“Operazione Al-Aqsa” e guerra di Gaza: Hamas contro Israele

1. “Operazione Al-Aqsa”.

Il 7 ottobre 2023 alcune centinaia di seguaci di Hamas lanciano un attacco dalla Striscia di Gaza, presidiata militarmente da Israele, e attaccano degli insediamenti e basi militari e di polizia nella zona circostante la Striscia lungo quasi tutto il confine israeliano – via terra, via mare e anche dall’aria con parapendii. Uccidono soldati e civili – quasi un migliaio e mezzo in totale; in alcuni casi, le battaglie in territorio israeliano durano oltre 72 ore. Nel corso dell’attacco, i soldati dell’Hamas sequestrano circa 250 israeliani, tra soldati e civili, e li riportano nella Striscia di Gaza. Subito dopo, Hamas ha iniziato a lanciare razzi contro Israele dall’interno della Striscia di Gaza e anche dal sud del Libano. Sebbene la maggior parte di questi venga intercettata, causano comunque danni e spingono il governo israeliano ad evacuare le aree più minacciate dal lancio dei razzi palestinesi.

Il raid non è calcolato per ottenere una vittoria militare contro Israele – una guerra contro Israele, la più forte potenza militare della regione, non può essere vinta con poche centinaia di uomini armati e qualche migliaio di razzi. Questo, e ancor più il fatto con quale crudeltà gli uomini di Hamas hanno attaccato i civili, conferma a tutti coloro che già lo sanno che queste truppe sono solamente terroriste. Non c’è alcun dubbio che la violenza di Hamas sia terrore. Tuttavia, è del tutto sbagliato spogliare la violenza dell’Hamas del suo contenuto politico, come se ogni microscopica traccia di una spiegazione teoretica del terrorismo equivalesse a una giustificazione o approvazione di esso.

a)

Quest’ultimo non è affatto un segreto – Hamas non ne fa certo un mistero. Vuole uno Stato palestinese, almeno sul territorio degli attuali territori palestinesi e di Gerusalemme, programmaticamente nella terra “tra il fiume e il mare”. Non riconosce lo Stato di Israele; cita ogni sorta di ragioni, le più nobili, per dimostrare l´impossibilità di coesistenza con Israel, e le più rilevanti sono i riferimenti al fatto che Israele non tollererebbe mai uno Stato arabo-islamico dei palestinesi – si vedano i rapporti di Israele con i palestinesi e i loro tentativi di istituire un tale Stato o almeno di mantenere in vita le condizioni di poter farlo.

Nell’ambito dell’autonomia palestinese Hamas vince all’inizio del 2006 le elezioni per tutte le aree autonome, cosa non riconosciuta né a livello internazionale né dai suoi oppositori interni palestinesi. Nel 2007, infine, si scontra con i suoi oppositori interni a tal punto che la divisione geografica dei territori palestinesi corrisponde da allora a una divisione politica: la Striscia di Gaza è territorio di Hamas, mentre la Cisgiordania è governata dall’autorità autonoma, guidata dalla fazione Fatah, la più disponibile a scendere a compromessi ed è in qualche modo ancora ufficialmente riconosciuta da Israele.

Da allora, la Striscia di Gaza è stata la base della lotta continua di Hamas, non essendo assolutamente disposta a rinunciarci, anche se non riesce nemmeno a imporsi su tutti i suoi compatrioti nella sua guerra santa per una Palestina veramente sovrana. Il motivo è che ha a che fare con un area strettamente isolata da Israele; il traffico di frontiera regolare è possibile solo attraverso pochissimi valichi, e neanche sempre. Il collegamento via terra con l’Egitto è più o meno adatto a mantenere, rinnovare ed eventualmente espandere la base materiale che la Striscia di Gaza e i suoi abitanti rappresentano per Hamas – a seconda della situazione politica in Egitto e dei calcoli contraddittori del Cairo.1 Ma tutto sommato, le rimesse sempre più scarse dei palestinesi di Gaza che lavorano in Israele o altrove, i fondi provenienti dal sostegno internazionale per la lotta contro la povertà e il massiccio appoggio materiale dell’Iran rendono ancora in qualche modo possibile che nella Striscia di Gaza esista una vita civile, sulla quale Hamas può governare con i suoi mezzi militari e le sue istituzioni civili e farne la base del suo programma per ottenere contro Israele un’autorità statale palestinese veramente sovrana.

La pratica di questo programma consiste, da un lato, nella sempre più difficile affermazione della sovranità sulla Striscia di Gaza, i cui abitanti dipendono nella loro misera esistenza araba da Hamas che garantisce loro un posto dove vivere e che allo stesso tempo dispone delle loro vite come materiale per il suo programma, che include periodicamente anche la loro morte. con la fedeltà al comando di Hamas che ha il potere sulle loro vite. Oltre all’amministrazione giornaliera della Striscia di Gaza, Hamas conferisce regolarmente una giustificazione più significativa: solo attraverso azioni violente anti-israeliane Hamas pratica, dimostra e giustifica la sua pretesa di essere qualcosa di più che il titolare del comando civile su Gaza e l’organizzatore delle necessità essenziali di vita per i suoi abitanti. Deve dimostrare a se stessa e alla sua base attiva che la sua rivendicazione di autonomia è valida e che intende a continuare su questa strada. E proprio perché la sua realizzazione è sempre più difficile, la dimostrazione della necessità è una permanente esigenza. Da tutti i palestinesi sotto il suo comando, come ogni buona autorità popolare, esige non solo perseveranza e resistenza, ma anche e sopratutto approvazione patriottica. In questo modo, dimostra loro che non sono solo i poveri abitanti di Gaza, rinchiusi in quella che alcuni chiamano polemicamente una prigione a cielo aperto, ma che sono parte di qualcosa di più grande: un progetto chiamato “resistenza” . Se poi, oltre ai sacrifici che la “vita” in Gaza comunque richiede, ci sono regolarmente le vittime che gli attacchi israeliani producono sul territorio di Gaza, allora queste vittime dimostrano, secondo la stessa logica, la bontà della causa; i morti testimoniano con la loro morte che “la causa palestinese” vive.

b)

Il significato politico della violenza terroristica di Hamas contro il nemico israeliano contiene anche alcuni messaggi decisivi rivolti al nemico, che – a differenza di una guerra regolare – è sempre l’aspetto più importante del terrore. Il primo messaggio, che dovrebbe spaventare il nemico israeliano secondo il significato della parola terrore, è lo stesso che Hamas invia alle proprie file e al resto della popolazione di Gaza: di fronte alla superiorità pratica di Israele nei confronti di qualsiasi rivendicazione palestinese di autonomia statale, e soprattutto dato il rifiuto israeliano di qualsiasi forma di riconoscimento politico di Hamas come rappresentante, neanche solo potenzialmente, di questa rivendicazione, Hamas risponde con la violenta precisazione che Israele è si in grado di sopprimere la rivendicazione di una Autonomia palestinese, ma non può eliminarla, incorrendo così in un’ostilità armata a cui non può restare indifferente. Questo principio include di conseguenza – come è avvenuto per tutte le azioni precedenti di Hamas e come viene ora ripetuto ad oltranza in occasione dell’attacco del 7 ottobre – che la propaganda di Hamas pone grande enfasi sul fatto che i combattenti, le armi e, soprattutto, l’autorità politica-strategica e militare-tattica sono genuinamente palestinesi: “Il popolo assediato a Gaza è riuscito a produrre armi con le proprie mani per opporsi all’occupazione”. (Khaled Mashaal, uno dei leader di Hamas). Questa è la vera violenza autonoma che Hamas rivendica.

Il fatto che questa violenza dal 7 ottobre in avanti sia stata diretta contro cittadini israeliani in nuove dimensioni non può essere spiegato con la disperazione o l’impotenza di fronte alla loro situazione, come talvolta fanno certi commentatori. Hamas mette – con le vittime israeliane – in dubbio la sovranità dello Stato israeliano sul suo popolo, umiliando in pratica mille e cinquecento volte la promessa dello Stato israeliano di proteggere il suo popolo. Il vero contenuto della sovranità statale è la rivendicazione assoluta di disporre esclusivamente del suo popolo come se fosse di sua proprietà: quando lo Stato di Israele si incarica di proteggere il suo popolo contro ogni attacco e invasione, allora si tratta della difesa del suo ruolo di patrono e titolare del suo popolo. Così agisce qualsiasi autorità statale vera e propria – la teorica di Stato e Ministra degli esteri tedesca A. Baerbock lo riassume così: “Israele non solo ha il diritto, ma come ogni Stato, il dovere di proteggere i suoi cittadini”. Il diritto indiscutibile con cui l’autorità statale israeliana considera pressoché la stessa cosa – un’identità inseparabile – l’essere cittadino di questo Stato e la propria esistenza fisica, include un riferimento molto evidente alla storia di esclusione e persecuzione degli ebrei in Europa, culminata nella volontà di annientamento da parte dei fascisti tedeschi, che hanno meticolosamente e burocraticamente elaborato un programma statale di “soluzione finale della questione ebraica”. Lo scopo della fondazione di Israele era la volontà di fornire agli ebrei una patria che li avrebbe trasformati in una nazione regolare in grado di difendersi e se necessario di combattere. L’ostilità a cui Israele è esposto nel corso della sua fondazione, della difesa e dell’espansione della sua esistenza statale sulla terra un tempo scelta dai sionisti è il punto di partenza della dichiarata identità del popolo ebraico con il suo Stato, che fa degli ebrei la base e gli strumenti del suo potere. La terra di Israele è rivendicata da altri Stati, in parte dagli attivisti di uno Stato arabo-palestinese che ancora non esiste e comunque è abitata da persone che Israele, da parte sua, non vuole avere come propri cittadini. La contraddizione fondamentale tra lo Stato israeliano, il suo vicinato statale e il popolo palestinese, che ne è escluso, espone permanentemente i suoi cittadini al pericolo da cui deve e vuole costantemente proteggerli. Hamas riprende il rapporto tra l’esistenza dello Stato israeliano, la protezione degli ebrei e l’incompatibilità con uno Stato palestinese a ovest del fiume Giordano, che Israele ora ha praticamente stabilito e fatto rispettare con violenza, e li utilizza contro Israele. Con la resistenza terroristica contro Israele Hamas dimostra la sua pretesa di sovranità; nega la sovranità di Israele dimostrando, che non è in grado di proteggere i suoi cittadini né a lungo termine né in linea di principio contro la sua resistenza profondamente giustificata e, inoltre, divinamente autorizzata.

Hamas celebra quindi l’attacco a sorpresa, le vittime e i danni che ha causato alle vite e ai materiali israeliani in un breve arco di tempo, con le solite esagerazioni come prova della vulnerabilità dell’avversario di gran lunga superiore – “La vendita dell’illusione di un esercito invincibile e di servizi segreti superiori è finita” (Abu Ubaida) – e nella loro versione negativa dell’identificazione israeliana di totale superiorità e esistenza incontrastata di Israele, questo significa per loro: “L’occupazione ha davvero iniziato a dileguarsi”. (Ismail Haniyeh)

Il fatto che anche questa volta la loro violenza si scontri con una contro-violenza israeliana superiore a quella che Hamas è in grado di mettere in campo non li sorprende. Ma soprattutto, per Hamas non è una smentita pratica del capovolgimento megalomane della formula – superiorità=esistenza – che Israele ha stabilito per sé e che Hamas in parte ha danneggiato con il suo attacco.

c)

Da un lato, Hamas considera e propaga la guerra, scatenata da Israele in risposta all’attacco del 7 ottobre, come prova della sua posizione che lo Stato israeliano non solo commette ogni tanto dei crimini, ma che la sua stessa esistenza è un crimine contro i diritti del popolo palestinese. Per la millesima volta si rende chiara la vera natura del suo nemico che merita la sua ostilità perché produce senza scrupoli tutte le vittime che gli stessi Hamas hanno previsto e valutato prendendo sofisticate misure di protezione e precauzione per i suoi combattenti e le sue infrastrutture militari.Da un punto di vista morale, tutte le vittime prodotte dalla controffensiva israeliana non sono solo vittime ma anche “testimoni”, martiri dell’assoluta legittimità e del diritto incondizionato di ciò per cui Hamas combatte.

D’altra parte, ogni bomba e missile che Israele sgancia o spara “significa” per loro che il grande avversario, indiscutibilmente superiore, che nega loro ogni ragione politica, non può ovviamente negargli il rispetto di fronte alla loro capacità combattiva. Non solo esso stesso, con la sua capacità militare autonomamente sviluppata e senza dubbio inferiore, ma anche e soprattutto il suo avversario, con la sua contro-violenza superiore, certifica di riconoscere e accettare che Hamas è un rappresentante innegabile e indiscutibile della propria “causa”, che di conseguenza diventa innegabile. Hamas non rappresenta ancora uno Stato in questo senso, ma ha già perfettamente imparato la sottile logica di questo tipo di rapporti, ovvero che il rispetto reciproco tra Stati o aspiranti Stati è una questione di violenza e nient’altro. Hamas riprende questa logica e la rigira nel senso che il livello di ostilità armata raggiunto dimostra a che punto siano già arrivati in questo campo; e – questa è l’altra faccia della stessa medaglia – quanto l’avversario abbia ovviamente bisogno di combatterlo. Ogni giorno, quindi, i media arabi amici di Hamas riportano il valore in dollari dei missili lanciati da Israele e la potenza esplosiva totale delle bombe sganciate su Gaza, che presto supererà quella della bomba atomica di Hiroshima. Anche in questo contesto, le vittime civili da parte palestinese hanno un loro onore e un loro significato: servono anche a lanciare un messaggio al mondo e ai propri seguaci che l’esercito israeliano, che si suppone enormemente superiore e tecnicamente sofisticato, probabilmente non ha altro modo di aiutarsi che con questa guerra aerea contro tutta Gaza, perché non riesce a tenere sotto controllo Hamas in nessun altro modo e ovviamente non osa lanciare un’offensiva di terra.

Ma poi l’offensiva inizia – e per Hamas rappresenta logicamente la fase successiva della sua prova di esistenza, della sua forza e legittimità: Accompagna il periodo tra l’annuncio dell’offensiva di terra e il suo inizio con gesti di disprezzo nei confronti di Israele – “Vi stiamo aspettando!” – e vede il periodo di attesa come un’ulteriore prova della vigliaccheria del nemico, che uccide continuamente bambini dall’aria come sostituto della battaglia che non osa condurre… L’inizio della guerra di terra è il prossimo test pratico per Hamas per vedere fino a che punto può costringere il suo avversario israeliano a qualcosa di simile a una vera e propria resa dei conti militare. Ogni giorno in cui non si limita a sostenere e a aspettare la fine della guerra israeliana, ma si impegna in combattimenti di terra; ogni soldato ucciso e ogni carro armato abbattuto dai suoi combattenti – tutti accuratamente documentati e registrati – dimostra il suo status di avversario quasi regolare nella guerra e contrasta le calunnie diffamatorie di “milizia terrorista”.

d)

Naturalmente, Hamas ha dichiarato fin dall’inizio che i chiarimenti e le prove pratiche e propagandistiche di cui si è parlato non sono rivolte solo ai propri combattenti e alla base civile nella Striscia di Gaza, oltre che a Israele, ma hanno una cerchia più ampia di destinatari.

In primo luogo, il successo dell’attacco a sorpresa al cordone israeliano e ai sistemi di sorveglianza intorno alla Striscia di Gaza e la successiva guerra aerea e di terra hanno l’obiettivo di stimolare i palestinesi attivi e anche quelli meno attivi al di fuori della Striscia di Gaza, per incoraggiarli a mantenere la loro precedente resistenza o a mostrare una nuova volontà di resistere e, allo stesso tempo, per chiarire loro chi è il rappresentante designato e unico della loro, cioè dell’intera causa palestinese. Oltre a tutto il resto, la richiesta di Hamas di liberare un gran numero di prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane gioca un ruolo centrale in tutto questo, un ruolo di primaria importanza per la comunità palestinese in tutti i territori occupati e in Israele.2 Il fatto che ora proponga un accordo “tutti per tutti” – la liberazione di tutti gli ostaggi in cambio della liberazione di tutti i prigionieri palestinesi – dimostra che non è solo l’“autodefinito” rappresentante e in realtà semplicemente terrorista, ma anche il legittimo, perché efficace, rappresentante di tutti i palestinesi contro il potere oppressivo, imprigionante ed emarginante di Israele. Hamas si attribuisce indipendentemente dal fatto che i prigionieri siano suoi diretti sostenitori o di altre fazioni politiche palestinesi, anche ostili, un compito quasi istituzionale di protezione, il cui adempimento li autorizza a rivendicare la lealtà di tutti i palestinesi. Anche in questo caso, la posizione di Hamas interpreta il fatto che la sua lotta consista praticamente nella gestione delle conseguenze della guerra di Israele, cioè in sostanza una posizione difensiva, come una prova e parte della sua ottimistica consapevolezza giuridica

Il secondo destinatario, la cui reazione è stata e continua ad essere osservata con interesse dal mondo intero, è l’Hezbollah libanese. Anch’esso combatte contro Israele ma sotto premesse e con prospettive politiche leggermente diverse; in Libano e dal Libano, inoltre, rappresenta il fatto che qualsiasi cosa diversa dall’ostilità armata arabo-islamica contro Israele non è un’opzione, e quindi si definisce insieme ad Hamas, ad altre organizzazioni palestinesi, all’Iran, alla Siria e a pochi altri come parte dell'”asse della resistenza”. In pratica, Hamas conta sull’intervento di Hezbollah, che nelle categorie della guerra regolare avrebbe il ruolo di un attacco di soccorso. Ne ha bisogno per prolungare il periodo di tempo in cui è in grado di contrastare lo strapotere dell’avversario israeliano. Tuttavia, Hamas non ha alcun controllo reale sul se e sul come Hezbollah sia pronto ad aprire un fronte settentrionale unito. Sebbene possa contare su tutti gli auguri e le benedizioni dei suoi compagni d’arme e seguaci religiosi a livello di propaganda fraterna, Hezbollah sta anche sondando con l’aumento delle sue schermaglie la disponibilità di Israele a una pace temporanea sul fronte settentrionale per risolvere rapidamente il problema Gaza-Hamas.3 Hezbollah vede ovviamente delle alternative alla grande guerra finale contro Israele. Con il Libano, che co-governa, come base e retroterra per la sua potenza militare e le sue opzioni, è in realtà un po’ diverso da Hamas con la sua interpretazione fondamentalista di una lotta terroristica per la sopravvivenza e la volontà di creare uno Stato. Il fatto che anche gli Houthi, che combattono per il loro “failed state” yemenita a 2.000 chilometri a sud, intervengano con droni e missili balistici svolge essenzialmente la funzione di legittimare moralmente la lotta, che ha raggiunto una fase finale, di cui Hamas non determina autonomamente l’esito.

In terzo luogo, il messaggio di Hamas è diretto ai popoli arabi e islamici, di cui presuppone e rivendica la solidarietà. Attraverso i discorsi di ringraziamento ai raduni pro-palestinesi che sono prontamente iniziati dal Marocco allo Yemen, dall’Iran alla Malesia, le masse islamiche e arabe di ispirazione nazionalista vengono incoraggiate a scendere in piazza e a rendere evidente la loro volontà popolare per la Palestina contro Israele. A chi? Soprattutto ai loro governi, ai re e agli emiri, in particolare a quelli che, per i loro calcoli politici, hanno sempre più intrapreso un percorso di comprensione e riconciliazione con Israele e non vedono più alcun vantaggio nel farsi padrini di una “soluzione giusta” per i palestinesi. Ora devono essere convinti a cambiare rotta, se non per intuizione, almeno per calcolo opportunistico di fronte alla rabbia dei loro sudditi.

In quarto luogo, Hamas sta dando loro un messaggio esplicito per questo cambiamento di rotta. Ad esempio in questa forma:

“Diciamo a tutti gli Stati, compresi i nostri fratelli arabi, che questo Stato, che non è in grado di proteggersi da questi combattenti della resistenza, non può garantirvi protezione… Tutti gli accordi di normalizzazione che avete firmato non riusciranno a porre fine alla nostra lotta”. (Ismail Haniyeh, discorso del 7.10.23)

Agli occhi dei leader di Hamas, i sacrifici che stanno facendo fare ai loro cari compatrioti nella guerra israeliana valgono ovviamente la pena: Riconoscendo la loro chiara inferiorità rispetto a Israele, gli strateghi di Hamas contano sul fatto che la loro violenza sia sufficiente a screditare la totale pretesa di Israele di avere una supremazia statale a tal punto da far ripensare ai leader delle altre potenze statali della regione, fino a che punto siano disposti a continuare ad accettare accordi imposti dalla potenza militare israeliana, e quanto riconoscimento vogliano dare alla sovranità e alla pretesa egemonica regionale di Israele, perché ritengono di poter realizzare in questo modo più facilmente le proprie ambizioni di potere. Dal punto di vista morale, Hamas e i suoi sostenitori possono accusare di tradimento il rapporto calcolatore degli Stati arabi con Israele, cosa che fanno incessantemente. Allo stesso tempo, i fondatori dello Stato palestinese sono così realisti da volersi immischiare in queste nuove circostanze e calcoli. Ciò è particolarmente necessario se si considera che le potenze a cui ci si rivolge come “Stati fratelli” hanno oltre al rapporto con Israele molte altre rivalità e inimicizie, a causa delle quali sembra loro utile una rassicurazione da parte del più grande apparato militare della regione, ed eventualmente un’alleanza con esso. Il fatto che questo valga soprattutto per quegli Stati che vogliono approfondire la loro rivalità strategica con la Repubblica iraniana rafforzandosi attraverso relazioni civili con Israele non è più un segreto di quanto non lo sia il fatto che Hamas deve una parte significativa della sua potenza militare alla sua alleanza con la potenza sciita. In questo senso, Hamas sta usando il suo status di alleato dell’Iran per convincere i rivali arabi dell’Iran a riequilibrare i loro calcoli contraddittori con le due principali potenze ostili della regione, Israele e Iran. Hamas sta cercando di influenzare gli altri Stati arabi in modo che le sue ambizioni di costruire uno Stato tornino a giocare un ruolo nella perenne lotta mediorientale per affermare la propria importanza e egemonia regionale.

In quinto luogo, Hamas è ovviamente consapevole di non essere solo al mondo e ne ha tenuto conto. Il suo alleato Nasrallah degli Hezbollah libanesi lo proclama così:

“La causa palestinese non era un problema dell’ONU, né del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, né dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, né della Lega Araba, né dell’Unione Europea, né di tutti i blocchi di potere internazionali conosciuti. Questo tema e tutto ciò che vi è connesso è stato relegato in fondo all’agenda, se mai c’era ancora – e in cambio la politica del nemico è diventata sempre più insolente, arrogante, oppressiva, depravata, ingiusta e umiliante. È stato quindi necessario un grande evento per scuotere questa entità predatrice, per scuotere i suoi arroganti sostenitori, soprattutto a Washington e a Londra, e per far sì che tutte le preoccupazioni accantonate e umanamente giustificabili diventassero una nuova questione e che la causa della Palestina occupata, del suo popolo oppresso e dei suoi luoghi santi minacciati diventasse la questione più importante della politica mondiale.” (Discorso di Nasrallah del 3.11.23)

Questo vale assolutamente qualche migliaio di morti israeliani e qualche decina di migliaia di morti palestinesi: riportare la “causa palestinese”, definita da Hamas in termini nazional-religiosi, nell’agenda delle potenze che – in considerazione di tutti gli altri punti della loro vasta “agenda” riguardanti la loro concorrenza civile e i loro antagonismi armati – non hanno ritenuto per niente necessario fare i conti con la fastidiosa questione palestinese. Infrangendo la promessa di protezione dello Stato di Israele per i suoi cittadini ebrei, trasformata in una fanatica pretesa di invulnerabilità dello Stato, e mantenendo una situazione di scontri e di guerra che dura ormai da settimane, Hamas vuole suscitare e attirare proprio il disgustoso interesse per la cronaca nera delle questioni internazionali. E questo interesse è presente in tutti i soggetti politici della violenza in questo mondo, in primo luogo, e in secondo luogo, quanto più grande è l’affare della violenza a cui è diretto, tanto più diventa urgente.

In terzo luogo, questo interesse è tanto più grande quanto maggiore è il potere che essi stessi hanno, cioè lo status che si attribuiscono sotto forma di responsabilità per ogni vero e proprio massacro. In questo modo Hamas vuole risvegliare l’interesse di tutti quei bravi ministri e responsabili di politica estera, che in tutto il loro cinismo sono stati recentemente in grado di convivere molto bene con la miseria di un popolo senza Stato, alla quale i palestinesi sono condannati dalle potenze statali residenti in zona e dai loro sostenitori stranieri. Ora devono essere impressionati nell’unico modo, attraverso l’unica lingua che capiscono, e così costretti a non poter più ignorare la Palestina.

A tutto questo Hamas contribuisce a suo modo: con le sue armi, la sua guerra e la sua risolutezza nel massacrare e far massacrare. Nei calcoli di Hamas, Israele stesso dovrebbe garantire che questo calcolo funzioni: La sua violenta reazione, l’estrema dimensione della guerra condotta dalla superpotenza regionale, è indispensabile affinché non solo “l’opinione pubblica mondiale” ma anche la comunità delle potenze mondiali trovi inevitabile occuparsi della loro causa.

2. Israele in guerra.

“Cittadini di Israele, siamo in guerra, non in un’operazione e non in un nuovo ciclo di combattimenti, ma in guerra. Questa mattina Hamas ha lanciato un micidiale attacco a sorpresa contro lo Stato di Israele e i suoi cittadini. Siamo in guerra dalle prime ore di questa mattina. Ho convocato i capi dell’apparato di sicurezza e ho ordinato loro di iniziare a evacuare le comunità infiltrate dai terroristi. Questa operazione è in corso. Allo stesso tempo, ho ordinato una mobilitazione completa delle riserve. Risponderemo al fuoco su una scala mai sperimentata prima dal nemico. Il nemico pagherà un prezzo senza precedenti. Invito i cittadini di Israele ad attenersi rigorosamente alle direttive dell’IDF e del Comando del Fronte Interno. Siamo in guerra e la vinceremo”. (Primo Ministro israeliano B. Netanyahu il 7.10.23)

Lo Stato israeliano come tutti i suoi sudditi capisce bene le intenzioni dell’avversario: Nella persona del suo presidente, dichiara a livello ufficiale di aver compreso e conferma che il sanguinoso attacco di Hamas si rivolge contro di lui: contro la sua sovranità; nella persona dei suoi cittadini, Hamas nega allo Stato di Israele la sua invulnerabilità – l’uccisione e il rapimento di cittadini israeliani sotto sua protezione mette in discussione il suo potere a tale proposito. Quest’ultimo dichiara tramite i suoi leader che è in gioco la sua esistenza di incontestabile istanza di protezione dei suoi cittadini. La pratica annunciata da tali dichiarazioni è quindi certa: la guerra.

a)

Il supremo signore della guerra la inquadra immediatamente nel contesto storico: Sottolineando che questa volta non si tratta di uno dei soliti cicli di operazioni militari contro il nemico palestinese, ma di una vera e propria guerra, ricorda a se stesso e a tutti i suoi destinatari lo stato attuale delle cose. Da oltre un decennio, Israele tratta con Hamas, salito al potere nella Striscia di Gaza nel corso della lotta interna al potere palestinese, in modo tale che Israele non solo nega con veemenza la rivendicazione politica di Hamas di voler fondare uno Stato palestinese, ma rifiuta qualsiasi forma di trattative. Questa è la pratica della contraddizione ancorata nella raison d’état di Israele: emarginare gli abitanti arabi di quest’area come un popolo straniero e allo stesso tempo rivendicare la sovranità sul territorio che abitano. Dal ritiro dei coloni e delle truppe israeliane nel 2005 questo ha significato per la Striscia di Gaza: Da un lato, il pezzo di terra è in uno stato di permanente assedio, ma, dall’altro lato, senza essere il preludio di una occupazione; da un lato, Hamas è definito e combattuto come un gruppo terroristico, dall’altro lato può essere tenuto sotto controllo e sopportato come un problema territorialmente contenibile e contenuto; da un lato, Israele nega fondamentalmente la sua ragione di esistere e quindi il suo diritto di esistere, dall’altro Israele si arrangia con la sua esistenza controllata militarmente per poter gestire in tal modo quel pezzo di terra altrimenti completamente incontrollabile. Gli oltre 2 milioni di abitanti del Gaza sono, da un lato, ritenuti la base di Hamas e responsabili per ogni forma ordinaria e straordinaria di lotta di Israele contro di loro e quindi praticamente le vittime di questa lotta, dall’altro lato vengono trattati con brutale coerenza come un fastidioso problema umanitario, la cui gestione Israele ha ceduto alle competenti autorità internazionali, con le quali solo Israele concorda su dove si trovino i confini tra aiuto alla vita e sostegno al terrore. La fermezza con cui Israele insiste sulla suddetta distinzione non la nega, ma dimostra solo che non è praticabile. Proprio per questo motivo ci sono periodicamente grandi campagne di guerra, che ogni anno, preferibilmente in estate, portano il mondo a riflettere brevemente sull’intricato conflitto mediorientale, e tra una guerra e l’altra c’è quella che in Israele è ufficialmente conosciuta come “la guerra tra le guerre” (war between wars).

L’ultimativa negazione del diritto politico all’esistenza di una comunità statale palestinese come modus vivendi: questa reale e persistente condizione che permette in Israele una vita civile non disturbata da questo – presuppone una superiorità militare che esclude serie minacce e sfide.

Lo Stato israeliano ritiene che ciò sia stato fondamentalmente contestato dal successo dell’attacco di Hamas. Israele – come viene accusato e come lui stesso si rimprovera – ha permesso ad Hamas di uscire dallo scenario permanente di uno stato di assedio territoriale con sporadiche campagne di attacchi missilistici con rischi di danno facilmente gestibili dalle opzioni tecniche di difesa. Per poche ore, i palestinesi ostili sono stati sul suo territorio, hanno superato le difese militari e di polizia, hanno ucciso il suo personale, sono entrati nei villaggi presidiati da questo personale e li hanno “ripuliti” con la coerenza omicida che è propria di una forza che agisce con la moralità di liberare il proprio Paese da stranieri ostili. Così Israele, da parte sua, decide di terminare l’attuale politica di contestazione dell’esistenza dello Stato palestinese rivendicato da Hamas nella Striscia di Gaza: Ora si va in guerra. Lo scopo ufficiale della guerra questa volta è lo sterminio del nemico Hamas.4 Questo è logico. Dopo tutto, la definizione israeliana di Hamas come organizzazione terroristica non è altro che l’affermazione che Hamas non ha e non deve ricevere alcun diritto a niente di tutto quello che vuole. Lo Stato considera la sua esistenza e le sue attività come un attacco contro la sua sovranità che non deve, non vuole tollerare e che non tollererà. A differenza di altri casi di illegalità definita dallo Stato, in questo caso il terrore deve essere combattuto alla radice, la sua palude prosciugata e ogni tipo di rapporto con loro soffocato sul nascere. In questo senso, l’annuncio da parte dei leader israeliani che Hamas deve essere distrutto è la messa in atto della definizione che la violenza di Hamas è di per sé un crimine politico con cui non vuole convivere in nessun caso.

La classificazione dell’azione di Hamas come l’attacco più letale per gli ebrei dopo l’Olocausto segna anche la dimensione che Israele stesso dà all’evento, cioè la dimensione di tutte le conseguenze che i suoi leader ne traggono. Con questa categorizzazione, infatti, essi dichiarano che la raison d’état nazionale nella sua versione ideale – ovvero offrire a livello globale agli ebrei perseguitati la sicurezza in uno Stato militarmente invulnerabile – è fondamentalmente messa in discussione. Ciò conferisce a questa guerra antiterroristica di sterminio la sua più alta giustificazione morale come dovere storico-mondiale.

b)

Allo stesso tempo, l’eliminazione di Hamas come organizzazione terroristica non è semplicemente una questione di applicazione di una sentenza della Corte suprema. Dopo tutto, Hamas è qualcosa di più che un gruppo di violenti desperados che un potere statale persegue, isola, affronta e caccia secondo le regole dell’arte antiterroristica. In effetti Hamas ha un apparato militare con un organico di 30.000-40.000 uomini, dotato di armi leggere e pesanti, vari tipi di veicoli militari, missili di varia precisione e gittata, e così via. Sebbene Hamas non sia e non rappresenti un’autorità statale sovrana, nel corso degli anni è riuscito a fare della Striscia di Gaza la base del suo dispiegamento di forze anti-israeliane. Ha tenuto conto della sua totale inferiorità rispetto a Israele, realmente sovrano, e della sua superiorità militare, costruendo le sue strutture militari quasi clandestinamente all’interno e sotto le infrastrutture civili della Striscia di Gaza. I suoi abitanti sono il popolo virtuale del loro futuro Stato e la base di reclutamento per la loro lotta attuale – Hamas si prende quindi cura di loro con scuole, assistenza ai poveri, sanità, ecc. Tutto questo viene ora preso di mira dal potere israeliano e dà all’azione la dimensione di una vera e propria guerra con tutti i mezzi possibili. Israele li usa in un modo che corrisponde al suo proclamato scopo bellico. Nella combinazione di precisione assoluta e del gigantesco effetto distruttivo delle sue armi, la potenza militare israeliana fa sul serio con il suo annuncio di annientamento: non vuole impressionare la volontà del nemico, spingerlo ad ammettere la sconfitta totale, cioè ad arrendersi, ma eliminare fisicamente i suoi rappresentanti. Poiché essi sono dove sono, si tratta della distruzione di tutto ciò che costituisce il loro ambiente, cioè della condanna a morte di tutti coloro che sono nelle vicinanze. Acoloro che ce la fanno, l’esercito israeliano dà la possibilità di scappare e di non disturbare ulteriormente.

Questa variante di guerra asimmetrica è in corso. I comandanti e gli esecutori non si soffermano su considerazioni giuridiche circa l’applicabilità o meno del diritto internazionale di guerra a questa speciale costellazione bellica che stanno portando avanti, ossia Stato contro aspirante Stato con rispettiva popolazione; né si preoccupano della questione morale se sia peggio nascondersi dietro “scudi umani” o colpire questi ultimi. E anche i loro comandanti in capo politici sono infastiditi da questi dibattiti, che sono particolarmente intensi all’estero, se non altro per qualcosa di completamente diverso dal loro contenuto legale o morale: In pratica, tali dichiarazioni sono interessanti per i leader israeliani solo nella misura in cui esprimono l’interesse politico delle potenze straniere per quanto riguarda la guerra di Israele. Perché questo è l’altro lato della medaglia: l’ultimativa lotta contro Hamas è diretta contro qualcosa di diverso di un’organizzazione terroristica che ogni Stato affronta come una questione interna. Israele deve procurarsi la libertà di non lasciarsi disturbare da interferenze esterne nella sua lotta contro Hamas, contro l’ambizione di fondare uno Stato in un territorio che a livello internazionale e nemmeno da Israele stesso è considerato come territorio israeliano, ma che gli Stati circostanti trattano come una propria area di loro competenza – e la popolazione locale come un’interessante massa di manovra per le loro ambizioni politiche. Da un lato, Israele “deve” procurarsi la sua libertà di azione con la forza militare che sta ora dispiegando contro Hamas: è la supremazia militare su tutti gli Stati situati nella regione, con la quale Israele li scoraggia dall’interferire. Il “qualitative military edge5, che Israele ha imposto a questi Stati con l’aiuto degli Stati Uniti e che ha persino fatto garantire per iscritto da quest’ultimi, è la condizione di base, applicata e costantemente ampliata da decenni, che gli consente di maltrattare i palestinesi – non solo nella Striscia di Gaza – in un modo assurdo trasformandoli in un popolo non che provoca solo disordini. D’altra parte, il vantaggio rispetto alle altre potenze statali non è dovuto semplicemente al superiore potenziale militare convenzionale, il cui enorme effetto distruttivo viene ora dimostrato nella Striscia di Gaza. È la bomba atomica a conferire a Israele lo status di superpotenza militare regionale. Per poter dissuadere gli Stati ostili nelle vicinanze da ogni azione aggressiva, Israele rivendica anche il monopolio regionale delle armi nucleari. Questo ha un effetto anche sulla guerra in corso. E il fatto che Netanyahu abbia immediatamente richiamato e sospeso il suo ministro Amihai Eliyahu, che aveva sollevato l’opzione di utilizzare quest’arma di deterrenza rivolta ad altri Stati per distruggere Hamas, è logico in questo senso: nella libertà che Israele si sta prendendo per la sua guerra a Gaza, “la bomba” è da tempo impiegata con successo come strumento di deterrenza.

Il garante che tutto rimanga così com’è è la vera superpotenza militare mondiale, l’America. E lo garantisce nell’unico modo possibile: insediandosi nella regione con un enorme dispiegamento militare e accompagnando il tutto con un conciso chiarimento: “Lasciatemi dire ancora una volta – a qualsiasi Paese, a qualsiasi organizzazione, a chiunque pensi di approfittare di questa situazione, ho una sola parola: don’t. Don’t”. La guerra al terrorismo di Israele ha così assunto definitivamente e ufficialmente la dimensione di una guerra regionale di portata internazionale. L’America completa la libertà di Israele di eliminare Hamas usurpando la questione della deterrenza a tutti gli altri e dirigendo così tutti i calcoli su di sé e facendo riferimento a se stessa. Gli Stati Uniti costringono tutte le parti interessate ad assistere agli eventi desolanti, cioè a sopportare che Israele agisca contro Hamas, uccidendo migliaia di persone e ricevendo ampi aiuti dalla sua grande potenza protettrice fin dal primo giorno.

