Con i prodotti del lavoro che fanno eseguire, gli imprenditori capitalistici devono imporsi “sul mercato”, cioè vincere la concorrenza contro i loro pari per appropriarsi della liquidità della società. Ne va del “rifornimento” della “società consumistica”; inversamente è il successo commerciale a decidere quale tipo di produzione era socialmente necessaria.
Il criterio di questo successo – che di conseguenza regola i mezzi di sussistenza che l’economia di mercato concede ai diversi attori – è il rendimento del capitale investito. Per aumentare quest’ultimo gli imprenditori puntano al rapporto tra prezzo ed efficacia del lavoro. Abbassano i salari. Aumentano la produttività tecnica del lavoro utilizzato affinché i costi si distribuiscano su una maggiore quantità di prodotti vendibili facendo scendere cosi il costo di lavoro per unità di prodotto ovvero il costo di manodopera e con ciò il costo totale della produzione del bene. E questo costo deve scendere più di quanto costa l’innovazione tecnica riferita alla stessa unità del prodotto; altrimenti il risparmio dei costi salariali non sarebbe conveniente. I costi di produzione ridotti in questa maniera rendono l’impresa capace di combattere con prezzi più bassi – rispettivamente più merce o merce migliore per la stessa somma – per ottenere maggiori quote di mercato, al fine di attirare all’azienda più produzione socialmente necessaria perché è risultata remunerativa tramite la vendita. Ovviamente, l’azienda rinuncia – tendenzialmente – al vantaggio di una maggiore quota d’utile ricavato dal prodotto a favore della quantità maggiorata di merce venduta. Questo vantaggio scompare appena i concorrenti riescono a realizzare gli stessi progressi; e il prezzo concorrenziale teso alla conquista del mercato s’impone come nuovo prezzo di mercato che vale per tutti. In fin dei conti succede che, a un livello decrescente di prezzi, sempre meno lavoro eseguito in posti di lavoro sempre più cari realizza un profitto che deve giustificare il crescente investimento di capitale. Perciò la lotta per l’abbattimento dei costi del lavoro e per il potenziamento dell’efficacia del lavoro non finisce mai: ogni successo raggiunto è un punto di partenza per un nuovo giro della competizione.
Gli imprenditori scaricano il problema sui dipendenti. Continuamente, una parte di loro è considerata in esubero e deve mettersi alla ricerca di un nuovo reddito. All’altra parte non è risparmiato nessun quantum di fatica, tramite il progresso tecnico che “risparmia lavoro”. I fortunati che continuano a essere sul libro paga sono resi responsabili, da parte del datore di lavoro, affinché i suoi investimenti nei posti di lavoro “sicuri” gli diano un tornaconto, prima che anche il loro numero, in virtù della prossima “razionalizzazione”, sarà corretto verso il basso.
- La società vive di e per la concorrenza dei capitali per la propria solvibilità
Per tutto ciò che combinano col lavoro e con i lavoratori, i datori di lavoro si appellano alla concorrenza e alle sue pressioni. E qui è in gioco una sostanziale ipocrisia: come chiunque disputi una gara, anche gli imprenditori condividono l’obiettivo intorno al quale si aggira la loro “competizione” – dopotutto non competono per il gran premio nello sgravio e l’arricchimento dei loro “collaboratori” o per il programma migliore nella soddisfazione pianificata di tutti i bisogni. Quando assillano il personale nell’interesse della competitività, non sono certo costretti a fare una cosa che in fondo non gli va a genio o che cozzerebbe con il loro personale interesse economico. Se sono soggetti al proprio interesse come a una costrizione oggettiva alla quale devono ubbidire, pena la loro rovina, questo dimostra solo che non è in ballo alcun punto di vista che devia dai loro obbiettivi economici. Con l’appello alle ineludibili costrizioni della concorrenza si appellano a nient’altro che alla validità generale ed esclusiva del proprio interesse alla crescita di capitale che contraddistingue l’economia di mercato.
Forse ancora più rivelatore della loro ipocrisia, però, è la verità che i protagonisti della concorrenza ammettono con la loro giustificazione generale: appena fanno ciò cui la proprietà li abilita, cioè far lavorare e accrescere il loro patrimonio, lo fanno l’uno contro l’altro. Lì dove comandano loro sulla produttività del lavoro, i risultati non si sommano a una gran bella quantità di ricchezza; anzi, il successo affaristico di un capitalista va a scapito di quello dell’altro. Il potere esclusivo della proprietà, infatti, non va solo contro chi non ne ha e che perciò deve mettere le sue forze a disposizione, in cambio di un piccolo compenso. In quanto potere privato di promuovere la propria crescita, la proprietà, attivata secondo la logica capitalistica, punta in maniera esclusiva a quella condizione della crescita di cui tutti i produttori di merce hanno bisogno in ugual misura.
Questa condizione è il denaro che si trova nella società: la ricchezza nella sua forma astratta e privata, obbligatoria per tutta la società. Nella sua forma di equivalente generale, non è possibile produrre proprietà all’interno dell’impresa. Il denaro si può solo guadagnare sul mercato con le merci. Solo con la vendita realizzata si decide se e in quale misura tutta la produzione di merci valeva la pena, cioè se con il denaro guadagnato viene accresciuta la proprietà. E qui i capitalisti si sono d’ostacolo reciprocamente. Per quest’ultimo passo decisivo vogliono e hanno bisogno della stessa cosa: la liquidità della società.
Ciò non porta solo a una mutua esclusione lì dove diverse imprese offrono la stessa merce. Dove si produce per soldi, dove inversamente il denaro in quantità limitata rappresenta la possibilità di accesso a tutti i beni e consumi, tutto è commensurabile. Le cose più disparate diventano alternative e ogni produttore di merci contende, con la sua offerta, la liquidità sociale a tutti gli altri. Appena uno consegue un certo successo in un determinato settore battendo la concorrenza, può essere sicuro che non passa molto tempo e i suoi colleghi, intenti continuamente a ricercare la rendita migliore, scoprono il suo ramo d’affari, lo riempiono con offerte a buon mercato rovinandogli il suo straordinario saggio di profitto. La liquidità stessa, l’oggetto della concorrenza, è l’opera delle imprese che se la contendono e logicamente, per via della dimensione che ha, la maggior parte della clientela la esaurisce troppo presto. Quanto può spendere la maggior parte dei consumatori finali, viene deciso dal salario. Questa parte della liquidità sociale, tutti gli imprenditori la limitano il più possibile. Pagano quello che, a secondo delle circostanze, risulta necessario per ricavare il più possibile dal lavoro pagato e per fare soldi. Più gli riesce, più liquidità è a disposizione per investimenti e per i bisogni dei “benestanti”. Questa clientela però può avanzare pretese in merito al rapporto qualità-prezzo calibrando corrispettivamente la sua disponibilità a pagare. E ciò che lo Stato attrae a sé per pagare il proprio personale e per comprare, come grossista dell’economia, ciò di cui il potere supremo ha bisogno, assicura sì a tanti produttori il fatturato e la crescita, diminuendo però tutti i redditi che sta tassando. L’economia del fare soldi è un agone d’interessi contrastanti che mirano tutti alla stessa cosa – e proprio questo genera tutto il nesso materiale della società commerciale d’impianto liberale. Ciò che è prodotto e ciò che non è prodotto, i bisogni soddisfatti e quelli trascurati, quelli stimolati e altri invece addirittura inventati, con che beni d’uso e di che qualità l’umanità differenziata per reddito può e deve fare i conti, tutto ciò dipende completamente dal calcolo che i concorrenti fanno con la liquidità che sperano di guadagnare con la loro merce, dai successi che conseguono nella concorrenza fra di loro e dalla crescita del patrimonio pecuniario che riescono a realizzare in questa maniera.
Infatti, cosi funzionano i “condizionamenti della concorrenza” ai quali preferiscono appellarsi i liberi imprenditori. E questi condizionamenti non sono una vergogna per la comunità libera che vi si sottomette. Meschinità e conseguenze folli della concorrenza per i soldi sono un banco di prova per gli artefici. Chi fallisce come imprenditore, si squalifica come incapace e si sente tacciato di cattiva gestione e cose peggiori. Inversamente, il successo nobilita il vincente come esperto e fuoriclasse, secondo la stessa logica. In verità, vincenti e perdenti fanno la stessa identica cosa quando perseguono il successo nel fare soldi sul mercato. E lo fanno lì, dove sono i padroni della faccenda: nell’azienda, con la loro proprietà e il loro comando sul lavoro.
