punto di vista. Per entrambe le parti, l’affermazione del proprio punto di vista ha quindi la qualità di una questione esistenziale che deve essere portata a una decisione. E così si attaccano l’un l’altro. Entrambe le parti passano dalla deterrenza a uno scontro in cui entrambe le parti intensificano l’uso dei loro mezzi di violenza per costringere l’altra a cedere. Lo fanno nella conoscenza dei mezzi di potere che l’altra parte ha a disposizione e nella ferma volontà di mantenere ed esercitare il dominio dell’escalation in questo confronto, cioè di rispondere ad ogni escalation dell’altra parte con un’ulteriore escalation. La differenza è che è il potere statale russo – che in questa lotta è stato messo strategicamente sulla difensiva, che ha fatto il passaggio ad una offensiva militare – si trova di fronte alla brutta alternativa del ‘ritiro o di un’ulteriore escalation’; mentre la parte americana nella sua escalation ha – ancora – la libertà di decidere il passaggio al confronto militare diretto secondo i propri calcoli, cioè anche: di astenersi dai propri passi di escalation senza alcuna perdita di potere, il che significa sempre e solo: rimandarli. Oppure di “prendere strategicamente il comando”…

L’Ucraina è il primo campo di battaglia.

Una svolta storica

Il nuovo governo della Germania ha proclamato una svolta storica nella sua politica futura e la spiega al suo popolo. Tuttavia, rimane un certo bisogno di alcune precisazioni.

1.

Il primo e principale punto della dichiarazione è questo: Il mondo degli Stati in generale, l’Europa in particolare, e soprattutto la Germania, si sono risvegliati, senza aver fatto niente e contro ogni aspettativa, in una nuova epoca. L’epoca dettata dalla “guerra di Putin” che sta distruggendo non solo l’Ucraina nella sua forma attuale ma anche la pace e l’ordine di pace dell’Europa e il modo in cui gli Stati si sono confrontati finora.