Tuttavia, questo rende la vicenda ancora più interessante per tutte le potenze interessate. È proprio l’impressione che l’America sta facendo su di loro in termini di “Don’t!” che le incita – ora in particolare in relazione alla potenza mondiale americana – a non lasciare semplicemente le cose come stanno. A seconda dei loro interessi e della misura in cui sono coinvolti, contribuiscono con ciò che hanno in termini di potere e importanza, sia individualmente che collettivamente, e verificano fino a che punto possono aver voce in capitolo nella guerra, nelle pause della guerra, nella prospettiva di una fine della guerra e di un ordine postbellico. Come in ogni vera guerra, le diplomazie internazionali hanno ancora una volta molto da dire e le vittime della guerra hanno finalmente un buon senso.

1Da un lato, i governanti del Cairo sono interessati a una Striscia di Gaza ragionevolmente stabile, per la quale un po’ di commercio di frontiera è abbastanza utile; allo stesso tempo, i militari egiziani si oppongono politicamente agli islamisti di Hamas, che sono legati alla locale Fratellanza Musulmana, per cui anche il loro interesse per una Striscia di Gaza che in qualche modo funzioni economicamente è estremamente limitato. Vogliono inoltre prevenire qualsiasi migrazione di povertà e terrorismo dalla striscia di Gaza verso la Penisola del Sinai, che non è solo un luogo meraviglioso per immersioni subacquee, ma anche un teatro per le operazioni militari di antiterrorismo. Per questo motivo tengono d’occhio il contrabbando nei tunnel, limitandolo all’occorrenza, e nel frattempo il contrabbando egiziano-palestinese si è quasi esaurito. Infine, ma non meno importante, la visione dell’Egitto sulla Striscia di Gaza è determinata anche dal desiderio di tenere a bada antagonismi inopportuni con Israele.

2Secondo le statistiche ufficiali del 2012, il 20% della popolazione palestinese e il 40% dei palestinesi maschi sono stati imprigionati nelle carceri israeliane almeno una volta dall’inizio dell’occupazione israeliana. Esistono anche statistiche speciali per i bambini, i prigionieri senza accusa, ecc. pp. Questo occupa un posto di rilievo nell’odio collettivo nazional-palestinese verso Israele, con tutte le sfaccettature dell’elaborazione culturale, i propri generi letterari, ecc.

3Nel suo importante discorso del 3 novembre 23, il segretario generale di Hezbollah Nasrallah ha sottolineato l’efficacia dell’aiuto delle sue truppe ai fratelli palestinesi attraverso il massiccio dispiegamento nel solo Libano meridionale: Secondo lui, finora ha impegnato un terzo delle forze di terra di Israele, metà della sua marina e un quarto della sua difesa aerea; il bombardamento del nord di Israele da parte di Hezbollah ha già portato a un’ampia evacuazione di civili dai villaggi di quest’area, il che in primo luogo li rende ora obiettivi militari legittimi, in secondo luogo aumenta i danni all’economia israeliana e in terzo luogo – anche Hezbollah padroneggia questa logica, e non si tratta di una semplice irreale invenzione – mostra quanto Israele, il presunto invincibile, debba fare per affrontare i suoi nemici.

4La posizione giuridica con cui Israele sta conducendo questa guerra si estende esplicitamente a tutti gli ebrei del mondo. Per loro, Israele si impone come patria alternativa e luogo di rifugio, indipendentemente da dove e in quali condizioni vivono. E sono citati come autorità d’appello per l’attuale guerra, il cui scopo è la distruzione di Hamas e che viene condotta passo dopo passo con tutte le sue conseguenze, che piaccia o no. In molti luoghi del mondo, questa identità rivendicata con forza da Israele viene assunta nella direzione esattamente opposta: tra le maggioranze o le minoranze arabe o islamiche, è consuetudine rispondere alla guerra con un’ondata di ostilità contro gli ebrei che vi abitano. Ancora una volta, gli eccitati amici della Palestina e i nemici di Israele non vogliono distinguere niente e nessuno: Incolpano gli ebrei, ogni ebreo, che non ha personalmente mai lanciato una bomba su di loro o su qualsiasi altro abitante di Gaza, per la guerra di Israele, fornendo così ai politici israeliani la prossima opportunità di rinnovare la loro ambiziosa affermazione di assoluta e globale protezione di ogni ebreo. In tutta serietà, ad esempio, il presidente israeliano assicura in un discorso agli ebrei di tutto il mondo che possono venire in Israele in qualsiasi momento se trovano troppo minacciosa la violenza nazionalista a cui sono esposti nel corso della guerra israeliana. Proprio la guerra in corso sarebbe un bel servizio per loro: Per essere sempre a loro disposizione come rifugio sicuro, Israele può e deve difendersi risolutamente dai suoi nemici, e per questo rivendica la loro solidarietà: “Israele è qui per voi, e voi siete qui per Israele… Insieme ne usciremo più forti. Ne sono certo”.

5 “Qualitative military edge (QME)”: Per vantaggio militare qualitativo si intende la capacità di contrastare e sconfiggere qualsiasi minaccia militare convenzionale credibile proveniente da un singolo Stato o da una possibile coalizione di Stati o da attori non statali, subendo danni e perdite minime, attraverso l’uso di mezzi militari superiori, posseduti in quantità sufficiente, tra cui armi, comando, controllo, comunicazione, intelligence, sorveglianza e capacità di ricognizione che, per le loro caratteristiche tecniche, sono superiori a quelle di tali altri singoli Stati o possibili coalizioni di Stati o attori non statali.

Lavoro e ricchezza – Premessa

Tutti hanno bisogno di lavoro – molti non lo trovano. Uno può – trovandosi poi in buona compagnia – considerare questo fatto un problema sociale e credere che la “promozione dell’occupazione” sia la risposta adeguata, con misure del governo per la creazione di posti di lavoro e un abbassamento dell’ampiezza del cuneo fiscale, con maggiore pressione sui disoccupati, i cassintegrati e gli assistiti da altri provvedimenti dello Stato sociale, con uno stralcio dell’imposta patrimoniale e una ridistribuzione del “raro bene” lavoro attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, con la “creazione di nuovi posti di lavoro” attraverso forme di lavoro precario o come si vuole. Se si segue questo pensiero bisogna ignorare pero un elemento di assurdità: se non c’è più così tanto da fare, se meno persone devono sbrigare il lavoro necessario – perché allora ciascuno ha bisogno di lavoro e persino di tante ore di lavoro intensivo per poter vivere? Meno lavoro uguale a fatica risparmiata: perché non vale questa equazione?

Il fatto che così tanta gente ha bisogno di lavoro, ma non lo trova è dovuto a un problema economico, e anche questo tutti lo sanno. Il lavoro non ha luogo quando non è redditizio, cioè quando non rende abbastanza all’azienda all’interno della quale e per la quale viene eseguito, quando non frutta un sufficiente provento per reggere la competizione, quella “globale”. Ma se il lavoro viene eseguito unicamente se e finché è redditizio, allora avviene anche solo per questa ragione – perché frutta un utile all’impresa: redditività è la finalità economica per la quale avviene. Occorre lavorare per nessun altro motivo se non per il fatto che il lavoro rende; coll’unico obiettivo, mai definitivamente esauribile, di essere redditizio e di fruttare soldi. Pertanto, più lavoro c’è e meglio è – si vorrebbe rifornire tutto il mondo di lavoro, costruire metropolitane per i cinesi e dotare gli Emirati di impianti di climatizzazione, per monopolizzare con il lavoro svolto il potere d’acquisto dell’umanità. Lavoro, perché rende soldi: questo imperativo categorico ha un potere così totale sulla realtà che tutti lo devono seguire per poter vivere e tutti devono trovarsi un posto di lavoro – non importa quale. E d’altra parte il lavoro non avviene per nessun altro motivo tranne quello di non essere abbastanza redditizio; cosa che succede sempre più spesso e ovviamente in seguito ai progressi di redditività nell’impiego del lavoro. L’obbiettivo economico, che nella cosiddetta economia di mercato è totalmente e esclusivamente determinante, richiede ovviamente al contempo sia la “piena occupazione” che la “disoccupazione strutturale”. Di lavoro non ce n’è mai abbastanza, perché il lavoro arricchisce le imprese e contemporaneamente le imprese provvedono affinché sempre meno lavoro soddisfi questa condizione.

Pare che tutto il mondo si sia assuefatto a questa follia trovandola normale; ovviamente neanche i più avveduti esperti e i più potenti amministratori di questo sistema sembrano turbarsi quando espongono quelle che non sono altro che spiegazioni contraddittorie: si lavora troppo poco quando qualche milione di disoccupati nel bel paese, alcuni decine di milioni nella UE e innumerevoli milioni sul globo sono a spasso; e si continua a lavorare troppo così che la pura “ragione economica“ richiede la chiusura degli ultimi cantieri navali sul mare del nord e nel mediterraneo se questi sopravvivono solo grazie a miliardi di sovvenzioni. Difatti pare che entrambe le cose sussistano: troppo poco, perché lavorare fa girare sempre più denaro e perciò non basta mai quel che si fa; troppo, perché il lavoro serve per un accrescimento sempre maggiore di denaro e di fronte a questo obbiettivo sempre più lavoro, che fino a poco tempo addietro rendeva bene, risulta ora obsoleto. Non porta molto lontano dire che “è così, non c’è nulla da fare” – è un po’ contraddittorio, questo sistema del lavoro redditizio.

Non c’è dubbio: lo Stato e le imprese ci convivono alla grande – dopotutto sono loro a organizzare il lavoro in questa maniera e ad approfittarsi della sua redditività. La contraddizione sistemica che 1) bisogna lavorare sempre e comunque e pertanto 2) solo a certe condizioni, essi la trasformano in un problema di chi, in quanto appartenente al personale esecutore, ha bisogno di lavoro e spesso non lo trova; per poi ridefinire i problemi materiali che la gente ha come problemi sociali che loro hanno con la gente bisognosa.

Non si dovrebbe fare l’errore di seguire questa trasformazione effettiva nella prassi approvandola anche sul piano teorico e, commossi dall’indigenza, confondere la menzogna dei problemi sociali con la realtà – per poi eventualmente lamentarsene e cercare i colpevoli per il fatto che non si viene mai a capo di questo “problema” nonostante i vari “patti per il lavoro” discussi, attuati e poi abbandonati. Tanto meno è consigliabile accettare il criterio della redditività come quintessenza della razionalità economica e scoprire le criticità solo quando l’opinione pubblica si accinge a prendere atto dei suoi “lati oscuri”. L’assurdità del sistema, la ragione della sua nocività per la massa degli abitanti non sta nel fatto che il lavoro non c’è quando non è redditizio, ma che c’è perché ne va della redditività. La meschinità sociale di questo sistema non comincia col fatto che le persone che hanno bisogno di lavoro spesso non ne trovano; sta già nel fatto che hanno bisogno di lavoro; il fatto che non possono essere neanche sicuri di trovarne uno ne consegue automaticamente.

Le condizioni alle quali l’economia di mercato sottomette il lavoro contengono tutte le determinazioni cardinali di questo modo di produzione. Chiarirsele non crea sicuramente nessun posto di lavoro. Da parte nostra quindi qualche incoraggiamento in merito.

I. La finalità del lavoro nell’economia di mercato: denaro. Sul dover lavorare e far lavorare

Nell’economia di mercato si lavora, non per rifornire l’umanità con la gamma dei beni di consumo di cui ha bisogno, bensì per guadagnare soldi. Questa finalità economica di acquisire proprietà in forma di denaro accomuna tutti i membri della società borghese, al di là di ogni differenza di classe o estrazione sociale. Per tutti vale senza eccezione che la soddisfazione dei bisogni non dipende solo dalla presenza di cose utili, bensì dal diritto esclusivo di disporre di esse, cioè dalla proprietà privata. Perché è nella forma di proprietà privata – come oggetti che tramite il diritto privato di disporre su di essi sono preliminarmente sottratti ai bisogni materiali – che i prodotti del lavoro vengono al mondo.

Per i membri di questa società egalitaria del guadagnare soldi fa una differenza economica decisiva se dispongono già di denaro o se devono ancora guadagnarselo. Chi deve lavorare per acquisire un quantum di proprietà, perché la ricchezza della società è nella proprietà di altri, ha bisogno di qualcuno che abbia soldi e che lo paghi per il suo lavoro. Di conseguenza è confrontato con l’esperienza che il suo lavoro è solo limitatamente il mezzo idoneo per venire in possesso di denaro proprio e ben meritato. Per rendere questo servizio, il suo lavoro deve assolutamente dimostrarsi un buon mezzo per il datore di denaro – che ha lo stesso identico scopo. Chi lavora in cambio di denaro serve la proprietà privata doppiamente: la sua e quella altrui. E viceversa. Chi nell’economia di mercato dispone di sufficiente denaro è in grado di creare un reddito monetario in mani altrui e al contempo, con i servizi comprati, di accrescere la sua proprietà.

Entrambe le parti vengono annoverate nell’egalitarismo inossidabile dell’economia di mercato tra la “popolazione attiva”. Tuttavia ognuno è ben consapevole della differente performance del lavoro che gli uni “danno” e gli altri “prestano”. Il lavoro crea proprietà che accresce quella che c’è già; al lavoratore procura del denaro che mai lo farà diventare proprietario in quel senso. Dove si lavora per denaro non è il denaro a servire al lavoro come un espediente utile, bensì il lavoro al denaro come sua fonte. Il destino del lavoro nell’economia di mercato dipende esclusivamente dall’uso che la proprietà, agendo da capitale, ne fa.

1. La disuguaglianza tra utile e proprietà: il potere privato del denaro come principio della divisione del lavoro nella società.

Se la vita economica delle nazioni fosse incentrata sulla necessità di rifornire gli uomini dell’occorrente facendo la minima fatica possibile si individuerebbero i bisogni e si organizzerebbe una divisione del lavoro che è funzionale all’approntamento dei beni necessari o desiderati. Tutti i problemi economici sarebbero di natura tecnica attinente all’organizzazione del lavoro, alle tecnologie adeguate e al trasporto efficiente dei beni. Persone intelligenti che, nella vigente economia di mercato, devono progettare e realizzare le più assurde e complicate “strategie di produzione e vendita” avrebbero da risolvere solo il problema, relativamente semplice, di come produrre la ricchezza sociale nel rispetto della salute umana e come metterla a disposizione di tutti. A nessuno verrebbe in mente di chiedere se ciò sia generalmente “fattibile” perché lo scopo stabilito dalla società sarebbe già la risposta.1)

L’economia di mercato funziona diversamente – e nessuno, del resto, si chiede “se è fattibile”, e meno ancora si fa sentire una qualche perplessità circa il vigente obiettivo sociale che tutti stanno perseguendo, soltanto per il fatto che per molte persone non si avvera neanche minimamente. L’obiettivo è non solo guadagnare denaro, ma il più possibile. Questo obiettivo unisce tutti i cittadini della società borghese, su questo si intendono alla perfezione. Quelli “a basso reddito” e quelli “ad alto reddito”, il ceto medio e i sindacalisti, capitalisti e dipendenti della pubblica amministrazione concordano e considerano la cosa più naturale al mondo che si lavori e si faccia economia, si produca e si prestino servizi per riscuotere un salario, un guadagno, un onorario, uno stipendio – in breve: per riscuotere denaro.2) Cosa riescono poi ad avere in cambio di questo denaro sta esclusivamente nella loro discrezione. Perché con il denaro dispongono di un pezzo di libertà reale: dispongono del mezzo di accesso a un mondo infinito di merci. Questo è il lato positivo, che tutti stimano, del guadagno di denaro.

Del rovescio della medaglia, i cittadini attivi, almeno la stragrande maggioranza, fanno ben presto la conoscenza. Quando la somma di denaro è spesa, anche il libero accesso ai beni è arrivato al termine. Ci sono tuttora i beni desiderati e necessari, però non sono più disponibili. La possibilità della soddisfazione dei bisogni, insita nel denaro, è ben lungi dall’essere la soddisfazione reale di uno solo di essi.

Questa differenza ha un aspetto quantitativo e segue un principio. Si fa valere come limitatezza della somma di denaro disponibile, di modo che tutti i problemi si risolvono in uno solo: guadagnare più soldi. Ciò che si fa valere in questa necessità generale e cardinale dell’esistenza in una economia di mercato è la penosa peculiarità di questo sistema di produzione che tutti i beni di cui l’uomo ha bisogno vengono prodotti, però non sono disponibili. Sono di qualcuno. È la proprietà privata che separa i prodotti da coloro che ne hanno bisogno. Che appartengano a commercianti che non hanno né bisogno di essi né voglia di consumarli e che chi ne abbia bisogno ne sia privato – questo è la loro ragion d’essere. Solo così si effettua dappertutto l’operazione economica che ha dato il nome all’economia di mercato: il denaro deve passare da un proprietario all’altro per far pervenire la merce nelle mani di chi ne ha bisogno. Nessuno l’ha ideato, foss’anche come metodo raffinato di distribuzione merci. L’opposto è vero: ciò che si produce è proprietà privata. Il bene d’uso è assegnato alla disposizione esclusiva della persona privata; un potere dispositivo che non vuole rimanere attaccato all’oggetto, ma separarsi da esso e diventare potere di accesso astratto, accesso a qualsiasi ricchezza: puro potere privato che ha nel denaro la sua materializzazione e la sua realtà quantitativamente misurabile. Per questo motivo, l’oggetto prodotto non può essere “distribuito” a chi ne ha bisogno se non per mezzo della vendita. È solo la vendita a realizzare definitivamente lo scopo della produzione nonostante il prodotto sia materialmente realizzato da lungo tempo. Però questa sua forma materiale non importa, o meglio importa solo come mezzo per raggiungere lo scopo. Ciò che è prodotto più propriamente in questa forma è il denaro che si riscuote: il valore che la cosa ha per il suo proprietario. Per questo motivo, la cosa non finisce con la produzione dei beni che soddisfa la società, perché la arricchisce di qualche oggetto di produzione e consumo, ma è instaurata la necessità generale di guadagnare denaro, come e con qualunque mezzo si voglia, per poter appropriarsi dei prodotti. Senza acquisto niente uso.

Tutto questo è talmente famigliare agli indigeni dell’economia di mercato e l’interesse a riscuotere, da un lato, più denaro possibile per le cose in vendita e a pagare, dall’altro, il meno possibile per l’occorrente passa talmente in primo piano in tutti i ragionamenti economici che la peculiarità di questa condizione e la sua ragione non sono degnate di alcun pensiero oggettivo. Per cui si vuole ricordare qui espressamente che la proprietà denomina un rapporto giuridico, l’assegnazione di una cosa come appartenente a qualcuno. Il potere sovrano definisce tutti come proprietari privati instaurando un rapporto di volontà tra soggetti giuridici in relazione a oggetti di qualsiasi genere. Impone e concede alla persona il potere dispositivo sulla “sua cosa” rendendo ogni lavoro un lavoro privato che fonda il diritto di disposizione esclusiva del produttore sul prodotto del suo lavoro.3)

Nell’economia di mercato, questo rapporto giuridico è la decisiva determinazione economica di tutti i prodotti. Non è un semplice accessorio con il quale il potere pubblico assicura al produttore l’uso materiale dei suoi prodotti, bensì la cosa essenziale. Si producono beni d’uso come oggetti di scambio; importante è che il diritto di disporre insito in essi si stacchi dall’oggetto prodotto e perciò ʽproprio’ e che si trasformi in diritto di accesso a un determinato quantum di altri prodotti. Nel prodotto esiste questa sua propria finalità economica in forma di prezzo; essa si realizza nella corrispettiva somma di denaro. L’ammontare di denaro rappresenta la proprietà che entra in essere con la produzione di una merce, separatamente da questo bene e secondo le unità di misura del denaro. A nient’altro mira la produzione di merci che a questo potere di appropriazione privato incorporato nel denaro. Il denaro è, nell’economia di mercato, il vero prodotto economico del lavoro umano.

Non c’è nessuno, nel mondo della proprietà privata e della produzione per la vendita, che stabilisca come norma vincolante quanto è grande il potere d’acquisto; emerge dalla concorrenza degli offerenti e degli interessati all’acquisto di cui si parlerà dettagliatamente più avanti. Decisivo a questo punto è, per ora, che la proprietà prodotta in forma materiale viene trasferita al mercato, tramite l’atto di vendita, nella forma di potere d’accesso generale e quantificata in unità di denaro.

Il lavoro produttivo stesso è così definito come fonte di ricchezza nella forma astratta di un tale diritto di accesso oggettivato e misurato nel denaro. Esso conta, in maniera del tutto astratta, come lavoro in genere, senza alcuna relazione materiale con il suo prodotto – appunto come attività remunerata che procaccia solo con i soldi guadagnati il diritto d’accesso ai beni d’uso occorrenti. La proprietà scinde, in modo sostanziale e radicale, la relazione scopo/mezzo, da una parte tra la produzione di ricchezza e la disposizione sui beni d’uso prodotti e, dall’altra, tra i beni d’uso e il loro uso. Sia nei confronti del lavoro che nei confronti del consumo, il denaro si impone come elemento decisivo ridefinendo l’utilità di ambedue in modo fondamentale. In primo luogo separa il lavoro produttivo dal suo risultato utile in forma di mezzi di produzione e consumo definendo se stesso l’utilità decisiva di tutto il lavoro: si lavora per guadagnare denaro. La proprietà, in secondo luogo, divide tra utilità e bisogno inserendosi essa stessa tra i beni d’uso e il loro consumo. Facendo così si pone come quintessenza di tutte le utilità. Perché la condizione e il mezzo di qualsiasi uso è il potere, quantificato nel denaro, di impossessarsi della proprietà altrui tramite l’acquisto. Oramai questo fatto è considerato la prima ovvietà della razionalità economica che non merita alcuna spiegazione.

Con l’equazione di utilità e proprietà si impone una particolare logica sulle attività economiche della società subordinata. In primo luogo riguarda la gerarchia dei bisogni che risulta dal fatto che è il possesso privato di denaro a decidere sul loro soddisfacimento. Formalmente si sceglie solo sulla base delle preferenze personali. Certo, all’interno dei limiti della proprietà guadagnata, ma come poi uno la distribuisce è una sua faccenda privata.4)

Materialmente, ogni bisogno diventa la variabile dipendente della capacità d’acquisto privata e finché questo modo di produrre esiste ci sarà sempre di nuovo da stupirsi per “la coesistenza immediata di ricchezza e miseria” su scale differenti. E, in secondo luogo, per quello che si chiama “divisione del lavoro nella società” vale la stessa cosa: senza dubbio si produce nell’economia di mercato in maniera “sociale”; le merci prodotte non sono destinate all’autoapprovvigionamento, ma alla vendita e in quanto tali al fabbisogno generale. La coesione necessaria dei diversi settori produttivi non segue però la relazione oggettiva nella quale entrano come lavori parziali della società, bensì risulta dal rapporto negativo di proprietari privati che si negano reciprocamente ogni cooperazione pianificata nonostante abbiano bisogno ognuno degli altri, come clienti paganti. È allora il potere privato del denaro a provvedere per il nesso sociale necessario; dopo che questo ha fatto il suo effetto, tutto sembra proprio un ingegnoso gioco di squadra degli operatori di mercato produttivi.5)

E in terzo luogo, dalla finalità di qualsiasi attività nell’economia di mercato di servire all’acquisto di denaro consegue un rapporto col lavoro alquanto perverso: quest’ultimo, nell’economia di mercato, non è valutato né per la fatica che è e che rimane né per il dispendio di forze che si cerca di ridurre il più possibile, ma diventa esso stesso un fine, nella misura in cui si dà e in cui il suo prodotto frutta denaro. La sua utilità non si misura in relazione al prodotto utile che riesce a realizzare, ma in relazione al denaro guadagnato e quindi su tutte le scale di reddito in relazione alla quantità di lavoro. Se la produzione di ricchezza reale e disponibile per tutti fosse il suo scopo, una società basata su una ripartizione razionale del lavoro sbrigherebbe ben presto il suo compito, dato il livello di produttività raggiunto da tempo. Il lavoro salariato invece per principio non finisce mai. L’interesse che esso avvenga è insaziabile. 6 Il “punto di vista” che le persone che devono eseguire la produzione non riescono ad aggirare, cioè che lavorando si logorano sacrificando il tempo della loro vita, non svolge alcun ruolo nella logica del lavoro salariato; è già un primo segno che queste persone non sono comunque i beneficiari dell’economia di mercato e che la proprietà non costituisce il fine del lavoro per fare loro un favore.

L’equazione generale e vincolante per tutti che esiste tra utilità e proprietà si risolve quindi in maniera generale e vincolante per tutti solo nel senso negativo cioè che ciascuna utilità dipende dalla proprietà acquisita. Per risolverla positivamente, cioè per garantire che la proprietà acquisita si traduca in un’utilità vera, la quantità del patrimonio disponibile deve aver raggiunto una certa qualità.

2. I due lati del lavoro salariato: creare con il proprio lavoro proprietà altrui – accrescere con il lavoro altrui la propria proprietà

In una società dove si lavora per guadagnare soldi, dove le attività produttive che generano la ricchezza della società non hanno nulla a che fare con i rispettivi prodotti, perché tutto gira unicamente intorno a quell’unico prodotto che è il guadagno di denaro, dove questa finalità è diventata così scontata che inversamente ogni attività che porta soldi viene chiamata “lavoro” – e, di conseguenza, non solo quelli che hanno scelto il mestiere di “lavoratore”, ma anche ministri, artisti e agenti di borsa eseguono “un lavoro” – e nessuno vuole più vederci le differenze fondamentali; in questo mondo conta senza eccezioni una sola differenza: se uno possiede già del denaro oppure no.

Chi – in un mondo dove tutti i prodotti d’uso sono proprietà di qualcuno – non dispone di una proprietà in misura adeguata, non può nemmeno mettersi di iniziativa propria all’opera per procurarsela. Gli mancano i mezzi necessari, che sono anch’essi proprietà privata. Per non rovinarsi a causa dell’equazione tra utilità e proprietà il non proprietario ha bisogno di un proprietario che dispone di mezzi di produzione e che lo paga perché, adoperandoli, si renda utile – utile per il proprietario naturalmente, per quale altro motivo dovrebbe spendere del denaro, altrimenti? Anche per il proprietario conta unicamente il fare denaro, non certo il donarlo. Soddisfare questo interesse è la condizione per guadagnare soldi propri, quando uno non dispone di proprietà e quindi dipende da un lavoro salariato. Con il suo lavoro deve creare proprietà aggiuntiva al suo ʻdatoreʼ di denaro e di lavoro – proprietà complementare a quella che quest’ultimo possiede già – per essere pagato dalle tasche di colui. La finalità puramente privata del lavoratore, di procurare a se stesso del denaro non cambia per questo fatto, si evidenzia però che cosa significa guadagnare soldi senza possederne già a sufficienza. Allora il lavoro diventa doppia fonte di denaro: per chi lo presta diventa fonte di salario a condizione che arricchisca l’altra parte, meglio attrezzata, che dispone di denaro e fa lavorare gli altri per sé. Le due prestazioni del lavoro, quindi, non sono del tutto equivalenti. Per le persone che vogliono partecipare all’economia di mercato, ma sono prive di proprietà, il lavoro è sì l’unico mezzo di acquisto di cui dispongono, ma, a ben guardare, non è il loro mezzo; lo diventa unicamente in quanto il proprietario di un’azienda riesce a farlo rendere per sé stesso, come il suo mezzo di reddito. Queste persone stanno producendo proprietà – e precisamente, al contrario del senso letterale della parola – proprietà altrui.

E viceversa. Chi dispone di proprietà sufficiente, può renderla il suo mezzo di reddito investendola in un’impresa e concedendo un reddito a gente che ne ha bisogno – a patto che ci lavorino e producano qualcosa di vendibile: merce che appartiene al primo per diritto e che, una volta venduta, accresce il suo patrimonio in denaro. Attraverso questo uso della loro proprietà, i proprietari guadagnano denaro senza doverlo creare essi stessi: fanno produrre proprietà, e cioè la loro proprietà. In questo modo si realizza, per i proprietari intraprendenti, l’equazione tra proprietà privata e l’utilità. Se viene applicata in modo corretto, la proprietà si afferma come mezzo sufficiente per aumentare se stessa tramite il lavoro altrui, imponendosi quindi come rapporto sociale di produzione. In questo senso funge da capitale.

Anche la gente che presta il lavoro ottiene quello che voleva e di cui ha bisogno: i propri soldi in mano. Solo che questo tipo di proprietà è – per la sua limitata quantità – una faccenda alquanto instabile. Appena guadagnata, bisogna rispenderla per i viveri necessari e in gran parte rifluisce quindi agli imprenditori capitalistici che così realizzano il valore della loro merce in denaro. In questo modo la partecipazione dei percettori di salario al processo di produzione riproduce continuamente illoropunto di partenza: la mancanza di proprietà privata che li costringe a vendersi nuovamente per l’accrescimento di proprietà altrui. Per loro la proprietà privata rimane quindi solo la condizione negativa del loro obbiettivo, alla quale si devono assoggettare per poter (sopra)vivere; e adattandosi a questa condizione riproducono e aumentano la ricchezza, che rappresenta il potere discrezionale altrui sul loro lavoro.

Non è inutile osservare che si tratta della stessa identificazioneeconomica di denaro e soddisfazione dei bisogni, utilità e proprietà privata che si risolve in maniera così opposta per le due parti coinvolte. Là dove si lavora per denaro – altrimenti non si lavora! – non si ha l’obbiettivo di rifornire tutti di beni concreti, di ricchezza concreta. Invece tutto gira intorno alla ricchezza astratta. Allora non sono gli operai a disporre dei prodotti del loro lavoro, ma è il potere privato inerente al denaro che comanda il lavoro e i lavoratori. Allora non è la gente priva di proprietà a disporre di un comodo meccanismo di distribuzione quando riceve come frutto del suo lavoro un salario in contanti oppure un bonifico in banca. Ciò che si produce è sin dal principio nient’altro che proprietà privata e cioè ricchezza alla condizione vincolante che non appartiene a quelli che la producono. In che cos’altro potrebbero mai consistere le prestazioni economiche di denaro e proprietà? Il fatto che i mezzi di produzione sono assoggettati unicamente alla disposizione privata non contribuisce per nulla alla loro produttività. Il loro carattere di proprietà privata ha un unico effetto, ma determinante: separa l’uso materialmente produttivo di questi mezzi e cioè il lavoro e quelli che lo prestano dal potere di disposizione sul processo di produzione con tutti i suoi prodotti; impedisce quindi che sia i mezzi di produzione sia i prodotti siano disponibili per le persone che usano i primi e necessitano dei secondi. D’altronde, considerata dal punto di vista della proprietà e del sistema dell’economia di mercato, tutta la produttività dei mezzi di produzione tecnicamente necessari è riconducibile al solo fatto che sonodi proprietà privata di un’impresa. La loro utilità materiale, il fatto che sono necessari per una produzione effettiva, ha nell’economia di mercato un senso e una funzionesoloperchéil lavoro svolto con questi mezzi dall’inizio alla fine non crea proprietà per la parte che lo esegue, ma per la parte che possiede i mezzi di produzione e ottiene pertanto lo status giuridico di vero soggetto della produzione. La proprietà usata in modo imprenditoriale separa il lavoro dai suoi mezzi ed determina così in conformità con la legge l’appropriazione del prodotto, quindi del ricavato pecuniario cercato ed ottenuto, da parte dell’impresa che per questo scopo si compra i servizi del suo personale.

Tuttavia, i soldi che finiscono in questo modo nelle mani dei dipendenti, permettono anche a loro l’accesso a una porzione – sì molto ristretta, ma scelta liberamente – del grande mondo delle merci. Però si rivela un vantaggio apprezzabile solo in base all’ovvietà che di tutti questi prodotti essi non usufruiscono, perché sono appunto venuti al mondo in veste di proprietà altrui. Il fatto che con il lavoro si possa guadagnare denaro, che per di più si esaurisce continuamente molto presto, a che cosa dovrebbe servire, se non a un rapporto in cui gli operai principalmente non ottengono quello che producono, ma lo ottengono gli altri, quelli che pagano i soldi per la forza lavoro? Sarebbero delle modalità assurde e delle complicanze grottesche, se si trattasse solo di produrre valori d’uso e di distribuirli fra la gente in modo razionale. Quindi non sarà questo il senso profondo e lo scopo del denaro, della proprietà e del lavoro retribuito. Il loro senso starà in quello che prestano veramente: l’equivalenza tra utilità e proprietà in modo tale che necessariamente si costituiscono le due classi sociali complementari.7)

Lontani dalla realtà sono perciò tutti i concetti che propongono di non toccare la sussunzione del lavoro sotto la proprietà privata, perché intanto non cambierà mai o addirittura perché ogni cambiamento a questo riguardo sarebbe contro-producente, mentre le conseguenze del dominio del denaro così negative le si potrebbero curare a parte. Al meglio le curerebbe lo Stato, avendo il dovere di provvedere al benessere di tutti e dovendo rimediare ai contrasti eccessivi con il suo potere. Non sono lontani dalla realtà nel senso che concetti del genere non sarebbero conosciuti nel mondo borghese – al contrario: proprio così l’economia di mercato vuole essere intesa, come economia politica provvista di una raffinata e pure liberale strategia di distribuzione, dalla quale si possono facilmente astrarre le conseguenze meschine; e infatti lo Stato sociale si propone come istanza intesa a rimediare a queste brutte conseguenze. Peccato che non è la verità; e proprio quando la fiducia nell’armonia tra economia di mercato e democrazia insiste nel sostenere che “dovrebbe essere così”, viene ammesso che di fatto non è così.

Nel mondo reale il potere dello Stato borghese, prima di occuparsi di qualsiasi problema, mette sistematicamente in atto la sussunzione del lavoro sotto il guadagno di denaro e il potere della proprietà privata. La mette in atto proteggendo la proprietà privata legalmente e corredandola con il diritto di far lavorare per essa. E il capitale fa tutto quello che può fare: s’impadronisce del lavoro ovvero della sua forza produttiva come la sua fonte (II); lo sfrutta per l’aumento del surplus in relazione ai mezzi finanziari che ha investito nel lavoro, cioè per il suo saggio di profitto (III); lo rende responsabile per la gestione e il mantenimento di un sistema creditizio che da una parte non vuole sapere dei suoi stessi presupposti che ha nella produzione di profitto e che dall’altra promuove (IV); lo usa come arma nella concorrenza internazionale (V), il che chiama in azione lo Stato in quanto soggetto che ha delle sue pretese riguardo al successo del lavoro (VI); e, infine, lo usa, anche questo con il sostegno dello Stato, come tappabuchi nelle ripetute crisi auto-generate (IV e VI).

1Il dubbio espresso nella domanda sulla “fattibilità” di un’economia pianificata non si riferisce mai seriamente ai mezzi necessari per tale progetto, ma nega il progetto col pretesto che si fa fatica a immaginarsi la sua messa in pratica. Infatti riesce difficile immaginarselo, se non ci sono neanche le relazioni sociali che permettono di stabilire e realizzare un piano razionale, se non c’è alcun consiglio organizzato per una deliberazione priva di “condizionamenti economici” e se tacitamente è presupposta l’economia di mercato con tutti i suoi scopi reificati e comportamenti affermatisi incluse le relative maschere umane come quello scenario nel quale dovrebbe essere introdotta l’economia pianificata. Ora non è necessario condividere il progetto di una libera e razionale organizzazione dei bisogni e della loro soddisfazione, ma la si smetta di fingere di essere ardentemente a favore se solo i comunisti non mancassero di presentare le “ricette” e i “modelli” praticabili – quelli sono la parte più facile se una classe operaia sveglia ha capito che cosa vuole.

 Da menzionare, in questo contesto, un’ironia amara della storia. Il grande tentativo storico di una economia pianificata socialista – ritirato dagli organizzatori stessi come tentativo fallito – ha messo in pratica proprio l’errore di supporre l’assetto capitalistico dell’economia, dalla paga oraria al credito, come “realtà economica” e, anziché scorgere in essa lo scopo capitalistico, sviluppare un modello di come si potrebbe usarla più workerfriendly. Certo, col potere statale sono possibili tante cose; persino il capitalismo vero e proprio. Come se loro stessi non si fossero mai liberati completamente del dubbio se un’economia essenzialmente diversa sia “fattibile”; i socialisti al governo del blocco orientale hanno appiccicato alla loro creatura il titolo d’onore “reale” praticando un socialismo nel quale tutti i condizionamenti del capitalismo venivano adoperati come “leve economiche” per la sofisticata gestione dell’“apparato” economico. Al confronto dell’originale capitalistico il successo fu modesto, almeno per quanto riguarda la ricchezza a disposizione dello Stato.