- L’arma decisiva nella concorrenza tra le imprese: rendere superflui i salari e i salariati attraverso l’avanzamento tecnico della forza produttiva del lavoro.
Quando gli imprenditori capitalistici vogliono trasformare il loro prodotto in denaro, incappano – come risultato della concorrenza già avvenuta – nel prezzo di mercato al quale la merce in questione è generalmente offerta. Da questo prezzo dipende quanto riescono a guadagnare, dati i loro costi di produzione. Sul banco di prova finisce quindi il prezzo che loro calcolano per l’unità di merce. Perché è dalla differenza tra costi di produzione e il ricavato della vendita che consegue il profitto, il fine di tutto. E i primi sono quel quantum su cui possono incidere con la gestione dell’azienda.
Una cosa è chiara: con un bel margine di profitto a unità di prodotto, l’obiettivo dell’impresa non è da considerarsi raggiunto. Soltanto la somma del fatturato aggiunge al saggio di profitto la massa di profitto, quindi non può mai essere sufficientemente grande. Questa esigenza, principalmente illimitata, di vendere ha, vista nel suo insieme, il suo limite nella somma di denaro che si trova in possesso della clientela e che per di più serve a quest’ultima per diversi consumi. Questo limite però non riguarda direttamente il produttore di merce che vuole trasformare più prodotti possibili in denaro. Immediatamente si interpongono altri produttori di merce che da parte loro s’impadroniscono della liquidità del pubblico – ogni imprenditore abile calcola cosi – contendendogli le possibili vendite e i relativi profitti. Per eliminare questo impiccio, per conquistare fette di mercato altrui, c’è – la pubblicità, la corruzione e altre forme del “market-making” e della commercializzazione già inclusi – in fin dei conti solo un metodo: battere i concorrenti sul prezzo. Che questo stride con lo scopo di aumentare i profitti, è ovvio: margine di profitto e quantità di profitto cozzano l’una con l’altra. I conti tornano solo se si riesce a diminuire i costi produttivi nella propria azienda in misura cosi decisiva che gli sconti sul prezzo di vendita non cancellano l’utile a unità di prodotto. Di conseguenza, tutti gli sforzi dei produttori capitalistici mirano a ridurre i costi di produzione per le merci da vendere.
Qui tutte le voci del calcolo di spesa finiscono sotto torchio. Ricatti sui prezzi ai fornitori, per esempio, fanno parte della normale condotta dei gruppi industriali negli affari quotidiani. Tocca ai fornitori poi vedere come riescono a salvare il loro margine di profitto, visti i prezzi di vendita abbassati; cosa che spinge di nuovo a ridurre i costi interni ed esporre i rispettivi partner a pressione ricattatoria. Attenzione e trattamento particolari sono riservati sempre e dappertutto a un grande fattore dei costi: la spesa di denaro per il lavoro. E questo per buone ragioni, perché offre due essenziali punti di attacco.
Da una parte ci sono i salari pagati ai dipendenti nella loro quantità assoluta. È vero che ci sono contratti collettivi che vincolano la concorrenza dei datori di lavoro per la retribuzione più bassa entro un quadro generale; però già la pluralità di categorie di salariati solitamente specificate nei contratti offre l’appiglio per abbassare il livello salariale interno raggruppando l’organico con astuzia. Il consenso da parte dei rappresentanti dei lavoratori si ottiene, nei casi in cui è necessario, in linea di massima sempre e secondo la congiuntura con facilità. All’occorrenza è possibile strapparlo anche per l’elusione e l’inottemperanza delle norme tariffarie. In “tempi bui”, i rappresentanti dei lavoratori che si sentono in obbligo verso la ragione di mercato sono anche disposti a concordare perdite di stipendio, a lasciare alla discrezione della ditta se elargire immediatamente o meno parti del salario, a secondo le condizioni di bilancio etc. Altre occasioni di riduzione salariale offrono – con o senza il consenso del sindacato – forme di occupazione come quella interinale o parasubordinata co-co-co; basta ridefinire i dipendenti operatori autonomi scorporandoli dagli accordi collettivi di lavoro. Sono tutti accorgimenti che aiutano molto nella riduzione della componente salariale del prezzo di produzione, del costo unitario del lavoro per unità di prodotto. Questo rende il lavoro più produttivo, se si ragiona secondo la logica del mercato: in proporzione a ciò che l’imprenditore paga per esso, genera più prodotto.
La produttività di lavoro nel senso tecnico, il numero di prodotti per quantità di ore lavorate o l’efficacia materiale del lavoro rilevata diversamente dal numero dei prodotti, questa è l’altro punto d’attacco, ben più rimunerativo, nella lotta del capitale contro i costi del lavoro e per un ricavo maggiore. L’impiego di macchinari e apparecchi che svolgono funzioni finora eseguite dagli operai, sortisce per sé solo un effetto: il singolo prodotto è fabbricato con meno carico di lavoro, oppure con la stessa manodopera si producono più beni di consumo. L’interesse affaristico invece prende di mira e sortisce un altro effetto: se con la tecnica avanzata provvede a che un determinato numero di ore lavorative generi più prodotto commerciabile di prima, allora, dato il tempo di lavoro, punta alla sua spesa per il pagamento delle ore, giorni o settimane di lavoro svolto. Il fattore di produzione lavoro, reso più efficace, entra nel prezzo di produzione della merce come fattore di costo; l’aumento della produttività materiale del lavoro di cui ha ancora bisogno lo calcola come diminuzione dell’importo di denaro che deve pagare al suo organico per unità di merce; l’aumento del numero di prodotto pro unità di tempo lavorativo come diminuzione dei costi di lavoro per unità di prodotto – quindi come un riuscito ribasso dei salari. E qui sta tutto il senso e la finalità del progresso tecnico all’interno dell’azienda capitalistica che “risparmia lavoro”: in relazione al prodotto commerciabile rende il lavoro più a buon mercato. Con l’identico impiego di personale e tempo di lavoro, l’azienda può vendere non solo più prodotti, bensì ciascun prodotto con più profitto. Nel singolo prodotto c’è, grazie a una tecnologia migliorata, non solo meno lavoro, ma meno lavoro pagato, quindi un ricavato commerciale per l’azienda in maggiore proporzione. Però, questo bell’effetto utile ha un prezzo per l’impresa: il progresso costa; può essere che le spese per macchinari, impianti, automi e il loro esercizio, riferite al singolo prodotto, rendano più cara la produzione. Ma questo significa solo che la riduzione del costo salariale unitario deve compensare anche il rincaro del “costo di capitale” unitario – in sostanza nient’altro che l’anticipo che l’impresa deve effettuare comprando i mezzi utili. Per l’impresa, attrezzi che “risparmiano lavoro” non sono semplicemente tali, cioè strumenti sussidiari al fine di ridurre il lavoro e neanche una merce che vale quanto è costata, bensì investimenti i cui costi devono tornare incrementati, cioè aumentare il profitto – e così è, ma solo a condizione che i salari scendano di un importo più grande di questi costi. Questo dispendio d’investimenti è equivalente al pagamento dei salari. Entrambi i “fattori di costo” vengono confrontati in modo critico, però sono tutt’altro che della stessa natura: affinché i conti dell’azienda tornino, l’aumento della produttività del lavoro deve rendere il lavoro, riferito al singolo pezzo, più economico e la diminuzione deve essere più incisiva della corrispettiva spesa calcolata per gli attrezzi tecnici. La diminuzione della parte salariale dei costi di produzione deve giustificare l’anticipo investito; anche e soprattutto quando quest’ultimo, preso per sé, aumenta i costi di produzione. La loro diminuzione integrale è proprio il beneficio che l’impresa si prefigge di ottenere dall’accrescimento dell’output per unità di tempo lavorativo. Dal crescente output deve essere escluso, in misura sempre maggiore, chi contribuisce alla sua produzione; i diminuiti costi del lavoro per unità di prodotto quantificano la misura di questa esclusione.