Ciò che manca nella dichiarazione è un riferimento obiettivo alle spiegazioni che la parte russa presenta sui motivi della sua guerra: cioè che intende distruggere quello che è il vero contenuto strategico di questo ordine di pace. Si tratta della progressiva distruzione della sicurezza che la Russia rivendica per la sua sopravvivenza come potenza mondiale riconosciuta. Anche secondo le conoscenze degli esperti occidentali, la Russia avrebbe veramente bisogno di un rispetto che include rigorosamente che la NATO si fermi nella sua non del tutto concordata espansione orientale al confine occidentale della Bielorussia e dell’Ucraina. Che “il Cremlino” con l’attacco all’Ucraina rivendichi questo rispetto, il rispetto di un bisogno elementare di sicurezza, è noto da tempo ai responsabili della NATO e dei suoi paesi membri: Senza dubbio hanno preso nota delle dichiarazioni dettagliate del governo russo a questo riguardo; in ogni caso, il presidente russo ha fatto di tutto per farsi capire. Certamente non sono necessari servizi segreti per capire “le vere intenzioni di Putin”. E sono state anche prese in considerazione, in modo del tutto ufficiale. Da un lato, con la rassicurazione che la NATO non sarebbe una minaccia per nessuno, tanto meno per la Federazione Russa, che nello stesso tempo viene ufficialmente classificata come un nemico. Dall’altro lato, e questo è molto più duro, sotto forma di un rifiuto tanto strambo quanto deciso dell’interesse strategico della Russia: “Il Cremlino” non avrebbe il diritto di mettere in discussione il diritto di un’Ucraina sovrana di entrare nell’alleanza occidentale. Questo è strambo perché, nel caso dell’Ucraina, sia la NATO che la parte russa si preoccupano della portata di ciò che “l’Occidente” definisce come le sue assolute esigenze di sicurezza in Europa – la restrizione e lo smistamento del potere russo – e la libertà di scelta dell’Ucraina conta solo sotto queste circostanze. È proprio in questo senso che il rifiuto dell’Occidente è allo stesso tempo e soprattutto radicale: con la parola chiave “diritto sovrano”, la pretesa russa di voler essere strategicamente rispettata viene ignorata e considerata definitivamente indiscutibile: come unica vera ragione per la guerra restano soltanto le criminali rivendicazioni imperiali di Putin. Come dimostrazione che “l’Occidente” non vuole sapere nulla delle esigenze di sicurezza russe come motivo della politica ucraina di Mosca e che intende ignorarle assolutamente, il governo degli Stati Uniti mette in scena con maestria la criminalizzazione di questa politica: fa “indagare” e “scoprire” dai suoi servizi segreti tutto ciò che il governo russo sta inequivocabilmente facendo per far valere il suo dichiarato obiettivo strategico di bloccare l’ulteriore espansione della NATO verso est; lo stesso presidente degli Stati Uniti “espone” in anticipo quali saranno i prossimi passi della Russia contro l’Ucraina. Le smentite con cui Mosca accompagna il suo schieramento dimostrativo non sono accettate per niente come il messaggio diplomatico che la Russia intende lanciare e cioè come appello finale alla NATO di venire incontro alla Russia con garanzie di autolimitazione. Le smentite russe sono invece definite come menzogne destinate a cullare il mondo in un falso senso di sicurezza. Nemmeno la conferenza stampa in cui il presidente russo respinge l’annuncio del cancelliere tedesco che l’adesione dell’Ucraina alla NATO non sia nell’agenda attuale e quindi non possa dare il motivo per il contrattacco bellico della Russia, domandando al cancelliere tedesco che cosa succederà in questa direzione domani e dopodomani. Con il rifiuto intransigente di prendere in considerazione gli interessi di sicurezza della Russia – accusando Putin di aver sfacciatamente mentito al cancelliere Scholz, così come il ministro degli esteri russo avrebbe precedentemente mentito alla sua collega tedesca quando dicevano che l’emergenza poteva ancora essere evitata – la NATO continua la sua linea di indebolimento della Russia. Bisogna notare che da parte russa, nonostante alcune sciocchezze ideologiche sul mito del Rus’ di Kieve sui malvagi bolscevichi, c’è un notevole grado di franchezza sulla ragione e lo scopo della militanza e della diplomazia. Mentre si può constatare una certa ipocrisia da parte di coloro che vogliono che il loro rifiuto della posizione russa sia inteso come un fatto indiscutibile e non come una contro-dichiarazione di guerra che contribuisce all’escalazione della “situazione” e che, come previsto dai servizi segreti americani e persino programmato dal presidente americano, farebbe scattare il caso di emergenza.

2.

Con questo la svolta storica è arrivata. Si sta svolgendo in Ucraina. Ciò che sta avvenendo lì, tuttavia, non è solo la devastazione del paese, ma, secondo i maestri e gli artefici di questa svolta, la distruzione irreversibile dell’ordine di pace europeo e, in definitiva, di pace mondiale, che non lascia “all’Occidente”, e in particolare alla nazione tedesca, altra opzione che una massiccia rappresaglia militare. Ciò che resta qui da ricordare è il chiarimento che, sebbene solo molto implicitamente, è contenuto in questa dichiarazione di guerra: l’Occidente chiarisce la condizione – cioè un effettivo riconoscimento da parte della Russia del diritto della NATO di continue conquiste di territori orientali – in base alla quale la più libera confederazione di stati che il mondo abbia mai visto, con la sua massima capacità e volontà bellica sarebbe disposta, nella migliore delle ipotesi, ad andare per ora pacificamente d’accordo con la Russia e ad accettare per il momento l’ordine di pace che hanno finora installato in Europa. Questo chiarimento implicito viene esplicitamente praticato come una contro-escalazione che si svolge abbastanza simmetricamente con l’armamento dell’Ucraina e dintorni, ma allo stesso tempo e soprattutto asimmetricamente sui campi d’affari dell’economia mondiale moderna che sono usati come campi di battaglia.