2La società borghese conosce naturalmente anche una critica fondamentale della “mercificazione di tutti i settori della vita”. Una variante prende di mira la mentalità della gente che deve dare buona prova di sé in questo sistema del guadagnare soldi e per lo più fallisce. Questa critica pretende che si professino massime di vita più nobili del materialismo pecuniario vigente – anche se questo è tuttora riconosciuto come “principio d’ ordine”. Il rifiuto del “Dio denaro” vuole integrare il commercio con un gesto moralistico con il quale il singolo dimostra di non essere il suo “schiavo” – le peripezie di una esistenza all’interno dell’economia di mercato offrono tante occasioni per dimostrare la solidità di questa condotta onorevole. Non c’è da meravigliarsi che questa “critica del capitalismo” si rivolga non tanto ai ricchi che possono sì permettersi di sciorinare una mentalità di ispirazione nobile, ma piuttosto – parola d’ordine “invidia sociale” – a persone che devono trasfigurare le loro ristrettezze nella virtù della rinuncia. Nell’altra variante, la critica del “potere assoluto dei soldi” vuol individuare delle sfere che, causa la loro rilevanza ideale o materiale, dovrebbero essere sottratte al “puro commercio”. Gli uni vedono in dio e amore, in arte e musica, nelle offerte sul campo della edificazione morale e della profondità del pensiero ozioso una cosa troppo preziosa per trascinarla nella “palude” del guadagno di denaro. Altri avvertono che vanno a rotoli necessità elementari se valori come la sanità pubblica o il rifornimento di acqua e corrente elettrica vengono trasformati in merci. Verrebbe quasi voglia di chiedere quale bene è sufficientemente irrilevante per assoggettarlo al principio del guadagno di denaro. Ciascuna di queste arringhe testimonia quanto totalizzante sia il sistema del guadagno di denaro a cui l’intero processo della vita sociale è soggetta.

3Nel capitalismo compiuto, il nesso tra lavoro produttivo e proprietà del prodotto del lavoro è scomparso dalla esperienza dei lavoratori attivi; nel calcolo dei datori di lavoro non è neanche presente; gli esperti scientifici non lo tematizzano – e se mai viene piuttosto negato. Per motivi da illustrare più avanti, il proprietario del processo di produzione è, nel caso di default dell’economia di mercato, il “produttore” e quindi il proprietario legale dei beni, non il produttore immediato che esegue il lavoro in fabbrica.

 È curioso che il lavoro produttivo ha la facoltà di fondare la proprietà della persona giuridica proprio in materia di proprietà “intellettuale” dove il prodotto, secondo il suo valore d’uso, non può essere un oggetto ad esclusiva disposizione: conoscenze possono essere seguite col pensiero senza doversene impossessare materialmente; non si “usurano” per il solo fatto che altri le ripercorrono idealmente e quindi se ne appropriano – Marx perciò chiama la loro produzione “lavoro generale”. Proprio per questo motivo, nel diritto si fissa il carattere esclusivo di questo lavoro generale con un processo macchinoso affinché il diritto di disposizione esclusiva mantenga la sua validità anche nel caso in cui la cosa alla quale si riferisce è entrata da tempo e irrevocabilmente nell’uso generale. Tramite normative di diritto d’autore, lo Stato protegge l’effetto di proprietà dell’attività intellettuale e quindi la sua commercializzazione fondando così – tramite brevetti e licenze – in un mondo di proprietari un interesse pecuniario alla produzione di sapere e al tempo stesso regola l’accesso del denaro ai risultati di ricerca e sviluppo.

4Nel suo cinismo imperturbabile, la scienza economica, richiamando questa specie di libertà, ha enunciato il dogma che sostanzialmente ciascun soggetto economicamente attivo non si occupa di altro che della ottimizzazione del suo beneficio e ne ha derivato modelli matematici dei processi di mercato che dimostrano, tutti, quanto bene è servito ciascun soggetto economico dal momento che anche la somma più minuscola di denaro realizza una preferenza d’uso. Il prezzo che uno paga rappresenta il massimo di beneficio che il bene comprato rende al suo compratore – altrimenti non lo pagherebbe! Ben peggio di queste costruzioni teoriche circolari però è l’abitudine degli stessi “operatori di mercato” di vedere nell’arte di fare economia la libertà realizzata sviluppando addirittura un orgoglio perverso se si è riusciti a sbarcare il lunario con parsimonia e offerte speciali e nonostante i pochi soldi. L’economia pianificata, questi eroi della libertà privata se la possono immaginare solo come il contrario, cioè come angheria nella miseria.

5Anche i beni di prima necessità non vengono prodotti se manca la solvenza, perfino distrutti se serve al guadagno di soldi. Per il potere pubblico, che con la garanzia della proprietà privata mette in vigore il sistema di mercato, si presentano un sacco di necessità per intervenire con finalità compensative. Che tutta la baracca vada avanti, anche se il potere pubblico non lo dirige con qualche piano, ha impressionato non poco i primi apologeti del sistema e suscitato la loro ammirazione; ne hanno dedotto il mirabile maneggio di una “invisible hand” “dietro le spalle” degli operatori che erano programmati unicamente al fare soldi. La verità è meno pietosa: tutto il nesso materiale della società che c’è nell’economia di mercato è l’effetto per niente pianificato del generale affannarsi per il denaro altrui – e infatti così si presenta: tutto ciò che non è adatto al guadagnare denaro viene eliminato.

6La scienza borghese dell’economia, con le sue decisioni sull’andamento del mercato fondate su modelli, capovolge la faccenda postulando l’insaziabilità delle pulsioni umane, alle quali la produzione capitalistica darebbe, tramite una limitazione sensata, la misura di soddisfacimento ottimale, massimale e concepibilmente equilibrata. Agli uomini attribuisce l’innato materialismo senza limiti, che nonostante tutta la varietà d’interessi storicamente acquistata, in realtà è impossibile da soddisfare. Tutto ciò per giustificare l’economia della proprietà privata, che pone come punto di partenza del mondo di lavoro l’esclusione da tutte le merci necessarie e non elimina mai la scarsità così creata con il lavoro che organizza, come un’unica lotta contro “la scarsità”.

7Esistono certamente anche altre risoluzioni. Lʼeconomia di mercato conosce vari tipi di lavoratori autonomi o liberi professionisti, a partire dal mondo agricolo fino alla professione medica, che hanno in comune il fatto di tirare avanti con lʼimpiego sia della proprietà quantitativamente occorrente per il loro mestiere sia con quello del propriolavoro. Nelle diverse composizioni di questi due elementi i lavoratori autonomi rappresentano in una persona sola l’antagonismo tra proprietà privata e lavoro, cosa che non lo rende certo più morbido. Inoltre c’è lo Stato come datore di lavoro che gioca questo ruolo con soldi che vengono espropriati tramite le tasse, senza far creare dai suoi impiegati proprietà; in tutta la sua sovranità sulle classi sociali rispetta quindi anch’esso l’autocrazia del denaro sul lavoro. È un’autocrazia che installa esso stesso, pagando i suoi dipendenti pubblici e calcolandone la retribuzione, nel seguente modo: più bassa è ritenuta l’attività svolta, più meticolosamente viene calcolata secondo i criteri dell’economia privata. Non bisogna mistificare i vari settori della società produttiva, visto che nemmeno le istituzioni statali si prendono la briga di importunare i cittadini con classificazioni economiche inequivocabili per riscuotere le tasse o per installare il sistema del servizio sociale. Per il resto, questo come consiglio di metodo, i principi dell’economia politica del capitalismo non sono dei cassetti, la cui veridicità si dimostrerebbe attraverso la loro utilità per classificare l’umanità e risulterebbe compromessa in caso di dubbio.

II. Il precetto della redditività – ovvero: la sussunzione della forza produttiva del lavoro sotto il suo effetto sul successo commerciale

La forza produttiva del lavoro è del proprietario dei mezzi di produzione che lo paga e lo fa eseguire. Sono quindi suoi i diritti che definiscono questa forza produttiva del lavoro. Non coincide con il fatto banale che delle persone, con l’uso di mezzi appropriati, si dividono il lavoro producendo cose utili in quantità ben superiore di quanto possano consumare per sé e per agevolare il loro lavoro. Secondo la sua determinazione economica, la forza produttiva consiste nel fatto che si crei, sotto il comando del capitale, con i suoi mezzi, quindi anche secondo le sue direttive e calcoli, più proprietà aziendale – misurata in denaro – di quanto ammonta il salario che si deve pagare per il lavoro.

Di conseguenza, non conta il lavoro svolto, cioè il tempo e le fatiche di una persona, ma il costo del lavoro, il salario che il capitale deve spendere per far lavorare. Il provento del lavoro non si misura nei bisogni soddisfatti, ma in ciò che si ricava dalla vendita della merce prodotta. Come rendimento del lavoro non conta il rapporto tra lavoro eseguito e prodotto, ma il valore della merce nel suo rapporto con il corrispettivo salario speso. La produttività del lavoro non è quindi un concetto tecnico, ma è definita dal successo commerciale.

Così il capitale si appropria della produttività del lavoro come sorgente del proprio accrescimento. Pone se stesso come sorgente del denaro ricavato per il quale fa lavorare i suoi salariati e misura il successo commerciale tramite il rapporto tra capitale investito e il surplus di denaro generato con esso, quindi nella produttività del capitale.

1. Il lavoro sotto il regime della proprietà altrui

Quando gli operai arrivano presto agli sgoccioli con il loro stipendio, ciò non è dovuto al fatto che il loro lavoro non abbia reso più di quanto hanno strettamente bisogno e che consumano abitualmente. I “negozi strapieni” di cui si vanta l’economia di mercato testimoniano con tutta evidenza il contrario; specie quelli le cui offerte non entrano quasi mai nella gamma dei prodotti che l’umanità salariata può permettersi; e tutto questo è solo una minima parte dell’abbondanza di prodotti utili che i membri attivi della società sono capaci di produrre. E non c’è da meravigliarsi. Se gli uomini impiegano il cervello e le loro forze in maniera razionale dividendosi il lavoro, allora non fabbricano solo mezzi di produzione e sostentamento, ma anche qualche progresso tecnico; e se lavorano su un livello tecnico ormai raggiunto, allora pure la fabbricazione di prodotti complessi è una questione di minuti di lavoro. Da questo punto di vista, per gli operai di oggi, arricchire se stessi, oltre a quelli che sono impossibilitati a lavorare, di oggetti d’uso di ogni genere, non presenterebbe nessun problema, e non costerebbe neanche troppa fatica – se si trattasse di questo.

Che la questione si risolva in maniera mirata e del tutto diversa è dovuto alle pretese sociali e ai diritti vigenti ai quali il lavoro salariato è soggetto. Nell’economia di mercato vige da una parte che il lavoro umano incorporato nel prodotto costituisce la proprietà di esso, cioè “crea“ un valore monetario spettante al produttore – e dall’altra parte vige che il valore della merce prodotta dal lavoro salariato a priori non appartiene a coloro che svolgono questo lavoro ma all’imprenditore che paga il salario.1) Perché col salario acquista il diritto di disporre dell’impiego del suo personale e con ciò anche della proprietà dei beni prodotti da esso.

Il potere, gli imprenditori ce l’hanno perché i mezzi di produzione di cui necessita un moderna produzione di merci appartengono a loro; di conseguenza, anche l’organizzazione del processo produttivo, all’interno del quale i singoli lavoratori devono svolgere le loro funzioni parziali, è di loro esclusiva competenza. I ʻdipendentiʼ – giustamente così detti – non possono prendere nessuna iniziativa autonoma; al di là della loro forza e disponibilità a lavorare non hanno niente da offrire. Ciò che possono offrire al loro “datore di lavoro” è esattamente quella cosa che importa in questo modo di produzione, cioè la capacità di “creare” nuova proprietà privata in termini di soldi; ma questa capacità non vale niente finché non è messa in pratica – ma non appena attuata non appartiene più a loro ma all’azienda. In pratica, naturalmente, i lavoratori continuano a portare la loro forza di lavoro e il loro tempo vitale nel processo produttivo – cose che non si possono scindere come un pezzo di proprietà di cui il proprietario dispone liberamente. Tutto ciò che succede nell’azienda capitalistica è sempre la loro attività, anche se avviene sotto il comando dell’imprenditore. Pure su questo però si applica, nell’economia di mercato, la categoria giuridica della proprietà. E questa categoria giustifica la separabilità formale del lavoro dal soggetto che lo esegue. L’attività stessa che crea soldi diventa alienabile passando legalmente alla proprietà dell’imprenditore che lo incorpora nel suo processo produttivo pagando un salario. Con ciò è deciso di chi è la proprietà cui il lavoro dà origine.

Il fatto che il lavoro, appena ha luogo, non è più da attribuire a coloro che dispiegano intelligenza, forza e tempo per produrre cose utili sortisce effetti determinanti nel processo produttivo organizzato in maniera capitalistica. La base del lavoro salariato, cioè il fatto che i mezzi di produzione siano di proprietà privata di un imprenditore, fa sì che il nesso funzionale tra i lavori parziali e l’uso razionale di macchinari e apparecchi – quindi proprio la natura non privata del lavoro senza la quale non sarebbe produttivo – non si trova in mano ai lavoratori, ma entra nella discrezionalità esclusiva dell’imprenditore. Spetta a lui e al potere della sua proprietà assegnare ai singoli il posto nell’insieme del processo lavorativo collettivo e la relativo funzione di manovrare i mezzi tecnici della produzione. In pratica stacca l’esecuzione del lavoro dalla sua produttività materiale; il macchinario, che sostituisce il lavoro umano moltiplicando l’efficacia, e la cooperazione del personale, che mette e mantiene in moto il processo produttivo, questi due elementi sono, nelle mani dell’imprenditore, lo strumento per ridurre l’attività del personale a quella misura che sortisce il desiderato effetto per la proprietà di creare non valore d’uso ma valore monetario: riduce l’attività a lavoro astratto e precisamente a un massimo di operosità, di prestazione nel senso primitivo di “servizio pro tempore”.2)

Il lavoro è produttivo in senso materiale perché gli uomini cooperano maneggiando strumenti idonei. Resta così anche nel capitalismo. Solo che qui la produttività sociale del lavoro esiste come proprietà privata dell’imprenditore, non solo separata dai soggetti operosi, ma come strumento di comando sulla loro attività in conformità con il conto spese e rendite della proprietà capitalistica.

2. L’apprezzamento molto relativo e l’utilizzo estremamente esigente del lavoro da parte del datore di lavoro

Quando le imprese capitalistiche accrescono la loro proprietà, approfittano della produttività del lavoro. Ma lo fanno in modo da riconoscere come prestazione produttiva solo ciò che produce degli effetti sulla loro proprietà. E questa prestazione la attribuiscono a se stessi, perché la attribuiscono al capitale impiegato. Non tanto sul piano ideologico, perché i dirigenti d’impresa ben istruiti nelle faccende del management sanno quanto sia importante lodare la produttività dei propri “collaboratori”, quanto sul piano pratico: quello che la produttività del lavoro rende, si realizza nel bilancio del capitale.

In questo bilancio alla voce ʻoneriʼ non si trova alcun accenno alla prestazione che gli impiegati devono dare. Infatti, nella logica autorevole dell’economia di mercato il dispendio di capitale è a carico esclusivamente dell’impresa: l’immissione di soldi che la ditta deve apprestare affinché via sia produzione. Si tratta di due grandi spese.

Una spesa riguarda “i posti di lavoro”: l’equipaggiare l’azienda con il macchinario, il procurare di materie prime, energia e tutto ciò che serve per poter produrre e vendere la merce. Quello che si spende in questo campo annullerà la sua specifica qualità materiale nel processo produttivo, viene assorbito, logorato, trasformato – insomma: consumato in un modo o nell’altro. Ma proprio la “caratteristica” con la quale i mezzi di produzione entrano a far parte nella contabilità della ditta, cioè il loro valore quantificato nel prezzo d’acquisto, non si logora e non cambia minimamente. Questa spesa riappare, dopo essere stata estrapolata per ogni singolo prodotto, nel prezzo calcolato della merce finita. Sì che l’imprenditore deve tuttavia realizzare questo prezzo per ritrovarsi i soldi investiti in tasca; della sua proprietà però non perde mai nulla, né per, né durante il processo di produzione. Il fatto che tutto ciò gli appartiene, rimane inalterato.

Con le sue altre spese aziendali – i salari – l’imprenditore crea, da parte sua, proprietà nelle mani altrui; e quando è dell’umore giusto, spaccia tutto ciò in tutta serietà come atto di grande generosità, cosa che ai suoi occhi non viene mai apprezzato abbastanza. In cambio però ottiene niente di meno che il comando sulla forza lavoro del suo personale, in modo che possa decidere liberamente sul suo impiego produttivo. È la paga stessa a funzionare come mezzo di comando, un fatto economico che scompare ovviamente completamente dietro la forma di un rapporto contrattuale giuridicamente impeccabile, dietro lo scambio denaro contro prestazione lavorativa. Lo stipendio per la forza lavoro disponibile viene elargito, guarda caso, come prezzo di lavoro, per ore di lavoro prestate, oppure, ancora più strettamente legato alle finalità della paga, conformemente a scadenze rispettate, non rispettate o superate per il disbrigo di determinati compiti o addirittura di intere fasi di produzione. Su questa forma di retribuzione dei lavoratori si basa – non solo sul piano legale e pratico, ma anche sul piano ideologico – l’apparenza che gli operai siano pagati il giusto, ottenendo esattamente la parte che il loro lavoro contribuisce al prodotto ovvero il suo valore – nel calcolo capitalistico la stessa cosa –; e per questo verrebbe retribuito il loro valore.

Se fosse questa la verità, i bilanci capitalistici non tornerebbero. Che cosa rimarrebbe al proprietario se il lavoro fosse pagato con la proprietà privata che quest’ultimo ha prodotto?! Ma anche se non si trattasse di tutta la nuova proprietà creata, come si distinguerebbe la prestazione del lavoro in termini di “aliquota” dal fatto che “l’altra aliquota” viene formata dai mezzi di produzione in mano al proprietario?! Nessun capitalista ha mai fatto un calcolo del genere; altrimenti non avrebbe iniziato la sua impresa.

In realtà, la cosa e il calcolo funzionano in modo ben diverso. Quello che viene dichiarato e pagato come prezzo di lavoro è – cosa che peraltro tutti sanno e che ogni negoziazione tariffaria dimostra – determinato da nient’altro che dalla controversia tra le due parti contraenti con i loro contrastanti interessi pecuniari riguardo a questo prezzo. Per gli uni la paga deve fungere da fonte di reddito, per gli altri deve garantire la redditività del lavoro. Che cosa risulta da questa lite come “adeguato” prezzo del lavoro, non si conteggia con nessuna calcolatrice. È semplicemente una questione di potere. Anche i calcoli presentati di solito dai sindacalisti, secondo i quali il lavoro è diventato ancora una volta più produttivo e per cui si merita ”conformemente” una retribuzione più alta, hanno un peso solo nella misura in cui gli operai esercitano una pressione reale sui datori di lavoro. Una pressione che tra l’altro non è mai tanto forte, quando viene legittimata da un calcolo del genere, perché riconosce esplicitamente l’interesse dell’altra parte al profitto; sostiene che la retribuzione è conciliabile con l’interesse al profitto. Con questo calcolo gli operai e i sindacati, quando lottano per il loro salario, smorzano già da parte loro l’antagonismo che dovrebbero invece assumere come punto di partenza.

Come prezzo del lavoro prestato vengono considerati i salari negoziati, perché anche in questo caso la forma giuridica del contratto stipulato tra due parti formalmente equivalenti riguardo a prestazione e controprestazione definisce lo Stato di cose – ma anche perché gli imprenditori calcolano proprio in questo modo, cioè convertono le paghe nel costo del prodotto, facendole riapparire nel prezzo stimato di quest’ultimo, proprio come fanno con i costi per i mezzi di produzione e cioè con la proprietà impegnata dall’azienda. Calcolano i costi salariali come una parte del prezzo che il mercato gli deve remunerare; e con la presunta evidenza di questo calcolo contabilizzano la loro spesa di denaro per il “fattore lavoro” come una fonte del loro incremento di ricchezza, accanto alla seconda fonte che è la loro spesa per il “fattore capitale”, spesa che considerano ugualmente come onere nonostante il fatto che in questo caso non danno via niente della loro proprietà, ma trasformano una parte del loro patrimonio in mezzi produttivi.

Da questo modo di fare i calcoli, non solo assolutamente legittimo ma addirittura dovuto, consegue un effetto ideologico ed alcuni fondamentali effetti pratici. Nella visuale dell’economia di mercato si parte dal presupposto che esiste un salario giusto e cioè la somma equivalente al contributo che il lavoratore ha dato per arrivare al prezzo di vendita dei prodotti della azienda; per calcolare questo contributo ci si basa sui costi del lavoro per unità di prodotto. Il salario contrattato di volta in volta viene giustificato banalmente con l’esatto contrario di quello che l’imprenditore mette in atto. E se un imprenditore licenzia i suoi operai, perché non vende più i suoi prodotti con profitto, allora questo è la prova innegabile che la spesa per il lavoro era più alta del reale contributo di quest’ultimo al valore realizzabile del prodotto.3)

Nella pratica questo marchingegno di misurare e pagare il salario rispetto alla quantità di lavoro eseguito – e quindi per principio in termini di tempo e all’occorrenza anche in termini di densità di rendimento – rappresenta l’esatto contrario di una suddivisione netta tra fatica e ricavato fra gli esecutori e i datori di lavoro cioè assicura proprio quel comando utile all’azienda che si smentisce tramite la forma del pagamento salariale. Somministrato come prezzo di lavoro, il salario induce la coercizione continua delle persone impiegate a soddisfare le aspettative che l’azienda avanza in modo del tutto unilaterale e calcolate unicamente in base alle sue esigenze imprenditoriali. Il salario impone alle persone l’interesse di guadagnarsi (ovvero di meritarsi) questo prezzo, ora per ora, e dando la prestazione richiesta. Elimina così l’ostacolo per l’uso produttivo del lavoro, che consiste nel fatto che ciò di cui l’impresa si appropria è comunque l’attività di soggetti estranei, e garantisce che la manodopera, partendo dal proprio interesse e cioè dall’interesse alla paga, si sottometta alle pretese dell’impresa riguardo alla durata e l’intensità del lavoro. Anche la flessibilità, lo straordinario, il lavoro notturno e il lavoro a turno e anche l’accettazione di condizioni di lavoro molto nocive alla salute possono essere rivendicati in questa maniera senza problemi; e qui esiste una regola molto utile per l’imprenditore: più basso è lo stipendio, più facilmente il lavoratore acconsente. In questo modo del tutto umano, e cioè nella forma di ricatto che usa la volontà dei lavoratori, l’impresa capitalistica si appropria, fino all’ultima ora, e fino all’ultimo impiego utile per l’azienda, della produttività del lavoro.

Il prodotto generato entra nel conto economico dell’azienda come ʻricavoʼ: come pura somma del valore. Questa astrazione ha il suo lato pratico nell’economia di mercato. Se la si usasse, in base alla divisione del lavoro, per misurare il contributo alla soddisfazione del suddetto rapporto del fabbisogno dell’intera società, sarebbe del tutto inutile. Ma nell’economia è pratica perché sintetizza in modo logico e definitivo l’unica cosa che conta nel lavoro, permettendo così di paragonarla alla voce ʻspesaʼ. Questo paragone è decisivo per capire se l’azienda “ha fatto i soldi” – cosa che non è solo un’espressione colloquiale per il successo aziendale, ma che descrive il fatto in modo preciso. Il prodotto di cui si tratta è, quantificato in soldi, l’eccedenza di ricavo sulla spesa, il profitto in relazione alla somma di denaro impiegata – una relazione che rende l’impiego di capitale redditizio. La vera fonte del patrimonio monetario appena creato, il lavoro, rimane del tutto celato in questo calcolo. Al posto del lavoro appare qui la sua retribuzione, il costo impiegato per lavoro, accanto e insieme alle spese per i mezzi di lavoro, e appare in questo calcolo come grandezza di riferimento e come origine di quella parte del valore del prodotto che deve essere impiegata in maniera giusta dall’imprenditore. Quella parte del valore del prodotto aumenta come profitto il patrimonio dell’azienda: quindi, nell’atto di produrre, tutto ruota attorno a questo profitto.4)

La forza produttiva del lavoro ottiene con ciò un contenuto molto definito, e questo contenuto è allo stesso tempo criterio per misurare se il lavoro è stato in genere produttivo o se è stato non-produttivo, nonostante tutti i prodotti che ha creato. Non basta che crei proprietà in generale al servizio del suo acquirente e quindi per il suo soggetto giuridico. Produttivo è il lavoro soltanto se e quando è redditizio. Il suo prezzo deve stare in una relazione conveniente al suo effetto e non solo. Questa relazione, e quindi il fatto che crei un plusvalore patrimoniale rispetto a quello che costa il suo impiego, misurato in denaro e realizzato in questa forma sul mercato, deve stare per l’azienda in una proporzione soddisfacente alla grandezza del capitale complessivo che il lavoro mette in movimento. O si afferma come fonte non solo di profitto in generale, ma di una adeguata rendita in relazione al capitale totale, o non ha nessun valore. In questo contesto però non è dato che il lavoro possa di per sé garantire il risultato richiesto senza compromesso e senza condizione. Non può creare di più che un prodotto, il quale, fosse pianificato per questo scopo, potrebbe essere per saldo un contributo utile all’approvvigionamento della collettività. La questione se il prodotto abbia anche un valore che arricchisca l’impresa è tutt’altra cosa. Quanto denaro si riesce a guadagnare con questo prodotto, non si decide nel mondo del lavoro, ma sul mercato dove l’azienda offre il suo prodotto. E se il ricavato rende proficuo l’impiego del capitale si decide in base alla spesa di capitale dei datori di lavoro e le loro pretese di rendita. Il rapporto tra prezzo ed effetto del lavoro si deve affermare in confronto al ricavato che rende in media l’investimento di capitale, in un paragonabile ordine di grandezza. Il criterio per l’impiego del lavoro è la produttività del capitale.

Per garantire che quest’ultima sia giusta, gli imprenditori fanno delle grandi cose con il lavoro comprato. L’appropriazione della produttività caratteristica del lavoro da parte della proprietà privata impiegata in modo imprenditoriale è solo l’inizio – della carriera del lavoro da fonte di tutta la ricchezza dell’economia di mercato a mezzo della crescita capitalistica.

1Non è solo una casualità storica che la produzione di beni utili per il “mercato” dominante dappertutto, cioè al fine del valore monetario, vada di pari passo con la strumentalizzazione del lavoro produttivo da parte dei proprietari capitalisti. Che i beni di consumo e i generi di necessità sono prodotti per essere venduti procacciando al venditore accesso ai prodotti del lavoro altrui, ha il suo fondamento oggettivo in una relazione contraddittoria. Da una parte, qualsiasi produzione di beni è finalizzata a ben più del bisogno individuale del singolo produttore e viene svolta secondo la logica della divisione del lavoro e con mezzi di produzione più potenti del semplice strumento, cioè in processi produttivi quasi completamente automatizzati all’interno dei quali i singoli lavoratori adempiono alle funzioni particolari. Dall’altra parte esiste tutto ciò, sia la cooperazione di collettivi di lavoratori sia l’uso di mezzi di produzione che sono il risultato d’innovazione tecnica, pianificazione, lavoro di costruzione collettivo, in breve, tutte conquiste sociali, solo perché avviene sotto la regia di un potente soggetto privato, l’impresa capitalistica; e funge come il suo mezzo per la produzione non di beni per il bisogno sociale ma di merci per la fornitura dei mercati nei quali non conta altro che il potere privato dei soldi. La produttività del lavoro generata socialmente che supera notevolmente la portata di ogni forza lavorativa individuale deve la sua attuazione esclusivamente alla proprietà privata di un imprenditore, quale strumento della proprietà privata il cui titolare impiega il lavoro altrui come se fosse il proprio. Questo è il motivo per cui del lavoro svolto nell’economia di mercato conta una sola cosa: crea merce commerciabile, proprietà in termini di denaro. In breve: “l’economia di mercato” si dà solo nelle condizioni di sfruttamento.

2Ciò che conta rispetto a questo peculiare raddoppiamento del lavoro in attività produttiva del personale e processo generativo di valore che è dell’azienda, non è, del resto, un segreto per i soggetti interessati: ogni operaio conosce il suo lavoro come job al quale, in fin dei conti, non lo lega nient’altro che la decisione dell’azienda di assegnargli proprio quel posto, di attrezzare questo posto conformemente al calcolo dell’azienda tra spese e rendita e di pagare uno stipendio. L’avveniristico colpo di genio del management di “coinvolgere” i lavoratori nella “formazione” del “loro” posto di lavoro non ribalta questa relazione, ma reagisce alla limitatezza tangibile del lavoro invitando l’appendice vivente e pensante del processo produttivo a impegnarsi per le condizioni del proprio funzionamento.

3Neanche le scienze economiche borghesi hanno mai spiegato quale prezzo pagherebbe il valore del lavoro. Nonostante ciò diffondono ferme e disinvolte l’ideologia che con lo stipendio venga pagato esattamente quello che il lavoro avrebbe contribuito – a differenza dell’altro “fattore produttivo”, il capitale, – al valore del prodotto, appellandosi, con la dialettica disarmante che caratterizza questa scienza, al risultato: quale contributo hanno dato gli uni e gli altri lo si capisce semplicemente guardando che parte del ricavato complessivo hanno ricevuto gli operai e che parte si sono tenuta gli imprenditori. La prova è che altrimenti non lo avrebbero ricevuto!

 Questa “teoria” del “costo dei fattori” diventa plausibile proprio per via dell’altra parte del suddetto rapporto, quella tecnica, che riguarda il valore d’uso in causa: senza “capitale”, nel senso del patrimonio aziendale materiale composto dai macchinari e il materiale da lavoro, che viene adoperato dagli operai, questi sarebbero tanto improduttivi quanto lo è lo stesso “capitale” se il personale non lo usa. Per la produzione di cose utili sono indispensabili in ugual misura sia prodotti naturali in forma grezza o elaborata e strumenti che rispetto all’applicazione tecnologica contengono un bagaglio d’esperienza e parecchia scienza, sia le abilità umane e il loro impiego.

 Un analisi di questo rapporto non porterebbe mai all’idea di voler suddividere i contributi omogenei, solo quantitativamente distinti, di due fattori del prodotto complessivo e ancor meno di dare una cifra a questi contributi. Quest’ultimo atteggiamento deriva dal sistema di calcolo dell’economia di mercato che usa mettere in conto tutto quel che occorre per produrre una merce in base al suo prezzo, e quindi come entità omogenea, distinta solo in modo quantitativo. Entità che sono oggettivamente incommensurabili vengono sussunte sotto le categorie della proprietà, e così diventano omogenee entità pecuniarie. Ma anche partendo da questo punto di vista, è ancor meno giustificato parlare di una suddivisione oggettivamente necessaria del ricavato monetario su lavoro e capitale come due fattori equivalenti. Che il prodotto conti come valore patrimoniale ha la sua base giuridica nel fatto che è il risultato di un attività produttiva di un soggetto giuridico; e quindi l’intero valore della merce è un prodotto del lavoro umano. Visto che questo lavoro viene pagato dall’impresa e quindi le appartiene, di conseguenza anche tutto il valore della merce è proprietà dell’impresa; ai lavoratori non appartiene nulla di tutto ciò; cosa spetta loro sia sul piano materiale che giuridico è il salario contrattato. Pagandolo l’impresa si appropria dell’intera prestazione lavorativa, creatrice di proprietà.

 Il concetto del costo dei fattori si deve all’idea di una giustizia automatica riguardo alla suddivisione della ricchezza, alla creazione della quale i proprietari del denaro e i non-proprietari contribuiscono in maniera tanto disuguale quanto differente è il beneficio che ne traggono. È il bisogno ideologico che garantisce la durevolezza di questa concezione del mondo.

Nell’interesse di dare un senso più profondo a questo rapporto le scienze economiche hanno scoperto la possibilità di attribuire ai datori di capitale e a quelli che “ricevono il lavoro” una prestazione equivalente che sarebbe già insita nel prezzo del prodotto o, dall’altra parte, che potrebbe essere pagato da questo prezzo: entrambi i contraenti rinunciano per un certo periodo ad una parte della loro proprietà – gli uni al loro diritto di disporre del loro tempo e gli altri alla libertà di usare la loro proprietà per scopi diversi. La rinuncia sarebbe quindi, in due vesti diverse, la fonte della ricchezza dell’economia di mercato; e che cosa ottiene ciascuna delle parti dipende da quanto dura sia per ciascuna questa rinuncia. La prova: se il compenso non equivalesse alla rinuncia, ognuno di loro si sarebbe tenuto ciò che ha …

4Questo modo di calcolare contiene una contraddizione che porta nella concorrenza delle imprese ad una conseguenza molto decisiva: nel mondo dell’economia di mercato in cui si lavora per guadagnare soldi, nel quale quindi il lavoro funge come fonte di proprietà, non si arriva mai al punto in cui si è lavorato abbastanza. Ma nello stesso mondo dell’economia di mercato, nel quale il lavoro viene impiegato dai datori di lavoro come fonte di proprietà e il suo effetto corrispondente viene messo in relazione alla spesa di costi necessari per ottenere questo effetto, la spesa deve essere ridotta il più possibile; per chi punta all’eccedenza è quindi indispensabile fare massima parsimonia con l’impiego del lavoro pagato. Come si sviluppi questa contraddizione e le sue conseguenze è il tema del seguente capitolo III.

III. Il ruolo del progresso tecnico nell’economia di mercato – ovvero: la produttività del lavoro come arma nella concor-renza fra le imprese per la rendita.

Con i prodotti del lavoro che fanno eseguire, gli imprenditori capitalistici devono imporsi “sul mercato”, cioè vincere la concorrenza contro i loro pari per appropriarsi della liquidità della società. Ne va del “rifornimento” della “società consumistica”; inversamente è il successo commerciale a decidere quale tipo di produzione era socialmente necessaria.

Il criterio di questo successo – che di conseguenza regola i mezzi di sussistenza che l’economia di mercato concede ai diversi attori – è il rendimento del capitale investito. Per aumentare quest’ultimo gli imprenditori puntano al rapporto tra prezzo ed efficacia del lavoro. Abbassano i salari. Aumentano la produttività tecnica del lavoro utilizzato affinché i costi si distribuiscano su una maggiore quantità di prodotti vendibili facendo scendere cosi il costo di lavoro per unità di prodotto ovvero il costo di manodopera e con ciò il costo totale della produzione del bene. E questo costo deve scendere più di quanto costa l’innovazione tecnica riferita alla stessa unità del prodotto; altrimenti il risparmio dei costi salariali non sarebbe conveniente. I costi di produzione ridotti in questa maniera rendono l’impresa capace di combattere con prezzi più bassi – rispettivamente più merce o merce migliore per la stessa somma – per ottenere maggiori quote di mercato, al fine di attirare all’azienda più produzione socialmente necessaria perché è risultata remunerativa tramite la vendita. Ovviamente, l’azienda rinuncia – tendenzialmente – al vantaggio di una maggiore quota d’utile ricavato dal prodotto a favore della quantità maggiorata di merce venduta. Questo vantaggio scompare appena i concorrenti riescono a realizzare gli stessi progressi; e il prezzo concorrenziale teso alla conquista del mercato s’impone come nuovo prezzo di mercato che vale per tutti. In fin dei conti succede che, a un livello decrescente di prezzi, sempre meno lavoro eseguito in posti di lavoro sempre più cari realizza un profitto che deve giustificare il crescente investimento di capitale. Perciò la lotta per l’abbattimento dei costi del lavoro e per il potenziamento dell’efficacia del lavoro non finisce mai: ogni successo raggiunto è un punto di partenza per un nuovo giro della competizione.

Gli imprenditori scaricano il problema sui dipendenti. Continuamente, una parte di loro è considerata in esubero e deve mettersi alla ricerca di un nuovo reddito. All’altra parte non è risparmiato nessun quantum di fatica, tramite il progresso tecnico che “risparmia lavoro”. I fortunati che continuano a essere sul libro paga sono resi responsabili, da parte del datore di lavoro, affinché i suoi investimenti nei posti di lavoro “sicuri” gli diano un tornaconto, prima che anche il loro numero, in virtù della prossima “razionalizzazione”, sarà corretto verso il basso.

  1. La società vive di e per la concorrenza dei capitali per la propria solvibilità

Per tutto ciò che combinano col lavoro e con i lavoratori, i datori di lavoro si appellano alla concorrenza e alle sue pressioni. E qui è in gioco una sostanziale ipocrisia: come chiunque disputi una gara, anche gli imprenditori condividono l’obiettivo intorno al quale si aggira la loro “competizione” – dopotutto non competono per il gran premio nello sgravio e l’arricchimento dei loro “collaboratori” o per il programma migliore nella soddisfazione pianificata di tutti i bisogni. Quando assillano il personale nell’interesse della competitività, non sono certo costretti a fare una cosa che in fondo non gli va a genio o che cozzerebbe con il loro personale interesse economico. Se sono soggetti al proprio interesse come a una costrizione oggettiva alla quale devono ubbidire, pena la loro rovina, questo dimostra solo che non è in ballo alcun punto di vista che devia dai loro obbiettivi economici. Con l’appello alle ineludibili costrizioni della concorrenza si appellano a nient’altro che alla validità generale ed esclusiva del proprio interesse alla crescita di capitale che contraddistingue l’economia di mercato.