Con l’incremento della produttività del lavoro, l’impresa capitalistica non procaccia solo più merci, ma più profitto per unità di merce. Procaccia quindi non solo una rendita maggiore, ma un’arma nella sua lotta concorrenziale per le quote di mercato che aggiungono al saggio di profitto anche la quantità di profitto di cui l’azienda ha bisogno per la sua crescita. Che più vendite coincidano con una riduzione del ricavato dalla vendita della singola merce, non è un effetto che dissolve l’ambito aumento della ricchezza del produttore, bensì parte della strategia concorrenziale dell’impresa che dilata la differenza tra prezzo di produzione e prezzo di vendita per battere gli altri produttori appropriandosi del profitto che questi ultimi avevano finora realizzato. Importante per un’azienda capitalistica non è tanto il ricavato dalla vendita della merce come tale, ma il profitto realizzabile con essa; per l’aumento di quest’ultimo impiega le tecniche “riduttive di lavoro”. Non è, però, che con ciò voglia tenersi stretto il surplus di ricavo; lo investe nella competizione per maggior ricavi dalla vendita di un numero crescente di prodotti.
Cosi, i produttori di merci si spingono reciprocamente nel circuito tra la tecnicamente impegnativa riduzione del lavoro per incrementare il saggio di profitto e la riduzione del saggio di profitto incrementato per massimizzare il volume di profitto o, in alte parole, per far sì che del carico di lavoro ridotto si svolga, in misura relativa e assoluta, sempre più nella propria azienda. Nei loro calcoli agiscono come se il profitto incrementato nascesse dal risparmio di lavoro salariato, quantificato in personale “sfoltito” e licenziamenti programmati. Del lavoro che continua a essere necessario e che deve essere pagato, non sono poi mai sazi e promettono quindi non solo “posti di lavoro sicuri”, ma continuano a utilizzare, all’occorrenza, i lavoratori in esubero, perché infine non è il lavoro soppresso che genera il loro utile, ma quello effettuato che rende i loro investimenti redditizi. In questa maniera costruttiva e produttiva, le aziende dell’economia di mercato fanno fronte alla sistemica contraddizione tra saggio e massa dell’arricchimento tramite il lavoro altrui – a scapito dei lavoratori, ovviamente: una loro parte finisce in esubero, grazie alle “razionalizzazioni” e le tecnologie “riduttive di lavoro”, e perde la fonte di reddito. L’altra parte può proseguire il servizio all’interno dell’azienda razionalizzata adattandosi alle nuove esigenze che sicuramente non gli risparmiano una cosa: il dispendio di tempo e fatica. Per tutti quelli che svolgono il lavoro reso più produttivo, questo rimane tanto improduttivo quanto prima, rendendogli solo quanto serve per le necessità vitali quantificate nel salario; gli altri, che finora campavano del salario per il loro lavoro meno produttivo, devono vedere come sbarcare il lunario.
Certo, anche le imprese capitalistiche sono segnate dalla contraddizione tra riduzione redditizia del loro bisogno di lavoro salariato e la destinazione dei relativi successi nella concorrenza per un massimo di lavoro redditizio sotto la loro regia. Questa concorrenza produce comunque il risultato che qualche azienda è sì diventata più produttiva ma non più proficua, non trovando un mercato per la vendita delle sue merci prodotte con meno lavoro. Fallimenti di aziende mettono in netta evidenza che non per tutti i produttori, che competono con innovazioni riduttive di lavoro, c’è da guadagnare un rendimento netto aggiuntivo. Ogni competitore sopravvissuto desume da questo effetto, ovunque si realizzi, sempre la stessa cosa: il “condizionamento” di impegnarsi di nuovo nell’abbassamento del costo salariale unitario avviando il prossimo giro nella lotta per ottenere il massimo dal lavoro salariato o seguendo un altro se questi l’ha già avviato. Cosi, ad ogni giro, si spostano ulteriormente le condizioni di partenza riguardo a un aspetto, lamentato spesso da parte degli imprenditori: posti di lavoro proficui, dicono, costano sempre di più! Come no: quando si fa sempre di nuovo grande spesa al fine di ridurre i costi del lavoro, il che, appunto, deve non solo ripagare questa spesa ma renderla redditizia – che altro potrebbe venire fuori se non una crescita sproporzionata degli investimenti di fronte a quel poco di salario che rimane ancora da pagare per la ridotta quantità di lavoro? Sfruttare i lavoratori ai massimi livelli, non può che essere costoso – e proprio questo fa parte integrante dello strumentario della concorrenza capitalistica: la quantità di capitale crescente non è solo la – in ultima istanza decisiva – condizione del successo economico; ne viene fatto uso anche sistematicamente per far fuori i concorrenti sottocapitalizzati, scalzandoli dal mercato e, nel caso ideale, conquistandosi una “posizione dominante”.
Quando gli imprenditori fanno sapere al mondo quanti soldi gli costa un posto di lavoro proficuo, certo non vogliono informare il pubblico sui metodi e le conseguenze della concorrenza. La spesa di capitale con cui cercano di mandarsi al tappeto reciprocamente è da intendersi come straordinaria prestazione anticipata per i loro dipendenti; serve a giustificare una serie di pretese nei loro confronti che, secondo la logica della concorrenza, ne conseguono per forza. Con queste tecnologie riduttive di lavoro, le imprese tolgono dal libro paga una caterva di salariati, però gli operai ancora in attività, ora più produttiva, sono tenuti a considerare questo fatto una pacchia per se stessi e il loro reddito; insomma, il fatto che ancora non si trovino sulla lista degli esuberi, dovrebbe valergli un sacrificio sullo stipendio. Vanno da sé ulteriori occasioni per il personale a mostrare la propria gratitudine per le immense somme che l’azienda spende per l’impiego, fino a nuovo avviso. Primo, con gli impianti capitalistici in genere e con quelli costosi e efficaci a maggior ragione, si rimpiange ogni minuto che sono fermi: il loro non-utilizzo è, nell’ottica dell’economia aziendale, profitto sfumato. Secondo, cessazione di attività produttiva significa che il ritorno della spesa anticipata in forma di denaro e con ciò il riutilizzo del patrimonio aziendale per la continuazione e il potenziamento della produzione subisce un ritardo, registrato da qualsiasi imprenditore o aziendalista come perdita. Terzo, ogni investimento comporta il rischio che, ancora prima che la somma si sia “ammortizzata” nella misura desiderata, cioè tornata incrementata di un utile, la concorrenza – che non dorme mai – abbia fatto il prossimo passo avanti introducendo nuovi e più efficaci mezzi e metodi di produzione; in questo caso è possibile che l’uso dell’esistente apparato di produzione non valga più e che la spesa sia da contabilizzare come perdita. Cosi si accumulano i condizionamenti a mantenere in funzione i posti di lavoro razionalizzati continuamente; macchinari costosi richiedono i turni e il massimo rendimento, e quindi dall’organico una continua e intensa operosità. Per quanto riguarda l’allestimento dei posti di lavoro stessi, il risparmio di lavoro ai fini capitalistici include l’eliminazione di ogni vuoto e pausa nel processo lavorativo: dato che esiste la necessità di pagare l’attività umana, il datore di lavoro ha tutto il diritto di chiedere, in cambio del denaro pagato, un massimo di attività pro tempore, un rendimento nel senso stretto della parola; e con la proprietà dei mezzi di produzione possiede anche il potere di trasformare le sue pretese in realtà oggettiva. È vero che non è una questione tecnica quanto è da pagare per il lavoro, ma riguarda la valutazione del posto di lavoro; e i criteri valutativi si trovano nell’allestimento tecnico del posto di lavoro e nell’analisi dettagliata delle attinenti operazioni umane. Per questo motivo, le innovazioni offrono sempre l’occasione per ridurre i salari riclassificando i lavoratori: si impone sì a loro la responsabilità per l’equipment costoso e si chiede a loro un’abilità definita da macchinari moderni e sofisticati, ma questo non può essere motivo di rivendicazioni salariali, mentre una modificazione interpretabile come alleggerimento del lavoro giustifica il raggruppamento in fasce retributive più basse.
Se non si candida nessun altro è il capitale a rivoluzionare, nel suo interesse, continuamente il mondo del lavoro.