Nell’Ucraina “l’Occidente” incita con un’abbondante fornitura di armi e morale alla resistenza e non risparmia vittime ucraine per il nobile obiettivo di logorare le forze russe. A tal fine, alimenta un patriottismo che rende la popolazione immune alla percezione per che tipo di ordine di pace le è permesso fare gli eroi. A spese del paese e dei suoi abitanti, la Russia e le potenze della NATO guidano l’escalazione dei combattimenti, sempre sull’orlo di un confronto mondiale; e spetta ancora una volta alla parte russa mettere in gioco l’ultima fase di escalazione delle armi di deterrenza strategica. Inoltre, l’Occidente sta conducendo unilateralmente il grande esperimento non solo di ricattare la Russia, con la sua dipendenza dal capitalismo del dollaro e dell’euro come base della sua esistenza post-sovietica, ma anche di distruggerla come potenza statale privandola della sua base economica. Qui, tutto ciò che fa parte delle consuetudini e delle pratiche della pace mondiale può dimostrare la sua idoneità come strumento per distruggere un membro economicamente più debole della comunità delle nazioni. Questo obiettivo estremo del regime sanzionatorio occidentale riporta drasticamente al punto di partenza della guerra e allo stesso tempo oltre: per la santa trinità di USA, NATO e UE non c’è posto in Europa – e in generale – per una potenza russa che pretende rispetto. Per eliminarla, niente è troppo costoso per “l’Occidente”, anche in termini monetari. L’Ucraina, nel frattempo, ha la sfortuna di essere il palcoscenico della prima parte di questa decimazione militare del potere russo. La compassione dello spettatore per le vittime di questo conflitto, naturalmente solo ucraine, viene ampiamente fornita di materiale visivo perché ha il suo ruolo strategico – un ruolo incommensurabile, ma efficace.

3.

Di tutto questo, l’élite dirigente nelle capitali degli Stati coinvolti, con particolare enfasi quella di Berlino, dice: è una svolta storica. Anche qui, però, c’è posto per chiarimenti. Vale a dire, la specificazione di come e in quale misura la guerra in Ucraina sia una svolta storica e per chi.

Per gli Stati Uniti, la potenza leader del “mondo libero” così potentemente rilanciata dal presidente Biden, comunque no. L’America combatte da molto tempo la Russia come un avversario strategicamente serio e valuta conformemente le sue azioni: aumenta efficacemente la sua capacità di definire e dominare ogni fase del confronto; fino allo sviluppo e alla preparazione di ciò che considera gli scenari necessari per la guerra nucleare del XXI secolo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti, con o senza la conoscenza dei servizi segreti, sanno delle difficoltà in cui stanno mettendo “il Cremlino”, soprattutto in Europa.

Per la Germania, la situazione è diversa. Il governo di Scholz sta effettivamente aprendo un’epoca nuova: con un’esplosione di morale patriottica su tutto il territorio, con un fondo di 100.000.000.000 Euro per l’esercito tedesco e una rielaborazione della politica estera verso un nuovo militarismo. Qui c’è sicuramente qualcosa da aggiungere alla spiegazione ufficiale del perché questo è necessario e a cosa serve. Vale a dire, il concetto fondamentale del fatto che i “valori democratici” e i vincoli della “realtà” concordano più grandiosamente che mai: d’ora in poi, la Germania sarà all’altezza della sua pretesa di guidare l’Europa non “solo” sfruttando capitalisticamente il mondo, ma anche impressionandolo con la sua capacità e volontà di usare con successo la forza militare. D’ora in poi, la pace in Europa non sarà più raggiunta in “partnership strategica” con la Russia, ma – altrettanto strategicamente contro di essa. Il governo tedesco si è lasciato a lungo spingere a questo progresso dai suoi cari partner, quello grande dall’altra parte dell’Atlantico e quelli, sopratutto orientali, dell’UE; ora cerca di superarli tutti.