Forse ancora più rivelatore della loro ipocrisia, però, è la verità che i protagonisti della concorrenza ammettono con la loro giustificazione generale: appena fanno ciò cui la proprietà li abilita, cioè far lavorare e accrescere il loro patrimonio, lo fanno l’uno contro l’altro. Lì dove comandano loro sulla produttività del lavoro, i risultati non si sommano a una gran bella quantità di ricchezza; anzi, il successo affaristico di un capitalista va a scapito di quello dell’altro. Il potere esclusivo della proprietà, infatti, non va solo contro chi non ne ha e che perciò deve mettere le sue forze a disposizione, in cambio di un piccolo compenso. In quanto potere privato di promuovere la propria crescita, la proprietà, attivata secondo la logica capitalistica, punta in maniera esclusiva a quella condizione della crescita di cui tutti i produttori di merce hanno bisogno in ugual misura.

Questa condizione è il denaro che si trova nella società: la ricchezza nella sua forma astratta e privata, obbligatoria per tutta la società. Nella sua forma di equivalente generale, non è possibile produrre proprietà all’interno dell’impresa. Il denaro si può solo guadagnare sul mercato con le merci. Solo con la vendita realizzata si decide se e in quale misura tutta la produzione di merci valeva la pena, cioè se con il denaro guadagnato viene accresciuta la proprietà. E qui i capitalisti si sono d’ostacolo reciprocamente. Per quest’ultimo passo decisivo vogliono e hanno bisogno della stessa cosa: la liquidità della società.

Ciò non porta solo a una mutua esclusione lì dove diverse imprese offrono la stessa merce. Dove si produce per soldi, dove inversamente il denaro in quantità limitata rappresenta la possibilità di accesso a tutti i beni e consumi, tutto è commensurabile. Le cose più disparate diventano alternative e ogni produttore di merci contende, con la sua offerta, la liquidità sociale a tutti gli altri. Appena uno consegue un certo successo in un determinato settore battendo la concorrenza, può essere sicuro che non passa molto tempo e i suoi colleghi, intenti continuamente a ricercare la rendita migliore, scoprono il suo ramo d’affari, lo riempiono con offerte a buon mercato rovinandogli il suo straordinario saggio di profitto. La liquidità stessa, l’oggetto della concorrenza, è l’opera delle imprese che se la contendono1 e logicamente, per via della dimensione che ha, la maggior parte della clientela la esaurisce troppo presto. Quanto può spendere la maggior parte dei consumatori finali, viene deciso dal salario. Questa parte della liquidità sociale, tutti gli imprenditori la limitano il più possibile. Pagano quello che, a secondo delle circostanze, risulta necessario per ricavare il più possibile dal lavoro pagato e per fare soldi. Più gli riesce, più liquidità è a disposizione per investimenti e per i bisogni dei “benestanti”. Questa clientela però può avanzare pretese in merito al rapporto qualità-prezzo calibrando corrispettivamente la sua disponibilità a pagare. E ciò che lo Stato attrae a sé per pagare il proprio personale e per comprare, come grossista dell’economia, ciò di cui il potere supremo ha bisogno, assicura sì a tanti produttori il fatturato e la crescita, diminuendo però tutti i redditi che sta tassando. L’economia del fare soldi è un agone d’interessi contrastanti che mirano tutti alla stessa cosa – e proprio questo genera tutto il nesso materiale della società commerciale d’impianto liberale. Ciò che è prodotto e ciò che non è prodotto, i bisogni soddisfatti e quelli trascurati, quelli stimolati e altri invece addirittura inventati, con che beni d’uso e di che qualità l’umanità differenziata per reddito può e deve fare i conti, tutto ciò dipende completamente dal calcolo che i concorrenti fanno con la liquidità che sperano di guadagnare con la loro merce, dai successi che conseguono nella concorrenza fra di loro e dalla crescita del patrimonio pecuniario che riescono a realizzare in questa maniera.2

Infatti, cosi funzionano i “condizionamenti della concorrenza” ai quali preferiscono appellarsi i liberi imprenditori. E questi condizionamenti non sono una vergogna per la comunità libera che vi si sottomette. Meschinità e conseguenze folli della concorrenza per i soldi sono un banco di prova per gli artefici. Chi fallisce come imprenditore, si squalifica come incapace e si sente tacciato di cattiva gestione e cose peggiori. Inversamente, il successo nobilita il vincente come esperto e fuoriclasse, secondo la stessa logica. In verità, vincenti e perdenti fanno la stessa identica cosa quando perseguono il successo nel fare soldi sul mercato. E lo fanno lì, dove sono i padroni della faccenda: nell’azienda, con la loro proprietà e il loro comando sul lavoro.

  1. L’arma decisiva nella concorrenza tra le imprese: rendere superflui i salari e i salariati attraverso l’avanzamento tecnico della forza produttiva del lavoro.

Quando gli imprenditori capitalistici vogliono trasformare il loro prodotto in denaro, incappano – come risultato della concorrenza già avvenuta – nel prezzo di mercato al quale la merce in questione è generalmente offerta. Da questo prezzo dipende quanto riescono a guadagnare, dati i loro costi di produzione. Sul banco di prova finisce quindi il prezzo che loro calcolano per l’unità di merce. Perché è dalla differenza tra costi di produzione e il ricavato della vendita che consegue il profitto, il fine di tutto. E i primi sono quel quantum su cui possono incidere con la gestione dell’azienda.

Una cosa è chiara: con un bel margine di profitto a unità di prodotto, l’obiettivo dell’impresa non è da considerarsi raggiunto. Soltanto la somma del fatturato aggiunge al saggio di profitto la massa di profitto, quindi non può mai essere sufficientemente grande. Questa esigenza, principalmente illimitata, di vendere ha, vista nel suo insieme, il suo limite nella somma di denaro che si trova in possesso della clientela e che per di più serve a quest’ultima per diversi consumi. Questo limite però non riguarda direttamente il produttore di merce che vuole trasformare più prodotti possibili in denaro. Immediatamente si interpongono altri produttori di merce che da parte loro s’impadroniscono della liquidità del pubblico – ogni imprenditore abile calcola cosi – contendendogli le possibili vendite e i relativi profitti. Per eliminare questo impiccio, per conquistare fette di mercato altrui, c’è – la pubblicità, la corruzione e altre forme del “market-making” e della commercializzazione già inclusi – in fin dei conti solo un metodo: battere i concorrenti sul prezzo.3 Che questo stride con lo scopo di aumentare i profitti, è ovvio: margine di profitto e quantità di profitto cozzano l’una con l’altra. I conti tornano solo se si riesce a diminuire i costi produttivi nella propria azienda in misura cosi decisiva che gli sconti sul prezzo di vendita non cancellano l’utile a unità di prodotto. Di conseguenza, tutti gli sforzi dei produttori capitalistici mirano a ridurre i costi di produzione per le merci da vendere.

Qui tutte le voci del calcolo di spesa finiscono sotto torchio. Ricatti sui prezzi ai fornitori, per esempio, fanno parte della normale condotta dei gruppi industriali negli affari quotidiani. Tocca ai fornitori poi vedere come riescono a salvare il loro margine di profitto, visti i prezzi di vendita abbassati; cosa che spinge di nuovo a ridurre i costi interni ed esporre i rispettivi partner a pressione ricattatoria. Attenzione e trattamento particolari sono riservati sempre e dappertutto a un grande fattore dei costi: la spesa di denaro per il lavoro. E questo per buone ragioni, perché offre due essenziali punti di attacco.

Da una parte ci sono i salari pagati ai dipendenti nella loro quantità assoluta. È vero che ci sono contratti collettivi che vincolano la concorrenza dei datori di lavoro per la retribuzione più bassa entro un quadro generale; però già la pluralità di categorie di salariati solitamente specificate nei contratti offre l’appiglio per abbassare il livello salariale interno raggruppando l’organico con astuzia. Il consenso da parte dei rappresentanti dei lavoratori si ottiene, nei casi in cui è necessario, in linea di massima sempre e secondo la congiuntura con facilità. All’occorrenza è possibile strapparlo anche per l’elusione e l’inottemperanza delle norme tariffarie. In “tempi bui”, i rappresentanti dei lavoratori che si sentono in obbligo verso la ragione di mercato sono anche disposti a concordare perdite di stipendio, a lasciare alla discrezione della ditta se elargire immediatamente o meno parti del salario, a secondo le condizioni di bilancio etc. Altre occasioni di riduzione salariale offrono – con o senza il consenso del sindacato – forme di occupazione come quella interinale o parasubordinata co-co-co; basta ridefinire i dipendenti operatori autonomi scorporandoli dagli accordi collettivi di lavoro. Sono tutti accorgimenti che aiutano molto nella riduzione della componente salariale del prezzo di produzione, del costo unitario del lavoro per unità di prodotto. Questo rende il lavoro più produttivo, se si ragiona secondo la logica del mercato: in proporzione a ciò che l’imprenditore paga per esso, genera più prodotto.

La produttività di lavoro nel senso tecnico, il numero di prodotti per quantità di ore lavorate o l’efficacia materiale del lavoro rilevata diversamente dal numero dei prodotti, questa è l’altro punto d’attacco, ben più rimunerativo, nella lotta del capitale contro i costi del lavoro e per un ricavo maggiore. L’impiego di macchinari e apparecchi che svolgono funzioni finora eseguite dagli operai, sortisce per sé solo un effetto: il singolo prodotto è fabbricato con meno carico di lavoro, oppure con la stessa manodopera si producono più beni di consumo. L’interesse affaristico invece prende di mira e sortisce un altro effetto: se con la tecnica avanzata provvede a che un determinato numero di ore lavorative generi più prodotto commerciabile di prima, allora, dato il tempo di lavoro, punta alla sua spesa per il pagamento delle ore, giorni o settimane di lavoro svolto. Il fattore di produzione lavoro, reso più efficace, entra nel prezzo di produzione della merce come fattore di costo; l’aumento della produttività materiale del lavoro di cui ha ancora bisogno lo calcola come diminuzione dell’importo di denaro che deve pagare al suo organico per unità di merce; l’aumento del numero di prodotto pro unità di tempo lavorativo come diminuzione dei costi di lavoro per unità di prodotto – quindi come un riuscito ribasso dei salari. E qui sta tutto il senso e la finalità del progresso tecnico all’interno dell’azienda capitalistica che “risparmia lavoro”: in relazione al prodotto commerciabile rende il lavoro più a buon mercato. Con l’identico impiego di personale e tempo di lavoro, l’azienda può vendere non solo più prodotti, bensì ciascun prodotto con più profitto. Nel singolo prodotto c’è, grazie a una tecnologia migliorata, non solo meno lavoro, ma meno lavoro pagato, quindi un ricavato commerciale per l’azienda in maggiore proporzione. Però, questo bell’effetto utile ha un prezzo per l’impresa: il progresso costa; può essere che le spese per macchinari, impianti, automi e il loro esercizio, riferite al singolo prodotto, rendano più cara la produzione. Ma questo significa solo che la riduzione del costo salariale unitario deve compensare anche il rincaro del “costo di capitale” unitario – in sostanza nient’altro che l’anticipo che l’impresa deve effettuare comprando i mezzi utili. Per l’impresa, attrezzi che “risparmiano lavoro” non sono semplicemente tali, cioè strumenti sussidiari al fine di ridurre il lavoro e neanche una merce che vale quanto è costata, bensì investimenti i cui costi devono tornare incrementati, cioè aumentare il profitto – e così è, ma solo a condizione che i salari scendano di un importo più grande di questi costi. Questo dispendio d’investimenti è equivalente al pagamento dei salari. Entrambi i “fattori di costo” vengono confrontati in modo critico, però sono tutt’altro che della stessa natura: affinché i conti dell’azienda tornino, l’aumento della produttività del lavoro deve rendere il lavoro, riferito al singolo pezzo, più economico e la diminuzione deve essere più incisiva della corrispettiva spesa calcolata per gli attrezzi tecnici. La diminuzione della parte salariale dei costi di produzione deve giustificare l’anticipo investito; anche e soprattutto quando quest’ultimo, preso per sé, aumenta i costi di produzione. La loro diminuzione integrale è proprio il beneficio che l’impresa si prefigge di ottenere dall’accrescimento dell’output per unità di tempo lavorativo. Dal crescente output deve essere escluso, in misura sempre maggiore, chi contribuisce alla sua produzione; i diminuiti costi del lavoro per unità di prodotto quantificano la misura di questa esclusione.

Con l’incremento della produttività del lavoro, l’impresa capitalistica non procaccia solo più merci, ma più profitto per unità di merce. Procaccia quindi non solo una rendita maggiore, ma un’arma nella sua lotta concorrenziale per le quote di mercato che aggiungono al saggio di profitto anche la quantità di profitto di cui l’azienda ha bisogno per la sua crescita. Che più vendite coincidano con una riduzione del ricavato dalla vendita della singola merce, non è un effetto che dissolve l’ambito aumento della ricchezza del produttore, bensì parte della strategia concorrenziale dell’impresa che dilata la differenza tra prezzo di produzione e prezzo di vendita per battere gli altri produttori appropriandosi del profitto che questi ultimi avevano finora realizzato. Importante per un’azienda capitalistica non è tanto il ricavato dalla vendita della merce come tale, ma il profitto realizzabile con essa; per l’aumento di quest’ultimo impiega le tecniche “riduttive di lavoro”. Non è, però, che con ciò voglia tenersi stretto il surplus di ricavo; lo investe nella competizione per maggior ricavi dalla vendita di un numero crescente di prodotti.

Cosi, i produttori di merci si spingono reciprocamente nel circuito tra la tecnicamente impegnativa riduzione del lavoro per incrementare il saggio di profitto e la riduzione del saggio di profitto incrementato per massimizzare il volume di profitto o, in alte parole, per far sì che del carico di lavoro ridotto si svolga, in misura relativa e assoluta, sempre più nella propria azienda. Nei loro calcoli agiscono come se il profitto incrementato nascesse dal risparmio di lavoro salariato, quantificato in personale “sfoltito” e licenziamenti programmati. Del lavoro che continua a essere necessario e che deve essere pagato, non sono poi mai sazi e promettono quindi non solo “posti di lavoro sicuri”, ma continuano a utilizzare, all’occorrenza, i lavoratori in esubero, perché infine non è il lavoro soppresso che genera il loro utile, ma quello effettuato che rende i loro investimenti redditizi. In questa maniera costruttiva e produttiva, le aziende dell’economia di mercato fanno fronte alla sistemica contraddizione tra saggio e massa dell’arricchimento tramite il lavoro altrui – a scapito dei lavoratori, ovviamente: una loro parte finisce in esubero, grazie alle “razionalizzazioni” e le tecnologie “riduttive di lavoro”, e perde la fonte di reddito. L’altra parte può proseguire il servizio all’interno dell’azienda razionalizzata adattandosi alle nuove esigenze che sicuramente non gli risparmiano una cosa: il dispendio di tempo e fatica. Per tutti quelli che svolgono il lavoro reso più produttivo, questo rimane tanto improduttivo quanto prima, rendendogli solo quanto serve per le necessità vitali quantificate nel salario; gli altri, che finora campavano del salario per il loro lavoro meno produttivo, devono vedere come sbarcare il lunario.4

Certo, anche le imprese capitalistiche sono segnate dalla contraddizione tra riduzione redditizia del loro bisogno di lavoro salariato e la destinazione dei relativi successi nella concorrenza per un massimo di lavoro redditizio sotto la loro regia. Questa concorrenza produce comunque il risultato che qualche azienda è sì diventata più produttiva ma non più proficua, non trovando un mercato per la vendita delle sue merci prodotte con meno lavoro. Fallimenti di aziende mettono in netta evidenza che non per tutti i produttori, che competono con innovazioni riduttive di lavoro, c’è da guadagnare un rendimento netto aggiuntivo. Ogni competitore sopravvissuto desume da questo effetto, ovunque si realizzi, sempre la stessa cosa: il “condizionamento” di impegnarsi di nuovo nell’abbassamento del costo salariale unitario avviando il prossimo giro nella lotta per ottenere il massimo dal lavoro salariato o seguendo un altro se questi l’ha già avviato. Cosi, ad ogni giro, si spostano ulteriormente le condizioni di partenza riguardo a un aspetto, lamentato spesso da parte degli imprenditori: posti di lavoro proficui, dicono, costano sempre di più! Come no: quando si fa sempre di nuovo grande spesa al fine di ridurre i costi del lavoro, il che, appunto, deve non solo ripagare questa spesa ma renderla redditizia – che altro potrebbe venire fuori se non una crescita sproporzionata degli investimenti di fronte a quel poco di salario che rimane ancora da pagare per la ridotta quantità di lavoro? Sfruttare i lavoratori ai massimi livelli, non può che essere costoso – e proprio questo fa parte integrante dello strumentario della concorrenza capitalistica: la quantità di capitale crescente non è solo la – in ultima istanza decisiva – condizione del successo economico; ne viene fatto uso anche sistematicamente per far fuori i concorrenti sottocapitalizzati, scalzandoli dal mercato e, nel caso ideale, conquistandosi una “posizione dominante”.

Quando gli imprenditori fanno sapere al mondo quanti soldi gli costa un posto di lavoro proficuo, certo non vogliono informare il pubblico sui metodi e le conseguenze della concorrenza. La spesa di capitale con cui cercano di mandarsi al tappeto reciprocamente è da intendersi come straordinaria prestazione anticipata per i loro dipendenti; serve a giustificare una serie di pretese nei loro confronti che, secondo la logica della concorrenza, ne conseguono per forza. Con queste tecnologie riduttive di lavoro, le imprese tolgono dal libro paga una caterva di salariati, però gli operai ancora in attività, ora più produttiva, sono tenuti a considerare questo fatto una pacchia per se stessi e il loro reddito; insomma, il fatto che ancora non si trovino sulla lista degli esuberi, dovrebbe valergli un sacrificio sullo stipendio. Vanno da sé ulteriori occasioni per il personale a mostrare la propria gratitudine per le immense somme che l’azienda spende per l’impiego, fino a nuovo avviso. Primo, con gli impianti capitalistici in genere e con quelli costosi e efficaci a maggior ragione, si rimpiange ogni minuto che sono fermi: il loro non-utilizzo è, nell’ottica dell’economia aziendale, profitto sfumato. Secondo, cessazione di attività produttiva significa che il ritorno della spesa anticipata in forma di denaro e con ciò il riutilizzo del patrimonio aziendale per la continuazione e il potenziamento della produzione subisce un ritardo, registrato da qualsiasi imprenditore o aziendalista come perdita. Terzo, ogni investimento comporta il rischio che, ancora prima che la somma si sia “ammortizzata” nella misura desiderata, cioè tornata incrementata di un utile, la concorrenza – che non dorme mai – abbia fatto il prossimo passo avanti introducendo nuovi e più efficaci mezzi e metodi di produzione; in questo caso è possibile che l’uso dell’esistente apparato di produzione non valga più e che la spesa sia da contabilizzare come perdita. Cosi si accumulano i condizionamenti a mantenere in funzione i posti di lavoro razionalizzati continuamente; macchinari costosi richiedono i turni e il massimo rendimento, e quindi dall’organico una continua e intensa operosità. Per quanto riguarda l’allestimento dei posti di lavoro stessi, il risparmio di lavoro ai fini capitalistici include l’eliminazione di ogni vuoto e pausa nel processo lavorativo: dato che esiste la necessità di pagare l’attività umana, il datore di lavoro ha tutto il diritto di chiedere, in cambio del denaro pagato, un massimo di attività pro tempore, un rendimento nel senso stretto della parola; e con la proprietà dei mezzi di produzione possiede anche il potere di trasformare le sue pretese in realtà oggettiva. È vero che non è una questione tecnica quanto è da pagare per il lavoro, ma riguarda la valutazione del posto di lavoro; e i criteri valutativi si trovano nell’allestimento tecnico del posto di lavoro e nell’analisi dettagliata delle attinenti operazioni umane. Per questo motivo, le innovazioni offrono sempre l’occasione per ridurre i salari riclassificando i lavoratori: si impone sì a loro la responsabilità per l’equipment costoso e si chiede a loro un’abilità definita da macchinari moderni e sofisticati, ma questo non può essere motivo di rivendicazioni salariali, mentre una modificazione interpretabile come alleggerimento del lavoro giustifica il raggruppamento in fasce retributive più basse.

Se non si candida nessun altro è il capitale a rivoluzionare, nel suo interesse, continuamente il mondo del lavoro.

III Excursus sul legame tra forze produttive e rapporti di produzione nel capitalismo5

Nell’economia di mercato, l’aumento della produttività del lavoro tramite la tecnica e la cooperazione organizzata non è più il risultato di un’esperienza acquisita, di un ingegno individuale e di scoperte casuali; è promosso sistematicamente. È palesemente un’esigenza e una prestazione del modo di produzione medesimo. E permette, fatto unico nella storia, la produzione di ricchezza sociale generale – ricchezza non nel senso di un mucchio di cose belle, bensì nel senso della potenza della società di produrre tutto l’occorrente senza grandi fatiche, anzi, tendenzialmente con sempre minor lavoro; secondo una definizione che Marx cita nei suoi Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica: “Una nazione si può dire veramente ricca, quando invece di 12 si lavora solo 6 ore. Wealth … è tempo disponibile, fuori di quello usato nella produzione immediata, per ogni individuo e per tutta la società“ (3.4.10). O più precisamente, sempre nelle parole di Marx: “La ricchezza reale si manifesta invece — e questo è il segno della grande industria — nella enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia.” (3.4.10)

Il lavoro, reso produttivo in modo sistematico con mezzi tecnici, assorbe solo una parte esigua sia delle capacità degli uomini sia del tempo che devono dedicare a procacciarsi i beni di consumo; è quest’ultima cosa a rendere gli uomini liberi e ricchi in senso materiale: “il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.” (3.4.10) – le premesse affinché ciò avvenga, il modo capitalistico di produzione le ha prodotte con lo sviluppo di macchinari quasi automatici. Questa è la buona notizia.

La cattiva notizia invece è che nonostante lo sviluppo quasi esplosivo delle forze produttive del lavoro, diviso socialmente e attrezzato con macchinari tecnologicamente sempre più perfetti, non si può parlare di una diminuzione dell’orario di lavoro “usato nella produzione immediata” e di una limitazione qualitativa del loro utilizzo. Anzi, il loro utilizzo supera ogni ragionevole misura e addirittura il volume ereditato dai miserevoli rapporti storici di produzione: “Le macchine più sviluppate perciò costringono ora l’operaio a lavorare più a lungo di quanto faccia il selvaggio o di quanto egli stesso facesse con gli strumenti più semplici e più rozzi”. Da una parte, per il dipendente moderno vale: “[…] nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta — questa loro powerfull effectiveness — non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione.” (3.4.10) Dall’altra parte, lo stress e gli orari prolungati sono cose scontate per un posto di lavoro in linea con i tempi.

E questa è una contraddizione che merita di essere spiegata.

La ragione degli orari prolungati e dell’utilizzo intenso delle forze lavorative su posti di lavoro redditizi – per iniziare con questo lato della contraddizione – non sono, s’intende, “le macchine più sviluppate”, ma l’interesse del capitale che le forze lavoro lavorino con esse. Con l’ostinarsi a sostenere il tanto lavoro – elevato al titolo di “occupazione” e addirittura a primario obiettivo statale – l’imprenditoria dell’economia di mercato fa valere l’equazione che nella produzione per il mercato, quindi al fine di un ricavo monetario il più grande possibile, è determinante la produzione di merci: come ricchezza conta ciò che viene prodotto per lo scambio di denaro e che trova un acquirente. Questa ricchezza è di conseguenza grande quanto quel contributo della produzione alle esigenze sociali riconosciuto nella vendita come necessario o quanto il volume della relativa produzione. Questa ricchezza non conosce per definizione né obbiettivo né grandezza da raggiungere. La sua misura l’ha nel tempo lavorato per la merce commerciabile, per questa ragione non ne ha mai abbastanza. Che il lavoro produca ricchezza nella misura del suo svolgimento sarebbe banale se si trattasse solo del superamento di una mancanza naturale; e non sarebbe neanche una mezza verità perché sia con la mancanza sia con il lavoro effettuato gli elementi co-decisivi, che contribuiscono a questo superamento, sono il favore della natura, la qualità dei mezzi di produzione disponibili e le capacità tecniche dei produttori. Invece al capitale non importa il migliore adattamento delle circostanze naturali della vita ai bisogni sociali evoluti, bensì la produzione di merci per il profitto. E per una ricchezza definita cosi, è decisiva la quantità di lavoro che entra nei prodotti e che è confermata dalla richiesta solvente come creazione di valore monetario.

La pretesa che il lavoro arricchisca non quelli che lo eseguono, ma gli imprenditori, è rivendicata da quest’ultimi nella maniera in cui da sempre è stata praticata nel rapporto tra servo e padrone: l’acquisto dei beni di cui i lavoratori hanno bisogno per sopperire alle proprie esigenze è reso, in modo coercitivo, dipendente dagli interessi all’arricchimento della parte economicamente potente. Nell’economia di mercato, nella sua forma civile, con le sue buone maniere, ci pensa il regime della proprietà privata legalmente garantita. La maggioranza delle persone senza proprietà, e di conseguenza bisognose di un salario, dipende da un duro e lungo lavoro, solo che per esse l’effetto è come se il loro lavoro fosse improduttivo mentre il beneficio della loro vera forza produttiva, cioè il prodotto dell’attività che eccede le loro esigenze già limitate, entra integralmente nel possesso delle imprese.6 Ma non è solo per l’istituzione della proprietà privata – che impone alla maggioranza della società l’interesse a essere usata dai possessori dei grandi patrimoni – che il modo di produzione capitalistico si differenzia da tutte le altre forme di sfruttamento. Economicamente esso è caratterizzato, tra l’altro ed essenzialmente, dal fatto che le imprese puntano a una smisurata quantità di denaro senza però accontentarsi dei lunghi orari di lavoro e del poco compenso per il personale. Le imprese puntano ad ottimizzare il rapporto tra la quantità di lavoro che è assorbito dalle necessità vitali dei lavoratori e che cioè viene detratto dal ricavo commerciale per i salari, e il surplus, cioè l’utile monetario che lo stesso lavoro gli rende. A questo fine hanno scoperto il potere di disporre del lavoro insito nei mezzi e nell’organizzazione del lavoro: un potere che adoperano sistematicamente e – come si vede – anche efficacemente a discapito della quantità di lavoro contenuta nei singoli prodotti; e con ciò anche contro la parte salariale del valore delle merci prodotte: “Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo — in misura crescente — la condizione (…) di quello necessario.” (3.4.10)7

Con i suoi relativi successi, l’impresa capitalistica rende man mano obsoleta l’equazione da cui parte e di cui si approfitta, cioè quella tra la quantità di lavoro eseguito e l’ammontare di ricchezza prodotta quantificabile in denaro. Modifica il processo di produzione in modo da relativizzare esattamente la cosa che gli sta a cuore: l’accumulazione di ricchezza nella forma di un potere di disporre dei prodotti del lavoro privato altrui, riconosciuto nello scambio come lavoro socialmente utile e ricompensato in denaro.8

Questa contraddizione si manifesta nella contabilità; le aziende abbassano in modo mirato, tramite la riorganizzazione del processo lavorativo, il valore di scambio dei prodotti, per tenersi una maggiore porzione del ricavato ridotto. Per ricavare infatti dal lavoro “necessario”, destinato cioè alla produzione del salario, quanto più possibile lavoro “superfluo” che aumenta la porzione di profitto, le aziende “risparmiano” la quantità di lavoro che entra nel valore del singolo prodotto per impiegare nella propria azienda un massimo di questo lavoro reso più efficace proprio grazie a questo “risparmio”.9 Il mezzo della rispettiva riorganizzazione del processo lavorativo è il comando su una pluralità di lavoratori che eseguono solo lavori parziali nonché l’impiego di attrezzi tecnici che gli tolgono di mano il reale processo di fabbricazione assegnandogli servizi ausiliari e di controllo che trovano ragione solo attraverso questa tecnica. Ciò toglie all’attività produttiva umana per principio il carattere di lavoro privato, che solo attraverso lo scambio diventa “sociale”, e dunque un contributo, basato sulla divisione del lavoro, al processo vitale della società. Per costituirsi esse stesse a soggetto sovradimensionale del lavoro socialmente necessario e per essere attive sul mercato, le imprese organizzano una serie di collettivi lavorativi per niente privati, impiegando il sapere elaborato dalla società e la sua trasformazione nelle relative tecnologie realizzabili solo tramite la concordata divisione di lavoro tra le singole aziende.10 Tolgono al lavoro dei dipendenti qualsiasi autonomia per presentare se stesse come i soggetti di un’immensità di lavoro che produce valore di scambio.11 Detto in termini giuridici: con la progressiva industrializzazione della produzione, le imprese risparmiano, cioè tolgono al lavoro che fanno svolgere qualsiasi contenuto che farebbe comparire le forze lavorative come i produttori dei beni e che permetterebbe di attribuire i prodotti come pertinenti a loro, come “oggettivazione” delle loro capacità e attività creative. Cosi facendo invalidano la base materiale e l’originario contenuto economico della categoria giuridica di proprietà, l’attribuzione del prodotto al suo fabbricatore – al fine però e anche con il risultato che il prodotto del lavoro integrale spetta all’impresa come sua proprietà. Con il diritto dell’acquirente dei mezzi di produzione, i capitalisti rivendicano comunque il possesso del prodotto, ma per cedere il meno possibile alle persone giuridiche dalle quali hanno comprato il lavoro richiesto, quindi per escludere gli operai non solo formalmente, ma anche nella pratica e nella misura più grande possibile dal titolo di proprietà sul prodotto della loro attività, i capitalisti, con l’industrializzazione della produzione, aboliscono il lavoro nel senso di produzione di un “proprio” oggetto annullando i presupposti materiali per il diritto alla proprietà formalmente già sospeso. Con quale successo riescano a farlo si capisce non da ultimo se ci rendiamo conto che il nesso tra la produzione di un bene tramite il lavoro e il titolo giuridico di proprietà di questo bene, cosi ancora scontato per Marx e i suoi contemporanei12, è in pratica scomparso dalla coscienza pubblica.13

Il contrasto – che va spiegato – tra l’aumento enorme della produttività del lavoro e l’utilizzo spropositato di quanti devono svolgere questo lavoro, entrambi effettuati dallo stesso mondo imprenditoriale, si rivela essere la conseguenza necessaria della contraddizione, propria di questo modo di produzione, tra l’interesse delle imprese all’accumulazione di ricchezza in forma di denaro e il loro interesse all’accesso esclusivo al valore monetario prodotto. Per usare le parole di Marx: “Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza.” (3.4.10)

In linea di massima, questa contraddizione permette non proprio due chiavi di lettura, ma due sottolineature complementari. L’una rileva che i capitalisti, nella loro lotta per il profitto, spingono in avanti, se pure involontariamente, lo sviluppo tecnico che “riduce il lavoro umano a un minimo”. Per il loro utile privato ma ostile, in vario modo, verso tutto il resto della società, organizzano la cooperazione e la divisione sociale del lavoro mobilizzando le potenze produttive della scienza. Monopolizzano la proprietà privata in una maniera e in una misura che per i lavoratori non c’è ritorno possibile alla produzione svolta da individui attivi come soggetti privati che rimangono in possesso del prodotto. Non gli si offre altra “emancipazione” che il passaggio all’uso intenzionalmente collettivo dei siti di produzione per la soddisfazione dei bisogni e l’organizzazione del tempo libero. Sotto quest’aspetto, Marx si sente autorizzato alla conclusione: “Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione.”(3.4.8) D’altra parte però è così: la riduzione del dispendio di lavoro necessario per la soddisfazionesociale dei bisogni avviene solo per escludere i lavoratori dalla ricchezza materiale, cioè dal potere di disporre di questa ricchezza, per escluderli dal guadagno di tempo libero aggiuntivo e per rafforzare il potere di comando del capitale. E “questa elevazione del lavoro immediato a lavoro sociale“ si presenta „come riduzione del lavoro singolo a impotenza rispetto alla collettività rappresentata, concentrata nel capitale” (3.4.8). E se il capitale in pratica dissolve, la sua provenienza dall’identità del lavoro “vivo” con la sua opera, allora tanto più dura s’impone “la seconda legge” basata puramente sul potere giuridico: la legge della “negazione dell’estraneità del lavoro altrui”, ossia che il capitale s’incorpora tutto il lavoro “vivo” di cui dispone. Di conseguenza, l’instancabile evoluzione delle forze produttive sociali coincide con il compimento del comando del capitale su tutta la produzione e sul consumo. Ed è un deplorevole dato di fatto che già dai tempi di Marx, questo sistema di produzione, più che alla propria dissoluzione, “lavora” affinché “le gigantesche forze sociali” rimangano imprigionate “nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato” – affinché sviluppino la loro efficacia esclusivamente come strumenti del capitale per l’aumento del suo potere.

Che “il capitale” stia „lavorando“ a questo successo è da prendere alla lettera. Gli imprenditori, ma soprattutto le istituzioni politiche che, con la potenza del sistema giuridico, procurano il diritto patrimoniale dei primi, si permettono un dispendio enorme di lavoro, prevalentemente sottopagato e solo parzialmente bene o addirittura ottimamente pagato, svolto in posti di lavori prevalentemente massacranti e solo parzialmente piacevoli, in continua trasformazione tecnica – e tutto questo al fine di istituire e affermare, con tutte le conseguenze, il capitale “come forma dominante della produzione”. La forma capitalistica della ricchezza e della sua produzione sociale ha bisogno di un impegno massiccio per proteggerla, per imporla in tutto il mondo sventando le alternative, per tenere a bada le conseguenze e gestire in modo appropriato i diritti e le necessità che ne derivano. S’impegnano “gigantesche forze sociali” in affari che s’innestano sulla “produzione immediata” di beni utili creando e servendo delle esigenze sociali del tutto nuove e senza precedenti. Il lavoro eseguito in questo campo, nei livelli retributivi bassi e medi, non presenta nessuna differenza rispetto all’usura del lavoratore nel “processo di produzione immediata”. E quest’ultimo, da molto tempo, non sta più in nessun rapporto materiale col prodotto per la cui fabbricazione questo lavoro è necessario; dal lato del lavoratore “vivo”, lo scopo del lavoro coincide interamente con i soldi che si guadagnano lavorando, dall’altro lato, quello decisivo, sta nella differenza tra la sua retribuzione e il conto economico nel quale la retribuzione entra come elemento. Il rapporto del lavoro con il processo produttivo è dissolto completamente nell’esecuzione delle direttive di chi paga il salario. E per quanto riguarda il primo, il lavoro nel servizio esteso alle determinazioni formali della ricchezza sociale e alle necessità ed esigenze di lusso che ne derivano, è chiaramente regolato dagli stessi calcoli e dalle condizioni che ne conseguono come il lavoro svolto nella produzione “immediata”. Chi lo esegue lo fa solo per il denaro e alle dipendenze dall’arricchimento del suo datore di lavoro; e chi “dà” un tale lavoro, non mira a nient’altro che all’eccedenza più grande possibile dei proventi sul pagamento dei lavoratori che impiega per i suoi “servizi”; e anche in questo caso utilizza tutte le possibilità offerte dalla tecnologia per risparmiare sul lavoro da retribuire.

Così accade e deve accadere: in misura globale e totale si afferma l’assurda “sproporzione” in base alla quale nell’economia di mercato si produce un’infinità di cose utili con il dispendio relativamente ridicolo di tempo lavorativo e con l’impiego di relativamente poche abilità umane e, tuttavia, la parte attiva della società non dispone liberamente del tempo di vita e non beneficia dell’uso libero delle sue più diverse capacità; anzi, si deve attivare intensamente e ventiquattr’ore su ventiquattro per guadagnare i soldi oppure si trova esclusa dalla ricchezza sociale perché inutile per il capitale. Così si spiega che l’enorme progresso tecnico che l’imprenditorialità capitalistica produce non libera la gente dalle fatiche del lavoro, anzi, la rinchiude sempre di nuovo nella gabbia di necessità continuamente ridefinite, privandola di ogni possibilità di venire a capo di queste necessità oppure rubandole gran parte della giornata e anche la serenità.