III Excursus sul legame tra forze produttive e rapporti di produzione nel capitalismo
Nell’economia di mercato, l’aumento della produttività del lavoro tramite la tecnica e la cooperazione organizzata non è più il risultato di un’esperienza acquisita, di un ingegno individuale e di scoperte casuali; è promosso sistematicamente. È palesemente un’esigenza e una prestazione del modo di produzione medesimo. E permette, fatto unico nella storia, la produzione di ricchezza sociale generale – ricchezza non nel senso di un mucchio di cose belle, bensì nel senso della potenza della società di produrre tutto l’occorrente senza grandi fatiche, anzi, tendenzialmente con sempre minor lavoro; secondo una definizione che Marx cita nei suoi Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica: “Una nazione si può dire veramente ricca, quando invece di 12 si lavora solo 6 ore. Wealth … è tempo disponibile, fuori di quello usato nella produzione immediata, per ogni individuo e per tutta la società“ (3.4.10). O più precisamente, sempre nelle parole di Marx: “La ricchezza reale si manifesta invece — e questo è il segno della grande industria — nella enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia.” (3.4.10)
Il lavoro, reso produttivo in modo sistematico con mezzi tecnici, assorbe solo una parte esigua sia delle capacità degli uomini sia del tempo che devono dedicare a procacciarsi i beni di consumo; è quest’ultima cosa a rendere gli uomini liberi e ricchi in senso materiale: “il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.” (3.4.10) – le premesse affinché ciò avvenga, il modo capitalistico di produzione le ha prodotte con lo sviluppo di macchinari quasi automatici. Questa è la buona notizia.
La cattiva notizia invece è che nonostante lo sviluppo quasi esplosivo delle forze produttive del lavoro, diviso socialmente e attrezzato con macchinari tecnologicamente sempre più perfetti, non si può parlare di una diminuzione dell’orario di lavoro “usato nella produzione immediata” e di una limitazione qualitativa del loro utilizzo. Anzi, il loro utilizzo supera ogni ragionevole misura e addirittura il volume ereditato dai miserevoli rapporti storici di produzione: “Le macchine più sviluppate perciò costringono ora l’operaio a lavorare più a lungo di quanto faccia il selvaggio o di quanto egli stesso facesse con gli strumenti più semplici e più rozzi”. Da una parte, per il dipendente moderno vale: “[…] nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta — questa loro powerfull effectiveness — non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione.” (3.4.10) Dall’altra parte, lo stress e gli orari prolungati sono cose scontate per un posto di lavoro in linea con i tempi.
E questa è una contraddizione che merita di essere spiegata.
La ragione degli orari prolungati e dell’utilizzo intenso delle forze lavorative su posti di lavoro redditizi – per iniziare con questo lato della contraddizione – non sono, s’intende, “le macchine più sviluppate”, ma l’interesse del capitale che le forze lavoro lavorino con esse. Con l’ostinarsi a sostenere il tanto lavoro – elevato al titolo di “occupazione” e addirittura a primario obiettivo statale – l’imprenditoria dell’economia di mercato fa valere l’equazione che nella produzione per il mercato, quindi al fine di un ricavo monetario il più grande possibile, è determinante la produzione di merci: come ricchezza conta ciò che viene prodotto per lo scambio di denaro e che trova un acquirente. Questa ricchezza è di conseguenza grande quanto quel contributo della produzione alle esigenze sociali riconosciuto nella vendita come necessario o quanto il volume della relativa produzione. Questa ricchezza non conosce per definizione né obbiettivo né grandezza da raggiungere. La sua misura l’ha nel tempo lavorato per la merce commerciabile, per questa ragione non ne ha mai abbastanza. Che il lavoro produca ricchezza nella misura del suo svolgimento sarebbe banale se si trattasse solo del superamento di una mancanza naturale; e non sarebbe neanche una mezza verità perché sia con la mancanza sia con il lavoro effettuato gli elementi co-decisivi, che contribuiscono a questo superamento, sono il favore della natura, la qualità dei mezzi di produzione disponibili e le capacità tecniche dei produttori. Invece al capitale non importa il migliore adattamento delle circostanze naturali della vita ai bisogni sociali evoluti, bensì la produzione di merci per il profitto. E per una ricchezza definita cosi, è decisiva la quantità di lavoro che entra nei prodotti e che è confermata dalla richiesta solvente come creazione di valore monetario.
La pretesa che il lavoro arricchisca non quelli che lo eseguono, ma gli imprenditori, è rivendicata da quest’ultimi nella maniera in cui da sempre è stata praticata nel rapporto tra servo e padrone: l’acquisto dei beni di cui i lavoratori hanno bisogno per sopperire alle proprie esigenze è reso, in modo coercitivo, dipendente dagli interessi all’arricchimento della parte economicamente potente. Nell’economia di mercato, nella sua forma civile, con le sue buone maniere, ci pensa il regime della proprietà privata legalmente garantita. La maggioranza delle persone senza proprietà, e di conseguenza bisognose di un salario, dipende da un duro e lungo lavoro, solo che per esse l’effetto è come se il loro lavoro fosse improduttivo mentre il beneficio della loro vera forza produttiva, cioè il prodotto dell’attività che eccede le loro esigenze già limitate, entra integralmente nel possesso delle imprese. Ma non è solo per l’istituzione della proprietà privata – che impone alla maggioranza della società l’interesse a essere usata dai possessori dei grandi patrimoni – che il modo di produzione capitalistico si differenzia da tutte le altre forme di sfruttamento. Economicamente esso è caratterizzato, tra l’altro ed essenzialmente, dal fatto che le imprese puntano a una smisurata quantità di denaro senza però accontentarsi dei lunghi orari di lavoro e del poco compenso per il personale. Le imprese puntano ad ottimizzare il rapporto tra la quantità di lavoro che è assorbito dalle necessità vitali dei lavoratori e che cioè viene detratto dal ricavo commerciale per i salari, e il surplus, cioè l’utile monetario che lo stesso lavoro gli rende. A questo fine hanno scoperto il potere di disporre del lavoro insito nei mezzi e nell’organizzazione del lavoro: un potere che adoperano sistematicamente e – come si vede – anche efficacemente a discapito della quantità di lavoro contenuta nei singoli prodotti; e con ciò anche contro la parte salariale del valore delle merci prodotte: “Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo — in misura crescente — la condizione (…) di quello necessario.” (3.4.10)
Con i suoi relativi successi, l’impresa capitalistica rende man mano obsoleta l’equazione da cui parte e di cui si approfitta, cioè quella tra la quantità di lavoro eseguito e l’ammontare di ricchezza prodotta quantificabile in denaro. Modifica il processo di produzione in modo da relativizzare esattamente la cosa che gli sta a cuore: l’accumulazione di ricchezza nella forma di un potere di disporre dei prodotti del lavoro privato altrui, riconosciuto nello scambio come lavoro socialmente utile e ricompensato in denaro.
Questa contraddizione si manifesta nella contabilità; le aziende abbassano in modo mirato, tramite la riorganizzazione del processo lavorativo, il valore di scambio dei prodotti, per tenersi una maggiore porzione del ricavato ridotto. Per ricavare infatti dal lavoro “necessario”, destinato cioè alla produzione del salario, quanto più possibile lavoro “superfluo” che aumenta la porzione di profitto, le aziende “risparmiano” la quantità di lavoro che entra nel valore del singolo prodotto per impiegare nella propria azienda un massimo di questo lavoro reso più efficace proprio grazie a questo “risparmio”. Il mezzo della rispettiva riorganizzazione del processo lavorativo è il comando su una pluralità di lavoratori che eseguono solo lavori parziali nonché l’impiego di attrezzi tecnici che gli tolgono di mano il reale processo di fabbricazione assegnandogli servizi ausiliari e di controllo che trovano ragione solo attraverso questa tecnica. Ciò toglie all’attività produttiva umana per principio il carattere di lavoro privato, che solo attraverso lo scambio diventa “sociale”, e dunque un contributo, basato sulla divisione del lavoro, al processo vitale della società. Per costituirsi esse stesse a soggetto sovradimensionale del lavoro socialmente necessario e per essere attive sul mercato, le imprese organizzano una serie di collettivi lavorativi per niente privati, impiegando il sapere elaborato dalla società e la sua trasformazione nelle relative tecnologie realizzabili solo tramite la concordata divisione di lavoro tra le singole aziende. Tolgono al lavoro dei dipendenti qualsiasi autonomia per presentare se stesse come i soggetti di un’immensità di lavoro che produce valore di scambio. Detto in termini giuridici: con la progressiva industrializzazione della produzione, le imprese risparmiano, cioè tolgono al lavoro che fanno svolgere qualsiasi contenuto che farebbe comparire le forze lavorative come i produttori dei beni e che permetterebbe di attribuire i prodotti come pertinenti a loro, come “oggettivazione” delle loro capacità e attività creative. Cosi facendo invalidano la base materiale e l’originario contenuto economico della categoria giuridica di proprietà, l’attribuzione del prodotto al suo fabbricatore – al fine però e anche con il risultato che il prodotto del lavoro integrale spetta all’impresa come sua proprietà. Con il diritto dell’acquirente dei mezzi di produzione, i capitalisti rivendicano comunque il possesso del prodotto, ma per cedere il meno possibile alle persone giuridiche dalle quali hanno comprato il lavoro richiesto, quindi per escludere gli operai non solo formalmente, ma anche nella pratica e nella misura più grande possibile dal titolo di proprietà sul prodotto della loro attività, i capitalisti, con l’industrializzazione della produzione, aboliscono il lavoro nel senso di produzione di un “proprio” oggetto annullando i presupposti materiali per il diritto alla proprietà formalmente già sospeso. Con quale successo riescano a farlo si capisce non da ultimo se ci rendiamo conto che il nesso tra la produzione di un bene tramite il lavoro e il titolo giuridico di proprietà di questo bene, cosi ancora scontato per Marx e i suoi contemporanei, è in pratica scomparso dalla coscienza pubblica.