Non a torto, Marx era dell’avviso che le vittime di questa follia non dovrebbero starci; pertanto ha spiegato loro le ragioni delle loro ristrettezze materiali, cioè “la contraddizione in processo”, di cui sono le appendici, per istigarle alla ribellione. Al contempo ma anche in certo contrasto con ciò, ha visto la sua diagnosi in tale sintonia con il sempre più crescente movimento operaio, inteso a rovesciare il modo capitalistico di produzione, da ritenere le contraddizioni del capitalismo una specie di sentenza di morte. Questo inganno, il reale movimento operaio anticapitalistico l’ha fatto proprio iscrivendolo nel suo autoritratto e adeguandovi le strategie. Proprio nelle sue forme antagonistiche e durante le fasi rivoluzionarie, il movimento si è concepito come il mandatario di una tendenza storica che comunque si afferma, di conseguenza venendo meno al compito di sostenere i propri interessi senza compromessi. I partiti del “Socialismo reale”, vittorioso dapprima in Russia e poi diffuso ulteriormente dall’Unione Sovietica, presupponevano expressis verbis una drammaturgia storica data oggettivamente. Questa drammaturgia avrebbe messo ”all’ordine del giorno” della storia determinati passi evolutivi verso una sempre più giusta partecipazione dei lavoratori “vivi” alla proprietà collettiva – e gestita dalle autorità – dei risultati della loro forza produttiva “liberata”. Di conseguenza hanno interpretato il loro proposito di rivoluzionare il mondo capitalistico e di costituire una società senza classi come il compito di usare il potere statale – conquistato con le lotte – per un’organizzazione pianificata della creazione di valore fino ad allora privata, “anarchica”. Alla bell’e meglio hanno provato a destreggiarsi nella contraddizione gravida di conseguenze di questa impresa che cercava di rivoluzionare la produzione di valore in modo razionale e worker friendly anziché abolirla; secondo la logica di passi intermedi, ciascuno “storicamente necessario”, volevano lasciare indietro lo sfruttamento capitalistico per arrivare a sempre più “socialismo reale”. Con una combinazione fatta di giustizia filo-operaia e uno scatenato progresso produttivo questi comunisti volevano “superare (il capitalismo) senza doppiarlo”; quel capitalismo caratterizzato dalla combinazione di sempre meno spesa per il lavoro e sempre più richieste rivolte al lavoro “vivo”. Hanno ridotto, nella pratica e nella teoria, la loro determinazione rivoluzionaria e tutta la critica del modo di produzione capitalistico a una “concorrenza dei sistemi”; e questa lotta concorrenziale – necessariamente armata – i capi dei partiti e stati di competenza, alla fine, l’hanno data per persa. Qualche amministratore di eredità ideologica, in un ultimo atto di prepotenza, ha incolpato per questa sconfitta ancora “la Storia” che avrebbe „dato torto“ al „tentativo“ – “prematuro”? – di superare il capitalismo, congedandosi definitivamente dall’interesse per una critica oggettiva delle vicende mondiali.

Alquanto resistente invece si rivela la contraddizione che Marx, nel terzo volume postumo dell’opera principale, formula così: “Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale” – ed è innegabile che si attiva con enorme efficacia in questo senso – “è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono.” (Il capitale, vol. 3, Editori riuniti, p.303)

Che l’exploit storico del modo di produzione capitalistico, in termini di ricchezza e comunicazione, fosse la realizzazione di un “compito storico” è, nel caso migliore, una metafora ironica e oggettivamente un dileggio della stupefacente coesistenza, ormai globalizzata, di enorme ricchezza e un’indigenza che non scaturisce da una mancanza, ma dalla efficienza del sistema che smista l’umanità secondo l’uso che ne fa; nel caso peggiore si tratta di una sciocchezza teleologica. Delle contraddizioni oggettive di questo modo di produzione fa parte anche questa, ma questa sì, che produce “continuamente” delle buone ragioni per eliminarlo.

3. Il progresso tecnico e i suoi effetti sul lavoro, ovvero: il capitale detesta la sua fonte trattandola di conseguenza

Una cosa è sicura sin dall’inizio: del progresso tecnico che il capitale introduce nel mondo del lavoro non ne beneficiano quelli che lo svolgono in cambio di un salario. E come potrebbero? Dopotutto, lo sgravio dei costi è lo scopo e il criterio di tutti i provvedimenti che gli imprenditori impiegano per aumentare la resa del lavoro. In altre parole: dare il meno possibile della proprietà creata che si misura nel prezzo di mercato, come costo del lavoro per unità di prodotto, ai lavoratori. Non è una ulteriore perfidia che l’accrescimento dell’output non raggiunga le forze pagate, ma il principio di questo progresso. Queste, con il loro lavoro che è necessario per il profitto dell’azienda e con la relativa ricompensa che segue la stessa necessità, rimangono escluse da una ricchezza sempre più ingente; la quota della solvibilità sociale di cui dispongono con i loro costi di lavoro per unità di prodotto addizionati scende con l’aumento della produttività. Devono fare enorme pressione e in più farsi assecondare dall’organo di controllo di competenza universale, lo stato, nell’una o nell’altra faccenda per far sì che con le nuove condizioni di vita gli si riconoscano anche nuove necessità vitali e le corrispondenti ricompense. A un tale successo si oppone però l’effetto che le aziende, con le loro razionalizzazioni, finalizzano e ottengono. Per la produzione di merci vendibili hanno bisogno di meno lavoro, quindi di meno forze lavorative pagate; quale organico sarà decimato e in quale misura, dipende dalla concorrenza tra le aziende. Chi finisce cosi in esubero non è, sia chiaro, dispensato dalla necessità del lavoro salariato, quindi dalla coercizione di trovarsi un altro lavoro, uno qualsiasi. Il risultato è l’assurda figura economica del disoccupato. Assurda perché il fatto che tanta gente non sia impiegata, è una conseguenza della conquista che per sempre più produzione di beni, c’è bisogno di sempre meno fatica e tempo di lavoro, ma per le persone in esubero questa conquista non si verifica. Tutta la libertà di quest’ultime sta nella necessità di venire impiegate da un datore di lavoro, il che non solo grammaticalmente è una condotta passiva e non dipende per niente da loro; va anche contro il trend che ha appena eliminato la loro fonte di reddito. I lavoratori in esubero sono soggetti a una costrizione senza poterne venire a capo – se non con il desolante sforzo al quale sono incoraggiati da tutte le parti, da parte dell’ufficio di collocamento anche con una certa insistenza: approntarsi come offerta libera per tutti i possibili casi di domanda di forze lavorative. Di conseguenza, le aziende, in qualità di datori di lavoro, si ritrovano in una posizione di potere rafforzato; e non solo nel caso di eventuali assunzioni, ma in tutte le trattative salariali con i dipendenti: sono a disposizione sufficienti forze sostitutive che si trovano nel bisogno e quindi nell’impossibilità di avanzare pretese – comunque cosi lo vedono i rappresentanti moderni dei lavoratori adoperando nelle lotte per la ricompensa la moderazione dovuta alle presunte esigenze oggettive.

Vi si aggiunge che, nello stato sociale moderno, i disoccupati sono di peso alle istituzioni pubbliche. I costi che ne nascono, li detraggono dalla ricompensa per le forze lavorative ancora necessarie diminuendo – a causa degli effetti negativi che l’uso limitato del lavoro comporta per i dipendenti – preventivamente il reddito che i lavoratori riscuotono per il loro servizio alla crescita di proprietà altrui. Tuttavia, questa voce entra nel conteggio degli oneri sociali dello stato. L’interesse a sgravare lo stato di questo onere si aggiunge come pressione fiscale all’interesse economico-politico di far lavorare ai fini di utilità e quindi in modo redditizio quanta più gente possibile. Con questo criterio – tanta occupazione possibile a patto che sia redditizia – una cosa è certa: i disoccupati dimostrano con la loro sola esistenza che la loro occupazione non è redditizia e quindi costa troppo. Di conseguenza, anche il rappresentante del pubblico benessere si professa e si attiva come fautore di un basso livello nazionale delle retribuzioni. Nelle nazioni più progredite, le autorità hanno creato un settore del mondo del lavoro – in continua espansione – di manodopera a bassi costi, orientando i contributi sociali all’obiettivo di ridurre, anche per iniziativa dello stato, i costi per unità di prodotto.

Chi è fortunato a trovare un lavoro o a conservarlo, vive sulla propria pelle il progresso tecnico mentre si dà da fare nel suo costoso posto di lavoro. Purtroppo non nel senso che il lavoro si sia fatto più leggero e da affrontare con maggiore serenità. Semmai, dalla routine industriale è scomparsa la forza bruta – per scarsa redditività. In compenso, ci sono macchinari costosi che mettono gli operai che li adoperano di fronte a pretese del tutto nuove: la veloce rotazione del capitale investito è l’imperiosa necessità aziendale, da soddisfare da parte degli operai tramite il compimento di tutte le direttive riguardanti i ritmi di lavoro. Come d’incanto, nell’ora di lavoro pagata ci sta ancora più lavoro e l’impresa gode non solo di una rotazione accelerata, ma di nuovo di uno sgravio salariale. L’altra virtù che imprenditori innovativi impongono ai dipendenti come imperativo oggettivo, perché loro stessi sono soggetti all’imperativo della rotazione di capitale e alla riduzione dei costi, si chiama flessibilità. Riguarda da una parte il contenuto del lavoro. Da tanto tempo il lavoro non ha più niente a che fare con la solidità dei tradizionali mestieri, per non parlare del nesso tra abilità apprese e attività richieste che la cosiddetta formazione professionale finge di produrre. Nel lavoro in continua evoluzione, il carattere astratto del lavoro creante valore è concreta esperienza quotidiana. Lo stesso vale anche per i tempi di lavoro. La loro lunghezza, la ripartizione tra giorno, settimana e anno, l’alternarsi tra tempo libero, servizio e disponibilità, tutto ciò consegue dai tempi operativi dei macchinari che, primo, non sono compatibili con interruzioni dovute ai dipendenti, e secondo, devono essere interrotti proprio in quel momento in cui voci di bilancio importanti some situazione degli ordini, andamento delle vendite, questioni d’immagazzinaggio lo richiedono come conveniente.

Con la politica della continua razionalizzazione, i cavalieri del mercato libero praticano una gestione del lavoro che rende evidente il disprezzo sistematico per la fonte della propria ricchezza. Il lavoro viene contrastato in quanto fattore di costo, in quanto fattore produttivo adattato a tutte le costrizioni tecnologiche che gli esperti del profitto deducono dal criterio della redditività del capitale che va aumentata in continuazione e va garantita sempre di nuovo. Il rendimento delle forze lavorative è trattato come massa di manovra in possesso dei datori di lavoro, sempre ridiviso e usato in porzioni diverse riguardo a misura e contenuto – e buttato via appena si è riuscito a rendere superfluo una parte del lavoro. Per il sostentamento dei dipendenti deve essere sufficiente quello che figura nei conti delle imprese concorrenziali quando calcolano il costo del lavoro per unità di prodotto, tolte le dovute ritenute per il bene comune dell’economia di mercato.

Nella a tal punto disprezzata maggioranza della società, la pressione all’adattamento messa in pratica dai dirigenti dell’attuale mondo del lavoro incontra tantissima adattabilità. Non perché i dipendenti postmoderni abbiano desiderato da sempre un’esistenza da appendice dell’apparato produttivo e da fattore di costo richiesto solo limitatamente, ma perché non hanno nessun’alternativa – almeno fin quando non manderanno a monte il loro status e con ciò il sistema monetario nel suo complesso. Proprio perché il denaro guadagnato basta solo al sostentamento fino alla prossima busta paga e perché lo scopo economico della loro occupazione la mette a rischio, gli interessati sacrificano il loro tempo e la loro forza lavorativa al continuo sforzo di convincere un datore di lavoro della propria utilità. Cosi, l’inadeguatezza del sistema salariale come mezzo per i salariati cementa la loro disponibilità a inquadrare a priori il loro dispendio di tempo, forza, salute – comunque le condizioni del valore d’uso che la propria vita ha per l’uomo stesso – non appunto come dispendio, ma come robusto mezzo d’acquisto a loro disposizione.

Cosi, la forza lavorativa diventa valore d’uso realmente idoneo per il datore di lavoro che lo paga. Nella sua concorrenza è incorporato questo valore, come se dipendesse dai lavoratori salariati, dalla loro rinuncia alle addizionali per gli straordinari e dalla loro disponibilità a turni domenicali, se questa concorrenza sarà vinta o persa – e naturalmente ne vanno sempre di mezzo i “posti di lavoro”. Oltre alla loro forza lavorativa utilizzabile però, non hanno nulla da offrire e meno ancora da decidere. Tutte le libertà di approntare il lavoro salariato, fonte di qualsiasi proprietà, come mezzo di concorrenza stanno dalla parte degli imprenditori. Le loro pretese a questo riguardo crescono con i mezzi impiegati.

Ed è interessante vedere che questi sono ancora più grandi di quanto i produttori di merce capitalistici riescono a spremere dalle loro maestranze.

1Su questa prestazione dei produttori di merci, nella moderna economia di mercato s’innesta il settore finanziario. Con la sua creazione di credito, si piazza all’inizio degli affari capitalistici e con l’incasso degli interessi, alla fine; con il suo diritto di rendita derivante da operazioni di credito rende capace sé stesso di dotare la comunità imprenditoriale di liquidità e, a sua volta, la comunità imprenditoriale di soddisfare le sue pretese di rendita. In questo modo la finanza si fa carico della creazione e dell’appropriazione della liquidità sociale. Ciò che questo significa per il lavoro al servizio della ricchezza capitalistica e cosa ne consegue per gli affari capitalistici, sarà oggetto del capitolo IV.

2 Quando gli esperti dell’economia di mercato osservano l’evoluzione congiunturale, registrano le conseguenze di questa semplice verità: non sono né le oscillazioni erratiche dei gusti del pubblico né le decisioni razionali riguardo a priorità sociali, che portano alle condizioni mutevoli del vendere e fare soldi, bensì, e lo confessano, gli effetti incalcolabili della concorrenza per arrivare a vendere sempre di più. Il fatto che questa concorrenza, dopo periodi di espansione, porta regolarmente a ribaltoni che fanno soffrire tutti quanti non ha destato nessun interesse negli uomini di scienza a farsi un’idea di questa follia; anzi, un settore intero della ricerca si dà da fare con modelli matematici dell’incalcolabile, ispirati unicamente all’esigenza che la scienza debba alla società capitalistica una stima quantitativa riguardo al suo libero modo di fare economia.

3 Speriamo che nessuno prenderà per obiezione l’esperienza di vita che vede sostanzialmente salire i prezzi, un aumento cosi generale che i singoli rincari si sommano creando un tasso d’inflazione. Che i produttori capitalistici chiedano e ottengano sempre di più per le loro merci, ha il suo fondamento nel gonfiamento improduttivo della liquidità sociale, effetto collaterale del settore finanziario con il suo contributo professionale alla crescita attraverso la creazione di credito, quindi attraverso il gonfiamento della liquidità delle imprese, soprattutto però attraverso i debiti statali che, nonostante siano investimenti a lungo termine, non mirano alla rendita. Nella moderna economia di mercato, la moneta legale stessa rappresenta il credito circolante nella società – nel seguente cap. IV si trova qualche osservazione in merito; quindi una tendenza verso il rincaro generale, causata dai mezzi di pagamento inflazionati, fa parte della vita economica funzionante del capitalismo – e alcune forme di eccessi improvvisi ancora di più.

4Una parte crescente, anzi ormai preponderante, dell’umanità nullatenente che dipende dal lavoro salariato, soprattutto nelle capitalisticamente più sviluppate “nazioni industriali”, non serve più per la produzione industriale; decenni di progresso tecnico inteso “a risparmiare lavoro” hanno fatto sì che non è più impiegata né per la produzione di beni di consumo, né per la produzione di mezzi di produzione e l’assetto e il mantenimento dei processi produttivi automatizzati. Una parte di questa maggioranza si guadagna da vivere con il servizio nell’ambito delle necessità che la determinazione di forma e scopo della ricchezza capitalistica comporta – dal commercio all’ingrosso e al minuto all’industria pubblicitaria e dal settore finanziario alla contabilità – e tra le quali sono da annoverare anche tutte le altre attività, scienza e cultura incluse. Anche questa sfera di “servizi” è gestita per la maggior parte da imprenditori privati che, come i loro colleghi nell’ambito della produzione di merci, vendono in attivo prestazioni che fanno compiere da dipendenti presso posti di lavoro resi sempre più efficaci, in cambio di uno stipendio possibilmente basso; tutte le bellezze dell’economia di mercato dovute allo scambio lavoro- denaro valgono anche per questa manovalanza della concorrenza capitalistica. Certo il potere statale che si fa carico di un’altra parte delle esigenze e costrizioni sociali di cui l’economia di mercato ha bisogno per il suo funzionamento, non realizza un profitto; siccome però vive dalla ricchezza prodotta privatamente, si ispira, per quanto riguarda l’utilizzo e il pagamento della massa dei dipendenti, al modello delle imprese private di servizi e questo a maggior ragione negli apparati più sviluppati. Anche per questa parte della popolazione mondiale quindi vigono i condizionamenti del guadagnare soldi. A saldo, la “logica” del guadagno domina universalmente e dappertutto; non senza distinzioni, ma senza compromessi passando per tutti i mestieri e le professioni – un risultato dalla cui ovvietà prende l’avvio questo primo capitolo nell’intento di confutarne la fasulla ovvietà.

5Di seguito si cita dai quaderni VI e VII […] dei Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (consultabile al sito: http://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/grundrisse_indice.html) di Karl Marx degli anni 1857/58, perché Marx elabora qui il concetto della contraddizione tra finalità e mezzo della produzione di valore capitalistica. Ripercorrere le sue riflessioni vale sempre e comunque la pena, non solo per l’erronea interpretazione della contraddizione spiegata da Marx da parte dei partiti del fu “socialismo reale”, ma di fronte al fatto che di questa spiegazione è rimasta, nell’odierna sinistra, casomai l’idea astratta di una contraddizione che tende alla sua autoeliminazione, il contenuto economico però che importava a Marx, e che unicamente può motivare la critica di questo modo di produzione, è caduto nell’oblio.

6Nei Grundrisse si legge: “Il tempo di lavoro come misura della ricchezza pone la ricchezza stessa come fondata sulla povertà, e il tempo disponibile come tempo che esiste nella e in virtù della antitesi al tempo di lavoro supplementare.” (3.4.11)

7“La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la società in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi anche della società), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come di tutti quelli precedenti, come tempo di non-lavoro, tempo libero per alcuni. Il capitale vi aggiunge il fatto che esso moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perché la sua ricchezza è fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare” (3.4.11)

8“Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro — la mera quantità di lavoro — è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione — della creazione di valori d’uso — e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica delle scienze naturali da un lato, e [rispetto alla] produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro — produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale.” (3.4.8)

9“Il capitale impiega la macchina, invece, solo nella misura in cui essa abilita l’operaio a lavorare per il capitale una parte maggiore del suo tempo, a riferirsi ad una parte maggiore del suo tempo come a tempo che non gli appartiene, a lavorare più a lungo per un altro. È vero che, con questo processo, la quantità di lavoro necessario alla produzione di un determinato oggetto viene ridotta a un minimo, ma solo perché un massimo di lavoro venga valorizzato nel massimo di tali oggetti. Il primo lato è importante, perché il capitale riduce qui, senza alcuna intenzione, il lavoro umano (il dispendio di forza) ad un minimo.” (3.4.8)

10“In fact nel processo di produzione del capitale, come meglio si vedrà quando sarà svolto ulteriormente, il lavoro è una totalità —. una combinazione di lavori — i cui singoli elementi sono l’un l’altro estranei, sicché il lavoro complessivo come totalità non è opera del singolo operaio, ed è opera collettiva dei diversi operai solo in quanto questi sono combinati, non in quanto si comportano, l’uno rispetto all’altro, come operatori della combinazione. Nella sua combinazione questo lavoro si presenta al servizio di una volontà estranea e di una intelligenza estranea, e ne è diretto — giacché ha la sua unità spirituale al di fuori di esso, tanto quanto nella sua unità materiale è subordinato all’unità oggettiva delle macchine, del capitale fisso, che come mostro animato oggettivizza il pensiero scientifico e ne è di fatto la sintesi, e non è esso come strumento a riferirsi al singolo operaio, ma è piuttosto l’operaio come singola puntualità animata, come isolato accessorio vivente, ad esistere in funzione sua.” (3.3.9)

11“La macchina non si presenta sotto nessun rispetto come mezzo di lavoro dell’operaio singolo. La sua differentia specifica non è affatto, come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l’attività dell’operaio nei confronti dell’oggetto; ma anzi questa attività è posta ora in modo che è essa a mediare: soltanto ormai il lavoro della macchina, la sua azione sulla materia prima — a sorvegliare questa azione e ad evitarne le interruzioni. A differenza quindi dallo strumento, che l’operaio anima — come un organo — della propria abilità e attività, e il cui maneggio dipende perciò dalla sua virtuosità. Mentre la macchina, che possiede abilità e forza al posto dell’operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche in essa operanti e, come l’operaio consuma mezzi alimentari, così essa consuma carbone, olio ecc… per mantenersi continuamente in movimento. L’attività dell’operaio, ridotta a una semplice astrazione di attività, è determinata e regolata da tutte le parti dal movimento del macchinario, e non viceversa. La scienza, che costringe le membra inanimate delle macchine — grazie alla loro costruzione — ad agire conformemente ad uno scopo come un automa, non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce, attraverso la macchina, come un potere estraneo su di lui, come potere della macchina stessa. ”

L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta per ciò come proprietà del capitale…” (3.4.8.)

Da un lato esso (il capitale) evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali — entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale — figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata.”(3.4.10)

12Marx dà ampio risalto all’aspetto giuridico del processo di produzione verso la fine del quaderno IV e inizio di quaderno V dei Grundrisse: “Per esprimere i rapporti in cui entrano capitale e lavoro come rapporti di proprietà o leggi, non dobbiamo far altro che esprimere il comportamento delle due parti nel processo di valorizzazione come processo di appropriazione. Per esempio, che il pluslavoro sia posto come plusvalore del capitale, significa che l’operaio non si appropria il prodotto del suo stesso lavoro; significa che quest’ultimo gli si presenta come proprietà altrui; e viceversa, che il lavoro altrui si presenta come proprietà del capitale. Questa seconda legge della proprietà borghese in cui la prima si rovescia — e che in virtù del diritto ereditario ecc. acquista un’esistenza indipendente dall’accidentale fugacità dei singoli capitalisti — viene eretta a legge tanto quanto la prima. La prima è identità del lavoro con la proprietà; la seconda è il lavoro come proprietà negata o la proprietà come negazione dell’estraneità del lavoro altrui.” (3.3.9) Quando Marx caratterizza come „appropriazione“ e, a volte, molto disinvolto persino come „furto“ la proprietà dell’impresa capitalista del prodotto totale del lavoro svolto nella sua fabbrica, lui ha in mente il “rovescio“ dell’equazione tra produzione e diritto di disposizione nell’equazione sovraordinata tra dominio acquisito sull’attività del produttore e proprietà del prodotto come risultato di attività altrui. La sussunzione reale del lavoro produttivo svolto secondo gli ordini dell’impresa capitalista, la sua trasformazione in comando della macchina, rende questo „rovescio“ una caratteristica pratica del processo di produzione nel senso materiale: „Nelle macchine il lavoro oggettivato si contrappone al lavoro vivo, nello stesso processo di lavoro, come quel potere che lo domina e in cui il capitale stesso consiste, per la sua forma, in quanto appropriazione di lavoro vivo.“ (3.4.8.)

Il mezzo di lavoro rende l’operaio indipendente, lo pone come proprietario. Le macchine – come capitale fisso – lo pongono come non autonomo, come appropriato.“ Di fronte al movimento del luddismo Marx ritiene opportuno aggiungere: „Questo effetto delle macchine vale solo nella misura in cui esse sono determinate come capitale fisso, ed esse sono determinate come tale solo in quanto l’operaio si riferisce loro come operaio salariato e l’individuo attivo in generale come mero operaio.“ (3.4.8. fine)

13 Quando per esempio i lavoratori della Pirelli come anche di Olivetti si definiscono già più di 70 anni fa “Pirelliani” e “Olivettiani” oppure quando gli operai parlano della “nostra azienda” – cosa che avviene spesso e volentieri proprio nel momento in cui sono minacciati dal licenziamento – non significa che fanno valere diritti di proprietà nei confronti della “loro” azienda. Non esprimono altro che la loro appartenenza al grande soggetto collettivo, l’azienda, esprimono quindi in forma piuttosto affermativa la loro sussunzione sotto il destino che la concorrenza ha in serbo per il capitale che gli sta usando. Infatti per loro è già avvenuto quel che Marx determina come risultato necessario dello sviluppo capitalistico: “Il pieno sviluppo del capitale ha quindi luogo — o il capitale è giunto a porre la forma di produzione ad esso adeguata — solo quando il mezzo di lavoro non solo è determinato formalmente come capitale fisso, ma è soppresso nella sua forma immediata, e il capitale fisso si presenta di fronte al lavoro, all’interno del processo di produzione, come macchina; e l’intero processo di produzione non si presenta come sussunto sotto l’abilità immediata dell’operaio, ma come impiego tecnologico della scienza.“ (I Grundrisse, 3.4.8)

IV. Lavorare sotto il sistema creditizio: sempre di più, sempre più redditizio, fino allo stremo.

IV. Lavorare sotto il sistema creditizio: sempre di più, sempre più redditizio, fino allo stremo.

Per rendere più efficiente il loro mezzo di concorrenza, il lavoro, i datori di lavoro non impiegano solo i propri ricavi commerciali, bensì anche i debiti. Con denaro prestato si procurano la libertà di continuare la produzione ininterrottamente oltre la portata del proprio patrimonio e dei ricavi realizzati, di potenziarla e di aumentarne la redditività. Reso indipendente come settore commerciale, il credito dà agli imprenditori la facoltà di praticare enormi investimenti all’interno della loro concorrenza per quote di mercato e a di superare gli ostacoli che incontrano. Certamente, così l’accesso al capitale finanziario diventa una condizione commerciale necessaria per tutti. Il profitto diventa il mezzo che permette di accedere alla proprietà finanziaria altrui, in quanto permette di adempiere al dovere di pagare al creditore il tributo legato alla disposizione della sua proprietà finanziaria. Quindi, l’affidabilità creditizia diventa criterio ossia scopo dell’operazione commerciale.

Il settore, che si inserisce nelle attività commerciali in questa maniera determinante e promotrice, finanzia, da parte sua, i suoi vari servizi con i debiti, cioè con il patrimonio monetario altrui che utilizza pagando degli interessi; dal punto di vista dell’ingegneria finanziaria, con i soldi della società trasformati, su tutto il territorio, in crediti e nelle passività finanziarie e nelle voci di bilancio. Le banche concentrano il potere privato dei soldi nelle proprie mani, lo mettono a disposizione della crescita capitalistica e si arricchiscono degli interessi, quindi tramite la relazione di diritto che il creditore stipula con il debitore. Nelle transazioni commerciali tra di loro e con i proprietari di denaro, le banche fanno di questo modo di incrementare il patrimonio monetario nella forma di strumenti finanziari di varia specie una merce negoziabile. Con questa commercializzazione di debiti come capitale finanziario, dividono con tutto il mondo i ricavi che gli spettano, ma anche i rischi che corrono quando trattano gli obblighi di pagamento delle imprese accreditate come un titolo patrimoniale destinato a crescere. Così, il settore realizza per se stesso l’ideale capitalistico che vuole che ad ogni somma di denaro sia insito il diritto all’incremento. Alle imprese accreditate conferisce il potere di superare la dipendenza del comando sul lavoro e sui mezzi di produzione dal rendimento del lavoro, dimostrando praticamente che è solo la grandezza del denaro anticipato a rendere redditizio il lavoro, che, insomma, è il capitale incorporante legalmente il lavoro a rendere produttivo il lavoro stesso.

Tuttavia, la liberazione di questa forza produttiva tramite il credito ha il suo prezzo: acuisce la concorrenza tra le imprese per le somme di denaro frutto del crescente capitale anticipato che riescono a ricavare dal loro fattore di produzione lavoro. Il credito rafforza tanto i capitali vincenti quanto aiuta altri a passare periodi di debolezza se non proprio sconfitta. Alla fine è la speculazione degli istituti finanziari e degli investitori a decidere sull’esito delle lotte competitive tra le imprese finanziate. In virtù della crescita finanziata con il credito di tutti i competitori, questa decisione si fa sentire periodicamente su tutti, arrecando quindi danno anche al settore finanziario stesso. La contraddizione politico-economica di base – tra l’interesse del capitale per la massima valorizzazione del denaro anticipato e il mezzo impiegato a questo scopo, cioè la riduzione delle spese per il lavoro tramite il dispendioso accrescimento della produttività del lavoro – si fa valere come sproporzione tra l’ammontare del credito speso nella e per la competizione capitalistica nel suo insieme e la crescita effettivamente realizzata: le risorse finanziarie che il settore finanziario crea e fa circolare si rivelano non essere quel capitale monetario che figura nella contabilità delle banche e quindi si rivelano ingiustificate. L’emancipazione del capitale dai limiti per l’aumento di proprietà tramite il lavoro umano – limiti che il capitale stesso restringe impiegando i metodi dell’accrescimento di produttività – produce ogni volta lo stesso paradossale risultato che di capitale ce n’è troppo al mondo per far sì che il suo utilizzo sia redditizio e possa generare ulteriore crescita.

La conseguente svalutazione della ricchezza, la classe dei proprietari, che viene chiamata semplicemente “l’economia”, la scarica su l’altra classe, il “fattore lavoro”, che si è rivelato non essere sufficientemente redditizio e quindi il suo uso ultimativo e adeguato sta nel suo inutilizzo. Così si presenta sempre di nuovo il noto scenario della crisi: una “immediata coesistenza” di un enorme patrimonio finanziario in eccedenza e una eccedenza enorme di umanità globale priva del salario da cui dipende.

*

La vita commerciale, lo sanno tutti, non si svolge solo sui mercati dove datori di lavoro con spirito imprenditoriale convertono proficuamente in denaro la merce che fanno produrre. Le sezioni più impressionanti dell’attività capitalistica sono di casa nelle Borse dove il pubblico televisivo può assistere a come i brokers producono le loro curve a zig zag; oppure questa attività si consuma elettronicamente nei portentosi computer che nel giro di nano-secondi spostano centinaia di miliardi di soldi da un angolo del mondo all’altro. I guadagni più rapidi e i patrimoni più ingenti si fanno lì dove i ricchi o i loro agenti sono tra di loro e lo fanno con titoli sui quali sono annotate nient’altro che promesse speculative di successo.
Tutto questo, per quanto si ritenga astratto dalla semplice produzione e circolazione di merci, non è senza legami con le sezioni dell’economia capitalistica che, in compenso, si chiamano “economia reale”. Quando una banca crolla a causa di speculazioni fallite o, all’inverso, quando la quotazione di un’azione fa un balzo imprevisto, ciascuno s’aspetta che abbia degli effetti materiali su industria e commercio, anche se non è per niente chiaro quali possano essere. Viceversa, la “piena occupazione”, che intanto si intende raggiunta con un tasso di disoccupazione a una cifra, può deprimere l’indice delle azioni perché si temono, a causa della piena occupazione, l’aumento dei salari, a causa dei salari un aumento dell’inflazione, a causa dell’inflazione una crescita degli interessi e a causa degli interessi un ribasso delle quotazioni delle azioni – e non importa un fico secco quanto sballata sia qualsiasi di queste “cause”. Un licenziamento collettivo invece può far balzare le quotazioni in alto dal momento che un operatore di borsa vi riconosce un segnale per maggiore spietatezza dei profittatori, volutamente ignorando la differenza tra misura e tornaconto. E via dicendo.

Quindi, che il mondo della speculazione autonoma con titoli fruttiferi di interessi e roba del genere abbia a che fare con il mondo del lavoro, è dato per scontato. Luogo comune è anche la cognizione che questo rapporto sia di natura strana, impenetrabile e non di rado caratterizzato da un cinismo sorprendentemente franco. Assai meno noto è che, e fino a che punto, il regime capitalistico della proprietà sul lavoro trovi la sua piena realizzazione.

1. Dalla concorrenza delle imprese con il credito per il lavoro più proficuo all’utilizzo del lavoro proficuo nella concorrenza delle imprese per il credito

Nella la sua attività economica, ogni imprenditore raggiunge i suoi limiti. Con l’impiego dei soldi disponibili per la concorrenza, il suo patrimonio si rivela essere troppo limitato. Non serva molto il fatto che cresca: appena è investito è fermo e indisponibile per una “reazione flessibile” alla situazione competitiva. Manca per misure di razionalizzazione, eventualmente inevitabili, perché dettate dalla concorrenza. E investimenti che permettono un successo strepitoso costano, di norma, molto più di quanto sia possibile attingere dalle entrate correnti. Il ricorso al credito non è solo dovuto al fatto che alle imprese capitalistiche piace comunque guadagnare di più e che di conseguenza “intraprendono” di più a questo scopo. La loro proprietà non è mai la condizione concorrenziale ottimale che dovrebbe essere, causa la sua quantità relativa, al confronto di quella dei concorrenti.
Il credito aiuta a superare questo ostacolo:

– produttori e commercianti capitalistici che entrano in affari tra di loro sono soliti pagare con promesse di pagamento. Mediatori sono le banche che accreditano l’importo sul conto dell’uno e lo addebitano sul conto dell’altro conteggiandogli degli interessi fino al pagamento avvenuto. Così, il venditore dispone del valore monetario della sua merce, ritrova il suo capitale anticipato tra le mani e potrà continuare la sua attività produttiva o commerciale prima che il valore della merce sia realizzato in denaro. Il capitale sostenuto non è più congelato per la durata della commercializzazione del prodotto, anzi, è fin da subito riutilizzabile per la produzione di nuova proprietà appena il prodotto ha lasciato l’officina: un contributo enorme alla produttività del capitale dalla quale in fin dei conti dipende tutto.

  • Ma la cosa non si limita al fatto che il valore della merce è trasformato tempestivamente in ‘liquidità’ dalle banche che contabilizzano i debiti di un compratore. Il settore finanziario provvede anche a dotare le imprese con capitale addizionale, cioè a ipotecare il valore di una merce che deve essere ancora generata con gli affari accreditati. È con i debiti e quindi con la costituzione in garanzia dei futuri ricavi, che le imprese si mettono in possesso dei mezzi di cui hanno bisogno per potenziare il fatturato ovunque si aprano nuovi sbocchi per la merce; per investire nell’aumento della produttività del lavoro utilizzato; per accedere a nuovi campi economici o, nella prospettiva di maggiori rendite, per cambiare settore economico, ecc. Di questi mezzi addizionali, ne hanno bisogno tutti nell’interesse di un arricchimento accelerato, un interesse che si ripercuote come necessità sulle imprese perché tutte lo perseguono in concorrenza l’uno contro l’altro. Il credito procura alle aziende la libertà di staccarsi dalle condizioni limitative dell’andamento affaristico e di adattare il capitale alle opportunità di crescita accelerata e alle esigenze della lotta per le quote di mercato.
  • Certamente, questa libertà ha il suo prezzo. Costa il pagamento d’interessi o oneri di pagamento diversamente stabiliti, quindi denaro sottratto dai proventi ottenuti dall’anticipo di capitale maggiorato di debiti; nel caso migliore solo una parte dell’aumento dei proventi. Ad ogni modo, l’impresa deve, con il suo profitto, rendere produttivo anche il capitale finanziario del creditore. Questo dovere, fissato giuridicamente, significa per l’affare accreditato più di una semplice trattenuta dal ricavo. L’adempimento di questo dovere prevale giuridicamente sull’esigenza economica, che l’impresa cerca di risolvere con il suo indebitamento, e pure sul successo economico. Su tutto prevale il servizio al successo economico del creditore. Il provento reale dell’azienda deve giustificare il suo anticipo creditizio, deve quindi generare l’aumento anticipato nei diritti creditizi assicurando che la somma di denaro prestata funzioni efficacemente come capitale finanziario per il creditore. Il fatto che con ciò entra un nuovo criterio di successo nel mondo degli affari non si fa sentire solo a posteriori, cioè quando si avvicina il momento della ridistribuzione della ricchezza addizionale ricavata dal lavoro utilizzato. Fin dall’inizio, l’impresa deve solleticare l’interesse del mondo finanziario per la sua crescita convincendolo della dimensione e sicurezza dei futuri proventi che intende ottenere con il capitale prestatole. Per sostenere la concorrenza con il credito, deve far vagliare e valutare le prospettive di vincita da parte di banche e investitori – e fare confronto con altri investimenti finanziari e con le opportunità affaristiche dei concorrenti. Per la concorrenza con il credito deve sostenere la concorrenza per il credito. Deve dimostrare la sua affidabilità creditizia.

Con l’emancipazione dalle restrizioni della proprietà già prodotta, all’interesse proprio dell’impresa, che grazie alla concorrenza si fa sentire “imperativo” a perseguire il successo, si aggiunge il secondo “imperativo”: integrare il proprio successo con il successo del prestatore di liquidità o investitore. Con la simbiosi che finanziere e impresa accreditata contraggono, non si mettono semplicemente d’accordo due anime gemelle nell’unire le loro potenze per un’opera comune. Lì dove proprietà propria e altrui sono combinate a formare un unico comando maggiorato su lavoro e mezzi di produzione, la proprietà come potenza esclusiva è ancora valida, il contrasto degli interessi dei proprietari non viene meno.1 Il connubio produce una contraddizione per tutt’e due le parti: tra libertà e costrizione per il debitore, tra prerogativa e dipendenza da successi altrui per il creditore. Si manifesta in una serie di conflitti intorno ai costi e le condizioni dell’affare creditizio. Una parte discute il prezzo della libertà ottenuta con il capitale accresciuto, l’altra la sicurezza del capitale monetario e il rendimento dovuto dalla controparte. Lo scopo capitalistico è modificato in un unico senso: aumenta il livello di ambizione riguardo alla produttività di capitale la cui massimizzazione è comunque il fulcro di tutto.