Il contrasto – che va spiegato – tra l’aumento enorme della produttività del lavoro e l’utilizzo spropositato di quanti devono svolgere questo lavoro, entrambi effettuati dallo stesso mondo imprenditoriale, si rivela essere la conseguenza necessaria della contraddizione, propria di questo modo di produzione, tra l’interesse delle imprese all’accumulazione di ricchezza in forma di denaro e il loro interesse all’accesso esclusivo al valore monetario prodotto. Per usare le parole di Marx: “Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza.” (3.4.10)
In linea di massima, questa contraddizione permette non proprio due chiavi di lettura, ma due sottolineature complementari. L’una rileva che i capitalisti, nella loro lotta per il profitto, spingono in avanti, se pure involontariamente, lo sviluppo tecnico che “riduce il lavoro umano a un minimo”. Per il loro utile privato ma ostile, in vario modo, verso tutto il resto della società, organizzano la cooperazione e la divisione sociale del lavoro mobilizzando le potenze produttive della scienza. Monopolizzano la proprietà privata in una maniera e in una misura che per i lavoratori non c’è ritorno possibile alla produzione svolta da individui attivi come soggetti privati che rimangono in possesso del prodotto. Non gli si offre altra “emancipazione” che il passaggio all’uso intenzionalmente collettivo dei siti di produzione per la soddisfazione dei bisogni e l’organizzazione del tempo libero. Sotto quest’aspetto, Marx si sente autorizzato alla conclusione: “Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione.”(3.4.8) D’altra parte però è così: la riduzione del dispendio di lavoro necessario per la soddisfazionesociale dei bisogni avviene solo per escludere i lavoratori dalla ricchezza materiale, cioè dal potere di disporre di questa ricchezza, per escluderli dal guadagno di tempo libero aggiuntivo e per rafforzare il potere di comando del capitale. E “questa elevazione del lavoro immediato a lavoro sociale“ si presenta „come riduzione del lavoro singolo a impotenza rispetto alla collettività rappresentata, concentrata nel capitale” (3.4.8). E se il capitale in pratica dissolve, la sua provenienza dall’identità del lavoro “vivo” con la sua opera, allora tanto più dura s’impone “la seconda legge” basata puramente sul potere giuridico: la legge della “negazione dell’estraneità del lavoro altrui”, ossia che il capitale s’incorpora tutto il lavoro “vivo” di cui dispone. Di conseguenza, l’instancabile evoluzione delle forze produttive sociali coincide con il compimento del comando del capitale su tutta la produzione e sul consumo. Ed è un deplorevole dato di fatto che già dai tempi di Marx, questo sistema di produzione, più che alla propria dissoluzione, “lavora” affinché “le gigantesche forze sociali” rimangano imprigionate “nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato” – affinché sviluppino la loro efficacia esclusivamente come strumenti del capitale per l’aumento del suo potere.
Che “il capitale” stia „lavorando“ a questo successo è da prendere alla lettera. Gli imprenditori, ma soprattutto le istituzioni politiche che, con la potenza del sistema giuridico, procurano il diritto patrimoniale dei primi, si permettono un dispendio enorme di lavoro, prevalentemente sottopagato e solo parzialmente bene o addirittura ottimamente pagato, svolto in posti di lavori prevalentemente massacranti e solo parzialmente piacevoli, in continua trasformazione tecnica – e tutto questo al fine di istituire e affermare, con tutte le conseguenze, il capitale “come forma dominante della produzione”. La forma capitalistica della ricchezza e della sua produzione sociale ha bisogno di un impegno massiccio per proteggerla, per imporla in tutto il mondo sventando le alternative, per tenere a bada le conseguenze e gestire in modo appropriato i diritti e le necessità che ne derivano. S’impegnano “gigantesche forze sociali” in affari che s’innestano sulla “produzione immediata” di beni utili creando e servendo delle esigenze sociali del tutto nuove e senza precedenti. Il lavoro eseguito in questo campo, nei livelli retributivi bassi e medi, non presenta nessuna differenza rispetto all’usura del lavoratore nel “processo di produzione immediata”. E quest’ultimo, da molto tempo, non sta più in nessun rapporto materiale col prodotto per la cui fabbricazione questo lavoro è necessario; dal lato del lavoratore “vivo”, lo scopo del lavoro coincide interamente con i soldi che si guadagnano lavorando, dall’altro lato, quello decisivo, sta nella differenza tra la sua retribuzione e il conto economico nel quale la retribuzione entra come elemento. Il rapporto del lavoro con il processo produttivo è dissolto completamente nell’esecuzione delle direttive di chi paga il salario. E per quanto riguarda il primo, il lavoro nel servizio esteso alle determinazioni formali della ricchezza sociale e alle necessità ed esigenze di lusso che ne derivano, è chiaramente regolato dagli stessi calcoli e dalle condizioni che ne conseguono come il lavoro svolto nella produzione “immediata”. Chi lo esegue lo fa solo per il denaro e alle dipendenze dall’arricchimento del suo datore di lavoro; e chi “dà” un tale lavoro, non mira a nient’altro che all’eccedenza più grande possibile dei proventi sul pagamento dei lavoratori che impiega per i suoi “servizi”; e anche in questo caso utilizza tutte le possibilità offerte dalla tecnologia per risparmiare sul lavoro da retribuire.
Così accade e deve accadere: in misura globale e totale si afferma l’assurda “sproporzione” in base alla quale nell’economia di mercato si produce un’infinità di cose utili con il dispendio relativamente ridicolo di tempo lavorativo e con l’impiego di relativamente poche abilità umane e, tuttavia, la parte attiva della società non dispone liberamente del tempo di vita e non beneficia dell’uso libero delle sue più diverse capacità; anzi, si deve attivare intensamente e ventiquattr’ore su ventiquattro per guadagnare i soldi oppure si trova esclusa dalla ricchezza sociale perché inutile per il capitale. Così si spiega che l’enorme progresso tecnico che l’imprenditorialità capitalistica produce non libera la gente dalle fatiche del lavoro, anzi, la rinchiude sempre di nuovo nella gabbia di necessità continuamente ridefinite, privandola di ogni possibilità di venire a capo di queste necessità oppure rubandole gran parte della giornata e anche la serenità.
Non a torto, Marx era dell’avviso che le vittime di questa follia non dovrebbero starci; pertanto ha spiegato loro le ragioni delle loro ristrettezze materiali, cioè “la contraddizione in processo”, di cui sono le appendici, per istigarle alla ribellione. Al contempo ma anche in certo contrasto con ciò, ha visto la sua diagnosi in tale sintonia con il sempre più crescente movimento operaio, inteso a rovesciare il modo capitalistico di produzione, da ritenere le contraddizioni del capitalismo una specie di sentenza di morte. Questo inganno, il reale movimento operaio anticapitalistico l’ha fatto proprio iscrivendolo nel suo autoritratto e adeguandovi le strategie. Proprio nelle sue forme antagonistiche e durante le fasi rivoluzionarie, il movimento si è concepito come il mandatario di una tendenza storica che comunque si afferma, di conseguenza venendo meno al compito di sostenere i propri interessi senza compromessi. I partiti del “Socialismo reale”, vittorioso dapprima in Russia e poi diffuso ulteriormente dall’Unione Sovietica, presupponevano expressis verbis una drammaturgia storica data oggettivamente. Questa drammaturgia avrebbe messo ”all’ordine del giorno” della storia determinati passi evolutivi verso una sempre più giusta partecipazione dei lavoratori “vivi” alla proprietà collettiva – e gestita dalle autorità – dei risultati della loro forza produttiva “liberata”. Di conseguenza hanno interpretato il loro proposito di rivoluzionare il mondo capitalistico e di costituire una società senza classi come il compito di usare il potere statale – conquistato con le lotte – per un’organizzazione pianificata della creazione di valore fino ad allora privata, “anarchica”. Alla bell’e meglio hanno provato a destreggiarsi nella contraddizione gravida di conseguenze di questa impresa che cercava di rivoluzionare la produzione di valore in modo razionale e worker friendly anziché abolirla; secondo la logica di passi intermedi, ciascuno “storicamente necessario”, volevano lasciare indietro lo sfruttamento capitalistico per arrivare a sempre più “socialismo reale”. Con una combinazione fatta di giustizia filo-operaia e uno scatenato progresso produttivo questi comunisti volevano “superare (il capitalismo) senza doppiarlo”; quel capitalismo caratterizzato dalla combinazione di sempre meno spesa per il lavoro e sempre più richieste rivolte al lavoro “vivo”. Hanno ridotto, nella pratica e nella teoria, la loro determinazione rivoluzionaria e tutta la critica del modo di produzione capitalistico a una “concorrenza dei sistemi”; e questa lotta concorrenziale – necessariamente armata – i capi dei partiti e stati di competenza, alla fine, l’hanno data per persa. Qualche amministratore di eredità ideologica, in un ultimo atto di prepotenza, ha incolpato per questa sconfitta ancora “la Storia” che avrebbe „dato torto“ al „tentativo“ – “prematuro”? – di superare il capitalismo, congedandosi definitivamente dall’interesse per una critica oggettiva delle vicende mondiali.
Alquanto resistente invece si rivela la contraddizione che Marx, nel terzo volume postumo dell’opera principale, formula così: “Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale” – ed è innegabile che si attiva con enorme efficacia in questo senso – “è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono.” (Il capitale, vol. 3, Editori riuniti, p.303)
Che l’exploit storico del modo di produzione capitalistico, in termini di ricchezza e comunicazione, fosse la realizzazione di un “compito storico” è, nel caso migliore, una metafora ironica e oggettivamente un dileggio della stupefacente coesistenza, ormai globalizzata, di enorme ricchezza e un’indigenza che non scaturisce da una mancanza, ma dalla efficienza del sistema che smista l’umanità secondo l’uso che ne fa; nel caso peggiore si tratta di una sciocchezza teleologica. Delle contraddizioni oggettive di questo modo di produzione fa parte anche questa, ma questa sì, che produce “continuamente” delle buone ragioni per eliminarlo.
3. Il progresso tecnico e i suoi effetti sul lavoro, ovvero: il capitale detesta la sua fonte trattandola di conseguenza
Una cosa è sicura sin dall’inizio: del progresso tecnico che il capitale introduce nel mondo del lavoro non ne beneficiano quelli che lo svolgono in cambio di un salario. E come potrebbero? Dopotutto, lo sgravio dei costi è lo scopo e il criterio di tutti i provvedimenti che gli imprenditori impiegano per aumentare la resa del lavoro. In altre parole: dare il meno possibile della proprietà creata che si misura nel prezzo di mercato, come costo del lavoro per unità di prodotto, ai lavoratori. Non è una ulteriore perfidia che l’accrescimento dell’output non raggiunga le forze pagate, ma il principio di questo progresso. Queste, con il loro lavoro che è necessario per il profitto dell’azienda e con la relativa ricompensa che segue la stessa necessità, rimangono escluse da una ricchezza sempre più ingente; la quota della solvibilità sociale di cui dispongono con i loro costi di lavoro per unità di prodotto addizionati scende con l’aumento della produttività. Devono fare enorme pressione e in più farsi assecondare dall’organo di controllo di competenza universale, lo stato, nell’una o nell’altra faccenda per far sì che con le nuove condizioni di vita gli si riconoscano anche nuove necessità vitali e le corrispondenti ricompense. A un tale successo si oppone però l’effetto che le aziende, con le loro razionalizzazioni, finalizzano e ottengono. Per la produzione di merci vendibili hanno bisogno di meno lavoro, quindi di meno forze lavorative pagate; quale organico sarà decimato e in quale misura, dipende dalla concorrenza tra le aziende. Chi finisce cosi in esubero non è, sia chiaro, dispensato dalla necessità del lavoro salariato, quindi dalla coercizione di trovarsi un altro lavoro, uno qualsiasi. Il risultato è l’assurda figura economica del disoccupato. Assurda perché il fatto che tanta gente non sia impiegata, è una conseguenza della conquista che per sempre più produzione di beni, c’è bisogno di sempre meno fatica e tempo di lavoro, ma per le persone in esubero questa conquista non si verifica. Tutta la libertà di quest’ultime sta nella necessità di venire impiegate da un datore di lavoro, il che non solo grammaticalmente è una condotta passiva e non dipende per niente da loro; va anche contro il trend che ha appena eliminato la loro fonte di reddito. I lavoratori in esubero sono soggetti a una costrizione senza poterne venire a capo – se non con il desolante sforzo al quale sono incoraggiati da tutte le parti, da parte dell’ufficio di collocamento anche con una certa insistenza: approntarsi come offerta libera per tutti i possibili casi di domanda di forze lavorative. Di conseguenza, le aziende, in qualità di datori di lavoro, si ritrovano in una posizione di potere rafforzato; e non solo nel caso di eventuali assunzioni, ma in tutte le trattative salariali con i dipendenti: sono a disposizione sufficienti forze sostitutive che si trovano nel bisogno e quindi nell’impossibilità di avanzare pretese – comunque cosi lo vedono i rappresentanti moderni dei lavoratori adoperando nelle lotte per la ricompensa la moderazione dovuta alle presunte esigenze oggettive.
Vi si aggiunge che, nello stato sociale moderno, i disoccupati sono di peso alle istituzioni pubbliche. I costi che ne nascono, li detraggono dalla ricompensa per le forze lavorative ancora necessarie diminuendo – a causa degli effetti negativi che l’uso limitato del lavoro comporta per i dipendenti – preventivamente il reddito che i lavoratori riscuotono per il loro servizio alla crescita di proprietà altrui. Tuttavia, questa voce entra nel conteggio degli oneri sociali dello stato. L’interesse a sgravare lo stato di questo onere si aggiunge come pressione fiscale all’interesse economico-politico di far lavorare ai fini di utilità e quindi in modo redditizio quanta più gente possibile. Con questo criterio – tanta occupazione possibile a patto che sia redditizia – una cosa è certa: i disoccupati dimostrano con la loro sola esistenza che la loro occupazione non è redditizia e quindi costa troppo. Di conseguenza, anche il rappresentante del pubblico benessere si professa e si attiva come fautore di un basso livello nazionale delle retribuzioni. Nelle nazioni più progredite, le autorità hanno creato un settore del mondo del lavoro – in continua espansione – di manodopera a bassi costi, orientando i contributi sociali all’obiettivo di ridurre, anche per iniziativa dello stato, i costi per unità di prodotto.