Il personale che viene mobilitato e reso responsabile, sia con il suo lavoro che con lo stipendio, per una rendita che soddisfi questo livello di ambizione, è messo a confronto col fatto che dietro il comando sulle sue attività produttive c’è ora più della proprietà di singoli proprietari. In primo luogo, la simbiosi di questa proprietà privata con il credito che aumenta il suo potere e diritto al rendimento. Dietro a questo credito, nell’economia di mercato moderna, non ci sono solo l’uno o l’altro proprietario cui avanza un po’ di soldi. Nella veste di banche e altri istituti finanziari, la relazione creditizia è talmente professionalizzata che fa sentire in modo concentrato la ricchezza dell’intera classe che vive del possesso di denaro. Il settore di competenza raccoglie i patrimoni privati di tutti gli operatori potenti – e ormai anche il potere privato di tutto il denaro che si guadagna e si mette in circolazione – combinandoli sistematicamente a un potere che, nonostante tutte le interne contraddizioni, contrasti d’interesse e dipendenze, rappresenta una cosa assai diversa dalla pura addizione di somme di denaro. Il “fattore lavoro” se la deve vedere con la contraddizione mostruosa di una vera socializzazione della proprietà privata.

2. La peculiarità politico-economica della finanza
e la sua prestazione: sviluppo della crescita economica
tramite socializzazione del potere privato del denaro

Rendendosi utile per la concorrenza e le strategie di crescita delle aziende, il settore finanziario promuove la sua impresa operativa e la sua crescita. E questo funziona in maniera peculiare.2

a) Il settore finanziario realizza la fabbrica-soldi come diritto inerente a qualsiasi somma di denaro

Quando gli istituti finanziari prestano soldi, creano un credito esigibile da parte loro: un diritto cartolarizzato all’incremento di denaro. Il denaro si trova nelle mani di altri; nelle loro mani invece nasce capitale finanziario nella forma di un titolo legale che rappresenta l’incremento della somma prestata per via del pagamento d’interessi concordati. Le imprese produttive fanno produrre ricchezza in forma monetaria, mettono l’eccedenza inclusa nella somma originaria in relazione al proprio anticipo come fonte, misurando così il rendimento del proprio patrimonio. Così facendo rendono denaro fonte di denaro. Questa potenza del denaro esiste nelle mani del capitale finanziario come diritto scisso da qualsiasi processo di valorizzazione fisico, indipendente dal reale uso della somma prestata. Lo scopo della ricchezza nell’economia di mercato, cioè essere usata come capitale e perciò aumentare, diventa diritto del creditore all’incremento di denaro e in questa forma la sua fonte di reddito.3

Per le loro operazioni di prestito, le banche si servono del denaro che i clienti hanno depositato. Nei loro confronti contraggono passività basando la loro posizione di creditori sul proprio indebitamento. Si assicurano il potere di disporre del denaro altrui pagando degli interessi e quindi rendendo gli investitori partecipi della trasformazione di denaro in capitale; e, giustamente, in misura progressiva a seconda del tempo in cui possono disporre dei depositi come massa di manovra per i loro affari creditizi.4 La differenza tra i proventi economici dei rapporti giuridici duplici, come debitore di tutti i depositanti e come creditore di tutti i beneficiari di crediti, fa crescere il capitale anticipato dalle stesse banche.

Certamente, questa prestazione delle banche si basa sul processo di produzione con il quale la società sopperisce al suo ricambio materiale; le banche non fanno altro che rendere fine a sé stessa una caratteristica che è fondamentale per questo processo. La realizzazione della natura del capitale, che avviene quando si prestano i soldi, presuppone che si crei, con i servizi delle banche per il mondo imprenditoriale, incessantemente un’eccedenza di proprietà privata che viene poi realizzato in denaro. Questo suo presupposto, il mondo creditizio lo conosce solo come una serie di rischi buoni e meno buoni – per l’evenienza che le pretese giuridiche all’incremento della somma prestata saranno soddisfatte come d’accordo; e questo, nella prassi, vuol dire che li traduce in una serie di ragioni differenziate per un sovrapprezzo sugli interessi minimi che mette in conto ai debitori commerciali, a seconda della loro affidabilità creditizia, oppure nella forma di tassi ai quali compra e vende le loro obbligazioni. Il rischio, il carattere speculativo del credito, riceve una forma di prezzo diventando così mezzo dell’affare bancario. In questo modo le banche si avvalgono della loro base, il mondo imprenditoriale, che a sua volta si serve del lavoro dei dipendenti per la sua crescita, applicando i propri interessi commerciali e i propri criteri di crescita.

b) Il settore finanziario potenzia le sue attività creditizie tramite affari tra gli agenti finanziari rendendo i suoi rischi una sostenibile, resistente, potente fonte di entrate.

Certamente, ogni istituto di credito corre dei rischi. Con qualsiasi finanziamento, si assumono obblighi di pagamento che sono “coperti” solo dalla sicurezza che i debitori finanziati paghino tempestivamente, giustificando con ciò la contabilizzazione del denaro prestato come capitale monetario. Dalla massa e dall’andamento dei finanziamenti, la banca attinge la potenza e i mezzi per servire le passività contratte e contrarne altre. Con il volume dei suoi affari moltiplica quindi le sue sicurezze moltiplicando i suoi debitori fruttiferi. Al contempo però moltiplica anche i rischi (di mancato pagamento).

Per sviluppare questo spericolato modo di arricchimento promuovendolo a principio di una intera sfera affaristica, gli istituti di finanza fanno ricorso l’uno all’altro. Tutti gli istituti di finanza fanno la stessa cosa, ma non finisce qui. Danno e prendono prestiti anche tra di loro e quindi non si trovano soli con il loro modo di arricchirsi, ma si dividono i rischi, guadagnano l’uno dall’altro rendendosi dipendenti dal successo dei concorrenti. E non si limitano a prestarsi soldi reciprocamente, dilazionare pagamenti, accreditare promesse di pagamenti come pagamenti effettuati etc. Procacciano per sé stessi e per i loro migliori clienti bisognosi liquidità, trasformando le partecipazioni nei proventi da affari futuri in svariati tipi di titoli e diritti che commerciano comprando e vendendo tra di loro e a detentori di denaro interessati. Creano un mercato finanziario che appunto non si distingue per lo scambio di equivalenti ma per una prestazione sui generis. L’investitore compra un valore mobiliare che rappresenta un diritto all’incremento della somma investita. Ciò che “compra” è la trasformazione del “prezzo” pagato in capitale monetario promettente crescita. La commercializzazione riuscita del valore mobiliare procura il riconoscimento di quest’ultimo come rappresentante reale dell’incremento del patrimonio monetario legalmente garantito che l’emittente promette. Oltre alla clientela impegnata nell’”economia reale”, gli istituti finanziari mettono in scena un enorme ciclo di ri-finanziamento nel quale sono attivi come emittenti, compratori, intermediari, mediatori, designer di investimenti. Ciò che compiono è la reciproca certificazione economica dei rischi come capitale monetario, rendendosi mutua fonte di entrate e nuova sfera di crescita. Di pari passo instaurano una generale dipendenza del loro potere finanziario dal successo dei partner finanziario-capitalistici, quindi dalla sostenibilità della fiducia fruttifera della comunità nella rendita dei titoli, fiducia confermata nel commercio.5

Inutile raccontare alle banche che con l’ampliamento degli affari aumentano anche i rischi. Da molto hanno elaborato professionalmente i rischi insiti nel loro modo di arricchirsi: prestiti e interessi possono essere assicurati contro il mancato pagamento e il valore di titoli contro il suo deprezzamento – e guadagnano anche in questo modo. Trasformando i diritti e i doveri derivati da tali accordi in prodotti di commercio e creando appositi mercati per questi prodotti hanno trovato un altro ampio settore di attività. E questo, da parte sua, è la base di una speculazione che si distacca dallo scopo vero e proprio dell’assicurazione per rendere la pura valutazione dei rischi come tale un oggetto di affari. Questi somigliano a una scommessa, ma anche in questo caso, gli esperti del settore finanziario sono riusciti a svilupparli al punto di farne una seria fonte di ricchezza e campo per gli investimenti.

Le tecniche e i miliardi fatturati in questo settore – a volte screditato come “gioco d’azzardo” – meravigliano il pubblico. Meno stupore suscita la sua prestazione politico-economica. A torto però, perché con questa speculazione completamente autoreferenziale si perfeziona ciò che ha avuto inizio con gli affari creditizi tra le banche: il settore socializza i rischi che corre e che moltiplica. Con lo scambio di prestiti tra le banche, con il commercio dei valori mobiliari, l’assicurazione e la speculazione con i derivati – e tutti gli altri tipi di affari – il settore collettivizza l’audace equazione tra prestito e capitale monetario che serve a tutti gli istituti di credito come fonte di ricchezza. Con ciò il settore stesso ingenera la sicurezza di cui ha bisogno per il suo funzionamento.

Certo, gli attori della finanza non eliminano i contrasti tra gli interessi economici dei partecipanti e nemmeno il rischio che i valori mobiliari economicamente non mantengano quanto hanno promesso sulla carta, oppure la certezza che con le scommesse finanziarie c’è sempre uno che perde. Ciò che riescono a creare è il paradosso della comunitarizzazione economica di proprietari privati. Ci riescono in virtù della concorrenza dei singoli attori per l’investimento più sicuro e redditizio. Come creditori e debitori, come emittenti di titoli e investitori etc., smaniosi di partecipare agli affari altrui quanto scettici riguardo alla sicurezza di quest’ultimi, concorrono in tanti modi confermandosi a vicenda che il loro impegno creditizio rappresenta vero capitale. Legati negli affari come concorrenti, le aziende del settore si autorizzano reciprocamente a generare dai rischi un sempre maggiore patrimonio destinato a un giro d’affari sempre più ampio. Così fondano il potere del quale partecipano tutte: il potere del capitale finanziario sociale di adoperarsi come artefice, quasi autonomo e motivato solo dal proprio calcolo, e distributore degli anticipi travasati nelle attività capitalistiche.

c) Il settore finanziario fa del credito il punto di partenza e di arrivo di tutte le attività commerciali realizzando così in pieno il disprezzo che il capitale pratica nei confronti del lavoro usato come fonte del proprio arricchimento.

Il servizio che il settore svolge per il funzionamento dell’economia di mercato è apprezzato dai professionisti con il termine “creazione di credito” e riconosciuto come “sistemico”. L’apprezzamento tiene conto della circostanza che il settore bancario moderno non funge solo come servizio di assistenza alla crescita degli altri campi commerciali, ma libera tutti gli altri campi economici, che si trovano riassunti sotto il termine “economia reale”, dalla limitazione che i profitti finora guadagnati pongono all’andamento degli affari e della crescita, rendendosi motore dell’accumulazione di capitale e condizionando quest’ultima alla sua capacità e disponibilità di mettere a disposizione mezzi di crescita.6 Con il suo credito, il settore finanziario si trova all’inizio e con il suo diritto all’esito positivo della speculazione alla fine della produzione di ricchezza, intorno alla quale verte l’economia di mercato: l’incremento del patrimonio pecuniario privato. Grazie ai suoi servizi interessati, il credito non solo funge come anticipo accessorio di capitale, ma l’anticipo di capitale funge come investimento finanziario. Il settore finanziario moderno fa del mondo della produzione capitalistica una sfera di investimenti. Con ciò rende effettiva l’equazione: capitale uguale credito.

Questa equazione non sospende i contrasti di interesse tra i creditori e i debitori. Capitale finanziario e “economia reale” non solo sono e rimangono settori separati, ma perseguono interessi opposti – anche se in relazione allo stesso mezzo di affare: specie perché il credito è per una parte il suo affare e per l’altra la risorsa indispensabile, le due parti litigano senza fine sulle condizioni della loro simbiosi. Questa lite non solo dimostra la principale identità d’interessi tra i due tipi di capitale, ma anche l’assoggettamento della produzione capitalistica al credito. Pertanto da tempo, tra gli industriali e commercianti, ha attecchito il punto di vista della finanza che vede nell’”economia reale” nient’altro che un insieme di investimenti concorrenziali. Anche per i rappresentanti del commercio e dell’industria, la propria impresa è un investimento che deve essere sufficientemente redditizio per reggere il confronto con investimenti alternativi. Le società per azioni distinguono espressamente e con effetto giuridico tra proprietari e amministrazione affinché questa provveda alla crescita del patrimonio degli azionisti nella sua qualità d’investimento quotato in borsa. E gli “autonomi” che si fanno chiamare “ceto medio” danno per scontato che il loro patrimonio abbia un diritto particolare a una remunerazione decente e che il loro impegno all’interno dell’azienda volto a realizzare una bella rendita meriti, oltre a questa, una ricompensa imprenditoriale. Così, il calcolo stesso dei datori di lavoro impegnati nel commercio e nella produzione rispecchia il punto di vista e il potere dei loro creditori, cioè il punto di vista che è il credito a procurare al denaro il suo diritto di valorizzarsi come capitale, e il potere di “far lavorare” il denaro cioè metterlo in circolazione come fonte d’incremento. Il lavoro, già vincolato dai datori alla prestazione di generare proprietà pecuniaria, che con il suo rendimento che l’azienda ha comprato deve farsi carico della auto-valorizzazione della proprietà capitalistica, e che entra in azione solo come strumento per la produttività del capitale, funge, in ultima istanza, come variabile dipendente di un investimento che un investitore contabilizza sin dall’inizio come il suo patrimonio crescente.
In questa qualità, il “fattore lavoro” partecipa, in maniera conforme al sistema, all’altalena congiunturale che il regime del capitale finanziario imprime al processo vitale della società tesa al fare soldi.

3. Il danno collaterale della crescita economica realizzata
dal credito è inevitabile: dopo il boom la crisi.

Le imprese perseguono i loro obiettivi di crescita in concorrenza tra di loro, adoperando i prestiti, le une contro le altre, nella lotta per le quote di mercato. I ricavi che il settore finanziario pretende dai suoi debitori e sui quali basa il suo affare creditizio e la propria crescita, non si sommano semplicemente. Sono ottenuti sempre a spese di altre aziende. In “periodi favorevoli” – che per questo si chiamano così – si realizza lo stesso una crescita generale; dopotutto, con le loro ambizioni di crescita, le singole imprese si danno da guadagnare a vicenda, in modo diretto ma anche indiretto tramite gli stipendi che pagano. Non cambia nulla della necessità che qualche ”investimento rischioso”, anche se finanziato con prudenza, finisca in fallimento e la banca interessata si veda costretta a decidere o di prolungare i crediti insicuri e magari di doverli addirittura aumentare nella speranza di un possibile successo oppure di sottrarre i mezzi finanziari necessari provocando il fallimento e realizzando una propria perdita per evitare danni maggiori. Ma anche queste evenienze, è possibile assorbirle fino a un certo punto, se il bilancio di crescita – della banca colpita e anche in generale – nel suo insieme è positivo.7

Tuttavia, che a volte la cosa finisca del tutto diversamente fa altresì parte dell’esperienza di vita nell’economia di mercato. Essa conosce congiunture, il su e giù del solito fare soldi; e ci sono anche fasi, dove non c’è crescita, i fallimenti aumentano, i crediti non sono serviti e per questo non vengono più dati o viceversa; quando i valori di borsa delle aziende sono in declino, “le quotazioni crollano” e con loro gli istituti finanziari. Allora c’è la crisi. Di ogni ben utile ce n’è troppo: troppi beni d’uso di tutti i tipi la cui vendita non è più redditizia, che rimangono invenduti, non usati e alla fine buttati. Troppi mezzi di produzione che non sono più utilizzabili per affari redditizi e perciò svenduti o abbandonati. E spesso troppe case che non permettono più di fare soldi e che perciò rimangono sfitte, anche se dall’altra parte non mancano degli interessati che però non possono permettersi né l’affitto richiesto né il mutuo. E in genere ci sono, in tempi di “crescita debole”, troppe persone che potrebbero farsene qualcosa con i mezzi di produzione inutilizzati e che avrebbero bisogno dell’eccesso dei beni prodotti. Persone, per la cui forza lavoro non c’è nessun interesse capitalistico. La bravura dell’economia di mercato nello strumentalizzare tutto il processo sociale di produzione e vita per la crescita della proprietà capitalistica e nell’assoggettarla al successo di quest’ultima porta qui alla conseguenza assurda che l’abbondanza accumulata non è un bel successo e meno ancora il preludio di una più confortevole organizzazione dell’economia, ma al contrario un danno; e quindi deve andare a rotoli prima che e affinché tutto “riparta”.

Gli esperti economici annoverano questa follia evidente, senza prenderla troppo sul serio, nell’ambito degli incidenti e dei casi accidentali incalcolabili, dei passi falsi evitabili e degli sviluppi errati dovuti a circostanze particolari – in netto contrasto con l’esperienza che questa follia si manifesti periodicamente, il che comunque testimonia di una necessità sistemica. La regola che ogni crisi è preceduta da una fase di crescita, spesso addirittura di affari febbrili, è traslata nell’idea che quella crescita sarebbe stata in qualche modo una crescita sbagliata, forse solo finta. Del paradosso per cui un arricchimento rapido si rivela essere controproducente per la continuazione dell’arricchimento si viene teoricamente a capo con la metafora del “surriscaldamento”. In verità è la crescita capitalistica stessa la causa per cui essa impatta con violenza contro i suoi limiti. Grazie all’eccedenza, che ogni azienda cerca di realizzare impiegando il lavoro salariato in concorrenza con altre aziende, e che è misurata in proporzione alla spesa complessiva, grazie ai mezzi e ai metodi che tutti i concorrenti utilizzano – riduzione dei costi di produzione aumentando la produttività del lavoro con relativo risparmio dei costi di lavoro –, il mondo imprenditoriale stesso produce continuamente i limiti della sua crescita. Perché con i proventi delle vendite in ribasso aumenta la pretesa di profitto da realizzare con le merci competitive; o, detto in altre parole, nell’interesse della porzione di utile contenuto nel valore delle merci prodotte, i concorrenti riducono, insieme ai costi unitari di lavoro, anche i prezzi di mercato che riescono a realizzare sul mercato e che sono la base per il calcolo dell’utile. Con la spesa di sempre più capitale al fine di beneficiare della maggiore competitività che si ottiene dalla produzione più economica, gli imprenditori si fanno concorrenza per realizzare, vendendo più merci, una crescente massa di profitto, anche se praticano degli sconti sul margine di utile; così lottano per la rendita più alta possibile del capitale investito, con il risultato che i virtuosi non aumentano la produttività del capitale maggiorato o solo di poco o forse la abbassano addirittura, mentre i meno virtuosi rimangono tagliati fuori. Così, il metodo applicato nella concorrenza cozza con l’effetto desiderato – una contraddizione la cui ultima ragione è già stata spiegata nel capitolo precedente: il capitale, in virtù del suo potere sul processo produttivo, si appropria di ciò che sotto il regime della proprietà costituisce l’utilità di tutta la produzione, cioè la proprietà del prodotto che si tramuta in soldi una volta venduto. Nel tentativo di sottrarre da questa somma il meno possibile per pagare i lavoratori il cui lavoro procura all’impresa la crescita della sua proprietà – provvedendo inoltre che il capitale d’esercizio ricompaia nella merce commerciabile e torni al suo proprietario in forma pecuniaria – l’impresa diminuisce la quantità di lavoro impegnato nel processo produttivo per creare la nuova proprietà e quindi il valore di cui vuole tenere per se stesso una proporzione sempre maggiore.

La concorrenza, con la quale le imprese dell’”economia reale” mettono in pratica questa contraddizione, non solo è aggravata dal regime del settore finanziario, ma portata a un nuovo livello. Il credito supera la limitazione della crescita alla grandezza dell’utile realizzato, quindi anche la limitazione dovuta all’effetto controproducente della spesa di capitale per le razionalizzazioni praticate al fine di conquistare il mercato; il fatto che, con gli sforzi finalizzati a incrementare l’efficacia del capitale investito, i proventi scendono tendenzialmente, non necessariamente deve impedire ai perdenti della concorrenza la continuazione o addirittura l’espansione delle attività; tanto essi stanno già agendo con denaro prestato cagionando ai creditori, con i loro insuccessi, il – già menzionato – imbarazzo della scelta se continuare a puntare su futuri successi o decretare la sospensione della partita. Di conseguenza, la contraddizione nella concorrenza per rendita e crescita non si consuma semplicemente nella lotta tra i produttori per le quote di mercato, ma nel conflitto tra settore finanziario – che approvvigiona le imprese, nell’interesse di approfittarsene, con il necessario per le loro rovinose lotte per vendita e profitto – e le imprese che rendono la realizzazione di una sufficiente rendita di capitale sempre di nuovo e tendenzialmente sempre più difficile, prima una contro l’altra e alla fine contro sé stesse. È il mestiere delle banche e degli investitori di puntare, con la creazione di credito e investimenti monetari, sulla crescita nel mondo delle imprese o di costatare una sproporzione tra le proprie anticipazioni e la contropartita troppo esigua delle aziende alle quali, con i loro investimenti, hanno accollato il dovere di avere successo e di provare che il denaro prestato è vero capitale monetario. E sono le banche e gli investitori a determinare con i loro giudizi e le loro decisioni le congiunture dell’economia di mercato. Come prima il rilancio, il settore finanziario con le sue pratiche mette ora in atto anche l’inversione di tendenza, trascinando la crescita spinta dal credito verso la recessione e la crisi: con le strette sulle condizioni di finanziamento e le massicce cancellazioni di credito decreta l’emergenza di un generale declino economico.

Con ciò si avvisa “l’economia reale” che, secondo il giudizio autorevole dei mercati finanziari, la produttività del capitale è soddisfacente solo in via eccezionale, globalmente però è troppo bassa, quindi non idonea né a giustificare il credito già creato e concesso, né a meritarsi nuovi crediti – insomma, che è accaduta una cosa che né le banche né i clienti commerciali delle banche, per non parlare di speculatori ed esperti, vogliono sapere: spinto dalla creazione di credito, che ora si rivela essere eccessiva, il mondo imprenditoriale è riuscito a produrre più attese di crescita della proprietà capitalistica di quanto fosse possibile realizzare vendendo le merci che dovrebbero contenere questo più di ricchezza su un mercato sempre più conteso. La creazione di ricchezza monetaria è rimasta globalmente e clamorosamente sotto il livello sul quale le imprese hanno prodotto con le loro razionalizzazioni finalizzate all’incremento e i creditori hanno prestato l’anticipo consumato per quest’ultimo bilanciandolo come capitale monetario. Gli istituti finanziari impartiscono questo verdetto in modo pratico, nella forma di una stretta creditizia. E, paralizzando ciò che loro stessi hanno posto come essenziale determinazione della ricchezza monetaria, cioè la trasformazione in capitale monetario, inducono, con l’aggravio delle condizioni creditizie, con l’interruzione delle relazioni creditizie e con la riduzione del commercio con i titoli, ciò da cui vogliono salvare i loro soldi: la sua inutilità.

In questo ribaltone da boom economico in crisi, i professionisti della finanza agiscono – nonostante la libertà di ogni singolo manager finanziario – come collettivo, concorrendo tra di loro per assicurarsi gli investimenti più proficui e più sicuri; “comportamento del gregge” lo chiamano gli psicologi volgari dei mercati finanziari; interpreti eruditi parlano anche di “comportamento d’investimento prociclico”. Come potrebbe esser diverso: un investimento che promette bene è un’opportunità che nessun investitore deve farsi scappare. E ancora di più, nessun vero banchiere può sottrarsi al rilancio degli affari in uno o in tutti i settori. Con il boom scatenato si accumulano nei suoi libri anche i rischi, uno sviluppo che pone il problema della tempestiva uscita dalla concorrenza per finanziare una concorrenza sempre più accesa: non troppo presto, ma soprattutto non troppo tardi bisogna ritirare i soldi ponendoli in salvo o addirittura investendoli nella speculazione su fallimenti e perdite. Corrisponde completamente alla logica del loro affare il fatto che gli istituti di finanza, agendo in questa maniera, provocano ciò su cui puntano. Perché quest’affare non è altro che dedurre dalle relazioni creditizie con il resto delle imprese e tra di loro il potere di contrarre nuovi impegni, almeno per quanto giudichino sicure le attività correnti e promettenti quelle future, e parteciparvi coinvolgendosi reciprocamente in vista dei rischi. Così funziona la crescita in questo settore. E proprio così, per l’effetto a catena, si sviluppano i suoi affari quando le relazioni creditizie vengono cancellate e le attività sui mercati finanziari sospese. Infatti, di pari passo con la sicurezza, viene meno la disponibilità di protrarre i “rischi” e contrarne dei nuovi; e con l’interesse di impegnarsi presso la concorrenza e sui diversi mercati finanziari, viene meno il potere – basato su questa maniera di socializzazione della ricchezza capitalistica – di espandere le attività o semplicemente mantenerle.
Ed è la regola e, dal punto di vista del sistema, è anche corretto che, come il rilancio, così anche la crisi di crescita scoppi laddove gli istituti di credito fanno commercio tra di loro con i propri prodotti; di norma la crisi avviene nella forma di un crollo delle borse dove continuamente si valutano le aziende di tutti i tipi in un’ottica e secondo i criteri del settore finanziario, cioè come “rischi”. Si capisce da sé che i problemi che le aziende dell’”economia reale” hanno con la concorrenza sono sempre nel mirino. Si decide nelle relazioni commerciali e creditizie fra gli stessi attori finanziari se nelle crescenti difficoltà di mercato sia il caso di puntare sulla sospensione delle relazioni commerciali, di modo che diventi una battuta d’arresto generale per la crescita di capitale. È crisi quando queste relazioni subiscono un arresto; quando le imprese finanziarie mettono in dubbio reciprocamente il principio del proprio commercio: la validità dell’equazione che soldi prestati sono capitale monetario. Pure il crollo di un intero settore industriale diventa crisi economica soltanto perché – e nella misura in cui – i creditori si negano reciprocamente il mutuo riconoscimento dei debiti come patrimonio finanziario e si rifiutano di esporre il loro denaro al rischio che è inscindibilmente legato al suo utilizzo come credito.8 Dalle sommità di questo commercio finanziario parte il messaggio, nella forma di una stretta creditizia che mette in sofferenza lo stesso settore finanziario, diretto al mondo dello sfruttamento del lavoro produttivo, che i metodi usati per aumentare la produttività del capitale tramite l’aumento della produttività del lavoro sono entrati in contrasto con il risultato; un contrasto che porta alla massiccia distruzione di ricchezza materiale e all’annullamento di titoli patrimoniali.

4. Il disprezzo del credito per la sua base, il lavoro salariato – la risposta degli interessati è conforme al sistema: richieste impotenti di occupazione.

Proprio in tempi di crisi – quando i lavoratori sono colpiti, in misura straordinaria, dai progressi degli affari capitalistici per via di licenziamenti, riduzioni di salari o comunque dall’escalation d’insicurezza esistenziale – la democratica società di classe fa vedere che stupefacente conquista ha maturato: la solidarietà di questi lavoratori con i “loro” datori di lavoro, perlomeno con quelli “onesti” e “caserecci”, contro il capitale finanziario. Quando piccole e grandi imprese dell’”economia reale” soffrono del carente afflusso di proprietà altrui, per via della generale stretta creditizia o addirittura del crollo dell’intero sistema creditizio, quando le sono negate le solite condizioni di finanziamento o quelle tanto più necessarie, viste le difficoltà di mercato dovute alla crisi, quando incombe addirittura la chiusura, allora anche i dipendenti accusano i “giocatori” della borsa che si sono discreditati con il crack clamoroso della loro ”bolla speculativa”, almeno fino a nuovo avviso. La presa d’atto della circostanza che tutta la produzione della ricchezza nell’economia di mercato, quindi anche il loro sostentamento, dipende dalle congiunture del commercio finanziario-capitalistico, fa nascere nei lavoratori una ferma parzialità – motivata da nient’altro che dal proprio interesse per il lavoro salariato – in favore del gruppo produttivo degli imprenditori e contro la combriccola dei giocolieri della finanza. Questi sono accusati di avere dilapidato o essersi pappati i miliardi per pura “avidità di lucro” e “mentalità da casinò” o comunque per irresponsabilità egoistica, soldi di cui ora privano i produttori di merci, quindi in fin dei conti i loro stessi dipendenti. Quest’accusa non lascia dubbi su chi è responsabile per la loro difficoltà e chi non lo è. Il fatto che sono i loro datori di lavoro a cassare, in un modo o l’altro, massicciamente il loro abituale sostentamento non è interpretato da parte dei lavoratori come la dichiarazione d’incompatibilità da parte dell’intero sistema capitalistico quale essa è, ma come la conseguenza di una situazione difficile in cui la propria ditta è incappata soltanto a causa del malaffare degli speculatori che tanto non avevano mai altro in mente che fare soldi e che non sapevano mai apprezzare la “creazione di valore” tramite il lavoro onesto.

Questa sorta di critica del capitale finanziario vive una fioritura periodica nei duri tempi della crisi, ma esiste, con le dovute modificazioni, in tutte le fasi della congiuntura. Dal semplice operaio al sindacalista fino dentro la scienza e i partiti politici, dappertutto si trova chi muove l’accusa ai capitalisti finanziari di non contribuire all’”occupazione”, nonostante muovano ingenti somme di denaro; di badare a fare soldi con le speculazioni, anziché “creare posti di lavoro” con le somme lì investite.

Queste denunce hanno un che di perverso perché prescindono, nel nome dei lavoratori, completamente dal carattere ricattatorio delle “condizioni di vita” in cui ”l’occupazione” – in parole povere, il lavoro secondo le esigenze del capitale – diventa una necessità per i lavoratori. Inoltre sono fuori luogo per il semplice motivo che “l’occupazione” non è mai un obiettivo capitalistico. Anche gli onesti produttori di merci, che danno lavoro a un sacco di gente, assumono i lavoratori come mezzi per un fine che dividono con tutti gli speculatori e il cui utilizzo include sia licenziamenti sia un lavoro in una forma talmente compressa – e solo tale – che nessuno, a meno di esserci costretto, possa augurarsi una tale “occupazione”.

L’accusa è anche ingiusta. Perché qualsiasi cosa i datori di lavoro creino in termini di posti, ci riescono solamente con le inesauribili risorse di quel mestiere che trasforma i profitti sperati in una massa finanziaria finalizzata all’acquisto dei “fattori di produzione” necessari. Vale anche e in modo particolare per i “tempi buoni”, quando i portafogli di commesse delle aziende sono pieni e il mercato del lavoro, in confronto alla crisi, è relativamente vuoto. Quando gli affari – incluso il fallimento di singoli concorrenti per il quale poi si penalizza i loro dipendenti – generalmente fioriscono, gli imprenditori, nell’ambito dell’espansione produttiva, magari devono pagare un salario più alto per poter usufruire del lavoro, e allora tutti quanti, in fin dei conti, devono il loro “rilancio” alla generale riuscita degli affari finanziari. È con capitale di prestito che i produttori di merci combattono la loro concorrenza ambiziosa per i costi salariali unitari minori – il che “rende sicuri” solo quei “posti di lavoro” che sono ancora necessari e anche questo soltanto fino a quando rendono redditizia l’impresa, costi creditizi inclusi; in ogni modo, altri posti di lavoro non sono in offerta da parte dei datori di lavoro capitalistici. Le opportunità di mercato che gli imprenditori riescono a attivare in tempi di boom, vale a dire, occasioni per la realizzazione del loro interesse principalmente insaziabile di far svolgere, sotto il proprio comando, la maggior quantità di lavoro possibile – a scapito della concorrenza, si capisce, il che non porta all’aumento del numero totale degli occupati… – le devono all’industria finanziaria che li approvvigiona con la libertà di poter agire indipendentemente dal mercato permettendogli di apprestare il mercato come il loro campo di battaglia.

Il settore creditizio sa fare ancora di più: non solo fa delle offerte ai produttori di merci finalizzate all’aumento vigoroso della produzione di profitto, che nessuno di quanti vogliono rimanere sul mercato può rifiutare, ma gli impone anche l’uso incondizionato di sempre più lavoro, reso più economico e quindi più produttivo, come condizione della loro affidabilità creditizia. È vero che non si occupa della differenza tra la ricchezza materiale della società e di chi ne è il proprietario, per non parlare del nesso tra il lavoro creante proprietà e il denaro che questo lavoro costa e rende. Ma il capitale monetario fa ben presente ai debitori che il suo patrimonio auto-incrementato consiste in diritti che le imprese sono obbligate a osservare, pena la loro propria rovina. Lavoro salariato, del tipo proficuo e al contempo in quantità tale da rendere redditizia l’impresa e con essa anche una montagna di credito, titoli mobiliari che speculano sullo sviluppo dell’azienda oppure sulla crescita di diverse aziende o ancora sui risultati dell’indice per la performance di determinate aziende … Tutto questo i manager del credito lo impongono, nel modo più efficace possibile, dandolo semplicemente per scontato e mandando a rotoli, per mancanza di credito, tutte le imprese che non soddisfino il loro criteri.

E infine l’accusa mossa nel nome degli operai, che i capitalisti finanziari mancherebbero d’impegno per l’occupazione, minimizza anche i fatti. Perché sono gli istituti di credito a promuovere con i loro crediti soprattutto la contraddizione che sempre meno lavoro deve rendere redditizio sempre più capitale secondo criteri sempre più esigenti. Promuovono la concorrenza dei capitalisti produttivi in qualsivoglia misura pretendendo successi; e, con gli strumenti per l’aumento della produttività del lavoro, stabiliscono anche il parametro per la redditività da realizzare. Così stabiliscono sia lo standard al quale il lavoro deve corrispondere per meritare ancora la retribuzione sia la misura in cui si possa fare a meno dei lavoratori. Perché nel solo interesse della sicurezza dei loro affari speculativi, le loro pretese sono così elevate che sempre meno lavoro si dimostra essere all’altezza – in senso duplice:

Il lavoro può essere proficuo solo se la parte salariale del valore di merce creato tende allo zero – con tutte le conseguenze menzionate nel precedente capitolo e comunque note: per l’alleggerimento del lavoro; per il rapporto tra ricchezza prodotta e le necessità vitali dei lavoratori assolte con il salario; inoltre per il numero di tutti quelli che nel bel mezzo del “dominio della necessità” sono costretti di procacciarsi il vivere lavorando per altri e che ora sono “messi in mobilità”. Per via delle sue prestazioni, il credito vi aggiunge anche un’altra conseguenza: non solo finanziando il “progresso tecnico” che provvede al taglio di posti lavoro, lavoratori inclusi, ma anche all’ampio uso del lavoro presso i posti nuovi – finché non emerge che questi falliscono globalmente come mezzi di concorrenza, perché nell’insieme si svolge troppo lavoro in relazione a ciò che si riesce a vendere. L’istanza che matura questo riconoscimento pratico è ancora il settore creditizio; prende le sue decisioni riguardo l’affidabilità creditizia delle imprese concorrenziali costringendole al necessario “taglio dell’occupazione” o alla rovina – evidenziando quindi che tutti i posti di lavoro non si basano su altro che sulla speculazione di questo settore creditizio e che questa speculazione temporaneamente non va in porto. Il risultato è l’incremento a ondate della disoccupazione che compromette ancora di più la liquidità della società utilizzabile ai fini capitalistici, con la conseguenza, che ancora più lavoro finora svolto risulta superfluo. Pertanto, le “recessioni” hanno la nota caratteristica spiacevole di “intensificarsi”. La ripresa, inevitabile a un certo punto, si svolge sulla base di un’attività imprenditoriale ridotta dai tagli e, ovviamente, sulla base di tecniche produttive più avanzate; così le imprese tornano a crescere e a produrre utili che meritino il credito. L’esercito di disoccupati stenta però a scendere di numero o non scende affatto. Che serva meno lavoro per rendere proficuo maggior capitale possibile, questo è l’irremovibile risultato dell’ultima crisi. Così, con la potenza del capitale di auto-incrementarsi nella forma di successi commerciali anticipati e di utilizzare il lavoro sotto il comando del capitale per l’affidabilità dell’auto-incremento, cresce d’altra parte il peculiare “fenomeno” dell’“esercito industriale di riserva” per il quale non si prevede alcun utilizzo. All’eccedenza di attività commerciale, finanziata con il credito e annullata periodicamente, corrisponde una sovrappopolazione il cui esubero si fonda esclusivamente sul fatto di non soddisfare i criteri di redditività – altrimenti non ci sarebbe nessun impedimento per i lavoratori a procurarsi l’occorrente per una vita decorosa. Tuttavia, i mezzi di produzione ci sarebbero ancora, anche se disattivati durante l’ultima crisi.

Coloro che fanno parte degli esuberi e tutti gli altri che sono consapevoli di poterne far parte in qualsiasi momento si vedono costretti alla preoccupazione per il lavoro; una preoccupazione molto stucchevole perché chi ce l’ha non ha i mezzi adatti per venirne a capo. La situazione si fa addirittura deprimente appena se ne occupano gli avvocati della causa operaia che trasformano la necessità – che i capitalisti hanno creato e perciò non intendono certamente abolire – in una richiesta che invoca “lavoro”. La brutta esperienza per cui l’andamento degli affari capitalistici, oltre allo sfruttamento della produttività del lavoro, prevede anche la disattivazione di tanti lavoratori, è evocata sì – ma non per screditare, presso i dipendenti, quest’andamento come condizione di vita inadatta, ma per imporglielo come il loro stesso interesse. Che si faccia del lavoro un uso capitalistico è la richiesta – solamente e proprio perché i capitalisti, che non vogliono altro che questo, pongono al contempo, per ragioni di effetti economici, delle condizioni molto esigenti.9 Della necessità, che anche gli operai da parte loro avrebbero da porre qualche condizione per il loro utilizzo a favore altrui, non rimane nessuna traccia nella richiesta di lavoro – o solo in negativo: pretese di questo tipo sono obsolete, “per amor di posti di lavoro”.