Chi è fortunato a trovare un lavoro o a conservarlo, vive sulla propria pelle il progresso tecnico mentre si dà da fare nel suo costoso posto di lavoro. Purtroppo non nel senso che il lavoro si sia fatto più leggero e da affrontare con maggiore serenità. Semmai, dalla routine industriale è scomparsa la forza bruta – per scarsa redditività. In compenso, ci sono macchinari costosi che mettono gli operai che li adoperano di fronte a pretese del tutto nuove: la veloce rotazione del capitale investito è l’imperiosa necessità aziendale, da soddisfare da parte degli operai tramite il compimento di tutte le direttive riguardanti i ritmi di lavoro. Come d’incanto, nell’ora di lavoro pagata ci sta ancora più lavoro e l’impresa gode non solo di una rotazione accelerata, ma di nuovo di uno sgravio salariale. L’altra virtù che imprenditori innovativi impongono ai dipendenti come imperativo oggettivo, perché loro stessi sono soggetti all’imperativo della rotazione di capitale e alla riduzione dei costi, si chiama flessibilità. Riguarda da una parte il contenuto del lavoro. Da tanto tempo il lavoro non ha più niente a che fare con la solidità dei tradizionali mestieri, per non parlare del nesso tra abilità apprese e attività richieste che la cosiddetta formazione professionale finge di produrre. Nel lavoro in continua evoluzione, il carattere astratto del lavoro creante valore è concreta esperienza quotidiana. Lo stesso vale anche per i tempi di lavoro. La loro lunghezza, la ripartizione tra giorno, settimana e anno, l’alternarsi tra tempo libero, servizio e disponibilità, tutto ciò consegue dai tempi operativi dei macchinari che, primo, non sono compatibili con interruzioni dovute ai dipendenti, e secondo, devono essere interrotti proprio in quel momento in cui voci di bilancio importanti some situazione degli ordini, andamento delle vendite, questioni d’immagazzinaggio lo richiedono come conveniente.
Con la politica della continua razionalizzazione, i cavalieri del mercato libero praticano una gestione del lavoro che rende evidente il disprezzo sistematico per la fonte della propria ricchezza. Il lavoro viene contrastato in quanto fattore di costo, in quanto fattore produttivo adattato a tutte le costrizioni tecnologiche che gli esperti del profitto deducono dal criterio della redditività del capitale che va aumentata in continuazione e va garantita sempre di nuovo. Il rendimento delle forze lavorative è trattato come massa di manovra in possesso dei datori di lavoro, sempre ridiviso e usato in porzioni diverse riguardo a misura e contenuto – e buttato via appena si è riuscito a rendere superfluo una parte del lavoro. Per il sostentamento dei dipendenti deve essere sufficiente quello che figura nei conti delle imprese concorrenziali quando calcolano il costo del lavoro per unità di prodotto, tolte le dovute ritenute per il bene comune dell’economia di mercato.
Nella a tal punto disprezzata maggioranza della società, la pressione all’adattamento messa in pratica dai dirigenti dell’attuale mondo del lavoro incontra tantissima adattabilità. Non perché i dipendenti postmoderni abbiano desiderato da sempre un’esistenza da appendice dell’apparato produttivo e da fattore di costo richiesto solo limitatamente, ma perché non hanno nessun’alternativa – almeno fin quando non manderanno a monte il loro status e con ciò il sistema monetario nel suo complesso. Proprio perché il denaro guadagnato basta solo al sostentamento fino alla prossima busta paga e perché lo scopo economico della loro occupazione la mette a rischio, gli interessati sacrificano il loro tempo e la loro forza lavorativa al continuo sforzo di convincere un datore di lavoro della propria utilità. Cosi, l’inadeguatezza del sistema salariale come mezzo per i salariati cementa la loro disponibilità a inquadrare a priori il loro dispendio di tempo, forza, salute – comunque le condizioni del valore d’uso che la propria vita ha per l’uomo stesso – non appunto come dispendio, ma come robusto mezzo d’acquisto a loro disposizione.
Cosi, la forza lavorativa diventa valore d’uso realmente idoneo per il datore di lavoro che lo paga. Nella sua concorrenza è incorporato questo valore, come se dipendesse dai lavoratori salariati, dalla loro rinuncia alle addizionali per gli straordinari e dalla loro disponibilità a turni domenicali, se questa concorrenza sarà vinta o persa – e naturalmente ne vanno sempre di mezzo i “posti di lavoro”. Oltre alla loro forza lavorativa utilizzabile però, non hanno nulla da offrire e meno ancora da decidere. Tutte le libertà di approntare il lavoro salariato, fonte di qualsiasi proprietà, come mezzo di concorrenza stanno dalla parte degli imprenditori. Le loro pretese a questo riguardo crescono con i mezzi impiegati.
Ed è interessante vedere che questi sono ancora più grandi di quanto i produttori di merce capitalistici riescono a spremere dalle loro maestranze.
Su questa prestazione dei produttori di merci, nella moderna economia di mercato s’innesta il settore finanziario. Con la sua creazione di credito, si piazza all’inizio degli affari capitalistici e con l’incasso degli interessi, alla fine; con il suo diritto di rendita derivante da operazioni di credito rende capace sé stesso di dotare la comunità imprenditoriale di liquidità e, a sua volta, la comunità imprenditoriale di soddisfare le sue pretese di rendita. In questo modo la finanza si fa carico della creazione e dell’appropriazione della liquidità sociale. Ciò che questo significa per il lavoro al servizio della ricchezza capitalistica e cosa ne consegue per gli affari capitalistici, sarà oggetto del capitolo IV.
Quando gli esperti dell’economia di mercato osservano l’evoluzione congiunturale, registrano le conseguenze di questa semplice verità: non sono né le oscillazioni erratiche dei gusti del pubblico né le decisioni razionali riguardo a priorità sociali, che portano alle condizioni mutevoli del vendere e fare soldi, bensì, e lo confessano, gli effetti incalcolabili della concorrenza per arrivare a vendere sempre di più. Il fatto che questa concorrenza, dopo periodi di espansione, porta regolarmente a ribaltoni che fanno soffrire tutti quanti non ha destato nessun interesse negli uomini di scienza a farsi un’idea di questa follia; anzi, un settore intero della ricerca si dà da fare con modelli matematici dell’incalcolabile, ispirati unicamente all’esigenza che la scienza debba alla società capitalistica una stima quantitativa riguardo al suo libero modo di fare economia.
Speriamo che nessuno prenderà per obiezione l’esperienza di vita che vede sostanzialmente salire i prezzi, un aumento cosi generale che i singoli rincari si sommano creando un tasso d’inflazione. Che i produttori capitalistici chiedano e ottengano sempre di più per le loro merci, ha il suo fondamento nel gonfiamento improduttivo della liquidità sociale, effetto collaterale del settore finanziario con il suo contributo professionale alla crescita attraverso la creazione di credito, quindi attraverso il gonfiamento della liquidità delle imprese, soprattutto però attraverso i debiti statali che, nonostante siano investimenti a lungo termine, non mirano alla rendita. Nella moderna economia di mercato, la moneta legale stessa rappresenta il credito circolante nella società – nel seguente cap. IV si trova qualche osservazione in merito; quindi una tendenza verso il rincaro generale, causata dai mezzi di pagamento inflazionati, fa parte della vita economica funzionante del capitalismo – e alcune forme di eccessi improvvisi ancora di più.
Una parte crescente, anzi ormai preponderante, dell’umanità nullatenente che dipende dal lavoro salariato, soprattutto nelle capitalisticamente più sviluppate “nazioni industriali”, non serve più per la produzione industriale; decenni di progresso tecnico inteso “a risparmiare lavoro” hanno fatto sì che non è più impiegata né per la produzione di beni di consumo, né per la produzione di mezzi di produzione e l’assetto e il mantenimento dei processi produttivi automatizzati. Una parte di questa maggioranza si guadagna da vivere con il servizio nell’ambito delle necessità che la determinazione di forma e scopo della ricchezza capitalistica comporta – dal commercio all’ingrosso e al minuto all’industria pubblicitaria e dal settore finanziario alla contabilità – e tra le quali sono da annoverare anche tutte le altre attività, scienza e cultura incluse. Anche questa sfera di “servizi” è gestita per la maggior parte da imprenditori privati che, come i loro colleghi nell’ambito della produzione di merci, vendono in attivo prestazioni che fanno compiere da dipendenti presso posti di lavoro resi sempre più efficaci, in cambio di uno stipendio possibilmente basso; tutte le bellezze dell’economia di mercato dovute allo scambio lavoro- denaro valgono anche per questa manovalanza della concorrenza capitalistica. Certo il potere statale che si fa carico di un’altra parte delle esigenze e costrizioni sociali di cui l’economia di mercato ha bisogno per il suo funzionamento, non realizza un profitto; siccome però vive dalla ricchezza prodotta privatamente, si ispira, per quanto riguarda l’utilizzo e il pagamento della massa dei dipendenti, al modello delle imprese private di servizi e questo a maggior ragione negli apparati più sviluppati. Anche per questa parte della popolazione mondiale quindi vigono i condizionamenti del guadagnare soldi. A saldo, la “logica” del guadagno domina universalmente e dappertutto; non senza distinzioni, ma senza compromessi passando per tutti i mestieri e le professioni – un risultato dalla cui ovvietà prende l’avvio questo primo capitolo nell’intento di confutarne la fasulla ovvietà.
Di seguito si cita dai quaderni VI e VII […] dei Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (consultabile al sito: http://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/grundrisse_indice.html) di Karl Marx degli anni 1857/58, perché Marx elabora qui il concetto della contraddizione tra finalità e mezzo della produzione di valore capitalistica. Ripercorrere le sue riflessioni vale sempre e comunque la pena, non solo per l’erronea interpretazione della contraddizione spiegata da Marx da parte dei partiti del fu “socialismo reale”, ma di fronte al fatto che di questa spiegazione è rimasta, nell’odierna sinistra, casomai l’idea astratta di una contraddizione che tende alla sua autoeliminazione, il contenuto economico però che importava a Marx, e che unicamente può motivare la critica di questo modo di produzione, è caduto nell’oblio.
Nei Grundrisse si legge: “Il tempo di lavoro come misura della ricchezza pone la ricchezza stessa come fondata sulla povertà, e il tempo disponibile come tempo che esiste nella e in virtù della antitesi al tempo di lavoro supplementare.” (3.4.11)
“La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la società in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi anche della società), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come di tutti quelli precedenti, come tempo di non-lavoro, tempo libero per alcuni. Il capitale vi aggiunge il fatto che esso moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perché la sua ricchezza è fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare” (3.4.11)
“Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro — la mera quantità di lavoro — è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione — della creazione di valori d’uso — e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica delle scienze naturali da un lato, e [rispetto alla] produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro — produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale.” (3.4.8)
“Il capitale impiega la macchina, invece, solo nella misura in cui essa abilita l’operaio a lavorare per il capitale una parte maggiore del suo tempo, a riferirsi ad una parte maggiore del suo tempo come a tempo che non gli appartiene, a lavorare più a lungo per un altro. È vero che, con questo processo, la quantità di lavoro necessario alla produzione di un determinato oggetto viene ridotta a un minimo, ma solo perché un massimo di lavoro venga valorizzato nel massimo di tali oggetti. Il primo lato è importante, perché il capitale riduce qui, senza alcuna intenzione, il lavoro umano (il dispendio di forza) ad un minimo.” (3.4.8)
“In fact nel processo di produzione del capitale, come meglio si vedrà quando sarà svolto ulteriormente, il lavoro è una totalità —. una combinazione di lavori — i cui singoli elementi sono l’un l’altro estranei, sicché il lavoro complessivo come totalità non è opera del singolo operaio, ed è opera collettiva dei diversi operai solo in quanto questi sono combinati, non in quanto si comportano, l’uno rispetto all’altro, come operatori della combinazione. Nella sua combinazione questo lavoro si presenta al servizio di una volontà estranea e di una intelligenza estranea, e ne è diretto — giacché ha la sua unità spirituale al di fuori di esso, tanto quanto nella sua unità materiale è subordinato all’unità oggettiva delle macchine, del capitale fisso, che come mostro animato oggettivizza il pensiero scientifico e ne è di fatto la sintesi, e non è esso come strumento a riferirsi al singolo operaio, ma è piuttosto l’operaio come singola puntualità animata, come isolato accessorio vivente, ad esistere in funzione sua.” (3.3.9)
“La macchina non si presenta sotto nessun rispetto come mezzo di lavoro dell’operaio singolo. La sua differentia specifica non è affatto, come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l’attività dell’operaio nei confronti dell’oggetto; ma anzi questa attività è posta ora in modo che è essa a mediare: soltanto ormai il lavoro della macchina, la sua azione sulla materia prima — a sorvegliare questa azione e ad evitarne le interruzioni. A differenza quindi dallo strumento, che l’operaio anima — come un organo — della propria abilità e attività, e il cui maneggio dipende perciò dalla sua virtuosità. Mentre la macchina, che possiede abilità e forza al posto dell’operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche in essa operanti e, come l’operaio consuma mezzi alimentari, così essa consuma carbone, olio ecc… per mantenersi continuamente in movimento. L’attività dell’operaio, ridotta a una semplice astrazione di attività, è determinata e regolata da tutte le parti dal movimento del macchinario, e non viceversa. La scienza, che costringe le membra inanimate delle macchine — grazie alla loro costruzione — ad agire conformemente ad uno scopo come un automa, non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce, attraverso la macchina, come un potere estraneo su di lui, come potere della macchina stessa. ”
“L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta per ciò come proprietà del capitale…” (3.4.8.)
“Da un lato esso (il capitale) evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali — entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale — figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata.”(3.4.10)
Marx dà ampio risalto all’aspetto giuridico del processo di produzione verso la fine del quaderno IV e inizio di quaderno V dei Grundrisse: “Per esprimere i rapporti in cui entrano capitale e lavoro come rapporti di proprietà o leggi, non dobbiamo far altro che esprimere il comportamento delle due parti nel processo di valorizzazione come processo di appropriazione. Per esempio, che il pluslavoro sia posto come plusvalore del capitale, significa che l’operaio non si appropria il prodotto del suo stesso lavoro; significa che quest’ultimo gli si presenta come proprietà altrui; e viceversa, che il lavoro altrui si presenta come proprietà del capitale. Questa seconda legge della proprietà borghese in cui la prima si rovescia — e che in virtù del diritto ereditario ecc. acquista un’esistenza indipendente dall’accidentale fugacità dei singoli capitalisti — viene eretta a legge tanto quanto la prima. La prima è identità del lavoro con la proprietà; la seconda è il lavoro come proprietà negata o la proprietà come negazione dell’estraneità del lavoro altrui.” (3.3.9) Quando Marx caratterizza come „appropriazione“ e, a volte, molto disinvolto persino come „furto“ la proprietà dell’impresa capitalista del prodotto totale del lavoro svolto nella sua fabbrica, lui ha in mente il “rovescio“ dell’equazione tra produzione e diritto di disposizione nell’equazione sovraordinata tra dominio acquisito sull’attività del produttore e proprietà del prodotto come risultato di attività altrui. La sussunzione reale del lavoro produttivo svolto secondo gli ordini dell’impresa capitalista, la sua trasformazione in comando della macchina, rende questo „rovescio“ una caratteristica pratica del processo di produzione nel senso materiale: „Nelle macchine il lavoro oggettivato si contrappone al lavoro vivo, nello stesso processo di lavoro, come quel potere che lo domina e in cui il capitale stesso consiste, per la sua forma, in quanto appropriazione di lavoro vivo.“ (3.4.8.)
„Il mezzo di lavoro rende l’operaio indipendente, lo pone come proprietario. Le macchine – come capitale fisso – lo pongono come non autonomo, come appropriato.“ Di fronte al movimento del luddismo Marx ritiene opportuno aggiungere: „Questo effetto delle macchine vale solo nella misura in cui esse sono determinate come capitale fisso, ed esse sono determinate come tale solo in quanto l’operaio si riferisce loro come operaio salariato e l’individuo attivo in generale come mero operaio.“ (3.4.8. fine)
Quando per esempio i lavoratori della Pirelli come anche di Olivetti si definiscono già più di 70 anni fa “Pirelliani” e “Olivettiani” oppure quando gli operai parlano della “nostra azienda” – cosa che avviene spesso e volentieri proprio nel momento in cui sono minacciati dal licenziamento – non significa che fanno valere diritti di proprietà nei confronti della “loro” azienda. Non esprimono altro che la loro appartenenza al grande soggetto collettivo, l’azienda, esprimono quindi in forma piuttosto affermativa la loro sussunzione sotto il destino che la concorrenza ha in serbo per il capitale che gli sta usando. Infatti per loro è già avvenuto quel che Marx determina come risultato necessario dello sviluppo capitalistico: “Il pieno sviluppo del capitale ha quindi luogo — o il capitale è giunto a porre la forma di produzione ad esso adeguata — solo quando il mezzo di lavoro non solo è determinato formalmente come capitale fisso, ma è soppresso nella sua forma immediata, e il capitale fisso si presenta di fronte al lavoro, all’interno del processo di produzione, come macchina; e l’intero processo di produzione non si presenta come sussunto sotto l’abilità immediata dell’operaio, ma come impiego tecnologico della scienza.“ (I Grundrisse, 3.4.8)