E questo vale ancora più se i lavoratori moderni – sotto la guida dei sindacati e assistiti dalla politica e dal pubblico – si fanno coinvolgere in una “lotta per i posti di lavoro”. Sono tenuti a considerare nemici – cioè quelli che mettono a rischio i loro posti di lavoro – non gli imprenditori che minacciano di licenziarli, ma i posti di lavoro altrove. Che questi siano più redditizi dei “propri” è presentata come la circostanza decisiva che va cambiata. Quando, all’interno di un’impresa, si prendono delle decisioni riguardo all’assegnazione di capacità produttive a singoli impianti, quando si discute su chiusure imminenti o quando un intero gruppo deve essere “ristrutturato”; quando la competizione tra le imprese sta per diventare una vera “guerra dei prezzi” ai fini di eliminazione; quando la dipendenza della macchina fabbrica-soldi dalle decisioni del capitale finanziario si risolve nella rivendicazione di tagli radicali dei dipendenti: ecco che questi ultimi sono tenuti a ritenere inevitabile e logico il dover offrire ai datori di lavoro termini speciali di disponibilità ed economicità – a questo scopo si ricorre all’aiuto di sindacati e comitati aziendali – per salvare i “nostri” posti di lavoro, fino alla prossima minaccia. Del fatto che questa manovra concorrenziale, appena ne consegue un successo secondo i criteri di redditività, comunque li si voglia definire, provochi la disoccupazione di colleghi altrove, a volte se ne prende atto con qualche imbarazzo rievocando la “solidarietà di tutti i lavoratori”. Con tanta meno solidarietà però, quanto più la lotta per i “nostri” posti di lavoro prende di mira economie, aziende e lavoratori all’estero…

1E vale pure nei casi in cui succede proprio questo: proprietari mettono insieme i loro soldi per finanziare un’impresa comune che rende loro in proporzione alla loro quota in termini di azioni. Il contrasto d’interesse tra investitore e investimento assume qui la forma evoluta per la quale l’impresa con le sue lotte concorrenziali funge come base per l’interesse affaristico degli azionisti di arricchirsi dei dividendi e soprattutto delle plusvalenze dei titoli, un interesse promosso normalmente da professionisti. Opportunamente, le due parti si ricompattano nelle premure dei dirigenti di assolvere questa funzione potenziando l’azienda sul mercato e servendo così i shareholder.

2Una spiegazione sistematica e approfondita di questa impresa si trova nei numeri 3-08, 2-09, 1-10 e 1-11 della rivista Gegenstandpunkt e sarà oggetto di una futura traduzione.

3L’equazione che il denaro non è solo equivalente generale, ma rappresenta, quando si trova nelle mani del settore finanziario, il proprio incremento è una conseguenza logica dell’economia politica che parte dal fatto che tutti i beni e servizi dell’economia di mercato sono merci: si produce per lo scambio nel quale il rapporto giuridico della proprietà, cioè l’esclusione di tutti gli interessati dall’uso del bene prodotto, si rivela essere il mezzo adatto per l’appropriazione di proprietà altrui. Nel denaro, lo scopo del produrre inerente al sistema di mercato diventa indipendente e autonomo. In esso, il potere di appropriazione sul quale è incentrata la merce si separa dal prodotto: potere d’appropriazione generale come oggetto. Con l’uso del denaro come capitale, lo scopo del guadagnare soldi diventa principio del processo di produzione sociale nel senso che non si tratta più di creare nuova proprietà in assoluto, ma che il proprietario dei mezzi di produzione, come soggetto giuridico del lavoro eseguito, ricavi più denaro dalla vendita delle merci di quanto abbia investito nei mezzi di produzione e pagato per i lavoratori. Il fatto che il lavoro che produce nuova proprietà coincida completamente con il suo pagamento e il capitale anticipato diventi ragione del proprio aumento, quest’assurdità assume nelle attività creditizie una forma autonoma: in quanto diritto a un più di denaro, la produttività del capitale diventa qualità propria di qualsiasi somma di denaro appena si trova nelle mani del settore finanziario.

4In più, le banche si approfittano a giusto titolo dei servizi per i pagamenti che si effettuano nella società: tutti i soldi guadagnati all’interno della società confluiscono nelle banche e casse di risparmio e sono contabilizzati come avere bancario, quindi sostituiti da promesse di pagamento degli istituti. Le disposizioni che i titolari dei conti adottano riguardo il loro patrimonio non cambiano per niente la natura di questa trasformazione di denaro in passività delle banche: i pagamenti sono effettuati all’interno e tra gli istituti finanziari tramite trasferimenti dei depositi e sfociano nella compensazione e nello scambio di crediti tra le banche. Cosi facendo, il settore si conquista la libertà di trattare quasi tutte le entrate pecuniarie della società – inclusi i pagamenti che i debitori effettuano con i soldi prestati creando quindi altrove un’entrata pecuniaria – come quantità finanziaria messagli a disposizione per prestiti, entro certi limiti legali. I mezzi di pagamento, con i quali gli imprenditori mettono in atto il fatturato e gli abitanti dell’economia di mercato sopperiscono al vivere, consistono quindi – a meno che non si parli di contanti – in moneta scritturale ed elettronica che denomina né più né meno le attività creditizie che la banca emittente riesce a combinare. Il mezzo di circolazione in linea con i tempi dell’economia di mercato è un segno creditizio.

5Gli esperti economici si compiacciono di interpretare questi fatti in una luce moralistica o psicologica ricorrendo alla radice latina della parola “credito”, cioè che le belle prestazioni del settore creditizio siano basate sulla fiducia che gli agenti nutrono reciprocamente o di cui godono sui mercati finanziari creati da loro – una interpretazione alquanto banale del potere che gli agenti del settore finanziario ricavano dagli affari di (ri)-finanziamento. Ciò di cui si fidano, ora di più, ora di meno, è l’efficienza dell’accesso che gli agenti del credito hanno su tutte le attività economiche della società che trasformano in mezzi per incrementare la loro ricchezza. Dietro questo accesso non c’è nessuna questione di fiducia, ma il potere statale con i suoi organi giuridici.

6Le libertà che le banche si prendono sono evidenziate dalle restrizioni che si pongono, o meglio, che il controllo statale pone: quando vengono in scadenza dei pagamenti causa crediti dati o presi e devono essere effettivamente eseguiti dopo le dovute compensazioni tra passività e crediti, un istituto di finanza serio deve essere in grado di pagare; vuol dire che deve poter disporre di riserve che garantiscono, presso i suoi consimili, cioè i suoi partner concorrenziali, affidabilità creditizia. Con la sua liquidità, il singolo istituto si fa garante della solvibilità che crea dalla parte dei suoi clienti – e il settore nel suo insieme si fa garante della liquidità di tutta la società capitalistica.

7Che il settore finanziario crei nel complesso più solvibilità e la metta in circolazione come capitale anticipato di quanto poi realmente è trasformata in crescita, cioè avvalorata come ricchezza capitalistica, è la regola nell’economia moderna. Inoltre è il bilancio pubblico stesso, per quanto finanziato con i crediti, a rafforzare la divergenza tra espansione del credito e la sua giustificazione economica. Una delle conseguenze è nota come inflazione: come deprezzamento del mezzo di pagamento avente corso legale, espresso in percentuali. L’effetto può farsi sentire in tutte le fasi congiunturali, trattate in seguito, e rappresenta però sproporzioni tra credito e eccedenza che si differenziano per ragioni ed effetti. Nelle fasi calde di un boom, il settore finanziario, sulla base speculativa di una eventuale rapidissima crescita e una congrua valorizzazione degli investimenti, precorre l’incremento della proprietà pecuniaria, che il capitale foraggiato con mezzi di crescita riesce veramente a realizzare. Finché il capitale anticipato torna incrementato, non si leva nessun lamento contro l’aumento del mezzo di circolazione che si fa sentire nel generale aumento dei prezzi delle merci. In questo caso, il rincaro s’innesta solo sul bel successo complessivo del capitale e va a scapito solo di chi non fa i prezzi, ma li deve pagare con il suo stipendio. Nella recessione, il capitale accreditato non dà la dovuta rendita che potrebbe giustificare a posteriori i crediti concessi; allora i prezzi in crescita segnalano i tentativi compensativi degli enti competenti del credito – dietro i quali c’è sempre il potere statale – di rianimare l’economia o tenerla in vita con il rafforzamento del potere d’acquisto, che economicamente non è più o non ancora giustificato; e poi ci sono sempre da soddisfare le esigenze dello stato. I salariati possono desumere dalla quota di deprezzamento la velocità del loro impoverimento. Senza questi tentativi compensativi da parte della politica, può essere facilmente che nella recessione accada il danno economico maggiore della deflazione, una tendenza dei prezzi verso il basso. Significa che il credito, che sarebbe necessario per finanziare la crescita o solo la riproduzione del capitale, non è stato creato o accettato o efficientemente messo in circolazione. La svalutazione del capitale inutilizzato si traduce in un crollo dei prezzi dei prodotti e dei mezzi di produzione cui fanno parte anche i dipendenti in esubero e quindi non più pagati.

8Perciò non deve sorprendere se la sfiducia degli istituti finanziari che scatena la crisi non si verifichi, nel capitalismo più progredito, nei feedback dal mondo dell’”economia reale” finanziata con crediti, ma prenda l’avvio dalle perdite dei derivati. Così è successo nella crisi mondiale finanziaria, economica e monetaria e del debito pubblico che ormai va avanti dal 2007.

9Motivo per cui la richiesta di “occupazione”, per quanto servile, stona oggettivamente con il sistema del lavoro salariato. Proprio perché il lavoro è in primo luogo l’interesse dei capitalisti – e solo per questo motivo condizione vitale per tutti gli altri – sta nella loro discrezione definire i criteri per il suo utilizzo. Ancora più contraria al sistema è la richiesta di un “diritto al lavoro”, magari legalmente esercitabile; e che con la fine storica dell’alternativa al sistema capitalistico è quasi scomparsa. Quando oggi si fanno sentire richieste di occupazione, non hanno niente a che fare con una messa in discussione ideologica o addirittura pratica dell’interesse esistente di derivare capitale dal lavoro altrui nelle forme adatte a questo scopo e buttarlo dopo l’uso. Richieste di questo tipo si schierano direttamente dalla parte di questo interesse, nel nome dei disoccupati: “sociale è ciò che crea lavoro.” Che possa trattarsi solo di lavoro redditizio e che quindi le circostanze vitali dei dipendenti dal lavoro dipendano completamente dalla redditività del loro lavoro, è talmente scontato che nessuno sente il bisogno di dirlo expressis verbis. Anzi, imprenditori, politici economici e ideologhi snocciolano il catalogo delle cose che loro, e in fin dei conti anche i lavoratori, possono e devono fare affinché il capitale riesca a realizzare l’exploit – creazione, protezione o salvataggio di posti di lavoro: devono stralciare tutti i diritti tradizionali in termini di livelli salariali, tempo libero, calcolabilità e compatibilità di questi posti di lavoro. Perché, a ben vedere, si tratta di nient’altro che di “ostacoli all’occupazione” che in realtà sarebbero la vera causa dello scandalo sociale dei nostri giorni: sono “le rigidità del mercato del lavoro”, la “burocrazia” e altre diavolerie di questo tipo che impediscono a una marea di gente di trovare un’”occupazione”. Questa occorre non imporla ai datori di lavoro – intanto sarebbe impossibile – ma organizzarla insieme tra le parti sociali.

V. Il mercato mondiale (1): prezzo e produttività del lavoro, un confronto internazionale

Gli imprenditori esercitano la concorrenza tra loro per il profitto su scala mondiale. Acquistano all’estero beni di tutti i generi, se conviene ai loro calcoli; vendono prodotti e ricorrono alla liquidità estera per aumentare il fatturato. L’internazionalizzazione del commercio fa sì che la redditività dell’azienda dipenda dalla performance delle proprie merci, se vincono il confronto con merci provenienti da ogni parte del mondo e sui loro mercati. La redditività richiesta al lavoro deriva dall’analisi quotidianamente aggiornata che i capitalisti desumono dall’offerta internazionale di merci a buon mercato. Queste servono come indicatori di ciò che un lavoratore deve rendere in termini di costi e produttività, giustificando cosi i costi unitari di lavoro causati dal suo impiego. Inoltre, nel tasso di cambio delle valute si fa sentire la produttività di capitale che le imprese di un’economia nazionale nel loro insieme sono riuscite a raggiungere; esso modifica le condizioni degli affari.

Da quando le imprese hanno la libertà di attuare i loro investimenti in qualsiasi angolo del mondo di loro scelta, assoggettano i salariati alla concorrenza per il prezzo del lavoro, senza farne un gran segreto. Se e in quale misura sia necessaria la loro “occupazione”, è deciso in un confronto universale a cui i padroni del lavoro li sottopongono.

  1. La concorrenza transfrontaliera: gli imprenditori si rendono conto della dipendenza dalla produttività del capitale nazionale complessivo; per il superamento delle conseguenze impegnano il lavoro.

Gli Imprenditori capitalistici gestiscono i loro affari su scala internazionale. Producono per il mercato mondiale, competono a livello mondiale per il profitto e, di conseguenza, per quote di mercato, mettendo i loro pari in tutto il mondo di fronte al progresso raggiunto nella riduzione dei costi di produzione. Viceversa, devono affrontare – come anche tutte le altre aziende che sono attive solo sul mercato domestico – i venditori provenienti da altre nazioni: come acquirenti guardano ai prezzi approfittando di offerte a basso costo che trovano all’estero; come concorrenti venditori devono sostenere il confronto con i prezzi delle merci del loro settore. Questo impegno transfrontaliero fa crescere le opportunità di crescita ma anche le esigenze quantitative di capitale di cui disporre per realizzare queste opportunità.

Certo, con tutti questi sforzi per guadagnare soldi in tutto il mondo, non è solo nell’ambito della concorrenza potenziata in termini quantitativi che le imprese devono dare buona prova di sé. Devono confrontarsi anche con le differenze nazionali nelle tecniche e usanze della realizzazione di utili, in ispecie con l’utilizzo e la retribuzione dei lavoratori. E prima e soprattutto devono confrontarsi con la nazionalità della moneta quale nuova condizione commerciale. Anche il tasso di cambio tra le diverse valute contribuisce alla performance dei propri prodotti, cioè di come si collocano nel confronto tra il prezzo di produzione calcolato in valuta domestica e quello dei concorrenti esteri; e viceversa, se e in quale misura possono comprare all’estero a prezzi convenienti. Un tasso di cambio che diminuisce il potere d’acquisto della moneta nazionale rende più care le importazioni; uno che indebolisce il potere d’acquisto di una valuta estera aggrava le esportazioni nel paese di riferimento. I successi commerciali che le imprese di diverse nazionalità riescono a realizzare alle determinate condizioni, fissano gli standard anche al di là dei loro confini nazionali. Chi conquista con la sua merce i mercati stranieri, determina, nella relativa valuta, il livello dei prezzi che diventa il punto di riferimento per i concorrenti ivi attivi. A questa concorrenza dei prezzi che oltrepassa i confini della moneta nazionale, non si può sottrarre alcuna impresa a lungo, non importa di quale settore e di quale nazione. L’andamento di questa concorrenza si ripercuote a sua volta sui tassi di cambio delle valute nazionali che sono la condizione per gli affari di tutti gli imprenditori. Lì dove successi transfrontalieri si accumulano su scala nazionale rendendo la patria delle imprese attive “nazione esportatrice”, la forte domanda della moneta di questo paese spinge il suo valore comparativo in alto. Lì, dove inversamente la debolezza competitiva dell’imprenditoria nazionale comporta regolarmente un saldo negativo del bilancio commerciale, l’offerta eccessiva della moneta fa calare il suo tasso.

Che la rivalutazione di una valuta possa ridurre il prezzo delle importazioni o una svalutazione agevolare le esportazioni, s’interpreta spesso e volentieri come un meccanismo automatico volto alla correzione degli squilibri commerciali tra i paesi. Non deve meravigliare però che questo non funzioni mai bene. Già a prima vista è chiaro che le importazioni a prezzi ridotti non sono solo uno svantaggio di competitività per un’industria forte, bensì al contempo un contributo alla riduzione dei costi di produzione, quindi un vantaggio per il loro potere competitivo. Viceversa, l’industria di un paese con una valuta in via di svalutazione non solo ha un vantaggio in termini di prezzo nei confronti dei concorrenti esteri, ma deve contemporaneamente far fronte a prezzi più alti per le merci d’importazione di cui non può fare a meno. E in linea di massima funziona cosi che le conseguenze di un tasso di cambio variato non sopprimono la causa della variazione, tanto meno il vantaggio di costi unitari del lavoro scesi in virtù della produttività del lavoro accresciuta grazie a tecniche avanzate. Succede che singole imprese non riescano a cavarsela quando i loro affari subiscono le ripercussioni del successo collettivo dell’imprenditoria nazionale. Nelle nazioni esportatrici particolarmente virtuose, perfino interi settori non sono sopravvissuti ai prezzi bassi di offerenti stranieri in conseguenza dei cambi variati. Tuttavia, sono solo danni collaterali indesiderati di un effetto assolutamente positivo: il potere economico accresciuto del paese esportatore a fronte della concorrenza. Infatti, se, in seguito a successi durevoli delle nazioni esportatrici, il valore che la valuta di un determinato paese quantifica, supera il valore della valuta di altre nazioni crescendo di valore, allora il motivo è da cercare nella maggiore produttività di capitale di questo paese. E ciò si riflette nel valore comparativo più alto e crescente della moneta. Una valuta forte rappresenta il potere più efficace del capitale che le imprese di una nazione investono nel loro affare, e quindi rappresenta la superiore produttività del credito che le banche della nazione immettono sul mercato.1

Perciò, da un punto di vista economico, è tutto a posto se i ricavi che un’impresa di un forte paese esportatore realizza in valuta estera tendono a calare, qualora siano cambiati nella propria valuta: infine, i soldi guadagnati all’estero non rappresentano il potere capitalistico superiore dell’esportatore ma la debole produttività del capitale complessivo del paese le cui aziende perdono nella concorrenza internazionale. Le imprese di una nazione esportatrice virtuosa desumono da tali perdite la necessità di verificare fino a che punto sarà possibile alzare i prezzi in valuta straniera senza recare danni alle vendite: una situazione spinosa in cui le imprese provenienti dal paese dei vincitori si accorgono che il paese destinatario delle esportazioni si è, a confronto, effettivamente impoverito, a causa della minore redditività del lavoro ivi svolto. Un’impresa di successo vi pone rimedio applicando la stessa ricetta con cui ha conquistato la sua posizione di leader sul mercato mondiale: con maggiori sforzi per l’ulteriore deprezzamento e l’aumento di efficacia del fattore lavoro.

Anche nel commercio internazionale si fa sentire, quindi, l’assurda legge del progresso capitalistico per cui i metodi applicati per aumentare la rendita di capitale limitano al contempo l’effetto desiderato. Nelle relazioni tra vincitori e vinti della concorrenza internazionale, questa contraddizione è ripartita però in modo particolare. La riduzione della ricchezza monetaria creata la deve assorbire la parte commerciale soccombente. Tutto ciò che è prodotto lì, vale meno, se misurato nella valuta dei partner con maggiore successo. Dalla parte delle nazioni esportatrici forti invece, le imprese virtuose registrano un relativo incremento del potere economico che ottengono dall’impiego dei lavoratori – dovuto al valore maggiore dell’unità di misura che quantifica la ricchezza. Il lavoro sfruttato nell’insieme con maggiore redditività crea, a confronto, più ricchezza monetaria senza che debba essere prodotto un singolo pezzo di vera proprietà in più.

Tuttavia, anche i lavoratori dai quali l’imprenditoria nazionale ricava questi bassi costi unitari di lavoro da record beneficiano, comparativamente, un po’ dell’accresciuta forza d’acquisto della nazione di successo: anche per loro qualche bene di consumo scende di prezzo. E una ripresa registra l’industria del turismo che organizza, per tutti quelli che non sono caduti vittime della razionalizzazione, la goduria di vacanze dove possono permettersi cose e soprattutto servizi che in patria sono fuori dalla loro portata. Nel quotidiano della popolazione salariata, delle benedizioni di una valuta forte non arriva granché; per il semplice motivo per cui i sindacati moderni sono soliti motivare o addirittura quantificare le rivendicazioni salariali con il tasso d’inflazione, computato fin nei decimali: se questo viene contenuto per l’effetto di merci scontate, importate per il consumo delle masse, allora non diventano più ricchi i consumatori, bensì è sgravato chi paga il salario. In più, i prezzi relativamente più bassi per la ricchezza e il lavoro acquistabili all’estero compaiono, nel calcolo degli imprenditori, come un aumento dei prezzi nel proprio paese – da qui il nome di “paesi ad elevato livello salariale” proprio per le nazioni con i minori costi di unità di lavoro – che deve essere compensato con misure destinate ad aumentare le prestazioni e abbassare le retribuzioni. Altrimenti, i datori di lavoro si vedono costretti a spostare gli affari là dove i concorrenti riescono ad approfittarsi del favore di una moneta valutata più bassa.

  1. Il mondo unico dell’economia di mercato: multinazionali si servono delle condizioni nazionali del lavoro redditizio creando cosi un proletariato globale, “precariato” e “problema della fame nel mondo” compresi.

Le imprese capitalistiche che trattano il mondo come mercato, come sfera della loro concorrenza per profitti e crescita, non si accontentano, nelle attività transfrontaliere, di sfruttare, con le operazioni d’importazione e d’esportazione, la liquidità estera e la mercanzia a basso prezzo. Le condizioni operative che le nazioni estere hanno da offrire in comparazione tra di loro e con l’economia nazionale, entrano nella loro progettazione come opportunità di un investimento redditizio. Con il potere dei soldi di cui dispongono, il patrimonio e i prestiti che riescono a ottenere, s’inseriscono negli affari dei paesi stranieri traendone vantaggio per la propria attività imprenditoriale.

Quei paesi che presentano una produttività di capitale sottosviluppata o per niente “sviluppata” si prestano a investimenti perché la loro moneta nazionale – localmente il mezzo efficace per disporre di forze lavoro e delle risorse nazionali – conta poco o niente nel commercio internazionale di moneta e, di conseguenza, le divise importate possiedono un potere d’acquisto notevole. Questo plus compensa sovente lo svantaggio che il paese e i suoi abitanti siano ancora poco idonei a fungere da fattori produttivi per un impiego che paghi: saranno resi idonei. Il risultato consueto è la divisione della popolazione: una minoranza di persone che sono impiegate dal capitalismo locale e che, pur con i loro salari bassi, entrano nel novero della popolazione più agiata; un’altra parte che riesce a stare a galla prestando servizi ausiliari per gli affari capitalistici e una terza parte che, in seguito al comando sempre più esteso dell’importata proprietà privata sull’utilizzo di risorse e lavoro, è esclusa dai mezzi di sussistenza tradizionali e da nuove fonti di reddito; questi ultimi si ritrovano nella statistica dei morti di fame. Cosi, l’esportazione di capitale crea un po’ di lavoro capitalisticamente produttivo e, di fianco, un sacco di povertà nella sua forma moderna, cioè per mancato uso di potenziali lavoratori.2

Se la quantità dell’utile generato in un tale paese è sufficiente per essere reinvestita; se non si approfitta solo di un livello salariale debole o inesistente, ma si aumenta la forza produttiva del lavoro su scala significativa; se si conquistano, dalla propria sede all’estero, quote di mercato mondiale e se i commercianti di moneta e credito trovano le prospettive future sufficientemente interessanti per dichiarare una nazione “paese emergente”; se si uniscono un certo numero di condizioni, allora è possibile che la moneta di questa nazione salga di valore generando l’effetto che per gli investitori valga la pena di realizzare ricavi in tale moneta. Poi anche i lavoratori necessari e utilizzati per una carriera di questo tipo ne beneficiano pian piano: non sono più considerati solo forza lavoro acquistabile a prezzi di dumping bensì paragonati, rispetto al livello salariale e alle prestazioni, ai colleghi nei centri dell’economia di mercato globale.

Lì dove le multinazionali sono di casa o riescono a inserirsi negli affari nazionali “sviluppati”, la libera circolazione dei capitali spinge fortemente all’acuirsi della concorrenza. Perché ora sono le aziende con la maggiore produttività di capitale a stabilire, con il potere dei loro soldi, gli standard nell’uso redditizio del lavoro sociale. Il contributo decisivo rivolto all’accelerazione e diffusione di questo successo capitalistico su tutto il territorio lo apporta il settore finanziario, che connette i mercati finanziari di tutte le nazioni mettendo in moto il potere del denaro guadagnato in tutto il mondo dislocando la sua potenza lì dove si aspetta di realizzare i migliori affari. Offre agli imprenditori di ogni ordine e grado la libertà di confrontare i salari e le altre condizioni di produzione in tutte le nazioni e approfittarsene. In questo modo provvede alla totale, globale e dettagliata sussunzione degli Stati con tutte le loro differenti condizioni di vita sotto il loro destino economico di essere paragonati dal credito a sfere d’investimento. Per le popolazioni la cui fonte di reddito è il lavoro ne consegue la tendenza verso una certa uniformazione: nella misura in cui le multinazionali, con il loro potere creditizio illimitato, impongono l’uso dei mezzi e metodi produttivi più efficaci oltre i confini e in tutte le nazioni, i rapporti di lavoro non si fanno più agevoli bensì più simili. E siccome la retribuzione dei lavoratori, data la tendenza a eguagliare la produttività lavorativa, diventa il criterio decisivo nella comparazione delle nazioni riguardo alla produttività del capitale, anche le differenze nei salari tra “paesi ad alto e basso livello salariale” sono equiparate verso il basso.

Cosi, la concorrenza universale delle imprese provvede alla selezione della popolazione mondiale moderna. Il potere della proprietà privata produce un proletariato globale con tanto di esercito di riserva. La sua azione sostituisce le tradizionali forme d’indigenza per mancanza con la povertà per esclusione dalla ricchezza. Gli interessati lo vedono però in un’ottica diversa; puntano sull’autorità statale che organizza a tutto spiano proprio questo mercato mondiale e poi ne amministra le conseguenze.

1La dipendenza dei tassi di cambio dal commercio internazionale – che riguarda nel mondo moderno non solo le merci ma fa della ricchezza capitalistica stessa una merce conferendole la forma di credito – rende evidente che una moneta moderna non solo è saldamente sotto il controllo del settore finanziario ma che non rappresenta nient’altro che la potenza capitalistica che è insita nel credito approntato dalle banche e negli investimenti dei mercati finanziari, dimostrando con il successo degli affari finanziati la sua – maggiore o minore – efficacia. La circostanza che i mezzi di pagamento creati dallo Stato sono immessi nel mercato mediante il rifinanziamento del credito nazionale è la convalida ufficiale della qualità che il settore creditizio conferisce alla moneta-credito. La valutazione comparativa della moneta, eseguita nello scambio delle valute, è perciò l’indicatore e al tempo stesso l’essenziale presupposto per il relativo potere economico di una nazione commerciale.

2Le forme particolari di povertà che si possono osservare nel “terzo mondo” sono quindi causate dal fatto che le persone sono assoggettate alla stessa necessità di trovare un lavoro salariato come gli abitanti delle “nazioni industrializzate”. Gli strumenti del lavoro, essendo proprietà privata, sono, in quei paesi come nei nostri, separati dalle forze lavoro e monopolizzati nelle mani altrui. Come qui, le forze lavoro riescono a vivere solo se vivono per il capitale. Su quest’aspetto comune si fonda la differenza: gli uni se la cavano a malapena con il salario che guadagno; gli altri cadono in miseria o muoiono di fame perché non riescono ad adempiere alla necessità di guadagnarsi il sostentamento fornendo servizi alla proprietà altrui. Sperimentano esclusivamente il lato negativo della proprietà, l’esclusione da tutti gli strumenti del consumo individuale e produttivo. L’aspetto dell’appropriazione della forza lavoro dal capitale, il loro utilizzo ai fini di lucro, se lo vedono negato.
La subordinazione dell’intero globo alle esigenze del capitale e le forme di miseria che ne derivano hanno la nota lunga storia. Ne fa parte anche la critica morale della povertà e dello sfruttamento nelle regioni meno agiate che concepisce le loro scandalose situazioni non come le conseguenze del perseguimento degli interessi e dei principi commerciali vigenti in un’economia di mercato, bensì le taccia di deviazionismo dalle “condizioni civili” vigenti nelle madrepatrie del capitale. C’è una tradizione nell’individuare una serie di cause per questa deviazione: le intemperanze del clima o altre condizioni naturali, il gran numero o altre particolarità degli abitanti e la loro mentalità, un abuso del potere connesso alla proprietà da parte di élite locali e/o multinazionali occidentali, di modo che il capitale non possa dispiegare la sua potenza benefica, o una mancanza di capitale. Invece, ancora alcuni decenni fa, nei tempi della contrapposizione tra “mondo libero” e “blocco socialista”, era molto diffusa la critica al commercio dell’occidente con le nazioni “sottosviluppate” che metteva in discussione se contribuisse abbastanza o per niente allo “sviluppo”, oppure se non fossero addirittura gli iniqui “terms of trade” a produrre “le ingiustizie del commercio mondiale”. L’indignazione morale riguardava situazioni che erano accusate di fare parte di un intero sistema operante la divisione iniqua del benessere. Da tale idealismo dello scambio giusto perché orientato ai veri valori delle merci – e meglio ancora da qualsiasi cenno alla critica dell’economia politica – ormai si è liberato l’onesto senso di responsabilità quando si occupa oggi delle regioni disastrate dell’economia di mercato mondiale. Attivisti moderni del “fair trade” e altri collezionisti di donazioni considerano le condizioni prodotte dal mercato mondiale del capitale un presupposto che è inutile criticare. “Guardano in avanti” sperando di vedere lì, nel futuro, gli sviluppi benefici ai quali “ciascuno di noi” può e deve contribuire – non mediante una “critica al sistema”, bensì e soprattutto mediante piccole modificazioni dello stile di vita, per es. con “consapevoli” scelte in materia di acquisti. Che sono le “nostre” aziende a estrarre materie prime e fabbricare merci nel terzo mondo dettando con i loro interessi commerciali le condizioni di vita, è dato per scontato. Quindi, ogni desiderio di un mondo migliore deve rivolgersi a loro – affiancato dalla feroce minaccia di comprare altrimenti il cioccolato o il computer da un offerente diverso. Quest’ultimo, essendo lui una sottodivisione dei gruppi industriali, vive poi un’espansione degli affari. Così i consumatori illuminati dell’occidente costringono i padroni incontrastati del mercato mondiale al calcolo autocritico se un po’ di moderazione “certificata” non giovi di più allo sfruttamento delle condizioni di povertà globali.

VI. Il mercato mondiale (2): lavoro e povertà sono gli strumenti della concorrenza

I capitalisti ottengono la libertà per fare affari transfrontalieri tramite accordi tra stati nazionali che percepiscono la territorialità degli affari che essi seguono come una limitazione. Gli Stati che obbligano la società a lavorare per la crescita del capitale fondano la propria esistenza economica sul fatto che si procurano i mezzi finanziari dal giro d’affari e dai redditi dei cittadini. Il loro inte­resse a quante più attività economiche possibili nel proprio paese include l’utilizzo di fonti moneta­rie esterne. Fa parte delle esigenze degli uomini d’affari ampliare la produzione e il commercio uti­lizzando la ricchezza esterna.

L’internazionalizzazione delle fonti di ricchezza delle nazioni fa della loro ricchezza, della loro moneta, l’oggetto della concorrenza tra di loro. Con la decisione della convertibilità delle monete nazionali, d’obbligo in vista del commercio estero, concedono a queste, in via di principio, la qualità di essere denaro mondiale. D’altra parte relativizzano l’equazione: proprio mezzo di pagamento locale uguale a moneta universale. In base ai tassi di scambio e ai loro bilanci scoprono poi quanto denaro mondiale ha fruttato la concorrenza dei capitalisti. E nella stabilità del supremo bene nazionale, che definiscono attraverso la sua idoneità a tutti gli usi capitalistici, sta il successo che intendono difendere contro tutti gli altri.

In primo luogo, il patriottismo della moneta fa perciò sempre parte del programma. L’assistenza statale alle attività commerciali ha il suo criterio di successo nell’obiettivo di far sì che la nazione guadagni bene nei rapporti con il resto del mondo promuovendo così la propria moneta a mezzo affaristico richiesto anche fuori dai suoi confini, e quindi a moneta buona. In conformità a quest’obiettivo, la politica si dà da fare affinché il lavoro nazionale corrisponda all’imperativo della redditività globale. In secondo luogo, in merito a questo servizio della politica, cioè al fatto che la classe operaia svolga i suoi servigi, si solleva sempre un gran polverone se e quando i bilanci e le prestazioni dei capitalisti non rendono – più – il servizio per il quale lo Stato li asseconda. In questo caso, la leadership nazionale integra la sua politica promotrice del sito nazionale con misure che mirano a ripristinare l’attrattiva del proprio paese come condizione concorrenziale.

Questo clamore non giova al lavoro, proprio perché incentrato expressis verbis su di esso, purché redditizio, si capisce. La spiccata volontà riformatrice che poi si attua prende sì apertamente l’estero di mira ma poi interviene nei rapporti sociali interni. Fin a qui, la leadership politica accetta il giudizio che l’imprenditoria internazionale ha pronunciato sulla popolazione attiva: nella comparazione globale, non si è dimostrato sufficientemente efficace per prezzo e prestazione. Con commisurata prepotenza nei confronti della classe salariata, lo Stato di diritto approfitta del suo controllo sui livelli nazionali dei salari al fine di prevenire altri danni a scapito del suo popolo e di ripristinare la redditività del lavoro che ormai è la fonte della ricchezza della nazione.

1. Dall’obiettivo nazionale “piena occupazione” alla concorrenza delle nazioni per il lavoro redditizio del mondo

“Occupazione”, e soprattutto “piena”, fa parte del programma economico-sociale di ogni governo responsabile per la sede nazionale del capitale. La realizzazione di questo compito, inteso come ser­vizio al benessere della nazione in genere, al popolo salariato in particolare, sta a cuore a tutte le forze politiche nello Stato sociale democratico. Tacitamente inclusa e data per scontato però c’è una riserva di rilevanza incisiva: con tutto l’interesse del sovrano all’“occupazione”, possibilmente pie­na, e a un lavoro per chiunque abbia bisogno di guadagnare soldi e possa rendersi utile per un dato­re di lavoro, lo Stato condivide, al contempo, la stima, condizionata e sprezzante, del “fattore lavo­ro” così com’è praticata dagli imprenditori quando usano questo fattore.

Da una parte lo Stato è serissimo quando vuole che si lavori per soldi, tutti quanti e su tutto il ter­ritorio. In fin dei conti, lo Stato governa ricorrendo ai soldi che i suoi cittadini guadagnano. Dai loro redditi sottrae le tasse che gli servono per finanziare il suo regime.1 Sul contrasto tra le fonti di reddito glissa generosamente, tutt’al più tiene conto delle attività differenti nelle tecniche e nel vo­lume dell’espropriazione fiscale.2 Vive dell’importo totale nel quale misura le prestazioni della sua società. Inoltre lo Stato sostiene il suo budget attraverso i prestiti. Che questi siano improduttivi in termini capitalistici – comunque utili perché dispensano “l’economia” da imposte e tasse per inve­stimenti delle autorità pubbliche atti a promuovere la crescita semmai solo indirettamente – non im­porta granché, anzi, alimenta il settore finanziario con capitale monetario garantito dal potere sovra­no e perciò reputato particolarmente sicuro. Questo però a condizione che la società nel suo insieme guadagni abbastanza e crei una crescita abbastanza grande da giustificare il credito che il settore bancario emette approvvigionandone sia la sua clientela capitalistica sia lo Stato stesso. Questo è necessario, affinché il potere statale che ha da offrire né più né meno che il comando su una società attivacontinui a meritare il credito degli investitori critici. Lo Stato ha quindi un forte interesse a far sì che sotto il suo comando si lavori tanto e si “facciano” soldi.

D’altra parte, conosce e pratica necessariamente e logicamente una differenza tra i generi di red­dito che è ben diversa da quella puramente tecnica e quantitativa delle imposte sui redditi; il suo in­teresse nel fatto che tutti i dipendenti trovino un’”occupazione” è legato alla condizione che svela la finalità dei posti desiderati: il lavoro salariato deve essere redditizio. Anzitutto perché esso altrimenti non ha luogo – almeno non per tanto tempo. Questa legge fondamentale dell’ordine economico, lo Stato la rispetta, anche quando esegue la sua “politica occupazionale”, dopotutto l’ha creata e la protegge lui. E poi perché il lavoro salariato è utile per le esigenze finanziarie dello Stato solo a patto che renda produttivo il capitale investito e solo nella misura in cui fa crescere questo tipo di ricchezza. Lo Stato vuole infatti un crescente surplus in quanto fonte delle sue entrate e ne ha bisogno anche per convalidare il valore delle obbligazioni con le quali finanzia il bilancio e rifinanzia i propri debiti. Così facendo, lo Stato anticipa una futura crescita, creando così la base della sua affidabilità creditizia.

Per volontà dello Stato, di tale lavoro redditizio ce ne deve essere, in linea di massima per tutte le forze lavoro disponibili, quanto più possibile. E con questo nasce un conflitto tra finalità diverse. Per le imprese, il lavoro redditizio è il loro mezzo concorrenziale, perciò l’aumento della produttivi­tà del lavoro – in proporzione adeguata alla maggiore spesa di capitale – è un imperativo imposto dalla “realtà”. Lo Stato ne tiene conto considerandolo un progresso di cui ha bisogno, perciò sup­porta le strategie concorrenziali delle imprese, finanziando la scienza e la tecnica con soldi propri o con credito per innovazioni significative, e asseconda con le leggi la concorrenza come mezzo per spingere in avanti l’efficacia dell’economia nazionale. Per le aziende, lo stimolo e la necessità del “progresso tecnico” come lo intendono loro stanno nel risparmio dei costi salariali, “a unità”, e que­sto in una misura in cui gli garantisce un vantaggio in termini di costi unitari rispetto ai loro concor­renti. In questo modo abbassano la quantità di lavoro che crea ricchezza in via redditizia. E lo Stato si vede sfidato, in termini squisitamente pratici, dalla contraddizione della concorrenza capitalistica, cioè che il suo strumento decisivo, l’aumento della produttività del lavoro, manda a spasso una par­te della fonte del surplus nazionale. I successi dei concorrenti non si sommano: ci sono perdenti che riducono i loro affari sulla base del lavoro remunerato o li abbandonano completamente. L’accumu­lazione dei capitali, in concorrenza tra di loro, limita a saldo la crescita, alla quale lo Stato tiene tan­to, ed esonera le forze lavoro anziché utilizzare il potenziale umano della nazione per intero.

Al fine del superamento di questo contrasto tra produttività e piena occupazione, la politica co­nosce una “via maestra”: i successi concorrenziali dell’industria nazionale oltre i confini del paese. L’ industria nazionale deve riuscire a conquistare i mercati esteri con costi unitari del lavoro imbattibili e sempre più bassi, su ampia scala. Così si riesce a generare una crescita che compensa la decrescita dovuta ai metodi della realizzazione, una crescita che riequilibra le perdite di posti di lavoro dovute al successo della razionalizzazione e che tende idealmente a garantire lo sfruttamento dell’intera forza lavoro nazionale sulla base di redditività massimale. In questo senso, il potere statale fa dei successi dell’imprenditoria nazionale nella concorrenza commerciale transfrontaliera una causa propria. Non si presenta, come negli affari interni, al di sopra delle parti riguardo alla concorrenza delle imprese, bensì come parte concorrenziale in azione. Completa il sostegno del progresso capitalistico nel proprio paese con una politica estera che punta all’”apertura” dei paesi esteri – di tutti! – al “libero commercio”.3

A questo scopo è dedicato tutto il potere contrattuale della nazione. Ovviamente, la concorrenza tra le nazioni significa accollare alle controparti la contraddizione tra produttività e quantità del la­voro nazionale. Con i loro rapporti economici esteri, le nazioni capitaliste costituiscono un rapporto d’uso reciproco contrastante. Competono per l’utilizzo commerciale del globo raccogliendo sotto la propria sovranità quanto più possibile del lavoro sfruttato efficacemente su scala mondiale.4 Il rovescio inevitabile della concorrenza scatenata globalmente – masse di lavoratori inattivi – non deve aver luogo nel proprio territorio ma all’estero. Le nazioni capitaliste non tengono in nessun conto la “divisione del lavoro internazionale”! Gli stati autorevoli si combattono perseguendo il successo nella “competizione” globale – e quelli irrilevanti non cercano (e soprattutto non trovano) alcuna possibilità alternativa agli sforzi di buttarsi negli affari globali, con tutto ciò che hanno o che sono capaci di produrre. Tutti lottano per guadagnare soldi nei rapporti con gli altri.
La domanda è: soldi di quale divisa? La risposta a questa domanda è un affare sui generis e comporta una ridda di conseguenze che fanno fare al “fattore lavoro” definitivamente una brutta figura.

2. Politica di localizzazione (I): la concorrenza degli stati per il valore della moneta nazionale

Il bene supremo dell’economia di mercato è, ed è risaputo, una grandezza relativa. Ciò che all’inter­no della società circola come la quintessenza della ricchezza deve la sua validità al potere statale che – dopo aver fatto dell’acquisto di proprietà privata la condizione generale di sopravvivenza – dota, con le unità del mezzo di pagamento avente corso legale, la proprietà della sua misura, garan­tendo alle somme acquistate la loro generale usabilità come mezzo d’accesso a tutto il comprabile. Il potere della moneta è così limitato alla giurisdizione dello Stato che emana le leggi.

Per aprire all’imprenditoria i mercati e le fonti di ricchezza oltre i confini nazionali, gli stati han­no concordato di riconoscere le monete nazionali come principalmente equivalenti rappresentanti dello stesso bene, cioè il potere d’accesso della e alla proprietà per eccellenza, dichiarandole interscambiabili cioè convertibili. La limitazione della ricchezza monetaria alla giurisdizione del guardiano nazionale è quindi superata e una nuova relatività accende l’interesse: la proporzione secondo cui le monete nazionali sono considerate equivalenti. Le nazioni capitalistiche rilevanti affidano, già da molto tempo, agli operatori monetari la soluzione di questo problema d’uguaglianza. Questi concorrono con domanda e offerta nelle diverse valute, risolvendo, con il loro raziocinio pratico da intenditori dell’economia di mercato, le equazioni tra le monete nazionali, per altro teoricamente irrisolvibili. Con il loro commercio fanno un bilancio comparativo di successi e insuccessi concorrenziali raggiunti dalle nazioni nel commercio mondiale, come illustrato nel capitolo V. Con i risultati continuamente aggiornati pongono le condizioni essenziali per il proseguimento degli affari concorrenziali internazionali: per il commercio transfrontaliero con merci di tutti i tipi ma, in misura molto più ampia, con la merce per eccellenza che sul mercato mondiale conta di più, cioè il potere d’accesso della proprietà stessa, il credito. Sui loro mercati fatti di soldi prestati e ricavi di capitale promessi, gli operatori monetari misurano e valutano non solo che cosa le nazioni guadagnano o perdono nel commercio estero, ma anche e soprattutto, alla fine, l’accoglienza che un’economia nazionale, con la sua azione economica e i suoi tassi di crescita, trova presso gli investitori e i creditori di tutto il mondo – quindi presso se stessi e i loro consimili. Con la loro concorrenza per l’affare creditizio migliore gli operatori monetari organizzano e decidono, sempre di nuovo, la concorrenza delle imprese e delle nazioni, dove queste hanno la sede, per il capitale destinato alla loro lotta concorrenziale.

Ai poteri supremi deriva da questi sviluppi del loro commercio mondiale pacifico un compito economico-politico nuovo e decisivo. Dall’interesse dei mercati finanziari internazionali per gli in­vestimenti nella loro nazione dipende la quantità di capitale disponibile per gestire la forza lavoro e le risorse del paese; quindi, direttamente, il potere concorrenziale dell’imprenditoria nazionale e, tramite questa, la libertà dello Stato stesso di procurarsi i mezzi finanziari per la propria azione go­vernativa e in particolar modo per l’assistenza alle attività economiche. Viceversa, i successi del ca­pitale nazionale nella concorrenza forniscono alla finanza i motivi per interessarsi del paese; un cir­colo che ha bisogno della meticolosa assistenza da parte delle autorità competenti. Queste sfidano, in concomitanza con il loro bisogno di credito, gli investitori di tutto il mondo a dare una prova comparata di fiducia nell’affidabilità creditizia del loro paese e cioè nell’efficacia delle imprese nazionali e anche nella loro capacità di gestire il paese in modo produttivo.

La risposta, sintetica e conforme all’economia di mercato, viene data nella forma di una valuta­zione comparata della propria moneta. Viene valutato il potere d’acquisto della moneta nazionale ri­spetto alle fonti di ricchezza del mondo seguendo il criterio della stabilità. Questa “caratteristica” – molto relativa – indica la sicurezza speculativa della finanza rispetto al fatto che il credito della na­zione e quindi i suoi mezzi circolanti, la moneta avente corso legale, meritino la loro fiducia. E questo è importante; perché a fondare il potere finanziario dello Stato, è l’interesse robusto degli investitori per il credito della nazione, espresso dall’apprezzamento del mezzo nazionale di pagamento come rappresentante della ricchezza capitalistica, utilizzabile in qualsiasi momento; questo interesse fonda la sua capacità di finanziare il proprio potere a seconda delle sue necessità e a proprio giudizio. La qualità della moneta nazionale, risultato e condizione dell’affidabilità creditizia in generale e del potere finanziario dello Stato in particolare, è perciò per le potenze economiche mondiali, e per tutti quelli che ambiscono a diventare tali, l’obiettivo politico-economico primario: per questo si fanno la concorrenza gli uni contro gli altri.

Tutto questo non è senza conseguenze per il trattamento che la politica riserva alla sua base eco­nomica. Questi stati calcolano, sin dall’inizio, il lavoro salariato e il capitale come parte dell’accu­mulazione di capitale su scala mondiale, cioè come indice e leva per il loro riparto. Gli affari inter­nazionali non sono solo una fonte accessoria di profitto della loro macchina fabbrica-soldi, bensì la sfera in cui la nazione persegue, con il proprio denaro, la sua crescita. Per quest’utilizzo del globo come fonte di ricchezza, la patria deve mettere a disposizione i mezzi. A queste esigenze devono corrispondere – e perciò in modo differente – il lavoro e il capitale in un paese di potenza economi­ca mondiale.

Dalla ricchezza produttiva, uno Stato che bada a una moneta stabile si “aspetta” soprattutto una dimensione che fa delle imprese nazionali dei seri concorrenti rispetto agli imprendito­ri di qualsiasi paese straniero. Pertanto munisce le imprese importanti con diritti e, all’occorrenza, con mezzi finanziari che le fanno crescere a “multinazionali”. In settori chiave alleva “campioni nazionali”. Altrettanto importanti per lui sono le imprese finanziarie che sono sufficientemente potenti o saranno rese potenti per svolgere più di un compito: devono munire le imprese importanti e quelle che potrebbero diventarlo di credito in misura sufficiente affinché riescano a imporsi nella concor­renza globale; devono accompagnare e gestire gli impegni transfrontalieri delle imprese locali, quindi anche loro stessi devono essere presenti a livello mondiale; devono investire il credito anche nelle imprese straniere partecipando alla loro crescita e inserendosi nell’indebitamento degli stati stranieri al fine di affermare la moneta della propria nazione come mezzo affaristico di tutto il mon­do; al contempo devono fungere da sportello per investitori di tutto il mondo, emettere obbligazioni nazionali sui mercati mondiali e creare investimenti attrattivi nella valuta locale… Siccome gli enti creditizi, in vista di una crescita che le abiliti a questi complessi servizi nazionali, non solo devono vendere una certa quantità di rischi ma anche accumularne parecchi, una potenza economica moder­na assiste il settore finanziario con le garanzie di sicurezza nonché con una banca centrale che mette a disposizione la liquidità che occorre per ogni situazione economica.

Accanto a una cospicua grandezza di capitale e credito disponibile, del potere concorrenziale di un’economia nazionale fa parte uno sviluppo industriale che garantisce alle multinazionali locali un ruolo da leader rispetto a prodotti e tecniche produttive. Questo ancora costa soldi. Per questo motivo le autorità pubbliche promuovono o sostengono investimenti in scienza e tecnologia che garantiscono un vantaggio concorrenziale; meglio se in “settori del futuro” che gli altri paesi non si possono permettere. In compenso, una nazione con successo economico mondiale si astiene dall’intervento in quei rami dell’economia che non ce la fanno a giustificare anche i più bassi salari locali con la produttività del lavoro pagato e quindi ad affermarsi nella competizione per i bassi costi unitari di lavoro. Perciò, del generale progresso capitalistico fanno sempre parte anche le industrie “morenti”.

In maniera analoga, uno Stato di successo si prende cura della forza lavoro nazionale, cioè il fat­tore remunerativo “capitale umano” alias “prestazione umana”. Da una parte offre al personale spe­cializzato della nazione, e specie alle nuove leve, l’opportunità di dimostrare la propria validità come fattore soggettivo di una produttività di capitale superiore ai concorrenti mondiali: laddove l’industria per il suo vantaggio tecnico e le multinazionali della nazione per il loro potere sui merca­ti hanno bisogno di esperti e personale istruito in gran numero, le autorità pubbliche pagano per un sistema d’istruzione e formazione che va dall’istruzione popolare universale al sostegno di talenti “eccellenti” prevenendo o correggendo, su tutti i gradi della gerarchia professionale, le carenze di manodopera.5 D’altra parte, un paese di forte potenza economica è disposto a bloccare interi rami d’industria gettando i lavoratori sul lastrico, a buttare via le qualificazioni richieste e ad amministrare le esistenze di povertà derivanti dall’esubero capitalistico.

Tra le due realtà, il lavoro di “qualità elevata” e quello “semplice” non più remunerativo, si apre nel capitalismo moderno una gerarchia di professioni con una voluta disparità stipendiale che però non deve degenerare in un innalzamento nocivo del livello generale delle retribuzioni. Questo pericolo la politica lo sventa con diversi metodi. Negli ultimi decenni sono state scoperte e assunte le donne come “riserve di lavoro inutilizzate”; con il doppio effetto che la loro “offerta” sminuisce la domanda di forze lavoro e che il reddito di cui le famiglie campano è ora composto da due stipendi. Inoltre il potere statale integra l’internazionalismo della comparazione di redditività, al quale assoggetta il lavoro nazionale, con l’internazionalizzazione dello stesso “fattore lavoro” che entra in servizio in patria: le potenze economiche mondiali non solo permettono ma favoriscono, all’occorrenza, l’immigrazione di lavoratori nella cui qualificazione hanno investito altre nazioni; ciò rafforza la posizione dei datori di lavoro sul mercato del lavoro e giova alla produttività del capitale.6 Quanto di disoccupazione si crea, dall’altra parte, nei settori “morenti” e complessivamente a causa dell’aumento della produttività del lavoro, viene assistito sul piano sociale tanto da far crescere la pressione sugli stipendi. Gli interessati si vedono costretti a congedarsi da ambizioni professionali e a lavorare a condizioni peggiori e per meno soldi. Per quanto riguarda la retribuzione delle persone (ancora) non colpite che continuano a lavorare con i vecchi contratti, i politici non hanno le mani legate, neanche in società libere con l’autonomia contrattuale legalmente riconosciuta. In fin dei conti, sono loro a stabilire diritti e doveri dei partner industriali e a prendere le decisioni preliminari più importanti circa il rapporto di forza quando le parti litigano sui costi del lavoro. Inoltre esortano alla “moderazione salariale” in cooperazione costruttiva con la “società civile”, ossia con un pubblico libero che con responsabile faziosità in favore della crescita nazionale – anche senza disposizioni linguistiche prestabilite – è solito mettere in guardia da salari irresponsabilmente alti; soprattutto però con sindacati che come partner degli imprenditori con ancora maggiore senso di responsabilità riconoscono il loro punto di vista pubblicamente approvato e politicamente sostenuto, prendendolo come presupposto economico inevitabile.

Più o meno così praticano tutte le potenze commerciali il loro sovrano patriottismo monetario presso la propria sede economica, lanciando un attacco a tutte le nazioni con cui hanno a che fare sul mercato mondiale. Queste dovrebbero far guadagnare alla loro controparte soldi e rafforzarne la moneta. I costi dei successi affaristici, cioè la diminuzione della sorgente della ricchezza capitalisti­ca legata alla crescente produttività di capitale, dovrebbero ricadere sugli altri, vale a dire nella for­ma di forze lavoro “esuberate” o nemmeno utilizzate altrove. Ciò è possibile ma non risolve la con­traddizione della crescita capitalista, bensì la diffonde realmente nell’economia mondiale: una po­tenza economica virtuosa ha bisogno della crescita globale annullandola contemporaneamente nelle nazioni più deboli. Per accumulare capitale, investire credito e far funzionare la moneta sul piano mondiale, i paesi leader capitalistici hanno sempre di nuovo bisogno di nuovi campi di attività per le proprie aziende industriali, commerciali e finanziarie: ulteriori mercati e sorgenti di ricchezza uti­li al superamento delle barriere che il loro progresso nell’uso sempre più remunerativo del lavoro pone all’ulteriore crescita. È in questo modo ed è per questa finalità che un potere statale che vuole procurare alla propria moneta il rango incontrastato di moneta mondiale deve regolare il mondo.7

I paesi “leader” occidentali dell’economia mondiale hanno raggiunto – ultimamente con la scon­fitta della grande eccezione “realsocialista” e l’apertura capitalistica della Cina – rispettabili succes­si. Sono riusciti anche a creare nuovi “settori del futuro”. Strada facendo sono riusciti a produrre, una volta di più, una sovra-accumulazione della ricchezza, specificamente nella forma di mucchi di debiti privati e pubblici di autofinanziamento, come il mondo non li ha mai visti. La cosa non è pro­prio nuova, dimensione e durata della crisi e della sua gestione invece lo sono.

3. Politica di localizzazione (II): come gli stati superano i loro crucci concorrenziali e le loro crisi a scapito del lavoro

Gli stati sono in corsa per il massimo di lavoro redditizio nel proprio paese. Implicitamente ciò si­gnifica anche che si adoperano a scaricare su altre sedi nazionali il danno immancabile di posti di lavoro persi, perché resi superflui. Così si mettono necessariamente in difficoltà reciprocamente, con la conseguenza che la maggioranza delle nazioni non riesce a conquistare sui mercati importan­ti, con un’eccellente produttività di capitale, quote degli affari mondiali, anzi, deve lottare per evitare perdite di attività economiche utili per la nazione o per compensarle. Le autorità competenti si vedono costrette a conservare o recuperare posti di lavoro in cui il loro popolo può rendersi utile, quindi mantenersi e approvvigionare i suoi padroni politici dei mezzi finanziari. Più pressante è questa necessità, più difficile è superarla. Quando in un paese c’è mancanza di “occupazione”, allora allo Stato mancano anche i mezzi per abilitare la sua imprenditoria a una produttività di capitale che gli permetta di imporsi negli affari mondiali. Più scarsi i mezzi di cui dispone e più pressante la necessità di creare alle masse popolari un’occasione di guadagnare soldi, cioè provvedere al suo utilizzo produttivo, tanto più lo Stato dipenderà dall’arrivo di imprese straniere che si serviranno della forza lavoro nazionale per affari remunerativi.

Almeno in questa direzione, un potere statale sa fare parecchio, anche quando scarseggiano i propri mezzi destinati all’incentivazione della crescita economica. Quando, con il monopolio sull’u­so della forza, ha la popolazione sotto controllo, dispone anche del mezzo che gli permette di abbassare il prezzo del lavoro nel proprio paese; nel caso migliore abbassarlo fino a un livello che faccia tornare i conti degli investitori stranieri e, laddove esistenti, dei locali possessori di patrimoni. La ricetta tutti i responsabili politici non solo la conoscono ma la applicano anche: dove la produttività del lavoro nazionale è debole, organizzano una povertà che rende il loro popolo desideroso di lavoro e competitivo in quanto elemento di costo del capitale.

In diversa misura, questa ricetta fa sempre e ovunque parte del programma. Anche nazioni eco­nomicamente efficaci non sono al riparo da sconfitte nella concorrenza globale; fosse anche solo perché loro stessi, con il loro progresso capitalistico, aumentano i parametri di riferimento per il la­voro redditizio rendendo l’utilizzo del proprio popolo attivo sempre più dispendioso. Una certa pressione sui costi dei posti di lavoro così cari è comunque doverosa. Tanto più, quando le imprese competitive, con la loro ricchezza e il loro progresso tecnico, sciamano in tutto il mondo per assu­mere manodopera a basso costo presso i loro impianti produttivi tecnicamente perfezionati: allora, la manodopera specializzata dei “paesi a elevato livello salariale” subisce il confronto diretto con il basso costo del lavoro estero e il potere statale non può esimersi dal criticare il livello salariale na­zionale al fine di evitare danni per la patria. In più, quando si cancellano le industrie non redditizie dal registro di una potenza economica affermata, si fa presto a oltrepassare il confine tra un’”occu­pazione” migliore e quella mancante della manodopera in esubero; e quindi, lo strumento opportuno per rendere gli interessati di nuovo utili, è l’impoverimento. Quando capi di governo, viziati dal successo, rinfacciano ai concorrenti emergenti il “dumping” salariale o altro, di solito è il preludio all’intenzione di introdurre nel proprio paese tutto ciò che si vuole vietare agli altri, causa violazio­ne delle regole internazionali di correttezza ed equità.

Gli stati, e soprattutto quelli vincitori che non devono lottare quasi mai per la sopravvivenza eco­nomica, conoscono inoltre ben altri tormenti concorrenziali, specificamente quelli che risultano dal fatidico corso della congiuntura capitalistica: dal ribaltamento dei “tempi buoni”, quando l’econo­mia mondiale cresce e la concorrenza verte intorno alla sproporzionata partecipazione all’accumula­zione generale della ricchezza capitalistica, alla “decrescita” e “recessione”, dove non cresce più nulla e men che meno per tutti i partecipanti agli affari mondiali. Anche le nazioni leader devono poi combattere la disoccupazione di massa, anziché competere, come avanguardia del progresso ca­pitalistico, per i posti di lavoro più redditizi. E questo non perché manchino gli investimenti, come presso i soliti perdenti della concorrenza oppure presso i newcomer “sottosviluppati” del mercato mondiale, – al contrario: gli stati e le imprese devono vedersela con una conseguenza della loro stessa stupenda crescita capitalistica. Le stesse ricette di successo che fino a ieri hanno fatto scrivere positivi bilanci nazionali non funzionano più; peggio ancora: stanno generando insuccessi. Il credito che le banche creano con il loro potere finanziario genera una crescita che non paga, crea capitale monetario che non rende e che di conseguenza non vale niente, producendo quindi, anziché ricchez­za vera, solo “bolle” – il che, stupidamente, si capisce solo a posteriori. Il credito che lo Stato con la sua potenza finanziaria mette in circolazione non partorisce una storia di successi conteggiabili po­sitivamente, bensì funge da aiuto d’urgenza destinato alla salvezza o all’analgesica liquidazione di affari falliti; quindi non rafforza l’affidabilità creditizia dello Stato, ma la diminuisce mettendo a ri­schio, alla fine, i soldi investiti in maniera così improduttiva. Il progresso tecnico con cui l’indu­stria si procura nuovi ricavi non garantisce più il rendimento che era nelle mire degli investimenti neces­sitati. Questi si rivelano essere – prima di tutto nelle borse, dove sono commercializzati nella forma di speculative promesse di rendimento – investimenti sbagliati.8 E i paesi stranieri – in cui le nazioni più progredite si sono inserite con il loro potere concorrenziale superiore e il loro credito usandoli come mercati e sfere d’investimento – in parte si rovinano e falliscono nella loro funzione di tappabuchi per gli affari delle superpotenze capitalistiche in affanno, in parte riescono a svilupparsi diventando concorrenti sui quali non è più possibile scaricare le contraddizioni della crescita.

Anziché successi, si accumulano nelle nazioni economiche mondiali solo imbarazzi aventi tutti quanti lo stesso contenuto economico: se un dispiego di capitale maggiore rispetto a quanto impiegato finora non rende il capitale investito più produttivo, se un anticipo maggiorato aumenta solo le perdite, se il credito disponibile non trova più un investimento affidabile, allora è stato accumulato troppo capitale, emesso troppo credito nella circolazione, avviata troppa valorizzazione di quanto poteva essere realizzato in termini di affari remunerativi.

Per i politici responsabili che fino a quel momento potevano contabilizzare un aumento di potere economico e che hanno potenziato il credito anticipando la futura crescita, questo è un caso di emergenza politico-economico: non una qualsiasi ristrettezza concorrenziale, bensì una perdita di ricchezza nazionale che loro considerano un loro stato patrimoniale, una diminuzione del potere economico la cui moltiplicazione reputano un loro diritto. Perciò, con la crisi iniziano a livello mondiale tempi politici duri: gli stati si comportano come forza di protezione dei loro interessi danneggiati testando i loro specifici strumenti di ricatto. Registrano però che qualcosa non va troppo bene anche nel proprio territo­rio; certamente non registrano la causa del loro imbarazzo, la sovraccumulazione della ricchezza capitalistica, ma il fatto che l’economia nazionale lascia molto a desiderare in termini di crescita necessaria e debita; e questo non perché manchino il credito e gli strumenti materiali e men che meno le volenterose forze di lavoro, bensì perché la ricchezza tuttora esistente non fa più il suo servizio, cioè non cre­sce. Il motivo di ciò, la politica lo desume dalla conclusione che l’industria stessa trae dall’impro­duttività del suo impiego di capitale: se questa, prima di tutto, lesina sugli stipendi riducendo l’organico, se non vuole e non può più permettersi la spesa per il lavoro, allora la volontà riformatrice dello Stato deve partire da qui. Pertanto anche il potere statale rende il “fattore lavoro” e il suo prezzo responsabile per l’emergenza nazionale facendo di tutto al fine di abbassare questo prezzo; e lo fa finché il capitale non torni a impegnarsi su scala nazionale e a creare redditizi posti di lavoro. E lì, dove è riuscito a sviluppare il territorio per decenni a nazione economica leader nel mondo assistendo la popolazione attiva in modo congruo, può attivare tante leve. Qui di seguito un elenco – per rammentare cose che tutti conoscono:

– politici del welfare negli ordinati “paesi ad elevato livello salariale” creano, ove mancassero, i presupposti legali, all’occorrenza anche gli stimoli per i datori di lavoro e la coercizione per i lavo­ratori, al fine di costituire un settore a bassa retribuzione: libertà per l’uso di lavoro temporaneo mal retribuito, la forma giuridica dell’”occupazione minore” e occupazione priva di “assicurazione pensionistica obbligatoria”, i “voucher”, uno spazio libero per il lavoro salariato a costo zero sotto il titolo di “stage” ecc. Gli stipendi sono, di fatto e in parte anche dichiaratamente, esonerati dalla pre­tesa di dover bastare, grazie alla ridistribuzione legalmente ordinata, per tutta la vita lavorativa, quindi anche per il periodo della pensione e per fasi di disoccupazione. L’”integrazione” degli sti­pendi bassi che non fanno più campare una persona che lavora a “tempo pieno” con aiuti statali per raggiungere il “minimo di sussistenza” locale combina povertà e lavoro su un livello nuovo.

– Il personale per questo settore a bassa retribuzione lo fornisce in alcuni paesi direttamente il “mercato del lavoro” con la sua offerta eccessiva di lavoratori licenziati o mai assunti. In altri paesi sono gli enti competenti per la disoccupazione a pensarci, passando da una specie di assicurazione, che mantiene parti delle popolazioni in esubero come “esercito di riserva” per un eventuale futuro utilizzo capitalistico, all’assistenza sociale vincolata dalla condizione che i beneficiari accettino qualsiasi “occupazione” per qualsiasi retribuzione. Questo tipo di obbligo di servizio diminuisce al contempo i costi che derivano dalla sollecitudine dello Stato sociale moderno che non abbandona i suoi disoccupati.

– Il settore a bassa retribuzione e la disoccupazione hanno un effetto di compressione del salario del “lavoro regolare” che diventa per i dipendenti, con ogni inasprimento della situazione concorrenziale e con ogni crisi, sempre di più un bene di lusso. Anche questo non succede quasi “da sé”, perché gli interessati fanno della necessità di massimo adattamento una virtù. Nei paesi con regolari contratti collettivi, la politica ha una voce importante in capitolo. Dà man forte ai datori di lavoro con contratti esemplari nel pubblico impiego e accenni alla “moderazione salariale” mettendo in guardia da eventuali pretese sindacali, fossero anche modeste, e rafforzando le richieste di riduzione dei salari da parte degli imprenditori. Altresì appoggia gli stessi sindacati nella loro “lotta per i posti di lavoro” che non si può combattere, almeno nelle società civili non è combattuta senza l’offerta di accettare il peggioramento di retribuzione e condizioni di lavoro in cambio della conservazione dei posti di lavoro ai quali gli imprenditori non vogliono comunque rinunciare e che saranno garantiti finché gli imprenditori si aspettano di ricavarne un profitto.

– Dopotutto, i governi delle nazioni capitalistiche blasonate dispongono di considerevoli parti dei salari nazionali, cioè le tasse e i contributi accumulati nelle casse pubbliche e sociali. Quando que­sta massa di manovra scende perché, insieme al livello salariale nazionale, scende anche l’ammon­tare assoluto dei salari, per i politici riformatori del welfare non è solo l’occasione per tagliare tutti i diritti alle prestazioni ma si vedono addirittura costretti ad andare subito oltre evitando di confiscare non ai dipendenti elementi dello stipendio ma ai datori di lavoro parti delle retribuzioni nazionaliz­zate; magari suggerendo alle parti sociali di compensare la riduzione delle detrazioni con qualche percentuale di stipendio. Ciò di cui i “dipendenti” hanno bisogno come prevenzione pensionistica, un gruzzolo di riserva e spese sanitarie, non grava né sulle pubbliche casse né sul livello salariale nazionale ma solo sul salario netto, quindi sul tenore di vita privato – anche questo un contributo alla salvezza e al ripristino della produttività di capitale.9

Quando devono applicare questa ricetta nella lotta per i posti di lavoro, per i responsabili dell’e­conomia nazionale non fa differenza se le sofferenze sotto il profilo della concorrenza siano la con­seguenza di perdite nazionali nel mercato mondiale dovute a successi di concorrenti stranieri o se il capitale che accumula in tutto il mondo si sia cacciato nel suo insieme in una crisi e ora le nazioni si dibattano per la spartizione delle perdite. Anche quando il capitale investito globalmente eccede la misura in cui il suo utilizzo possa trovare un suo tornaconto, quando gli affari crollano, i diritti a rendite da capitale sono svalorizzati ecc., i politici economici delle varie nazioni registrano una sola cosa, questo però con sempre maggiore scontentezza: nella loro area di competenza manca la cre­scita. E quando questa viene meno non è stato il capitale a vivere al disopra delle proprie pos­sibilità ma il fattore lavoro; allora il personale deve scendere di prezzo per portare la nazione sulla “strada della crescita”.

In verità, non riescono ad annullare la sovraccumulazione e la svalutazione. Però questo non li preoccupa molto fintantoché sono soprattutto le controparti a subire le perdite. Perciò i leader nazionali sono attaccati inesorabilmente alla ricetta di risanamento, anche quando è il settore finanziario stesso ad annullare le sconfinate quantità di credito con cui si sono gonfiati i mercati fi­nanziari globali e gli stati hanno tenuto in movimento gli affari mondiali capitalistici pur passando attraverso alcune “recessioni”. Alla decisione di bloccare il dovuto crollo del settore finanziario con illimitate quantità di nuovo denaro statale a credito fanno seguire l’”obbligo” unanimemente deciso di attuare delle riforme per salvare gli stessi debiti dello Stato oramai messi in pericolo dal loro ec­cesso e la moneta che rappresenta questi debiti. Il contenuto di queste riforma è sempre lo stesso: riduzione dei costi del lavoro. Abbassare ancora il lavoro nazionale già ridotto di prezzo affinché si possa, con quel poco di produttività di capitale in più che è ancora ricavabile, annullare la crisi ca­ratterizzata dalla svalutazione del capitale, è impossibile. Lo squilibrio tra il beneficio dell’impove­rimento aggravato, eventualmente realizzabile, e il grandioso effetto economico che gli stati si au­gurano di realizzare, è per loro soltanto lo sprone per non farsi superare da nessun’altra nazione concorrenziale nell’abbassare i costi del lavoro. Agli interessati offrono, insieme alla prospettiva d’impoverimento che è priva di alternative, la promessa – come “luce in fondo al tunnel” – che al­meno un attore abbia così una bella chance: la nazione nella concorrenza internazionale.
Allora sarà così.

1Il carattere astratto della ricchezza che il potere statale, con la proprietà privata, rende obbligatorio ne garantisce l’u­tilità politica in maniera immediata: lo Stato ha nella moneta il potere d’accesso – secondo le regole del fare econo­mia che lui stesso ha stabilito – a tutto ciò che serve per governare, in una forma universalmente utilizzabile.

2Ricorrendo anche ai salariati come contribuenti, lo Stato gli fa pagare i costi del regime politico che impone con la proprietà privata. Lo stipendio lordo che gli imprenditori pagano per l’accesso alla loro fonte di soldi finisce sui con­ti correnti della classe sfruttata, solo dopo che è Stato ripulito dei costi del potere.

3Riguardo all’affermarsi di questo principio, le nazioni capitaliste non scherzano: perché, nell’ultimo secolo, il bloc­co degli stati socialisti ha rifiutato questo principio sottraendo una parte del mondo al libero commercio, si è visto osteggiato dall’ostilità generale dell’occidente.

4Ad ogni passo in avanti nella „globalizzazione”, le nazioni hanno moltiplicato notevolmente gli oggetti di conflitto tra di loro – per le condizioni e i limiti d’accesso ai mercati, per licenze e confini della libera circolazione del capitale, ecc. Il commercio – spesso e volentieri osannato come la contropartita pacifica ai rapporti bellici tra gli stati – genera in verità un sacco d’interessi contraddittori che sfidano il potere monopolistico dello Stato raddoppiando i suoi bisogni con strumenti atti alla “proiezione di potere”. Gli ultimi sviluppi sotto il governo Trump hanno tolto di mezzo alcune illusioni in proposito. Non stupisce che la concorrenza capitalista promuova anche il progresso negli armamenti. E il settore bancario guadagna bene con i finanziamenti del relativo fabbisogno.

5La Repubblica Federale Tedesca, “campione esportatore” multiplo, si è compiaciuta per un certo periodo di autode­finirsi “paese povero di materie prime” il cui mezzo concorrenziale preferito era la “materia prima istruzione”. Un cancelliere socialdemocratico disse addirittura che il futuro della nazione era l’”esportazione di modelli”. Era l’ideo­logia che accompagnava il potenziamento del sistema universitario nell’era “social-liberale”. Dello spirito dell’”of­fensiva di formazione” di ampio respiro di allora che doveva rendere superfluo lo sporco lavoro dei proletari e ap­pianare le barriere classiste, non è rimasto nulla nella retorica sulla “Repubblica Formativa Tedesca” dei nostri tem­pi. Quest’ultima indica una politica che, tramite una profonda differenziazione e la svalutazione di titoli di studio, di fianco a una “iniziativa volta all’eccellenza” per far nascere un élite, persegue l’inasprimento della concorrenza a tutti i livelli e non è più la bugiarda promessa di una volta, ma l’avviso che al di sotto di una certa qualificazione è vano farsi delle speranza per un lavoro che permetta di vivere. In Italia neanche la laurea garantisce un lavoro, cosic­ché tantissimi giovani italiani o marciscono in patria con o senza titolo di studio o si danno alla “fuga dei cervelli”.

6Nei rari periodi di „piena occupazione“, uno Stato provvede con l’assunzione di persone attive dai paesi con tanto “materiale umano” capitalisticamente inutile persino a un eccesso di offerta di lavoro per “mansioni semplici” che tiene sotto controllo la necessità di pagarlo: i “migranti” importano il loro livello salariale come base di riferimento.

7Le prestazioni globali degli stati che sono impegnati maggiormente in questo campo, l’autorevole attuazione di ri­percussioni sulle sedi locali e il loro sviluppo in strumenti della concorrenza mondiale, tutto ciò è giustificato, nelle numerose varianti dell’ideologia che va sotto il nome “globalizzazione”, come un confronto politicamente proble­matico, ma soprattutto necessario, come “vincoli oggettivi” che si sottraggono alla sovrana discrezionalità dei leader ma che nondimeno devono essere “gestiti”.

8Al posto di conquiste veramente remunerative del servizievole spirito scientifico, in fasi congiunturali di questo tipo subentra spesso l’ideale di un’arma miracolosa che aprirebbe prospettive del tutto nuove al guadagnare soldi – una “fantasia” che presso le borse del mondo è buona per un po’ di “ripresa” e quindi per la prossima “bolla”.

9Da sempre, questi elementi retributivi non rappresentano per i datori di lavoro una detrazione dalla sussistenza dei dipendenti ma un’aggiunta al prezzo del lavoro in senso stretto e vanno combattuti opportunamente. I responsabili della politica sociale possono solo acconsentire a questo punto di vista, specie in tempi di crisi e di crescenti difficol­tà nella concorrenza. Logicamente, il margine per gli sgravi dei costi da parte degli imprenditori è tanto più grande, quanto più intensamente una nazione economica potente si occupa dell’assistenza alla classe operaia confiscando elementi salariali per destinarli a questo compito. Con i “tagli”, quindi, uno Stato sociale ben strutturato può dare buona prova della sua idoneità alla concorrenza. Dalla grande crisi del 2008, il governo tedesco si vanta delle misure specifiche che i suoi predecessori hanno imposto in questo campo per superare la penultima o l’ultima crisi – rifor­ma dei sussidi, le cosiddette leggi “Hartz I – IV”. Ci si presenta come modello e campione per tracciare la via da im­boccare dai loro partner, sconfitti dalla Germania con la combinazione tra potenza capitalistica e livello salariale, per uscire dalla crisi del debito sovrano. I governi interpellati non sanno fare meglio che impoverire il popolo adoperan­dosi semmai a scaricare la responsabilità su governi esteri.